Uno scià alla corte d’Europa

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Una delle piacevoli letture di questa estate è “Uno scià alla corte d’Europa” di Kaber Abdolah, un libro costruito da quattro storie tra loro intrecciate. Il prima è ambientata nel presente e con la scusa di raccontare le vicende di Seyed Jamal, un orientalista che insegna all’Università di Amsterdam, e della sua allieva Iris, entrambi impegnati a raccogliere materiali per raccontare il viaggio in Europa dello shah di Persia; ricerca che diventa l’occasione per riflettere sulle contraddizioni in cui di dibattiamo ogni giorno e con la nostra incapacità di riconoscere e accogliere il diverso. Così fanno capolino tra i suoi racconti i drammi dei profughi siriani, politici populisti che schierano popolazioni l’una contro l’altra, con media che forniscono alla popolazione notizie false.

La seconda storia è quella dello Shah, personaggio straordinario, capriccioso come un bambino, crudele come un despota, curioso come un sovrano illuminato, complessato come un provinciale, cialtrone come un ministro grillino. E soprattutto, cosa di cui è più fiero, uno scrittore, che viaggia per conoscere se stesso e l’Altro e avere l’occasione di raccontarloò

In Russia è ospite dello zar Alessandro II, che per primo lo mette al corrente della pericolosità della classe proletaria e delle teorie di Marx ed Engels, che tanto gli rimarranno in mente, da convincerlo a leggersi Il Capitale. In Russia incontra Tolstoj addormentato, che non si sa quanto sia vero o falso, Goncarov, il celebre autore di Oblomov, che lo Shah riconosce come suo fratello spirituale e il padre di Stalin.

In Germania, grazie a Guglielmo I e Bismark, diviene consapevole dell sua Natura e del suo destino

“L’incontro con Guglielmo gli aveva fatto capire di essersi reso alquanto ridicolo nelle città che aveva visitato. I re non contavano più niente in Europa. A un tratto, l’entusiasmo delle migliaia di persone che lo acclamavano gli apparve sotto un’altra luce. In realtà, tutta quella gente accorreva ad ammirare un re del Medioevo, una specie estinta. Una sorta di dinosauro, di cui quella lunga carovana era la coda”

Sempre a Berlino incontra Ernst Siemens, annoiandosi assistendo ai suoi esperimenti sulle lampadine, Alfred Krupp che sogna di spingere le sue locomotive oltre i novanta chilometri orari, girovaga per l’azienda Bayer dove prova una strana polvere bianca che in seguito diventerà l’aspirina e che gli provocherà un attacco di dissenteria.

Citando Bismark, finge di essere un grande esperto di musica classica con Debussy, diventa grande amico con Leopoldo II, sovrano costituzionale in casa, crudelo despota in Congo, che lo illuminerà sull’inutilità della Stampa, tutto fumo e niente arrosto.

Assiste all’agonia del re d’Olanda e consola la malinconia della regina Vittoria, che in cambio, gli mostra un oggetto per lui ignoto e affascinante: il gabinetto

Nella sua ultima meta, la Francia, conosce Louis Pasteur, che lo affascina mostrandogli i batteri, Gustave Eiffel, il celebre fotografo Felix Nadar che gli presenta due dei più grandi artisti mai esistiti: Monet e Cézanne, le cui opere faranno letteralmente schifo allo scià.

Un viaggio, il suo che è una presa di coscienza: ogni tappa del viaggio è una presa d’atto della propria inutilità e un’accettazione della morte che si avvicina sempre più e che lo colpirà tornando a casa.

La terza storia è quella di Banu, l’armena, la prediletta fra le sue mogli, che rappresenta la metafora della libertà, dell’intelligenza, del coraggio, dell’autodeterminazione della donna; innamorata della letteratura, fuggirà dal capriccioso Shah, per ritrovare la sua identità, a Parigi, accanto a un’altra reietta, Adèle, la figlia schizofrenica di Victor Hugo.

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La quarta storia è quella del vero re persiano in viaggio per l’Europa, Nasser al-Din Shah, che con le sue contraddizioni e il suo pessimo carattere è stata la fonte di ispirazione del romanzo: fu lui a introdurre in Persia il telegrafo e a sviluppare il sistema postale, a promuovere la massiccia costruzione di strade e a dar vita al primo quotidiano locale.

E grazie a una macchina fotografica regalata dalla regina Vittoria, si affascinò così tanto a questa forma d’arte, da trasformarsi in un testimone, con i suoi scatti, di un mondo al tramonto, con le tante ombre e poche luci…

 

Montalbano e Bellavista

Con un poco di ritardo, butto giù qualche riga dedicata a due autori, a prima vista diversissimi, che in qualche modo hanno accompagnato il mio immaginaria, creando una sorta di lente, qualcuno potrà dire deformante, con cui vivo e interpreto il Sud Italia: Camilleri e De Crescenzo.

A prima vista, i due, per il genere, la qualità della scrittura, i temi che trattano, hanno ben a che vedere. Eppure, sotto un’apparente alternità, molto hanno in comune. Benché entrambi vedano la loro ampia produzione cannibalizzata, presso il grande pubblico, dai loro personaggi maggiormente pop, Montalbano e Bellavista, la loro ampia produzione è un qualche accomunata dalla creazione di un Meridione, con le ovvie differenze storiche, economiche e culturali esistenti tra la Sicilia e Napoli, tanto fascinoso quanto edulcorato.

Entrambi hanno costruito un territorio immaginario, in cui le contraddizioni, i drammi e la violenza del Reale risultano edulcorati, occasioni che i protagonisti, con la loro sagacia, sfruttano per celebrare il trionfo del Kosmos, di un ordine paradossale e totalizzante, in cui i difetti dei protagonisti, la pigrizia di Montalbano o il totale rifiuto del senso pratico di Bellavita, diventano virtù.

La Sicilia non è la Luna, non c’è sempre il sole, il barocco, le melanzane ripiene e la pasta con le sarde, e le corna, sempre immaginate, sussurrate, ma mai rese evidenti. Come Napoli, non è il presepe, il capitone, la smorfia o il poeta squattrinato.

Una semplificazione ed edulcorazione che si riflette, in maniera differente, nel pastiche linguistico parlato dai loro eroi. Montalbano e Bellavista parlano in una lingua immaginaria,filtrata,compressa tra altre,cui si ispira senza mai essere o Dialetto o l’Italiano, tanto esotica, quanto comprensibile ai più.

Perché in fondo, ed è questa la loro grandezza, Camilleri e De Crescenzo non vogliono raccontare ciò che ci appare come Vero: vogliono ricreare un Mondo, nuovo e più ampio, in cui ognuno di noi vuole riconoscerci.

Per questo la loro Vigata e il loro rione Santità è molto più reale, del Porto Empedocle e della Napoli che incrociano ogni giorno le nostre vite

Chiacchiere a Fisioterapia

Oggi, dopo un paio d’anni, sono tornato all’USI; stavolta il malato da rimettere in sesto sono io. Stranamente, non incrociato nessuno degli strani personaggi, degni di un romanzo, che incontrai quando Manu dovette riabilitare il ginocchio.

La palestra era stranamente vuota, questa sera: così con il fisioterapista, tra un esercizio e l’altro, si chiacchierato delle cose più strane, dal file system APFS di Apple, allo strano rapporto tra abitanti dell’Esquilino e il degrado.

Già, perchè a fronte di problemi reali, legati a un amministrazione assente a ogni livello, che considera di solito gli abitanti del Rione come cittadini di serie B e le strade e le piazze dell’Esquilino come una comoda discarica a cui appioppare tutti i problemi legati al fallimento del welfare cittadino, una parte dei problemi ce li costruiamo da soli.

Non solo per la mancanza di un senso civico, comune a tutti popoli che vivono a Piazza Vittorio, ma anche per la capacità, da parte di alcuni abitanti del Rione, dello scambiare come degrado tutto ciò che esce dalla loro ristretta mentalità piccolo borghese.

Ad esempio, il presunto grande pittore che non comprende la poster art, incapace di comprendere come in un mondo postmoderno, liquido e citazionista, la pittura deve uscire dalle gallerie e fondersi con il Reale. Oppure, in un mondo in cui il Virtuale si sovrappone al Reale, ciò che conta non è l’opera in sè, fragile e transitoria, come la Vita, ma la sua immagine che vive immutabile nelle foto condivise su Internet, come un sorta di archetipo platonico.

Oppure la Cixi del ballatoio, che considera lecita la street art solo se risponde alle sue paturnie e ai suoi capricci, dimenticando che questa non è un’imposizione che viene dall’altro, quella è ben altra cosa, si chiama vuota decorazione, ma è figlie delle storie, dell’utopie, delle lacrime e delle risate di una comunità, che, grazie a cielo, perché altrimenti l’Esquilino sarebbe un luogo molto più triste e grigio, lei non rappresenta.

O il tizio, che sospetto amico di Cixi, che ieri a preso a male parole una musicista cinese, che sotto i portici, suonava con somma arte il violincello, accusandola di aumentare il degrado della Piazza; è talmente schiavo del vuoto che ha dentro, da non sapere più riconoscere il Bello.

Eppure, tutti costoro e ce ne sono tanti altri, che rispondono alla poesia di Eliot

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina

Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;

Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati…

Non sono la maggioranza. Per ogni ognuno di loro, ve ne sono dieci, che senza aspettarsi nulla in cambio, si impegnano nel concreto per rendere migliore il luogo in cui vivono… Gli ultimi sono coloro che hanno fatto realizzare il murale che decore le pareti del Centro Anziani a via San Quintino. Onore a a loro, alla testardaggine che hanno nel volere rendere migliori ciò che li circonda e al coraggio che hanno per non arrendersi…

Museo del Tombolo

Uno delle principali tradizioni artigianali d’Abruzzo è il merletto a tombolo: per chi non lo sapesse, il tombolo uno strumento di lavoro tradizionale usato per la realizzazione di pizzi e merletti.

Si compone di tre parti:

  • un sostegno, eventualmente arricchito di incisioni decorative, alla cui base è sistemato un cassetto nel quale vengono riposti fili, spilli, forbici.
  • un tamburo circolare (il tombolo vero e proprio), appoggiato sul sostegno, imbottito in crine, segatura, gomma piuma, ricoperto di morbido panno e stoffe colorate, è la base sulla quale viene realizzato il pizzo intrecciando i fili e fissandoli opportunamente con degli spilli.
  • i fuselli, piccoli rocchetti dove viene avvolto il filato, sui quali vengono avvolti i singoli fili; il loro numero può variare da poche unità a più di 80 per i disegni più complessi.

Il primo passo per realizzare tale metodologia di tessitura fu legato all’adozione proprio dei fuselli. Questi ultimi, che risalgono almeno ai tempi degli etruschi, ebbero una sorta di rilancio nella tessitura, nel Quattrocento in Lombardia: nel 1476, un documento della famiglia D’Este di Ferrara fa riferimento ad un contratto stipulato a Milano avente come oggetto “una striscia a dodici fusi” per lenzuolo.

A seguito del terremoto del 1456, Pescocostanzo fu ripopolata da immigrati lombardi: questi probabilmente diffusero tale modalità di realizzazione del merletto in Abruzzo. Ne abbiamo infatti diverse attestazioni, sia all’Aquila, sia nello stesso Pescocostanzo, risalenti al 1493.

Il passo successivo fu l’adozione del tombolo: da una prima testimonianza storica sulla predilezione per i merletti da parte di Caterina dei Medici, nel 1547, si passa alla leggenda tramandata dallo studioso francese Lefebure, il quale attribuisce a Venezia la primogenitura di un intreccio di fili che sarebbe stato eseguito con l’ausilio di piombini pendenti da una rete di pescatori, carica, oltre che di pesci, di un’alga con meravigliose ramificazioni pietrificate.

Per cui, è assai probabile che le prime esperienze del merletto a tombolo si siano verificate a Burano. Proprio per opera di Caterina de’ Medici e – in anni successivi – del ministro Colbert, alcune merlettaie si trasferirono in Francia: in pochi anni, le merlettaie buranelle divennero oltre 200, insegnando la loro arte alle colleghe francesi: il giorno della sua incoronazione (14 maggio 1643) Luigi XIV indossò un collare di merletto opera delle merlettaie buranelle, che avevano impiegato due anni per terminarlo.

Nel 1665 il punto in aria – tipico della lavorazione di Burano – divenne point de France, iniziando così una fortissima concorrenza col prodotto di Burano. Nel frattempo, probabilmente tramite i commerci tra Venezia, Ancona e Giulianova, fece diffondere l’uso del tombolo in Abruzzo.

Per cui, nell’area tra Pescocostanzo e l’Aquila, le due tecniche furono fuse, dando così origine a questo artigianato: in particolare, la trina pescolana è realizzata con filo di lino e sovente il lavoro è a filo continuo. Si va da un minimo di sei coppie di fuselli per il pizzo rinascimentale, ad un massimo di trenta per quello sciolto e i motivi caratteristici sono : la giara, l’aquila, il pesce, la rosa.

Per poter tramandare la tradizione alle nuove generazioni il Comune di Pescocostanzo ha istituito nel 1992, presso il Palazzo del Governatore, la “Scuola del Merletto a tombolo”, finanziata con una specifica legge regionale dove i ragazzi possono seguire lezioni gratuite da giugno a settembre. Inoltre è stato fondato un museo dedicato al tombolo a Palazzo Fanzago.

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Questo fu eretto sopra l’antico ospedale della chiesa di San Nicola, oggi semplice cappella che lo affianca. Le famiglie locali finanziarono dal 1624 la costruzione del monastero di Santa Scolastica per le monache Clarisse, commissionandolo all’architetto bergamasco Cosimo Fanzago, colui che progettò a Napoli della Certosa di San Martino

Un documento del 1697 descrive l’edificio già in cattivo stato di conservazione, era a pianta quadrangolare. Il lato opposto al fronte principale doveva essere più lungo degli altri, in modo da dare alla costruzione una forma irregolare di trapezio con i lati convergenti sulla piazza.

Ciò che rimane oggi della struttura originale, anche per via del catastrofico terremoto della Majella del 1706, è la facciata sulla piazza, mentre il resto venne ricostruito in forme nuove da altri architetti, sicché questo prospetto si mostra come una quinta che chiude lo spazio retrostante, e definisce il campo triangolare della piazza municipale. Posta in continuità con la chiesetta di San Nicola, la facciata di Fanzago, presenta un andamento rettilineo e asimmetrico, quando ospitava ancora le Clarisse, prima della soppressione del 1866, la facciata non aveva vetrate, per le regole della clausura, pertanto vi sono delle monumentali nicchie che alternano il timpano di coronamento chiuso a quello spezzato.

Le 6 finestre avevano una duplice funzione, sia decorativa che architettonica, cioè scandire lo spazio lineare del fronte chiuso da due cantonali in pietra. Sono 6 le nicchie timpanate che servivano a movimentare la superficie; sono realizzate in pietra arricchite da lesene affiancate da piatte volute, poggianti su mensole. Il riferimento della scelta di Fanzago è la nicchia con edicola, utilizzata nei fronti delle chiese del tardo Cinquecento, con il motivo ornamentale della conchiglia nel catino, motivo presente anche in molti palazzi gentilizi di Sulmona.

Le nicchie in pietra scura risaltano sul fondo bianco della parete ad intonaco, creando un contrasto cromatico scenografico: a sottolineare il carattere di linearità della facciata, sono le mensole dello sporto di gronda raffiguranti il drago alato. Si tratta di capitelli lignei intagliati e ben lavorati, di cui il maggiore è quello che fa angolo. Il motivo del dragone appare per la prima volta a Pescocostanzo nei bassorilievi della pala d’altare dell’Assunta, conservata nella Basilica di Santa Maria del Colle, nella cappella grande del Sacramento.

L’invenzione del motivo del dragone è da attribuirsi al maestro pescolano Norbeto di Cicco, mentre l’esecuzione potrebbe essere di Palmerio Grasso; evidente è la capacità di Fanzago di conciliare il linguaggio barocco con il classicismo rinascimentale; analogie stilistiche si riscontrano nell’ex convento di Gesù e Maria, alle porte del paese, altra opera del Fanzago, che costituiscono un nuovo linguaggio architettonico, che influenzò la produzione artistica dell’hinterland sulmonese.

Le collezioni esposte a Palazzo Fanzago sono organizzate su due piani. Al 1º piano sono esposti prodotti dell’artigianato artistico locale, come tappeti, ferro battuto, legno intagliato, oreficeria e pietra lavorata.

Al secondo piano il museo del merletto a tombolo è ospitato su due stanze, con lavori storici e realizzazioni recenti, come una composizione detta “Colazione del Principe”, che ricostruisce una tavola imbandita con i prodotti dell’artigianato abruzzese, che vanno dalla tovaglia con il merletto a tombolo di Pescocostanzo alle stoviglie in ceramica di Castelli.

Santa Maria dei Miracoli

Come raccontato altre volte, prima dell’adozione di Santa Rosalia, la protezione di Palermo era affidata a una sorta di condominio tra un gruppo di sante; tra queste, vi era Cristina, la cui traslazione nella città siciliana si celebrava il 10 maggio con una grande fiera, che si teneva nel Piano della Marina.

In quella zona di Palermo, esisteva, dipinta sul muro, un’immagine della Beata Vergine chiamata “della Grazia di Costantinopoli” venerata dal popolo perche ritenuta miracolosa, anche se, a memoria d’uomo, non è che avesse fatto granché, per meritare tale fama.

Il tutto cambiò nel 1543: Uno storpio che chiedeva l’elemosina ai passanti, piangendo e invocando il soccorso della Regina del cielo ai piedi dell’Immagine si addormentò. Svegliatosi cominciò a gridare e saltare per la gioia, poiché era stato risanato. Divulgatosi subito il miracolo, uno stuolo di ammalati fu condotto in quel luogo: i ciechi riebbero la vista e i muti la parola; gli storpi camminarono, i naviganti nei pericoli furono condotti a porto sicuro.

Almeno così racconta una cronaca dell’Ottocento… In ogni caso, la chiesa palermitana e le autorità civili cercarono di regolamentare il disordinato esplodere della religiosità popolare: organizzarono una bella processione, dalla chiesa di San Domenico al luogo dei miracoli, Subito dopo alcuni cittadini, devoti alla Vergine, chiesero al senato palermitano la concessione dell’area e la licenza di iniziare la fabbrica della chiesa che doveva essere intitolata alla Madonna dei Miracoli.

La richiesta fu accolta con favore dall’Universitas palermitana, che cedette il senza problemi il terreno per la costruzione, seguita dal placet arcivescovile a condizione che vi si fondasse una Confraternita, prevedendo indulgenze per chi avesse sostenuto con elemosine la fabbrica della chiesa. La prima pietra fu posta dal Viceré Giovanni di Vega, ma come spesso si succede quando si fanno cose, c’era una minoranza di abitanti della zona che si lamentava, per il caos, degrado e rumero causato dai lavori.

Il capo dei brontoloni era un nobile locale, che si lamentava del fatto che la nuova chiesa gli impedisse di godersi il panorama. imprecando contro i muratori perché si fermassero, nello stesso momento crollò un muro della stalla, seppellendo un servo e un cavallo. Resosi conto della sua temerarietà, inginocchiatosi ai piedi della Vergine. Le chiese perdono, esortò a continuare l’opera iniziata e dotò la chiesa di larghe elemosine.

Altri fondi arrivarono dalle cospicue donazioni della comunità fiorentina presente in città, titolare, dal 1581, della concessione per l’esercizio del culto nella chiesa, di portare a termine la chiesa nel 1590.

Nel 1599, la chiesa fu concessa a una congregazione religiosa: Nel 1629, dopo che la comunità fiorentina – che aveva avuto in concessione la Chiesa per l’esercizio del culto – si era dispersa, il Senato palermitano diede la Chiesa ai Frati Conventuali di S. Francesco che lì impiantarono il loro noviziato chiamato “il Conventino”. Sul lato sinistro esisteva un portico sostenuto da colonne ed archi che successivamente era stato trasformato in una piccola Chiesa dedicata a Santa Apollonia. Nel 1775 il piccolo convento fu abolito ed eliminato nel secondo dopoguerra quando si ripararono i danni bellico

La Chiesa, chiusa dopo i bombardamenti della 2° Guerra Mondiale, è stata riaperta al culto nel 1970; dal 2008 l’Arcivescovo di Palermo, il Card. Paolo Romeo, ha voluto che questa chiesa divenisse luogo per svolgervi attività pastorali a favore dei migranti, affidando la Rettoria al padre Sergio Natoli, dei Missionari Oblati di Maria Immacolata. A seguito dei danni provocati dal terremoto del 2002, dal Gennaio 2010 a Dicembre 2011 il tempio è stato oggetto di un pregiato restauro, che lo ha riportato all’originario splendore.

Chi sia l’architetto della chiesa, è difficile dirsi… Alcuni parlano di Fazio Gagini, esponente della terza generazione della famiglia di architetti e scultori; altri parlano di Pasquale Scaglione o di Giuseppe Spatafora. Qualcuno, infine, sostiene che il progetto sia di provenienza toscana. In ogni caso, l’edificio rappresenta una sintesi dell’esperienza del Manierismo siciliano.

La facciata, molto bella, è divisa in due ordini da una cornice aggettante: il primo ordine è tripartito da eleganti paraste che ne rivelano la spartizione interna. Al centro, il portale è inquadrato da semicolonne reggenti una cornice mentre ai lati si aprono due finestre a edicola. L’ordine superiore presenta una fascia con al centro un oculo, elemento che si ripete anche sui prospetti laterali. La composizione è chiusa in alto da un fastigio curvilineo prebarocco. La chiesa originariamente aveva tre porte: uno su piazza Marina, che è l’unica rimasta aperta; l’altra si affacciava su via Longarini che è stata murata; l’altra immetteva nel portico che originariamente era parte della Chiesa e che nel Settecento fu adibito a tempio dedicato a Santa Apollonia. Questa parte della chiesa nel secolo scorso è stata parzialmente inglobata in edifici di servizio ed attualmente vi svolge la sua attività il “Teatro Libero”.

Splendido è l’interno, a pianta quadrata è caratterizzato dallo slancio delle 6 esili colonne che si slanciano verso l’alto, con una leggera trama data dagli archi a tutto sesto, dai capitelli finemente scolpiti nella bottega dei Gagini. Il tamburo quadrangolare ed un’abside poligonale coperta da volticine lunettate, imprimono un dinamismo che ricorda la preghiera che sale a Dio l’Altissimo. Il tiburio quadrato centrale, che s’innalza ancora oltre captando la luce radente dalle finestre, è concluso dalla volta ottagonale ribassata e lunettata. Le colonne sono abbellite da capitelli in pietra arenaria come pure i basamenti delle colonne sono tutte arricchite da basso rilievi che esprimono temi floreali. L’abside centrale, strutturalmente gotica per la pianta poligonale e per le colonnine angolari, è affiancata da absidiole semicircolari

Mettendosi al centro dell’aula liturgica e guardando in alto si ha la sensazione di vedere un’antica lanterna, piena di luce che si irradia in tutto l’ambiente. Il presbiterio e le due cappelle laterali sono perfettamente integrate al perimetro della parte centrale del tempio ed arricchite da delicate paraste che s’innalzano fino alla sommità degli archi. Una serie di vele presenti nel soffitto rendono ulteriore dinamicità a tutta l’opera. I riferimenti all’architettura gaginesca sono però evidenti e visibili soprattutto nella decorazione dei sottoarchi delle absidi, in cui sono scolpiti immagini di angeli alati.

L’altare monumentale è completamente rivestito in marmo. E’ ubicato al centro del presbiterio ed è della fine dell’ottocento. Sul suo fianco destro vi è incisa la seguente scritta: “Questo altare è stato edificato per devozione ed a spese del Sig. Ant. Allegra De Luca. 30 Giugno 1892”. Sopra l’altare è ubicata l’antica immagine della Madonna dei Miracoli, che inizialmente era sul muro e che diede inizio alla costruzione dell’attuale tempio. Fu sostituita da una copia su tela. Le pareti furono ricoperte da tabelle votive che raffiguravano i vari miracoli ottenuti dall’intercessione della Madonna, ma per abbellire o tinteggiare le pareti del tempio esse andarono disperse.

L’abbazia di Sant’Eufemia

Il mio viaggio alla scoperta delle tombe degli Altavilla, oggi fa tappa in Calabria, a Lamezia Terme, presso le rovine dell’abbazia di Sant’Eufemia. Politicamente, Roberto il Guiscardo, dopo la conquista del Thema di Calabria, si trovava in condizione difficile, dato che si trovava a governare dei sudditi di lingua e cultura greca, fedeli al Patriarca di Costantinopoli e al Basileus kai Autokrator ton Romaion, anche perché, nonostante la fiscalità bizantina, a differenza di altre parti dell’Impero, l’area godeva da più un secolo una sorta di boom economico.

Per cui, da una parte dovette trovare una serie di compromessi con i monasteri basiliani del Thema, che di fatto erano i punti di riferimento religiosi, politici ed economici dei sudditi greci, dall’altra, per diminuirne l’influenza, dovette intrapredere una politica di “latinizzazione” culturale e religiosa, che proseguita nei secoli, ridusse l’area abitata dai greci di Calabria alla sola Bovesia.

Strumento principe di tale latinizzazione, furono le abbazie benedettine: tra le principali, fu proprio Sant’Eufemia, inizialmente dedicata a Maria madre di Dio, eratta come ex voto per la conquista di Rhegion. Il suo primo abate fu un personaggio da romanzo, Roberto di Grantmesnil, originario del Calvados, in Normandia, figlio di Roberto di Grantmesnil e di Hadwise di Giroi, nacque all’incirca nel 1030.

Scudiero del duca di Normandia Guglielmo il bastardo, all’epoca era ben lungi dall’essere chiamato Conquistatore, per sfuggere all’ira del suo signore, che aveva cornificato, prese l’abito ecclesiastico. Dopo avere soggiornato per un periodo a Cluny, decise di decise di entrare nel monastero normanno di St.-Evroul, una sorta di convento di famiglia, dato era stato restaurato e rifondato dello zio materno Guglielmo, dove brigò per diventare abate ai danni del legittimo titolare, Teodorico di Mathonville.

Raggiunto lo scopo, Roberto di Grantmesnil, da un parte lanciò il progetto di ricostruzione della chiesa abbaziale, dall’altra, per finanziare l’opera, diede inizio a un’opera di recupero di diritti patrimoniali dell’abbazia, che lo mise in contrasto con il duca di Normandia, che si era impadronito di tali rendite economiche.

Dato che Guglielmo il Bastardo era tutt’altro che intenzionato a restituire il maltolto, Roberto non si perse d’animo e organizzò una congiura, assai prossima al successo, per fare fuori il suo signore feudale. Guglielmo, dato il suo caratteraccio, non la prese bene e decise di fare fuori, in maniera lenta e dolorosa il suo ex scudiero, presentandosi lancia in resta a St.-Evroul, rimanendo però con un pugno di mosche.

L’abate era infatti scappato più di fretta che di paura, portandosi dietro le zie materne, Giuditta ed Emma e i suoi principali collaboratori. Dopo avere soggiornato per qualche tempo a Roma, nell’abbazia di San Paolo fuori le Mura, decise di raggiungere gli Altavilla in Calabria, anche perchè Gran Conte Ruggero, fratello del Guiscardo, in un suo viaggio diplomatico a Roma, aveva perso la testa per sua zia Giuditta.

Così Roberto si presentò in Calabria, con zie al seguito e undici monaci, tra cui

  • Berengario (nipote di Roberto di Grandmesnil) uno dei migliori scrittori dell’epoca, divenuto abate dell’Abbazia della Santissima Trinità di Venosa in Basilicata;
  • Gerlando di Besançon (parente di Ruggero I) e Robert Gamaleil, il primo contribuì alla diffusione del canto liturgico e all’introduzione nell’Abbazia di una Schola Cantorum, il secondo fu un raffinato cantore definito Cantor egregius;
  • Goffredo Malaterra, biografo dei fratelli Roberto e Ruggero d’Altavilla;

Il gran conte Ruggero, appena seppe dell’arrivo della sua amata, interruppe la sua guerra con gli arabi di Sicilia e corse all’incontro della fidanzata nel Vallo delle Saline, e proprio in S. Martino d’Aspromonte fu immediatamente celebrato la cerimonia religiosa del matrimonio. Poi gli sposi si recarono a Mileto, ove fecero un’entrata solenne a suon di musica, e con splendide feste solennizzarono le nozze.

Per avere svolto tale compito da pronubo, Roberto di Grandmesnil ottenne il titolo di abate di Sant’Eufemia. In più il Guiscardo, secondo quanto testimoniato da un diploma di cui si discute l’autenticità, concesse i seguenti privilegi all’abbazia

1- che ogni cosa data da lui o dagli altri non sarà sotto il dominio di alcuno, ma in potere dell’Abate del luogo;

2- che l’elezione dell’Abate sarà fatta dai monaci;

3-che il Monastero e le abitazioni dei laici che vi dimore­ranno, godranno dell’immunità, sicché ogn i«fuggitivo» avrà facoltà di rimanervi o di andarne via;

4-che i luoghi concessi comprendono: il territorio della «Vetus Civitas», tra i due fiumi (Amato e Piscirò) e il mare; la foce dell’Amato, la selva che è tra i due fiumi, tutto il lido del mare con le sue rendite, le selve dall’Amato a S. Maria di Capusa, i villani del territorio di Nicastro; la conferma della donazione di sua nipote Amburga; e poi i Monasteri di S. Elia, S. Maria di Grillano, S. Pietro dei Vescovi, S. Gregorio, S. Vesanato, S. Nicola di Gizzeria, ecc. Successivamente, anche una parte della città di Nicastro viene attribuita all’Abbazia di S. Eufemia e riscattata poi, nel 1240 da Federico II.

In più rese l’abbazia uno dei mausolei della sua famiglia: vi fece infatti seppellire la madre Fredesenda, seconda moglie di Tancredi d’Altavilla. Lo ha tramandato Orderico Vitale, monaco del monastero benedettino di Saint Evroul-sur-Ouche. Inoltre, Goffredo Malaterra, monaco normanno che soggiornò per qualche tempo nel chiostro di S. Eufemia e che, quindi, conosceva direttamente luoghi e avvenimenti da lui narrati, ci ha tramandato la notizia che il Guiscardo fece seppellire a S. Eufemia le spoglie di altri due suoi carissimi familiari caduti nel 1065 durante l’assedio di Aiello: Ruggero, figlio di Scolcando, e suo nipote Gilberto.

In cambio di questo ben di Dio, Roberto di Grandmesnil amministrò ottimamente le terre che gli erano state affidate, convinse più con le cattive che con le buone i suoi riottosi sudditi che fosse cosa buona dare retta al Papa di Roma, piuttosto che al Patriarca di Costantinopoli, fondo uno scriptorium che diffuse in Sud Italia lo stile miniaturistico anglonormanno e realizzò uno prima sintesi architettonica tra lo stile cluniacense e l’architettura basilicale di ispirazione romana, che fu modello per tante altre abbazie in Calabria e in Sicilia.

Ampie poi furono le donazioni fatte anche da Boemondo, Principe d’Antiochia, con diploma del gennaio 1123, che si conserva nell’Archivio degli Aldobrandini a Roma. Ruggero ne fu munifico benefattore non meno di Roberto. Egli dopo la conquista della Sicilia, per sostituire il monachesimo basiliano, vi trasferì gli elementi migliori delle abbazie calabresi, prima fra tutte in quella di Sant’ Eufemia, Tra questi Gerlando, vescovo di Agrigento, Stefano di Rouen, vescovo di Mazara, Ruggero, vescovo di Siracusa e Ruggero suo successore nel 1104, Ambrogio, abate di Lipari e vescovo di Messina nel 1081, provengono tutti dalla nostra abbazia di Sant’Eufemia. Ma la figura più nota e più attiva del primo periodo normanno è senza dubbio il monaco Ansgerio, che da Sant’ Eufemia passò a Catania nel 1083 a fondarvi il monastero benedettino di S. Agata e nel 1091 divenne primo vescovo latino di quella città

Come accennato in precedenza, ai tempi di Federico II, l’abbazia cedette al demanio imperiale la sua metà della cittò di Nicastro; in cambio ottenne la terra di Nocera, con la sua marina e il porto (chiamato Navis de Arata) e una parte del casale di Aprigliano nel distretto di Cosenza. Questa permuta si rivelò vantaggiosa per l’abbazia in quanto accrebbe notevolmente i suoi possedimenti, avendo accesso ai boschi silani e uno sbocco a mare col porto di Nocera, che consentiva il commercio.

Poco prima della Guerra dei Vespri, in circostanze poco chiare, l’abbazia fu tolta ai benedettini e affidata agli Ospedalieri, di cui divenne priorato: i suoi balivi, oltre ad arricchirsi, a partecipare con entusiasmo alle guerre tra Angioini e Aragonesi, furono anche protettori della ridotta comunità ebrea locale, evitando che fosse particolarmente tartassata o vittima degli abusi dei giudici reali.

L’Abbazia venne distrutta il 27 marzo 1638 a causa di un grandissimo terremoto. Così racconta l’evento un testimone dell’epoca

“…Come la detta Terra di Santa Eufemia la vecchia, per causa di uno grandissimo terremoto, che fu nell’anno 1638, a’ 27 di marzo, cascorno et si rovinorno diverse città et terre di questa Provincia di Calabria, con mortalità di più persone, come anco fu in questa Terra di Santa Eufemia la vecchia, avendo in detto tempo per causa di detto terremoto cascato tutti l’edifizi della sudetta Terra con haver rimasto morti sotto le pietre da’ doi cento persone in circa, et quelli che si salvorno furono da’ cinquanta in circa, la maggior parte persone povere che si ritrovavano in campagna faticando, et perché la chiesa che v’era in detta terra era grandissima a nave con diverse ale, che serviva nell’occorrenze de’ nemici per fortezza, havendo cascato le mura d’essa, del Palazzo e tutta detta terra, restorno li mobili, paramenti et reliquie, che in essa si ritrovavano sotto le pietre di detti edifitj, che con gran sforzo e diligenza se ne cavò qualche parte che hoggi se ritrovano nella chiesa dove ci ritroviamo di questa nuova terra di S. Eufemia…”.

Cosa rimane di questo edificio ? Uun lungo muraglione, forse pertinente alla chiesa conventuale, con una serie di monofore a tutto sesto, alternate da contrafforti, tipo dell’architettura normana; poi un altro corpo di fabbrica relativo alla parte meridionale del monastero, mentre uno spiazzo a forma di quadrilatero lascia intuire la presenza dell’antico chiostro; rimangono ancora visibili i resti del muro che proteggeva l’intero complesso, ed una torre quadrangolare sempre allo stato di rudere. La chiesa dell’abbazia doveva ricordare nel suo svolgimento planimetrico la SS. Trinità di Mileto con la quale presenta analogie anche relativamente al campanile. Gli studiosi hanno anche notato però delle differenze, ad esempio per quel che concerne l’impiego di materiale classico molto usato a Mileto e assente a Sant’ Eufemia, forse perché nelle immediate vicinanze non esistevano edifici monumentali da spoliare.

Comunque le analogie tra le due realtà sono notevoli e denunciano entrambe lo stesso piano costruttivo, basato sulla conoscenza della costruzioni sacre della Normandia, ma sicuramente vi saranno state anche differenze determinate, quest’ultime, da vari fattori quali ad esempio l’area di costruzione e le relative differenti soluzioni costruttive. I monaci -costruttori di Sant’Eufemia conoscevano direttamente e piuttosto bene, per via della loro origine, disposizioni planimetriche ispirate allo schema di Cluny II che così furono traslate e diffuse in tutta la Calabria tra questi ricordiamola chiesa abbaziale di Santa Maria della Roccella, della fine dell’XI secolo, e la cattedrale di Gerace, costruita tra il 1085 e il 1110.

La chiesa è una costruzione che rispecchia i tipici schemi architettonici normanni in voga nell’Italia Meridionale; ad oggi sono ancora visibili il prospetto principale con i resti delle due torri campanarie, le tre navate, con la centrale di maggiori dimensioni separate da una serie di pilastri e quelle laterali illuminate da una serie di finestre ad arco. Inoltre, è visibile la zona presbiteriale accessibile grazie ad una scalinata ad est, definita dai transetti e dalle tre absidi, quella centrale di maggiori dimensioni rispetto le altre due.

Il presbiterio è stato scavato successivamente, riportando alla luce blocchi marmorei policromi che portavano all’altare posto, come di norma, nell’abside maggiore, dove ai lati erano presenti delle colonne di ripiego appoggiate su elementi architettonici di età romana. In questa zona è stata portata alla luce una pavimentazione realizzata in tessere marmoree policrome, opus sectile, ricavate da marmi antichi, il cui utilizzo è tipico della tradizione normanna e ha lo scopo di sottolineare l’imponenza del potere al pari dell’Impero Romano.

La chiesa era a pianta basilicale, quindi, a tre navate, triabsidata con coro gradonato e transetto sporgente. Nel versane ovest, la presenza di mura spesse 3.30 mt, fa presumere l’esistenza di matronei accessibili attraverso scale o intercapedini; le supposizioni sono dovute al fatto che i resti sono riconducibili solo alla parte superiore della chiesa, infine la facciata sud è scandita da una serie di contrafforti e monofore a tutto sesto.

Per quanto riguarda le torri, è possibile riscontrare i marcatori riconducibili all’architettura normanna, tra cui i cantonali in granito squadrati e le feritoie in pietra. Anche il monastero riprende il motivo delle finestre presenti nella chiesa, la cui muratura è composta da ciottoli di fiume di medie e grandi dimensioni legate da malta la cui composizione non è riconducibile al periodo bizantino, ma bensì al periodo di costruzione sotto il Guiscardo.

 

Strani Mondi

strani

Tre anni fa, sinceramente non ricordo in coda a quale delle tante discussioni sulla fantascienza italiana in cui fui coinvolto, me ne uscì con un

“Sarebbe bello se, una volta l’anno, Urania pubblicasse uno speciale dedicato ai racconti o ai romanzi brevi degli scrittori di fantascienza italiana”.

Non l’avessi mai fatto ! Uno dei tanti soloni dell’ambiente se ne uscì con

“Chi scrive questo, non capisce nulla del nostro mercato”

In realtà fu più volgare, ma non voglio abbassarmi al suo livello… Anche perchè il Tempo è gentiluomo, e i fatti, la pubblicazione di Strani Mondi è la perfetta misura della sua acutezza, facendolo entrare a pieno titolo nella mia Hall of Idiocy, assieme a un geniale manager Accenture che sostenne

“Blu diventerà il numero 1 nella telefonia mobile in Italia, facendo fallire Vodafone e TIM”

o il suo collega di Deloitte che se ne uscì con

“I cinesi non venderanno mai un cellulare o un router in Italia”.

Ovviamente, dovendo incrociare spesso per lavoro questi ultimi due fenomeni da baraccone, devo compiere sforzi titanici per non ridere loro in faccia.

Per cui potete capire la soddisfazione con cui ho comprato e letto questo Urania. Che dire ? Ci sono racconti che mi sono piaciuti di più, altri di meno. Forse avrei preferito che qualche scrittore avesse mostrato un poco più di coraggio, uscendo dalle solite storie e dai soliti personaggi, rimettendosi in discussione, ma mi rendo anche conto di una cosa.

Molti dei lettori di Urania, schiavi dei loro pregiudizi, conoscono poco la fantascienza italiana, per cui era anche giusto dare loro un assaggio della produzione “tradizionale” degi nostri scrittori. Però, non è tempo di criticare, anche perché i gusti sono soggettivi e lasciano il tempo che trovano: come detto tante volte, la nostra fantascienza è un mondo tanto piccolo, quanto litigioso.

Passiamo più tempo a discutere di temi inutili che a scrivere. Strani Mondi, sotto tanti aspetti, è stato anche un invito all’unità, la dimostrazione che lavorando assieme, uniti nella diversità, si possono ottenere buoni risultati

Strani Mondi è un’utile lezione per il futuro, che spero non venga dimenticata, che può essere il primo passo per un lungo cammino…