Il Solomon Gursky del Cinquecento

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Tra i partecipanti alla Disfida di Barletta, spicca, per la sua vita lunga e avventurosa, Francesco Salamone, nato probabilmente a Palermo nel 1478, da una coppia di commercianti di origine veneziana, Riccardo e Claudia Del Pozzo, che intorno al 1481, decisero di liquidare la loro impresa e diventare proprietari terrieri, trasferendosi a Sutera e comprandovi numerosi fondi.

Il loro arrivo, probabilmente, alterò gli equilibri locali, tanto da causare una faida con la famiglia Borghese, storici latifondisti locali: faida che condiziò la vita di Francesco, che a sedici anni, il giorno del Corpus Domini, fu aggredito da due membri di tale famiglia, che ebbero la peggio: uno fu ucciso, l’altro ferito gravemente.

Per sfuggire alla vendetta dei Borghese, Francesco scappò in Calabria, dove, per campare, si diede al mestire delle armi, entrando nelle compagnie mercenarie agli ordini di Consalvo di Cordoba contro i francesi. Quando non era impegnato a combattere, invece di spendere il soldo in donne e vino, lo impiegò nello studio, tanto che nel 1498, a Napoli, cominciò il suo addestramento presso l’ufficio tecnico delle fortificazioni, cosa lo renderà esperto sia nella loro progettazione, sia nall conduzione della guerra d’assedio.

Competenza che gli venne utile alla ripresa della guerra tra Spagnoli e Francesi: arruolato nella compagnia di Ignazio Lopez di Ayala, partecipò alla difesa di Barletta e fu praticamente trascinato a forza da Giovanni Capoccio alla disfida. Benché partecipasse controvoglia a tale scontro, disse più volte di ritenere sciocco rischiare la vita per puntigli da bambini, Francesco fu tra quelli che più si distinse per valore.

Nel corso del combattimento abbatte Graiano d’Asti e salvò la vita al conterraneo Guglielmo Albamonte. Prendendo gli spiedi, fatti collocare in precedenza ai bordi del campo dal Colonna, uccise, rischiando di essere travolto, più cavalcature degli avversari, costringendoli a combattere appiedati. Come premio, per tale coraggio, Consalvo di Cordoba, oltre che armarlo cavaliere, gli diede come vitalizio metà delle entrate legate al dazio di Porta Sant’Oronzo.Si narra che Francesco Salamone fece un voto alla Madonna del Soccorso proprio prima della disfida di Barletta, ovvero che in caso di vittoria avrebbe fatto scolpire una statua della Vergine da collocare nella sua cappella gentilizia presso la chiesa del Carmine di Sutera.

Dopo avere partecipato alla battaglia di Cerignola e essere andato, al seguito del Colonna, a Napoli e Roma, visto che i Borghese non avevano intenzione di tornare a litigare con un famoso guerriero, Francesco decise di tornare a casa, nell’aprile del 1504, con l’intenzione di trascorrere il resto della vita come un buon gentiluomo di campagna. Così vendette armi e armature, rispettò il voto fatto a Barletta, consegnando alla chiesa locale una statua della Madonna del Soccorso opera dello scultore Bartolomeo Berrettaro, un fiorentino migrato in Sicilia alla ricerca di nuove commesse, che tra una statua e l’altra commerciava grani, formaggi ed altri generi a Palermo e in tutta Sicilia e mandarli in Toscana reinvestendo i proventi per l’acquisto di marmi, che rivendeva ai suoi colleghi.

Francesco, però ebbe la sfortuna di innamorarsi della figliastra del barone Marino La Mattina, nobile di Polizzi Generosa e barone di Campobello di Licata, che non gradì per nulla tale relazione, tanto da denunciare il nostro eroe come seduttore, dissipatore ed ebreo: quest’ultima cosa, ne avrebbe causato la condanna a morte e l’esproprio dei suoi beni. Per cui, per evitare guai, dovette scappare in fretta e furia, tornando a Roma, ottenendo dal Prospero Colonna, il suo vecchio datore di lavoro, l’incarico di capitano, che seguità nel 1507 al servizio degli Estensi, militando nella compagnia del conte di Potenza Giovanni di Guevara, con l’ottimo stipendio di 150 ducati annui.

Avendo qualche soldino da parte, chiese a Ferdinando II d’Aragona un salvacondotto, per tornare in Sicilia nel 1508, in modo da saldare eventuali debiti e pagare le spese legali del proceso che lo vede imputato: cosa che provocò l’ira di Marino La Mattina, che nel novembre 1509 lo raggiunge a Ferrara e lo sfida a duello. Nello scontro, Francesco ebbe la peggio, tanto da essere ferito alla gola e solo l’intervento di Niccolò d’Este valse a salvargli la vita: guarito dalle ferite fu condannato dal duca Alfonso d’Este a pagare le spese sopportate dal suo nemico, cosa che si guardò bene dal fare.

Non solo: dopo la battaglia di Ravenna, nel 1512 a Reggio Calabria, Francesco sfidò Marino La Mattina a una rivincita; stavolta fu lui ad avere la meglio e non ebbe pietà dell’avversario. Per questo, fu punito dal governo spagnolo, che gli tolsi i proventi daziari di Porta Sant’Oronzo, anche perché nel marzo 1511 il viceré di Sicilia Ramon Foch de Cardona aveva deciso di non procedere nei suoi confronti e quindi non c’era nessun motivo di procedere in questa faida.

Nel 1513, partecipa alla battaglia di Creazzo, dove guida la carica che travolse le truppe veneziano di Bartolome d’Aviano; nonostante questo, sempre gli strascichi del duello di Reggio, viene congedato dagli Spagnoli e deve trovarsi lavoro presso le milizie pontificie.

Nel 1517 fronteggiò nelle Marche le truppe di Francesco Maria della Rovere, che voleva recuperare il ducato di Urbino, dove ne combinò una delle sue; dopo la conquista del castello di Mondolfo, scoppiarono nel campo pontificio dispute tra i fanti italiani ed i lanzichenecchi: Francesco uscì dal castello con le sue compagnie in ordinanza e assieme a Orsino Orsini cominciò a fare fuori tutti i tedeschi che gli capitavano tra i piedi. Due di costoro fuggirono presso il legato pontificio, il cardinale di Bibbiena Bernardo Dovizi, cosa che non fu di nessuna utilità, visto che Francesco, fregandose del suo teorico superiore, li ammazzò ad archibugiate.

Dato che l’esercito pontificio era assai più tollerante di quello spagnolo, la bravata non ebbe particolari conseguente; nel 1521 fu spedito a difendere Parma, dove con la sua esperienza nella guerra d’assedio, riuscì a salvare la città dall’esercito francese, tanto da essere insignito della cittadinanza onoraria dall’allora governatore Francesco Guicciardini e avere un premio straordinario di 3000 ducati.

Dopo avere partecipato alla campagna di Lombardia del 1522, dove guidò lo sciopero dei soldati e ufficiali italiani contro il ritardo nelle paghe e conquistò Genova, nel 1523 entrò al servizio di Francesco Sforza, trasferendosi a Milano, dove affittò un palazzo nei pressi di Porta Comacina. A settembre sconfisse per l’ennesima volta i Francesi, costretti ad abbandonare l’assedio di Cremona, da lui difesa e a febbraio 1524 è nominato responsabile generale della difesa di Milano, ma alla fine di ottobre del 1524, la città cadde in mano dei Francesi; le truppe imperiali, si ritirarono a Lodi, lasciando però una guarnigione di circa 6.000 uomini a Pavia agli ordini di Antonio di Leyva e di Francesco, che non solo si difesero con le unghie e con i denti, ma partecipò assieme all’altra testa matta di Cesare Hercolani alla zuffa che portò alla cattura di Francesco I di Francia, che passò un brutto quarto d’ora e si salvò dal linciaggio solo per l’intervento dal viceré di Napoli Carlo di Lannoy.

Francesco, ricco sfondato per il bottino, il suo patrimonio ammontavas a 25000 scudi, parte in contanti e parte in lettere di cambio, decise di ritirarsi a vita, trasferendosi a Roma, ottenendone la cittadinanza e sposando la nobildonna Bartolomea de Teolis; pur liquidando all’asta parte della sua artiglieria, ne mantiene diversi pezzi, più come ricordo e perché bella Roma pontificia non si poteva mai sapere.

Precauzione che gli venne assai utile durante il sacco di Roma del 1527: i lanzichenecchi, dopo essere stati presi a cannonate dalla sua dimora nel Rione Pigna, capirono che era il caso di starne ben lontani e stipulano una sorta di pace separata con l’ex condottiero, in cui Francesco ottenne la liberazione di alcuni suoi amici ed ex collaboratori. Nel 1529, acquistò dal monastero di San Sisto all’Appia per 2418 ducati la fattoria di Ponte Mammolo un tempo proprietà della chiesa di Santa Maria in Tempulo e nel 1534 un nuovo palazzo, per 1525 scudi, situata presso l’arco di Carmigliano (presso la piazza del Collegio Romano), occupato abusivamente dal vescovo di Civita, che espresse a Francesco in maniera alquanto colorita la sua intenzione di rimanerci a sbafo. Il nostro eroe, però, lo costrinse ad andarsene a cannonate.

Per penitenza, Paolo III Farnese lo costrinse a rientrare in servizio, affidandogli il comando di 2000 fanti che avrebbero dovuto proteggere Reggio e Messina dalle scorrerie dei pirati barbareschi. Visti che questi non si fecero vivi, nel 1535 Francesco tornò a Roma, dove cominciò una lunga e colorita lite con il suo vicino di casa, il governatore di Roma Benedetto Conversini, il quale invitò i suoi servi a rubare fieno e uva dalla fattoria di Ponte Mammolo, dove però furono presi ad archibugiate dal nostro eroe.

A peggiorare la situazione, Francesco scrisse una serie di sonetti in cui prendeva in giro Paolo III, ricordando come la sua nomina a cardinale fosse legata al fatto che la sorella fosse stata amante di Papa Borgia. Conversini sfruttò la situazione per sbattere Francesco al fresco, nel carcere di Tor di Nona, dove fu liberato da Paolo III, a cui, caso strano dato il suo pessimo carattere, l’intemperante siciliano era particolarmente simpatico.

Nel 1547 Francesco rimase vedovo e dopo avere seppellito all’Aracoeli la moglie, fu inviato a Parma dal papa a seguito dell’assassinio a Piacenza di Pier Luigi Farnese, con l’incarico di consulente militare del nuovo duca, occupandosi del progetto di modernizzazione delle mura cittadine e facendo da precettore a uno dei grandi generali del Seicento, Alessandro Farnese, a cui insegnò matematica e scienza delle fortificazioni

Dopo una vita così intensa, Francesco morì alla tenera età di 91 anni. Così lo definì il Baronio

“Gloria insignis..; quae quidem victoria tanta est, tanta virtus, ut nulla Salamoniae familiae, ac urbis Panormitanae in suo ave triumphantis trophaeis et monumentis finem allatura sit aetas

L’avaro (Plaut. Aulul. 713-730)

Studia Humanitatis - παιδεία

di M. BETTINI (ed.), Togata gens. Lettertura e cultura di Roma antica. 1. Dalle origini all’età di Augusto, Milano 2012, pp. 83-85.

Siamo verso la fine dell’Aulularia e ci troviamo di fronte a una delle scene più divertenti e geniali che Plauto abbia mai scritto. Il vecchio e avarissimo Euclione, che per tutta la commedia ha cercato ossessivamente di proteggere la sua pentola d’oro, è stato tradito dall’ansia di nasconderla e, proprio spostandola da un nascondiglio all’altro, si è fatto scoprire dallo schiavo del giovane Liconide, che gli ha così soffiato il tesoro. Euclione non trova più la pentola e si precipita disperato sulla scena, piangendo e gridando come se gli avessero tolto una persona amata. Il giovane Liconide crede invece che il vecchio si disperi perché ha scoperto che sua figlia ha partorito un bambino concepito con Liconide stesso.

EVCLIO Perii ínterii occidi[1]. quó curram?…

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La Volta Gatti

Gatti

Stasera avrei voluto parlare di alcuni dei protagonisti della disfida di Barletta, ma purtroppo, dato che non so stare zitto, mi sono lasciato trascinare daa RomafaSchifo in una discussione relativa a Piazza Dante.

Uno dei social manager, immagino si possano chiamare così, ha pubblicato un intervento sulla sua pagina facebook del blog, in cui si definiva feccia un gruppo di cittadini che si opponeva alla creazione di un ulteriore parcheggio sotterraneo, spero aperto anche ai residenti e non solo ai servizi segreti, che avrebbe impattato sulla fruibilità del giardino.

Ora, sapete bene, che non avendo l’automobile per scelta di vita, il mio tasso di interesse sui parcheggi di piazza Dante è meno che nullo; in più, non ho problema dirlo, io sono uno dei sostenitori dell’idea della monumentalizzazione della Volta Gatti. In più non sono per nulla entusiasta del realizzare un parcheggio nel ben mezzo degli Horti Lamiani.

Però, data la complessità della questione e le diverse e contrastanti esigenze di chi vive e abita nell’Esquilino, ritengo lecite posizioni diverse della mia.

Detto questo, che diavolo è questa Volta Gatti ? Provo a raccontarla in poche parole: nel 1906, in occasione degli sterri relativi alle fondazioni dell’attuale sede dei Servizi Segreti, l’archeologo Giuseppe Gatti, lontano parente del povero collega con cui condivido l’ufficio, che prima o poi faranno santo, si accorse della presenza di una struttura del I secolo, che collegò al palazzo di Caligola.

Nel 1909 Gatti decise di approfondire lo studio di tali reperti, scoprendo presso piazza Dante, in prossimità dell’angolo fra le vie Ariosto e Galilei, delle stanze stanze voltati, probabilmente con funzione di supporto a un probabile giardino pensi e di soggiorno, da mettere in relazione con i bracci di un criptoportico trasformato successivamente in mitreo

Lascio la parola all’archeologo Donato Alagia, per la descrizione di quanto ritrovato

Il più grande ambiente ritrovato consisteva in una sala absidata del cui pavimento si riconobbe qualche piccolo residuo in mosaico bianco. Le pareti conservavano buona parte dell’intonaco dipinto a vari colori su fondo bianco con eleganti scomparti architettonici e decorazioni floreali

Sotto il piano di imposta della volta correva un fregio diviso da sottili colonnine alternate a tripodi, che sostenevano la cornice dell’abside: al centro dei riquadri vi erano tracce di figurine femminili in piedi e di puttini. La cornice superiore era ornata con piccoli medaglioni, genietti alati e animali fantastici. Nella fascia soprastante vi era una serie di quadretti che contenevano volute vegetali su cui si posavano degli uccelli. Entro edicole, sostenute da quattro colonne e da cui pendevano delle corone, comparivano alcune figure. Le architetture inoltre limitavano grandi scomparti decorati da steli fioriti e piccoli festoni,figurine di quadrupedi e volatili.

A nord della stanza absidata, a nove metri di distanza, fu scoperto un altro vano per la lunghezza di 7 m coperto con volta a botte. La volta e le pareti erano rivestite di intonaco dipinto in colore giallo con riquadrature in rosso nelle quali si intravedevano quadretti con figure. Lungo l’imposta della volta correva una cornice in stucco rosso. Un altro muro in laterizio fu portato alla luce tra i due vani, appartenente forse ad un’altra sala oblunga. Anche in questa parete rimanevano tracce di intonaco rosso e dell’imposta della volta.

La fotografia dell’ambiente absidato mostra gli scomparti architettonici e le decorazioni floreali descritti, i quali, riconducibili al IV stile pompeiano, sono direttamente confrontabili con le pitture di alcuni ambienti della Domus Aurea di Nerone attribuiti al periodo postneroniano.

Questi ultimi sono caratterizzati da ornati di due tipi,entrambi in connessione con cambiamenti costruttivi e ristrutturazioni postneroniane: il primo comprende decorazioni in rosso-marrone su fondo giallo-ocra, il secondo presenta decorazioni semplici rese con linee rosse su fondo bianco. La decorazione dell’ambiente absidato di piazza Dante mostra stringenti analogie, per esempio, con quella della Sala degli Uccelli, dove su un fondo bianco si stagliano motivi architettonici in giallo e rosso-marrone, mentrenelle vignette figurano uccelli di vari colori.

Dinanzi a tutto questo ben di Dio, Gatti si dimenticò di dare un’occhiata alle volte o se lo fece, si dimenticò di documentare il tutto. Così, quando durante gli ultimi lavori di ristrutturazione del Palazzo di Piazza Dante, saltò fuori la loro decorazione, che comprende preziosi decori in marmo e mosaici in pasta di vetro e che si sviluppa in diverse fasi temporali, che vanno dall’età augustea a quella flavia, gli archeologici rischiarono il proverbiale coccolone.

E da quel momento in poi, è cominciato il dibattito su come valorizzare e musealizzare questa ricchezza archeologica…

Come cambieranno i computer…

pc-quantistico

Da anni, bazzico l’ambiente transumanista: anche se non sono d’accordo con alcune loro idee, lo ritengo intellettualmente stimolante.

Spesso sono riusciti a individuare con anni di anticipo, dei trend tecnologici che a oggi stanno impattando sulla nostra vita quotidiana… E permettetemi una battutaccia: tanti consulentoni o presunti grandi espertoni sulla singolarità, si stanno arricchendo, ripetendo a pagamento e male, quello che loro hanno condiviso gratis.

Per questo, mi diverto a citare un articolo transumanista, sulla prossima evoluzione dei transistor, tenendo conto di come disponibilità di una sempre maggiore potenza computazionale sia una della condizioni necessarie affinché la singolarità si realizzi

La legge di Moore osserva che la potenza di calcolo raddoppia all’incirca ogni 2 anni. Ciò ha portato a una crescita esponenziale della potenza di calcolo.

Tuttavia, entro i prossimi anni, la legge di Moore sarà al capolinea. La legge di Moore infatti non è davvero una legge della fisica (come la legge della gravità) ma è un’osservazione e una previsione.

Per quanto i transistor di oggi siano microscopici, occupano ancora spazio fisico. C’è un limite a quanto piccolo sia possibile produrre qualsiasi cosa che occupi spazio fisico.
Ora ci stiamo avvicinando a questo limite con i transistor. Quindi i progressi previsti dalla legge di Moore devono rallentare. In effetti, la legge di Moore sta già rallentando: molti esperti prevedono che essa si degraderà del tutto tra il 2022 e il 2025.
Ciò significa che il progresso si fermerà? Neanche per sogno. Le nuove tecnologie riprenderanno dove la legge di Moore si allontana. Ci sono tre entusiasmanti tecnologie informatiche in fase di sviluppo che dovresti conoscere.

1. Il calcolo 3D raggiunge il mercato entro la fine dell’anno

Cosa fa una città quando è a corto di terra? Costruisce grattacieli. Costruendo “in alto” puoi creare un immobile con l’impronta di un edificio a un piano, ma che contiene 100 volte più persone. Qualcosa di simile sta appena iniziando con il computing.
I chip impilati in 3D sono di gran lunga superiori a quelli affiancati. Non solo puoi montare multipli di transistor nello stesso ingombro. Puoi anche integrare meglio tutte le funzioni del chip.Questo riduce la distanza delle informazioni che devono viaggiare. E crea molti più percorsi di flusso delle informazioni. Il risultato sarà qualcosa di molto più veloce e potente in un piccolo spazio. Alla fine, i chip 3D potrebbero essere 1.000 volte più veloci di quelli esistenti.

2. Il DNA computing è un po’ più lontano, ma il suo potenziale è sbalorditivo

Il DNA porta le istruzioni che consentono la vita. Una libbra di DNA ha la capacità di memorizzare più informazioni di tutti i computer mai costruiti. Per quanto incredibile possa sembrare, il DNA può essere usato per il calcolo. Un computer di DNA di dimensioni miniaturizzate potrebbe teoricamente essere più potente dei supercomputer attuali. (Nota mia: per saperne di più, è interessante leggere questo articolo)

3. L’ informatica quantistica potrebbe essere l’ultima innovazione “disruptive”

L’unità di base del calcolo convenzionale è il bit . Più bit ha un computer, più calcoli è possibile eseguire contemporaneamente e dunque più potente è. Con il calcolo quantico, l’unità di base del calcolo è chiamata bit quantico – o qubit. Un computer quantistico a 100-qubit potrebbe eseguire calcoli simultanei su oltre 1.000 miliardi di miliardi di miliardi. Questi numeri sono troppo grandi per essere compresi da esseri umani. In teoria, un piccolo computer quantistico potrebbe superare la potenza di un normale computer delle dimensioni della galassia quale la Via Lattea.

Con abbastanza potenza di calcolo, un computer quantistico potrebbe risolvere qualsiasi problema. Se riusciremo mai a raggiungere mete lontane come controllare il tempo, colonizzare Marte o invertire l’invecchiamento umano, il calcolo quantico sarà probabilmente la forza trainante.

Piccola nota a margine, legata alla mia esperienza concreta: i computer quantistici sono sono sicuramente una tecnologia di rottura, basti vedere come lavorano nell’ambito nella ricerca immagini e aprono prospettive inaspettate e incredibili in ambito del machine learning e delle reti neurali.

Però non sono una panacea: sugli algoritmi puramente sequenziali e non parallelizzabili, le loro prestazioni sono inferiori ai computer tradizionali. Per cui, il futuro sarà incentrato su architettura ibride, processori quantistici, e coprocessori sequenziali magari 3D e a DNA, specializzati nella risoluzione di problemi particolari.

E non è detto che tale potenza di calcolo possa essere centralizzata, erogata in cloud e a cui si accederà, come ai tempi del mainframe, con “terminali stupidi”

Un’idea per via Principe Aimone

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Scorrendo l’edizione di questo mese de Il Cielo sopra l’Esquilino, il giornale rionale, per chi non lo conoscesse, mi è caduto l’occhio su questa lettera, intitolata Street art per via Statilia, che mi diverto a riprodurre

Buongiorno amici,
molto spesso passo per via del Porto fluviale e dintorni e non posso fare a meno di ammirare la vera street art che decora e abbellisce molti palazzi della zona. Poiché abito in via Principe Aimone, piccola strada compresa tra via Statilia e via San Quintino, ho da tempo un sogno.

Il lungo muro che delimita Villa Wolkonski su Via Statilia è purtroppo deturpato da ignobili graffiti senza significato alcuno, se non quello di rendere sporco il muro come la mentalità di chi lo compie.

Sarebbe bellissimo, magari con il permesso dell’Ambasciata Inglese, far decorare detto muro da veri artisti, come nel caso citato sopra, magari con scene rappresentanti giardini, bambini che giocano e simili.

Ricordo con piacere quanto fui colpito entrando in auto a San Francisco, nel vedere un lungo muro dipinto con vari personaggi e situazioni veramente piacevoli. Forse qualcuno più avanti negli anni, come me, ricorderà che lo si vedeva nella sigla di un gialletto televisivo di qualche decennio fa.

C’è qualcuno che crede che questo sogno sia realizzabile ? Grazie e complimenti per il vostro impegno nel migliorare il rione.

Ora, non conosco l’autore di questa lettera, però mi ha fatto riflettere su una cosa: la prima è come il lavoro fatto nella street art del Rione non sia, come affermato da qualche contestatore, una mia paturnia personale, ma risponda a una specifica e condivisa esigenza degli abitanti dell’Esquilino.

Esigenza che va oltre il quadrante di via Giolitti, su cui sino ad oggi si sono concentrati gli sforzi de Le danze di Piazza Vittorio, di Up 2 Artist e de La casa dei diritti sociali; sforzi, cosa che rivendico con orgoglio, che hanno reso, nonostante l’opposizione di qualche pittore locale, si tranquillizzi una volta per tutte, se dipingiamo muri non lo facciamo per scippargli qualcuno dei suoi collezionisti borghesi, dai gusti gozzaniani, e alcune disattenzioni da parte della politica, l’Esquilino uno dei luoghi più interessanti e vivaci sul palcoscenico della street art europea e che, proprio per questo, potranno rendere possibile la realizzazione del sogno del lettore.

Realizzazione che non è certo semplice: chiunque se ne prenda in carico, deve affrontare sfide non certo semplici: definire un progetto condiviso, che coinvolga sia gli abitanti del Rione, sia l’ambasciata inglese; ad esempio, la butto lì, essendo stata Villa Villa Wolkonsky durante l’Occupazione sede degli uffici del capo della Gestapo, Herbert Kappler,prima di trasferirsi nella vicina via Tasso e prigione gestita da Erich Priebke, si potrebbe decorare il muro con le storie e i ritratti degli eroi della Resistenza nel Rione, a cominciare da Pilo Albertelli.

Definito il progetto, bisognerebbe poi capire bene la questione dei permessi, data la questione dell’extraterritorialità, sia quella del finanziamento.

Sfide difficili, ma che si possono affrontare, se c’è la volontà…

Il Loggiato di San Bartolomeo

Loggiato

Questa settimana, Palermo ha recuperato, grazie a sponsor privati, uno dei luoghi storici della città, il Loggiato di San Bartolomeo.

Questo era in parte integrante di un ospedale, edificato nella prima metà del XIII secolo, dalla confraternita di San Bartolomeo, al fine di assistere i malati incurabili, che nel 1431 fu accorpato all’ospedale Grande e Nuovo di Palazzo Sclafani. L’ospedale, attiguo alla Chiesa di San Nicolò alla Kalsa, era collegato a questa da una porta attraverso la quale i cappellani si recavano a dare conforto e sacramenti agli infermi.

A inizio Cinquecento, l’ospedale fu affidato alla Compagnia di Santa Maria della Candelora, destinata alle cure di tisici, ulcerosi e malati di infezioni veneree. Nel 1581, con l’apertura del cosidetto “Cassaro morto”, voluta dal Vicerè Marcantonio Colonna, per i non palermitani la parte finale di via Vittorio Emanuele, quella che sbuca alla Kalsa, per prolungare la strada alla chiesa di Santa Maria di Porto Salvo fino a Porta Felice, l’intera area fu soggetta a profonda ristrutturazione: l’ospedale venne staccato dalla vecchia Parrocchia di San Nicolò che per il passaggio di questa nuova arteria perse uno dei suoi antichi campanili.

A inizio Seicento, l’intera struttura fu ridata in gestione alla confraternita di San Bartolomeo e nel 1608, grazie ai finanziamenti concessi dal viceré marchese di Vigliena, l’intero complesso fu soggetto ad ampliamento e ristrutturazione, dotandolo di un grandioso cortile ed adornandone la facciata con elementi in pietra intagliati.

Ed è proprio questa parte, aggiunta in un secondo momento e probabilmente adibita prima a padiglione per la degenza dei malati infettivi.Il terrremoto del 1823 danneggiò l’antica chiesa di San Nicolò, che venne demolita, e con la costruzione, tra il 1859 e il 1861 della Piazza Santo Spirito mutò l’immagine dei luoghi.

Nella piazza venne sistemata una fontana scolpita da Ignazio Marabitti per il Palazzo Aiutamicristo con al centro un cavallo marino contornato da puttini e palme. Nel 1826 l’ospedale venne destinato a “Conservatorio per gli infanti esposti”, ossia a orfanotrofio, e nella facciata sul Cassaro fu installata la “Ruota degli esposti”. Il San Bartolomeo assunse quindi la denominazione di “Conservatorio di Santo Spirito”, per cui , popolarmente a Palermo, gli orfani erano detti “i figli dello Spirito Santo”.

Nel 1907 l’edificio, in parte, fu adibito ad “Asilo degli emigranti” per ospitare tutti coloro che partivano per le Americhe; il 9 maggio del 1943, l’ospedale fu gravemente danneggiato dal bombardamento anglo-americano. Rimase in piedi soltanto il seicentesco loggiato a due ordini, con prospetto sul Foro Umbert I, scandito da lesene che inquadrano, al primo ordine, archi a tutto sesto e, al secondo, archi dal profilo sinuoso: a coronamento una balaustra traforata che ritaglia spicchi di cielo.

Abbandonato per decenni, fu tentato un suo primo recupero, a cura della Provincia di Palermo, terminato nel 1998: il loggiato divenne quindi uno dei principali luoghi espositivi della città. Vi furono mostre dedicate a Tano Festa, Renato Mambor, Emilio Greco, Giacomo Manzù, Pedro Cano, Croce Taravella, Giuseppe Modica, Piero Guccione, Gregorio Botta, Alessandra Giovannoni, Antonio Miccichè. Quella che colpì di più la memoria dei palermitani fu dedicata a Igor Mitoraj, che espose una summa di un’opera che per ic asi della vita, si trova qui all’Esquilino: ovvero i bozzetti preparatori per le monumentali porte in bronzo della basilica S.Maria degli Angeli di Roma (ex Terme di Diocleziano).

Purtroppo, infiltrazioni d’acqua e usura lo rendono presto pericoloso. Si chiude. E per sei anni resta un gigante triste e immobile a guardia del mare. Assegnato alla Fondazione Sant’Elia dal 2013, non ci sono i fondi per restaurarlo. La Provincia di Palermo – oggi Città metropolitana – non è nelle condizioni di stanziare risorse ed il tentativo, pur sperimentato, di ricorrere ai fondi strutturali, non va a buon fine. Poi, la svolta: il CdA della Fondazione decide di ricorrere all’Art Bonus del Ministero dei Beni culturali.

Ma questo non bastava: così tante imprese siciliane, a cominciare del gruppo Caronte, si sono fatte in quattro per fare rinascere, speriamo in maniera definitiva, questo gigante addormentato che scruta il mare.