Il Loggiato di San Bartolomeo

Loggiato

Questa settimana, Palermo ha recuperato, grazie a sponsor privati, uno dei luoghi storici della città, il Loggiato di San Bartolomeo.

Questo era in parte integrante di un ospedale, edificato nella prima metà del XIII secolo, dalla confraternita di San Bartolomeo, al fine di assistere i malati incurabili, che nel 1431 fu accorpato all’ospedale Grande e Nuovo di Palazzo Sclafani. L’ospedale, attiguo alla Chiesa di San Nicolò alla Kalsa, era collegato a questa da una porta attraverso la quale i cappellani si recavano a dare conforto e sacramenti agli infermi.

A inizio Cinquecento, l’ospedale fu affidato alla Compagnia di Santa Maria della Candelora, destinata alle cure di tisici, ulcerosi e malati di infezioni veneree. Nel 1581, con l’apertura del cosidetto “Cassaro morto”, voluta dal Vicerè Marcantonio Colonna, per i non palermitani la parte finale di via Vittorio Emanuele, quella che sbuca alla Kalsa, per prolungare la strada alla chiesa di Santa Maria di Porto Salvo fino a Porta Felice, l’intera area fu soggetta a profonda ristrutturazione: l’ospedale venne staccato dalla vecchia Parrocchia di San Nicolò che per il passaggio di questa nuova arteria perse uno dei suoi antichi campanili.

A inizio Seicento, l’intera struttura fu ridata in gestione alla confraternita di San Bartolomeo e nel 1608, grazie ai finanziamenti concessi dal viceré marchese di Vigliena, l’intero complesso fu soggetto ad ampliamento e ristrutturazione, dotandolo di un grandioso cortile ed adornandone la facciata con elementi in pietra intagliati.

Ed è proprio questa parte, aggiunta in un secondo momento e probabilmente adibita prima a padiglione per la degenza dei malati infettivi.Il terrremoto del 1823 danneggiò l’antica chiesa di San Nicolò, che venne demolita, e con la costruzione, tra il 1859 e il 1861 della Piazza Santo Spirito mutò l’immagine dei luoghi.

Nella piazza venne sistemata una fontana scolpita da Ignazio Marabitti per il Palazzo Aiutamicristo con al centro un cavallo marino contornato da puttini e palme. Nel 1826 l’ospedale venne destinato a “Conservatorio per gli infanti esposti”, ossia a orfanotrofio, e nella facciata sul Cassaro fu installata la “Ruota degli esposti”. Il San Bartolomeo assunse quindi la denominazione di “Conservatorio di Santo Spirito”, per cui , popolarmente a Palermo, gli orfani erano detti “i figli dello Spirito Santo”.

Nel 1907 l’edificio, in parte, fu adibito ad “Asilo degli emigranti” per ospitare tutti coloro che partivano per le Americhe; il 9 maggio del 1943, l’ospedale fu gravemente danneggiato dal bombardamento anglo-americano. Rimase in piedi soltanto il seicentesco loggiato a due ordini, con prospetto sul Foro Umbert I, scandito da lesene che inquadrano, al primo ordine, archi a tutto sesto e, al secondo, archi dal profilo sinuoso: a coronamento una balaustra traforata che ritaglia spicchi di cielo.

Abbandonato per decenni, fu tentato un suo primo recupero, a cura della Provincia di Palermo, terminato nel 1998: il loggiato divenne quindi uno dei principali luoghi espositivi della città. Vi furono mostre dedicate a Tano Festa, Renato Mambor, Emilio Greco, Giacomo Manzù, Pedro Cano, Croce Taravella, Giuseppe Modica, Piero Guccione, Gregorio Botta, Alessandra Giovannoni, Antonio Miccichè. Quella che colpì di più la memoria dei palermitani fu dedicata a Igor Mitoraj, che espose una summa di un’opera che per ic asi della vita, si trova qui all’Esquilino: ovvero i bozzetti preparatori per le monumentali porte in bronzo della basilica S.Maria degli Angeli di Roma (ex Terme di Diocleziano).

Purtroppo, infiltrazioni d’acqua e usura lo rendono presto pericoloso. Si chiude. E per sei anni resta un gigante triste e immobile a guardia del mare. Assegnato alla Fondazione Sant’Elia dal 2013, non ci sono i fondi per restaurarlo. La Provincia di Palermo – oggi Città metropolitana – non è nelle condizioni di stanziare risorse ed il tentativo, pur sperimentato, di ricorrere ai fondi strutturali, non va a buon fine. Poi, la svolta: il CdA della Fondazione decide di ricorrere all’Art Bonus del Ministero dei Beni culturali.

Ma questo non bastava: così tante imprese siciliane, a cominciare del gruppo Caronte, si sono fatte in quattro per fare rinascere, speriamo in maniera definitiva, questo gigante addormentato che scruta il mare.

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