Riccio da Parma

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Riccio da Parma, uno dei partecipanti alla disfida di Barletta, il cui vero nome era Domenico de’ Marenghi, era un figlio d’arte: suo padre Cristoforo, soprannominato Riccio di Soragna, a quanto la pare i boccoli erano una caratteristica di famiglia, era un uomo d’armi che aveva combattuto agli ordini di Bartolomeo Colleoni e Ludovico Sforza.

Il giovane Domenico, nei primi tempi si trovò a combattere accanto al più noto ed esperto genitore, finché questi non cadde nella battaglia di Fornovo; nonostante questo, continuò a servire lo Sforza, conquistando una certa nomea come “strenuo uomo”, definizione che si ritrova in alcuni atti pubblici datati 1500 e 1501. Una riprova del suo valore si ebbe durante la battaglia di Novara, quando, circondato dagli avversari, con una improvvisa sortita attraversò le linee nemiche, ponendosi in salvo.

Visto che Ludovico Sforza era alquanto parco nel pagare il soldo, Riccio andò a Roma per mettersi al servizio di Prospero Colonna, all’epoca alleato degli spagnoli, che lo associò alla compagnia del duca di Termoli Andrea da Capua. Data la sua fama di combattente indomito, fu scelto come combattente a Barletta, dove scese in campo mostrando le sue insegne: stemma con croce d’argento e un piccolo riccio nel mezzo, in campo azzurro.

Durante lo scontro, smontò da cavallo ed abbattè da terra alcune cavalcature dei campioni francesi. Licenziate le truppe al soldo degli spagnoli, nel 1505 Riccio tornò a Parma; due anni dopo fece testamento, uno dei tanti che chi era impegnato nel mestiere delle armi era solito redigere prima di affrontare un’altra rischiosa impresa.

Nel 1506, infatti, gli fu concesso da Charles d’Amboise il comando di 300 fanti per combattere i Bentivoglio a favore dello stato della Chiesa; campagna in cui Riccio, più che a combattere, si impegnò a taglieggiare contadini e mercanti. Nel 1509, poi fallì nel tentativo di arruolare 500 fanti, per soccorrere marchese di Mantova Francesco Gonzaga minacciato dai veneziani.

Ancora peggio, andò nel 1510, dove fu costretto, per mancanza di pagamenti, a lasciare il servizio del re di Francia. Vista la malasorte, degna di Brancaleone da Norcia, Riccio si ritirò a vita privata, diventando una sorta di cacciatore di dote. Il suo riscatto avvenne però nel 1521, nell’assedio di Parma; fu praticamente costretto a randellate in capo a indossare di nuovo l’armatura dal suo vecchio compagno d’armi Francesco Salamone, che aveva combattuto con lui a Barletta.

Nonostante i timori e lo scetticismo del Guicciardini, difese con inaspettato eroismo lo strategico bastione della Stradella. Il Consiglio degli Anziani di Parma, per riconoscenza, ricompensò Riccio con un generoso vitalizio, che gli risolveva tutti i problemi economici.

Purtroppo il nostro eroe godè ben poco di questo inaspettato benessere, perché morì per la peste che mietè molte vittime nel 1523. La cittadinanza, riconoscente, proclamò il lutto e, a proprie spese, provvide agli onori funebri.

Riccio lasciava sette figli: Annibale, nato dal primo matrimonio con Giovanna Pallavicino dei marchesi Pellegrino; Girolamo, avuto da Andriola De Lucanis, sposata in seconde nozze e cinque femmine, alle quattro ancora nubili, una speciale ordinanza comunale garantiva una dote di cento lire imperiali.

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