La Casa Martorana

La Casa Martorana, il luogo dove nacque la frutta martorana, sotto molti aspetti è una sintesi della storia di Palermo: sino a poco tempo fa, si pensava come in origine fosse il palazzo della contessa Adelicia de Golisano, nipote prediletta di Ruggero II, che rimasta vedova, si ritirò a vita monastica nel suo castello di Adernò, lasciandolo in eredità coniugi Goffredo e Aloisya de Marturano.

Coniugi che non avendo eredi, nel 1194 decisero di utilizzare la struttura per fondarvi un monastero basiliano, che dopo qualche anno fu a sua volta ampliato con una donazione concessa da Pagano de Parisio conte di Alife e di Butera.

Nel 1434 re Alfonso d’Aragona concesse la chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio alle monache dell’antico convento. Da questo momento la storia del monastero della Martorana sarà per sempre legata a quella della splendida chiesa voluta dal grande ammiraglio di re Ruggero, Giorgio d’Antiochia. Da alcuni documenti storici si rileva che intorno alla prima metà del XV secolo le monache della Martorana iniziarono una serie di trasformazioni delle antiche fabbriche normanne del convento e della chiesa dell’Ammiraglio.

Dopo avere acquistato il terreno dietro il cortile del pozzo, che si apriva su una stretta stradina ortogonale all’attuale via di Teatro Bellini, relizzarono un nuovo accesso con la costruzione del parlatoio, del portico e del chiostro. L’opera di ampliamento e modifica proseguirà nei secoli successivi, fino ai primi anni del XVIII secolo, per motivi legati alla necessità di reperire nuovi spazi, visto che la comunità di suore si era notevolmente incrementata.

Oltre alle trasformazioni volute dall’uomo si aggiunsero i danneggiamenti provocati dalle calamità naturali. Nel 1539 un violento terremoto distrusse parte del monastero, successivamente, nel 1555, un’inondazione provocata dal fiume Kemonia, detto pure “Fiume del maltempo”, arrecò seri danni all’intero complesso edilizio: in questa occasione le monache furono costrette a trasferirsi a palazzo Ajutamicristo finché non furono terminati i lavori di riparazione. Nello stesso anno la peste fece molte vittime a Palermo coinvolgendo anche le monache del convento della Martorana.

Alla fine del XVI secolo viene attuato dal senato cittadino il taglio di una strada che intersecandosi con l’antico Cassaro divide la città in quattro parti. Fu questa la più grande e coerente ristrutturazione urbana dei tempi moderni.

La “Strada nuova” sarà chiamata via Maqueda, in onore del vicerè dell’epoca, don Bernardino de Cardines duca di Maqueda. L’apertura della nuova strada, determinò la costruzione di un nuovo prospetto del complesso monastico della Martorana, per il desiderio delle suore del convento di possedere il fronte principale sulla prestigiosa via. Per raggiungere l’ambito affaccio anche sul Cassaro e potere assistere, non viste, allo svolgimento delle solenni processioni, nel 1765 le suore della Martorana chiesero a Francesco Maria Guggino barone del Guasto, il permesso di costruire un belvedere con loggia metallica protetta da ”gelosie” al terzo piano del suo palazzo ad angolo tra via Maqueda e il Cassaro. Per consentire alle suore di recarsi nel belvedere, l’architetto Nicolò Palma realizzò un camminamento sotterraneo che attraversava il piano di San Cataldo e il piano del Pretore.

Nel 1866 l’antico convento viene espropriato dalle autorità cittadine e chiuso.Nello stesso anno, inizia una campagna di restauri promossa dal Patricolo e proseguita dal Valenti che metteranno in evidenza il nucleo originario di casa Martorana.

Un decennio dopo, nel 1877, il complesso dell’ex monastero diviene sede della scuola degli ingegneri. Ospitava inoltre la scuola di Belle Arti e il gabinetto di Chimica annesso alla scuola superiore delle zolfare. A causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il monastero fu quasi distrutto: restarono solo i resti di una sala nobile, dell’atrio porticato scoperto e alcune monofore ogivali, che nel dopoguerra furono integrati nella sede della facoltà di architettura.

Però, grazie alle fotografie di inizio Novecento, abbiamo un’idea abbastanza chiara di come fosse il complesso: si trattava di una casa torre, tipica dell’alta nobiltà normanna.La casa si articolava attorno ad un cortile porticato scoperto verso cui confluivano vari ambienti. Un’elegante portichetto dalle ariose arcate poggiate su alti piedritti, di cui restano solo alcuni magnifici capitelli compositi, davano prestigio alla residenza della contessa di Golisano. Della “sala nobile” resta una nicchia tra due colonnine con capitelli fatimidi e una bellissima porta lignea finemente intagliata ad arabeschi, oggi conservata al museo di palazzo Abatellis, che fa pensare come alla struttura fosse preesistente una moschea o una madrasa.

Una bella fontana settecentesca si trova in un cortile interno circondata da un piccolo giardino. La fontana, di gusto barocco con la vasca a forme mistilinee, è ornata da dodici antiche colonnine di porfido con capitelli a foglie d’acqua.

Dell’antico monastero della Martorana rimangono anche altri resti scultorei e pittorici. Degni di nota sono il piccolo bassorilievo raffigurante S. Biagio inserito nel muro del corridoio dove si trova un arco con lo stemma dell’arcivescovo Simone di Bologna e un’affresco cinquecentesco che raffigura la Madonna Odigitria con Bambino. Questo affresco originariamente si trovava sul muro di case adiacenti al monastero, dette “carceri vecchie”.

Il 31 agosto del 1671 fu trasferito nel monastero e per volontà della badessa dell’epoca, incorporato in un muro vicino alla porta del vestibolo d’accesso alla clausura. Un magnifico soffitto ligneo cassettonato, che probabilmente si trovava nella chiesa di San Simone, copre un’ambiente con due poderose arcate del XV secolo.

La storia di quest’area, di per sè assai complessa, si è arricchito di altri tre tasselli, grazie agli scavi degli ultimi anni. Il più antico consiste nella scoperta in via del Celso, di una strada romana che si sovrappone a una precedente di epoca fenicia, che ci ha testimoniato l’incredibile continuità nei secoli del suo tessuto urbano.

A questo segue la scoperta della lapide funerea, con iscrizione greca, dedicata a Irene, la dotta moglie dell’ammiraglio bizantino Giorgio di Antiochia, comandante della flotta del Regno di Sicilia all’epoca sotto Ruggero II e fondatore della Chiesa della Martorana, realizzato utilizzando un bassorilievo di epoca precedente, probabilmente proveniente dalla stessa chiesa.

Infine, proprio dalla Casa Martorana, la scoperta di un’elsa di una spada medievale, forse un ex voto, databile alla fine del 1.200, che si caratterizza per le dorature a mercurio e le iscrizioni di versi del Nuovo Testamento

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