Giorgio d’Antiochia e il Ponte dell’Ammiraglio

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Pochi conoscono la figura di Giorgio d’Antiochia, un greco melchita, nato probabilmente ad Antiochia di Siria probabilmente nel penultimo decennio dell’XI secolo, dal matrimonio di Michele e Ninfa – chiamata anche Teodula (serva di Dio), forse a indicarne la successiva monacazione – morta nel 1140. Dalla moglie Irene ebbe i figli Giovanni, Simeone e Michele.

Sulla sua giovinezza ci forniscono notizie i cronisti arabi at-Tigiānī e Ibn Haldūn, dai quali ricaviamo che svolse mansioni di tipo finanziario ed erariale in diverse città della Siria. L’abilità con cui ricoprì tali incarichi e la pratica acquisita nell’esercizio della computisteria spinsero il principe Tamīm ibn al-Mu‛izz a chiamare lui e il padre a Mahdia, all’epoca capitale dell’Ifrīqiya, corrispondente alla nostra Tunisi, ad affidargli l’amministrazione dell’Erario che sotto la sua direzione migliorò sensibilmente.

Giorgio aveva anche imposto al sultano ziride anche un forte taglio alle spese voluttuarie, cosa che non fu gradita al suo successore Yahya, di temperamento assai più gaudente, che lo pose a una sorta di arresti domiciliari: così il nostro eroe cercò rifugiò nella Sicilia cristiana, imbarcandosi intorno al 1110 su una nave che era diretta a Palermo – mentre essa era ancorata nel porto di Mahdia e i suoi proprietari musulmani erano intenti nella preghiera rituale. Al suo arrivo nella capitale siciliana, Giorgio offrì i suoi servigi al conte normanno Ruggero.

La realtà, probabilmente, fu assai meno romanzesca, da che all’epoca citata dalle fonte arabe, Ruggero era ancora minorenne e il potere nelle mani del consiglio di reggenza: Giorgio fu solo licenziato in tronco e per campare, si mise al servizio di ‛Abd ar-Raḥmān, Crisobulo, un intrigante bizantino, amante della regina madre Adelasia del Vasto e comandante delle guardie saracene, che lo impiegò prima come esattore fiscale e poi lo spedì in Egitto, al capo di un’ambasciata finalizzata a stipulare una serie di trattati commerciali con i fatimidi.

Al ritorno, Giorgio fu nominato tratigoto di Giattini (l’attuale San Giuseppe Iato, in provincia di Palermo), ufficio che non aveva nulla a che fare con quelli di tipo finanziario fino ad allora ricoperti, dato che corrispondeva all’incirca al nostro giudice di pace: Crisobulo, temendone l’intraprendenza, l’aveva probabilmente voluto allontanare della corte.

Nel 1123, però con la scusa di una controversia legata al contrabbando e ai diritti di pesca, scoppiò la guerra tra la Sicilia normanna e il sultanato ziride: dato che Giorgio conosceva bene i luoghi, fu cooptato da Crisobulo nella spedizione militare.

Secondo at-Tigiānī, che però ha la tendenza a gonfiare le cifre, la spedizione comprendeva 300 navi, con a bordo 30.000 uomini e 1.000 cavalli; nonostante questo, si concluse in un mezzo disastro.Le fonti arabe riferiscono che la flotta, spinta da una tempesta, approdò dapprima a Pantelleria, per arrivare poi nei pressi della costa africana, dove gettò l’ancora il 21 luglio. I Siciliani presero il castello di ‛Ad Dīmās e l’isola di ‛Al ‛Ahāsī, ma furono poi costretti a una precipitosa fuga, da cui si salvò solo un terzo della flotta, mentre i 100 soldati che erano stati lasciati a presidio del castello di ‛Ad Dīmās furono massacrati.

Al ritorno, nella convinzione che Giorgio se la cavasse più come burocrate che come soldato, fu nominato Emiro, ossia governatore di Palermo; nel 1129, a causa delle guerre di potere della corte normanna, che fanno impallidire quelle di Westeros, nella convizione di toglierselo da mezzo, Giorgio fu incaricato di sottomettere i territori calabresi, pugliesi e campani, che avevano approfittato degli anni precendenti, per proclamare la secessione e con grande sorpresa dei suoi nemici, se la cavò assai bene

Con Rhegion, la questione si risolse con la promessa di consistenti tagli fiscali. Invece Bari, guidata dal ribelle longobardo Grimoaldo Alferanite dovette essere domata con le armi. Nel 1131 poi guidò la spedizione punitiva nei confronti di Amalfi. Con la morte dell’ingombrante Crisobulo, Ruggero II, che riteneva Giorgio complessivamente fedele, lo nominò amiratus amiratorum, ossia gran vizir.

Nel 1134 la flotta guidata da Giorgio sconfisse i pirati pisani e l’anno successivo, conquistò l’importante isola di Jerba, di fronte alle coste tunisine. Nel 18 giugno 1146 la flotta siciliana, partita da Trapani al comando di Giorgio, conquistò Tripoli in Libia e nel corso dell’anno stabilì l’autorità della Sicilia in Nordafrica su basi permanenti. Aveva già conquistato numerose città costiere nei precedenti 15 anni ma Mahdiyya, che era stata nelle mani di Abū l-Hasan al-Hasan ibn ˁAlī dal fallito attacco del 1123, non capitolò neppure in questa occasione, pur cadendo progressivamente nella sfera d’influenza del Regno di Sicilia.

Nel 1147, Ruggero attaccò l’Impero bizantino che seguitava a contrastare e contestare le sue conquiste nell’Italia meridionale. Giorgio – considerato dai Bizantini una specie di traditore, viste le sue lontane origini natali – inviò da Otranto 70 galee per assaltare Corfù. Secondo Niceta Coniate, l’isola capitolò a causa del gravame costituito dalle tasse imperiali e delle promesse sagaci di Giorgio. Lasciando una guarnigione sul posto, Giorgio fece vela verso il Peloponneso, saccheggiò Atene e rapidamente si mosse alla volta delle isole Ionie. Razziò la costa fra l’Eubea e il Golfo di Corinto e penetrò fin verso Tebe, dove saccheggiò le officine di sericultura e sequestrò artigiani ebrei esperti nella lavorazione della seta. Giorgio coronò la spedizione col saccheggio di Corinto, in cui rubò le reliquie di San Teodoro e quindi tornò in Sicilia.

Nel 1148, Giorgio tornò in Africa e prese infine Mahdiyya. In precedenza il governatore musulmano di Gabès s’era ribellato al suo sovrano, al-Hasan, e promise di consegnare la città a Ruggero II se ne fosse stato da lui confermato nella carica di governatore. La guerra scoppiò inevitabilmente nell’estate del 1148. Giorgio guidò una flotta contro Mahdiyya. Il Sultano andò volontariamente in esilio, portando con sé un autentico piccolo tesoro, e Mahdiyya capitolò. Le città di Sfax e Susa si arresero poco dopo, conquistando tutto il tratto di costa africana che va da Tripoli a Capo Bon. L’Ifrīqiya (odierna Tunisia) fu incorporata nel Regno di Sicilia che così raggiunse il suo apogeo grazie alle conquiste di Giorgio, comprendendo non solo la Sicilia ma anche il Sud Italia, Corfù, Malta, alcuni altri territori greci e parte del Nordafrica.

Nel 1149 Corfù fu ripresa dai Bizantini e Giorgio inviò una flotta di 40 navi nel Bosforo sotto le mura di Costantinopoli, dove egli tentò di sbarcare. Fallendo in ciò, si contentò di razziare le poche villae sulla costa asiatica e colpì con un nugolo di frecce il Palazzo imperiale. Si imbatté nella flotta dell’ammiraglio greco Curupo, con cui si scontrò riuscendo a trovare scampo e a liberare anche il re di Francia Luigi VII, catturato mentre tornava dalle crociate

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Morì poco dopo, nel 546 dell’Egira, secondo il cronista arabo Ibn al-Athīr, corrispondente tra l’aprile 1151 e l’aprile 1152. Giorgio è famoso soprattutto per avere fatto costruire la chiesa della Martorana e il ponte dell’Ammiraglio, sul fiume Oreto, il Wādī al-ʿAbbās di Balarm, un capolavoro di ingegneriache con l’uso degli archi molto acuti sopportaa carichi elevatissimi; inoltre, cone l’apertura d’archi minori tra le spalle di quelli grandi per alleggerire la struttura e la pressione del fiume sottostante

L’Oreto, lungo circa 20 chilometri, ha la sorgente a sud di Palermo, nella cosiddetta Conca d’Oro, lungo la dorsale del Monte Matassaro Renna; da qui in poi scorre verso la periferia sud del capoluogo siciliano per andare a sfociare nel Mar Tirreno. La foce è visibile dal ponte del lungomare Sant’Erasmo. Corso d’acqua a carattere torrentizio, anche nei mesi più caldi conserva un deflusso sufficiente per la presenza di molte sorgive lungo il proprio corso e per la ricchezza della falda che lo alimenta

Ora il Ponte dell’Ammiraglio, a seguito di deliberazione del Senato palermitano, fu consolidato nel 1672 e restaurato nel 1772 dopo una rovinosa piena dell’Oreto di quell’anno. Dobbiamo a Francesco Crispi la notizia, che ne scrive nell’anno 1839 sul giornale “Oreteo”, da egli stesso fondato, che il corso dell’Oreto fu deviato – dopo vari tentativi, durati oltre 10 anni – nel 1786 sia pure non totalmente, perché un suo braccio continuava a scorrere sotto gli archi più meridionali del Ponte dell’Ammiraglio, il quale, così scrive sempre il Crispi, era in gran parte interrato. La deviazione dell’Oreto nel 1786 è riportata anche nel “Dizionario delle strade di Palermo” (1875) di Carmelo Piola.

Per cui, la battaglia che vi combattè Garibaldi, per entrare a Palermo fu combattuta all’asciutto; battaglia, tra l’altro, in cui le fasi salienti si combatterono sul vicino Ponte delle Teste Mozze, chiamato così per la presenza di una la piramide, prima nel piano di Sant’Erasmo, nelle cui nicchie si esponevano le teste dei condannati a morte per decapitazione

Detto ponte – secondario e principale ad un tempo – fu prima in legno e poi, dal 1577, in pietra a due arcate; esso è già presente nella carta topografica di Braun-Hogenberg (1581) e verrà sostituito negli anni 1834-1836 in stile neo-rinascimentale a tre arcate (a sesto ribassato quella centrale, a tutto sesto le due, assai più piccole, laterali)

Alluvione palermo 1931-2

Tornando al Ponte dell’Ammiraglio, sappiamo dalle foto dell’epoca, che nel 1910 non solo era asciutta, ma anche coltivata; le cose cambiarono temporaneamente con la grande alluvione del Febbraio 1931. Tra il 20 e il 24 febbraio si riversarono sulla città 618 mm di pioggia, di cui 395 in 50 ore di pioggia ininterrotta tra il 21 e il 23 febbraio. La conformazione di Palermo, una conca posta alla base di alte montagne, facilitò l’aumento del livello dell’acqua, che variava nei diversi punti della città tra i 2 m di via Roma, fino ai 6 m di piazza Sant’Onofrio: in più gonfiarono il flusso d’acqua del Canale Passo di Rigano, il Papireto, il Kemonia ed il fiume Oreto, che ne approfittò per tornare nel vecchio alveo.

Negli anni 1933-1940 quando fu portato a termine il ponte che prolungava Via Oreto (inaugurata nel 1793 e completata nel suo primo tratto nel 1822) oltre Via Stazzone, il corso del fiume fu definitivamente “rettificato” come ancora oggi si può vedere, e il Ponte dell’Ammiraglio fu “isolato”, diventando il gigante sospeso sul nullo che si può vedere oggi

3 pensieri su “Giorgio d’Antiochia e il Ponte dell’Ammiraglio

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