Cinesi e titolo di stato USA

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Ogni volta che Trump tira fuori la questione dei dazi contro la Cina, c’è sempre qualcuno, che lo critica, dicendo, in sostanza

“E’ un suicidio, se l’America mette i dazi sui prodotti cinesi, la Cina smetterà di comprare debito pubblico americano e a Washington finiranno in braghe di tela”.

Ora, l’attuale politica economica e commerciale americana è criticabile per uno sproposito di fondati motivi, ma questo è inconsistente e figlio più leggende metropolitane, che di realtà concreta.

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Limitiamoci ai puri e biechi numeri: benché il debito americano abbia raggiunto la spropositata cifra di 22 mila miliardi di dollari, con rapporto debito/Pil che dovrebbe essere simile a quello italiano, tra il 115% e il 116%, a fetta piú grossa, pari circa al 70%, è posseduto da investitori domestici, tra cui la Federal Reserve.

Il rimanente 30% è un mano a investitori esteri: la Cina, complessivamente, copre un 5,6% del totale, il Giappone un 4,3%, il Brasile un 1,4%, come l’Irlanda e la Gran Bretagna. Di fatto, la percentuale in mano di Pechino è limitata e facilmente ricollocabile presso altri investitori, come è successo a marzo di quest’anno.

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Inoltre, la mossa cinese sarebbe l’analogo economico del castarsi, per fare un dispetto alla moglie. Partiamo da un altro dato di fatto: le aziende cinesi esportano ogni anno verso l’America qualcosa come 370-380 miliardi di dollari in più di quanto non importino da essa. In soldoni, la Cina registra annualmente un avanzo commerciale imponente. Esso equivale a flussi di dollari in entrata, che People’s Bank of China (PBoC) deve in qualche modo gestire.

A differenza della Federal Reserve non può finanziarci il proprio debito pubblico, la cui sostenibilità è il drammatico e nascosto problema dell’economia mondiale, per non ritrovarsi con un pugno di carta straccia. Non può tenerli sotto il materasso, per non deprezzare con l’inflazione le proprie riserve. Deve in qualche modo investirli, possibilmente guadandoci qualcosa.

E il modo migliore di farlo, sono i titoli di Stato USA, poichè il suo debito appare un investimento senza eguali, in quanto:

  1. E’ il mercato a maggiore liquidità al mondo;
  2. Offre i rendimenti più alti di tutto il mondo avanzato, attualmente pari al 3%;
  3. E’ denominato in dollari, la valuta di riserva mondiale;
  4. E’ un investimento di elevata qualità, dato il rischio di credito sostanzialmente nullo (a differenza del debito pubblico cinese)

Le alternative, titoli di stato tedeschi o giapponesi o l’oro, al contrario, pongono due grossi problemi: i primi che hanno a medio termine un rendimento negativo, impoverendo quindi la PBoC, i secondo l’eccessiva volatilità legata alla speculazione, che infilerebbe l’economia di Pechino in un’ennesima bolla, che, se esploderebbe, avrebbe conseguenze disastrose.

Ammettiamo come ipotesi ucronica che Xi Jinping si intestardisca, minacciando di spedire i vertici della PBoC a spaccare pietre in qualche laogai, di fare dumping sui buoni del Tesoro USA. Che succederebbe ?

Per prima cosa, i loro rendimenti nel breve salirebbero e i prezzi si ridurrebbero, colpendo lo stesso valore delle riserve cinesi, che fungono da garanzia per un sistema bancario e finanziario che, già in condizioni normali, non se la passa poi così bene.

Poi, Trump, per compensare la prevedibile crescita del deficit, probalmente svaluterà il dollaro: cosa che renderebbe più competitive le imprese americane a scapito di quelle cinese, già indebolite da dazi. Per di più, l’impatto sul deficit sarebbe anche temporaneo, dato capitali dall’estero tornerebbero rapidamente a investire nei titoli americani, attratti da rendimenti più allettanti e da un dollaro più a buon mercato.

Insomma, dato che tutto si può dire di Xi Jinping tranne che non sia un fine stratega, difficilmente si infilerà in questo vicolo cieco.

Un pensiero su “Cinesi e titolo di stato USA

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