I Quattro Pizzi

Pizzi

Uno dei luoghi più affascinanti e meno noti di Palermo, perché lontana dal centro e dai soliti giri turistici, è il quartiere palermitano dell’Arenella-Vergine Maria, poco prima del cimitero di Santa Maria dei Rotoli, ai piedi del promontorio roccioso del Monte Pellegrino, che nasce come borgo di pescatori accanto alla Tonnara Florio.

Quartiere caratterizzato da un bel porticciolo turistico e da una spiaggia, tanto suggestiva, quanto meno affollata rispetto a quella di Mondello, caratterizzata da sabbia dorata e acque turchesi, in cui si si può prendere il sole dal mattino fino al tardo pomeriggio. Tranquillità e pace sono di casa, e si associano ad un panorama davvero particolare: a due passi dal mare infatti si trova anche una caratteristica tonnara con tutte le sue ancore in bella mostra, mentre alle spalle si erge maestoso il Monte Pellegrino.

In più è caratterizzata dalla Palazzina dei Quattro Pizzi, un’altra delle straordinarie dimore dei Florio. Il tutto nacque da Vincenzo Florio, che, nel 1830, acquistò il complesso della tonnara all’Arenella, dando poi carta bianca all’amico architetto Carlo Giachery per trasformarlo in una residenza.

Stranamente Giachery, che, nonostante fosse un convinto sostenitore dell’innovazione tecnologica in ambito dell’edilizia, era di rigida formazione neoclassica, diede fondo alla sua fantasia, ispirato sia ai modelli neogotici che andavano di moda presso la nascente borghesia imprenditoriale siciliana, sia alla tradizione chiaromontana e arabo-normanna locale, progettando l’originale edificio conosciuto come i “Quattro Pizzi”, per via delle quattro torrette angolari cuspidate, di cui una crollata per terremoto del 1968.

Giachery innestò sullo spigolo Sud-Orientale della tonnara, dove sembra che già esistesse una torre di avvistamento, un edificio non molto esteso a pianta quadrangolare sviluppandolo su due livelli che emergono dalla massa compatta della tonnara, con il piano terra con aperture di luce modesta che nella elevazione successiva si ampliano quasi a volere annullare la massa muraria e consentire una immediata compenetrazione tra lo spazio interno e quello esterno.

Una cornice a bastone, come nel gotico catalano, sorretta da una teoria di archetti polilobati demarca le due elevazioni segnando la quota d’imposta delle ampie aperture del primo piano. Queste con un leggero gioco di rincassi si aprono nella parete che prosegue per concludersi in un’altra serie di archeggiature intrecciate poste a sostegno della cornice terminale su cui grava un muretto d’attico concluso da un’alta e delicata merlatura.

Tutto questo è poca roba, rispetto alla fantasia decorativa che caratterizza gli interni, in cui motivi desunti dalla decorazione della sala di Ruggero di palazzo dei Normanni si abbinano multicolori disegni nelle volte a crociera raffiguranti le epiche gesta dei paladini secondo i tradizionali motivi ornamentali dei carretti siciliani.

Per la sostanziale efficacia e armonia dell’insieme si potrebbe ipotizzare anche l’intervento nella decorazione di un artista colto, come Salvatore Gregorietti, per la straordinaria somiglianza di questa iconografia con quella del soffitto della Stazione di Giardini-Naxos dello stesso.

Decorazione che colpì così tanto lo zar di Russia Nicola I assieme alla zarina Alessandra e la figlia granduchessa Olga in visita a Casa Florio nel 1845, da volere anche in patria una decorazione così composita delle volte: ne commissionarono una copia identica da riprodurre nella loro residenza imperiale di San Pietroburgo. In più, se ne innamorarono talmente da fare riprodurre fedelmente i ” Quattro Pizzi ” a Snamenka, vicino a San Pietroburgo, sulle rive del golfo di Finlandia, nel parco della sua residenza estiva di Peterhof che, in memoria di Palermo, chiamò “Renella”.

Quando negli anni cinquanta dell’Ottocento i Florio si inserirono nell’industria del sommacco, una spezia attualmente utilizzata in cucina, ma che all’epoca era un’importante fonte dei tannini impiegati in tintoria e nel processo di concia delle pelli, sempre allo Giachery fu commissionata una torre- mulino a vento per la molitura della corteccia e delle foglie di tale pianta.

All’inizio del XX secolo anche per i Quattro Pizzi venne redatto un progetto di trasformazione in albergo una volta esauritosi l’esercizio della tonnara, ma la sempre più pressante crisi di liquidità sconsigliò Ignazio Florio jr. dal proseguire nell’intento: la villa venne ristrutturata per permetterne una dignitosa abitazione. L’incantevole residenza, ultima testimonianza immobile della potenza economica dei Florio, si è salvata dal disfacimento grazie a donna Lucie Henry seconda moglie dell’ultimo della dinastia dei Florio, Vincenzo jr (l’ideatore della leggendaria “Targa Florio”). Lucie Henry, donna affascinante, di spiccata intelligenza e grande personalità, non esitò ad alienare alcuni suoi preziosissimi gioielli per salvare l’immobile dalla vendita all’asta.

Fino al 12 gennaio 2016, la bella residenza, dove si respira ancora la Belle Epoque, apparteneva alla signora Silvana Paladino vedova del compianto Cecè Paladino, pupillo e nipote acquisito di Vincenzo Florio che non ebbe figli suoi. Cecè Paladino era nipote amatissimo di Lucie Henry, figlio di Renè Henry Paladino che Lucie aveva avuto da una precedente relazione. Nipote prediletto del cavaliere Vincenzo Florio, fu dallo stesso educato a sua immagine e somiglianza e alla sua morte nominato erede universale.

Cecé, oltre ad essere uno degli organizzatori della Targa Florio, è stato uno dei pionieri dell’immersione subacquea in Italia, fu forse il primo a scoprire i rostri della battaglia navali delle Egadi tra romani e Cartaginesi, fece parte della squadra nazionale italiana dei subacquei, per cui conquistò la medaglia d’oro, fu campione del mondo, ma anche stimato collaboratore di Jacques Cousteau e operatore di importanti filmati naturalistici.

Cosa vedere ai Quattro Pizzi, oltre alle bellezze architettoniche ? Il luogo custodisce tante memorie della Targa Florio, una delle più antiche corse automobilistiche al mondo, la cui prima edizione risale al 1905: tra essi un dinamico calamaio in bronzo a forma di macchina da corsa, quasi certamente di Duilio Cambellotti, donato a Vincenzo Florio nel 1908 per la Prima coppa automobilistica Monte Pellegrino, le tavole dello stesso Cambellotti e di altri artisti per «Rapiditas», l’elegante e moderna rivista, che raccontava i fasti della corsa e che era giudicata una delle più belle e lussuose nell’Italia degli inizi del Novecento. Ma vi si ammirano anche i quadri di Aleardo Terzi, di Marcello Dudovich, di Margaret Bradley, figlia del giornalista inglese al seguito della Targa e di altri artisti, che immortalarono con segno raffinato e leggero angoli e momenti della gara, sottolineando l’eleganza e la bellezza delle signore del bel mondo che la seguivano.

E vi si può pure sfogliare un prezioso album di caricature della famiglia e della Targa stessa, Macchiette e profili di Casa Florio (1902), del francese Georges Goursat, detto Sam, famoso durante la Belle Époque, che visse a Parigi a partire dal 1900.

Ma vi sono anche gli arazzi e i paliotti tessuti con fili d’oro e d’argento nei laboratori della Tessoria del Pegno, antica filanda di cotone, oggi Istituto dei Ciechi Florio, voluto da Ignazio. Nell’anti-cucina invece svettano sulle pareti i molti quadretti di Vincenzo Florio, che, amico di molti artisti, si dilettava di pittura proprio quando viveva in questa sua bella dimora,1 come faceva, per altro, anche Lucie.

La casa della vita, che custodisce anche le reliquie dell’antica attività dei Florio, l’insegna della prima Drogheria di via Materassai con un leone in bassorilievo ligneo disteso sulle quattro zampe, opera di Francesco Quattrocchi, l’armadio con i cassettini dove venivano conservate droghe di ogni genere, due grandi vasi a motivi floreali della fine dell’’800, esemplari unici della fabbrica della ceramica Florio, il servizio di porcellana con decorazioni liberty realizzato dalla Fabbrica Ginori per Vincenzo con le sue lettere iniziali (VF) e ancora i libri dei conti, vari preziosi documenti, la scrivania di Vincenzo senior e tanti tantissimi altri quadri, compresi i ritratti di Vincenzo jr. e della moglie Lucie di Giacomo Grosso (1917).

Ma vi si possono anche ammirare numerosi oggetti etnici provenienti da tutte le parti del mondo, statue orientali e reperti del mare del Madagascar, pescati in gioventù da Cecè Paladino una grossa e vecchia tartaruga marina nella vasca del giardino e pappagalli ormai sbiaditi per l’età in cucina…

Insomma un viaggio nella memoria, per ricordare le glorie della Palermo che fu

2 pensieri su “I Quattro Pizzi

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