Santa Sinforosa

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Il buon compare Carnera, che nella sua semplicità e nel suo spessore umano è stato un maestro per tutti noi, era solito pregare e smadonnare una santa dal nome alquanto insolito, Sinforosa.

Per anni, ho pensato che fosse un nome immaginario o la deformazione di qualcun altro, invece scartabellando in rete, ho scoperto come tale veramente venerata e sia di presunta origine tiburtina, tanto che il buon monsignore Giuseppe Cascioli, grande erudito ed esperto di storia locale, gli dedico un capitolo di un suo libro dedicato alle personalità eminenti della storia di Tivoli

Le più rilevanti fonti letterarie antiche, infatti, tra cui il Martirologio Geronimiano e la Passio Sanctae Sympherosae,testo agiografico ripreso nel 1588 da F. Cardulo negli Acta Symphorosae et sociorum ricordano il luogo di deposizione del corpo della martire e dei suoi sette figli, al IX miglio della Tiburtina, e riportano la vicenda del martirio della santa, gettata nell’Aniene in suburbano eiusdem civitatis (l’antica Tibur) sotto l’imperatore Adriano.

Martirio, così descritto con molta fantasia

L’imperatore Adriano si era fatto fabbricare un palazzo e voleva consacrarlo con i soliti nefandi riti pagani. Cominciò a chiedere con sacrifici i responsi agli idoli e ai demoni che abitano in essi e tale fu la risposta: “La vedova Sinforosa, con i suoi sette figli, ci strazia tutti i giorni invocando il suo Dio. Pertanto, se costei, con i suoi sette figli, sacrificherà secondo il nostro rito, vi promettiamo di concedere tutto ciò che chiedete”. Adriano quindi la fece imprigionare con i figli e con fare insinuante cercava di esortarli a sacrificare agli dei.

Ma Sinforosa gli disse: “Il mio sposo Getulio e suo fratello Amazio, mentre militavano nel tuo esercito come tribuni, affrontarono tanti generi di torture per non consentire a sacrificare agli idoli e, simili ad atleti valorosi, con la loro morte vinsero i demoni. Preferirono infatti farsi decapitare che lasciarsi vincere, soffrendo la morte che, accettata per il nome di Cristo, cagionò loro ignominia nel mondo degli uomini legati agli interessi terreni, ma nel consesso degli angeli diede loro onore e gloria eterna. Si aggirano tra gli angeli ora e, innalzando i trofei della loro passione, godono in cielo la vita eterna con l’eterno re”.

Rispose l’imperatore a santa Sinforosa: “O sacrifichi con i tuoi figli agli dei onnipotenti, o farò immolare te stessa con i figli tuoi”. Soggiunse quindi santa Sinforosa: “Donde mi viene una simile grazia, di meritare di essere offerta come vittima a Dio con i figli miei?”. E l’imperatore: “Io ti farò sacrificare ai miei dei”. La beata Sinforosa rispose: “I tuoi dei non possono accettarmi in sacrificio. ma se sarò immolata in nome di Cristo mio Dio, avrò la potenza d’incenerire i tuoi demoni”. Disse allora l’imperatore: “Scegli una di queste due proposte: o sacrificherai ai miei dei o morirai di una morte tragica.”. Rispose allora Sinforosa: “Tu credi che il mio proposito possa cambiare per un qualche timore, mentre il mio desiderio più vivo è di riposare in pace accanto al mio sposo Getulio, che tu facesti morire per il nome di Cristo”.

L’imperatore Adriano la fece allora condurre al tempio di Ercole e lì dapprima la fece schiaffeggiare, quindi appendere per i capelli. Vedendo tuttavia che in nessun modo e con nessuna minaccia riusciva a farla deviare dal suo proposito, le fece legare una pietra al collo e la fece affogare nel fiume. Il fratello Eugenio, che ricopriva una carica presso la curia di Tivoli, raccolse il suo corpo e lo fece seppellire alla periferia di quella città. Il giorno seguente, l’imperatore Adriano fece chiamare alla sua presenza, contemporaneamente, tutti i sette figli di lei. Quando vide che in nessun modo, né con le lusinghe né con le minacce riusciva a indurli a sacrificare agli dei, fece piantare sette pali intorno al tempio di Ercole e, con l’aiuto di macchine, vi fece affiggere i giovani. Quindi li fece uccidere: Crescente, trafitto alla gola; Giuliano al petto; Nemesio al cuore; Primitivo all’ombelico; Giustino alle spalle; Stracteo al costato; Eugenio squarciato da capo a piedi.

L’imperatore Adriano, recatosi il giorno dopo al tempio di Ercole, fece portare via i loro corpi e li fece gettare in una profonda fossa, in una località che i pontefici chiamarono: “Ai sette giustiziati”. Dopo ciò vi fu nella persecuzione una tregua di un anno e sei mesi: in quel tempo fu data onorata sepoltura ai corpi dei martiri e furono innalzate delle tombe a coloro i cui nomi sono scritti nel libro della vita. Il giorno natalizio dei santi martiri cristiani Sinforosa e dei suoi sette figli è celebrato 15 giorni prima delle calende di agosto (17 luglio). I loro corpi riposano sulla via Tiburtina, a circa otto miglia da Roma, sotto il regno di nostro Signore Gesù Cristo, a cui sono dovuti onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen”

Con molta fantasia, ci tengo a sottolinearlo, perché il buon Adriano, con tutti i suoi difetti, a tutto pensava tranne che a perseguitare i cristiani. Addirittura, confermando il rescritto di Traiano, impose di

  • Non fare d’ufficio alcuna ricerca di cristiani a fini persecutori.
  • Se essi fossero stati denunciati e confessi sarebbero stati da punire.
  • Vietare di dare seguito alle denunce anonime, da non doversi accettare in alcun modo

Inoltre, consigliò, nella speranza di rieducare i cristiani, di applicare, piuttosto che la pena di morte, una pena detentiva, l’esilio o la schiavitù in miniera

Scetticismo, quello su questa passione, confermato dall’archeologia, che ha compiuto una serie di interessantissime scoperte sul presunto luogo di sepoltura della santa e dei suoi figli. Le prime evidenze archeologiche di quel tratto della Tiburtina, risalgono proprio al II secolo d.C., appunto all’età adrianea, ma sono senza dubbio pagane.

Si tratta del cippo sepolcrale che menziona Cornelia Sympherusa e Claudia Primitiva, di due iscrizioni latine e il frammento di un sarcofago con iscrizione metrica in greco. Inoltre proviene dalla zona l’ara funeraria di Sextus Rufus Victor, oggi conservata a Castell’Arcione.

Tra la fine del III, inizi del IV sec. d.C. in pratica ai tempi di Massenzio, che come detto altre volte, è il primo a inaugurare la politica di tolleranza proseguita da Costantino, viene costruita una basilichetta, con pianta alquanto irregolare a forma di cella tricora (m 20 x 14 ca.) per custodire il corpo di un gruppo di martiri tiburtini, probabilmente vittime della grande persecuzione di Diocleziano.

La figura più venerata, doveva essere probabilmente di una donna: ai tempi di Teodosio, da una parte era aumentato notevolmente il numero dei pellegrini che si recavano a venerare le reliquie, dall’altra, non si avevano molti dubbi sull’identità di tali martiri. Per cui qualche prelato, ricco di spirito di iniziativa, associò il nome della martire alla Cornelia Sympherusa del vicino cippo sepolcrale, associato a qualche mausoleo, e trasformò gli altri corpi in quello dei suoi figli.

Inoltre, tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, il martyrion fu affiancato da una basilica maior, che, nelle forme, ricordava la fase costantiniana di San Lorenzo fuori le Mura. Per esigenze di carattere devozionale, l’ignoto architetto creò un punto di collegamento tra la basilica maior e la cella memoriae, che avvenne tramite l’apertura, nelle absidi contrapposte, di una fenestella confessionis, permettendo in tal modo ai fedeli la visione del luogo di deposizione dei martiri.

La basilica maior, preceduta da un nartece, era un ampio edificio di m. 40 x 20 circa, diviso in tre navate scandite da una doppia fila di sei pilastri e terminante con un abside affiancata ai lati da due secretiores aedes. Presentava una copertura a capriata, mentre l’interno era decorato da affreschi; rimangono solo tracce di quelli dell’abside, caratterizzate dal motivo decorativo a “bande e festoni”.

Lungo l’abside e nel presbiterio, inoltre, vennero rinvenuti i resti di piccoli fori che hanno fatto pensare ad intarsi marmorei posti fino a tre metri dal piano del pavimento, sormontati a loro volta da una cornice di marmo situata alla base degli affreschi, che dovevano ornare anche la volta. Abside e presbiterio erano separati da transenne (plaustra) di cui sono state rinvenute le tracce di fondazione.
L’illuminazione interna era ottenuta da una serie di finestre aperte lungo il muro della navata centrale, larghe m. 2,20, mentre aperture minori illuminavano le navatelle.

L’area del presbiterio, inoltre, doveva essere priva di finestre per creare un suggestivo contrasto di luci ed ombre avvicinandosi progressivamente alle tombe venerate.

L’assedio longobardo del 756, che vide la devastazione della campagna romana e delle sue chiese, fu quasi certamente la causa per cui il Papa Stefano III, nel 757, fece traslare le reliquie della martire tiburtina e dei suoi figli intra moenia, presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, come riporta una iscrizione di piombo scoperta nel 1562 in cui si ricorda che “hic requiescunt corpora sanctorum Symphorosae et viri sui Zotici et filiorum eius a Stephano papa traslata”.

Ciò causò l’abbandono del complesso paleocristiano, benché la basilica sia ancora citata nel 944 in una bolla di Martino III ed in una del 991 di Papa Giovanni XV. Nel 1124 la chiesa di Santa Sinforosa è ancora menzionata come appartenente al monastero di San Ciriaco di Roma.

Nel 1585 viene ricordata da Marco Antonio Nicodemi tra le rovine del nono miglio della Tiburtina e nel 1632 il Bosio riporta di aver visto i resti della basilica di Santa Sinforosa e dei suoi figli di cui “rimangono tuttavia le parietine in un fondo dè Maffei, il quale fondo oggidì ritiene ancora la denominazione da quelli Santi”.

Nel 1660 la chiesa viene ricordata come “Anticaglia” in una vignetta della mappa 429/6 del Catasto Alessandrino. Nel 1676 nella pianta del Falda di Roma è ancora riportata la menzione di “S. Sinforosa”,
Nel 1745 la basilica è ricordata dal Vulpio come “magnifica struttura” e ancora nel 1828 viene ricordata dal Sebastiani, che ne descrive le vestigia.

Nel 1877 lo Stevenson, dopo averne individuato i resti, chiede ed ottiene dal duca Grazioli, allora proprietario del sito, il finanziamento per gli scavi del complesso . Gli anni successivi che vanno dal 1940 al 1960 hanno visto la distruzione del muro nord e dell’angolo sud est della basilica per la creazione della linea ferroviaria Roma-Tivoli e l’abbattimento dell’intera metà nord della chiesa per pubblici lavori di ampliamento della via Tiburtina.

Ultimi interventi che hanno interessato l’area sono stati gli scavi dell’Istitute of Fine Arts di New York e dell’Accademia Americana di Roma, condotti da R.W. Stappleford nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso

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