Le tombe reali nella Cattedrale di Palermo

Il turista che entra nella Cattedrale di Palermo e magari pone una rosa sulla tomba di Federico II, spesso ignora la storia di quel complesso funerario, tanto complicata, quanto affascinante, legata alla rappresentazione che il potere da di se stesso.

Gli Altavilla, sin dalle origini, hanno tentato di riproporsi come vera alternativa occidentale al Basileus di Bisanzio e per il vassallaggio a Roma, come eredi dell’imperium: tutto ciò si evidenziato in una complessa simbologia, che ha impattato anche nell’architettura funeraria.

Come raccontato nel post relativo alla Chiesa della Maddalena, inizialmente le tombe reali a Palermo erano poste in una cappella simmetrica a quella dell’Incoronazione, in un richiamo ideologico ai Mausolei imperiali tardo antichi della basilica romana di San Pietro.

Con la ristrutturazione della Cattedrale, le tombe furono spostate nella Maddalena, il cui precedente ideologico era all’heroon della basilica dei Santi Apostoli a Costantinopoli, l’ultima dimora di tanti imperatori bizantini; negli anni successivi, i re normanni tentarono più volte di realizzare la loro chiesa/mausoleo dinastico.

Il primo tale impresa fu Ruggero II, che a tale scopo, fece costruire il duomo di Cefalù e un complesso funebre, dall’evidente significato propagandistico: utilizzando materiale di reimpiego proveniente da Roma, forse due colonne, fece realizzare due sarcofaghi di porfido rosso, pietra di solito riservata per le tombe degli imperatori romani: in tale modo, Ruggero si proclamava eguale al Basileus kai Autokrator ton Romaion.

Uno dei due sarcofaghi era destinato a essere la sua ultima dimora; sullo scopo dell’altro, si continua ancora a discutere: per alcuni, era destinato al suo successore Guglielmo il Malo, per altri aveva il valore simbolico di dimora del corpo mistico della regalità. Probabilmente era un cenotafio alla memoria dei suoi antenati, dato che la forma ricorda l’urna di Adriano; era una sorta di collegamento tra la stirpe degli Altavilla e gli imperatori romani.

Inoltre, Ruggero integrò i due sarcofaghi in un mausoleo in un baldacchino con sei colonne e una copertura cosiddetta a “libretto”, che replicava quello di Goffredo di Buglione a Gerusalemme, per evidenziare la sua pretesa su quel trono, che a dire il vero, era alquanto capziosa: derivava dal secondo matrimonio di sua madre, Adelasia del Vasto, che l’aveva resa regina di Gerusalemme.

Infine, probabilmente Guglielmo il Malo fece disporre il sepolcro di Ruggero in modo che ogni 28 febbraio, data della morte del re, il luogo del sepolcro fosse illuminato da un raggio di sole, altra citazione del Mausoleo di Adriano, a simboleggiare l’apoteosi e l’ascesa al cielo del padre.

Sappiamo da un documento, che però è solitamente ritenuto un falso, forse risalente al regno dei due Guglielmi, pare che i sepolcri fossero già in situ; la tomba di Ruggero II sembra essere collocata a nord, «in cornu Evangelii», mentre l’altro sepolcro, «in cornu epistolae» a sud, continuando la tradizione tutta normanna dei sepolcri «intra chorumet altare».

Tuttavia, nonostante tutto questo impegno, Ruggero II non fu mai seppellito a Cefalù. Alla morte di Ruggero, avvenuta a Palermo nel 1154, i canonici della cattedrale palermitana si rifiutarono di consegnare il corpo del re ai canonici della cattedrale di Cefalù; manovra ispirata dall’arcivescovo Gualtiero Offamilio, mirata a minare il primato di luogo memoriale e funebre della cattedrale concorrente e di fare acquisire alla cattedrale panormita una notevole autorevolezza e una posizione di supremazia nei confronti di quella cefaludense. La salma del sovrano siciliano viene, quindi, tumulata in un’urna, di cui si sconoscono forma e ubicazione. Si tratta chiaramente di una sistemazione provvisoria, utilizzata presumibilmente sino al 1170 data in cui il tempio viene riedificato ed ampliato; da quel momento in poi, il corpo di Ruggero II dovrebbe essere stato sistemato nell’attuale sarcofago, fatto realizzare da Guglielmo il Buono, sempre di porfido, ma assai meno imponente di quello di Cefalù. Si tratta infatti di una semplice cassa con coperchio a spioventi, sostenuta da quattro cariatidi di marmo bianco.

Ovviamente, a Cefalù non si arresero e continuarono a mandare alla corte normanna appelli affinché il corpo di Ruggero II fosse restituito: ma tutte le speranze ebbero fine con Federico II, il quale nel 1209 fece trasferire i sarcofaghi da Cefalù a Palermo, che viene pagata dallo svevo con la scomunica da parte del vescovo cefaludense. Scomunica che viene revocata solo a seguito della donazione a favore della diocesi del feudo di Coltura, attestata in un atto datato al settembre 1215.

Federico II così reinterpretò e ampliò le volontà propagandistiche dell’antenato: destinò alla sua sepoltura il sarcofago di Ruggero II, ad affermare la sua legittimità dinastica. Fece seppellire nel secondo sarcofago di Cefalù, quello che imitava le forme dell’urna di Adriano, il corpo del padre Enrico VI, per affermare la continuità tra Impero Romano e dinastia Sveva.

Essendo Federico II, con maggiore legittimità di Ruggero II, re di Gerusalemme, adottò la stessa struttura a baldacchino dei mausolei di Cefalù. Sfrattò, in una sorta di damnatio memoriae postuma le ossa del re Tancredi, che aveva cercato di mantenere l’indipendenza dello stato normanno da Enrico VI, dal suo sepolcro di porfido, per porvi il corpo di sua madre Costanza. In più, per ribadire la legittimità della sua eredità, da una parte sulla tomba della madre l’epitaffio

Romanorum imperatrix, semper augusta et regina Siciliae

dall’altra replicò, per affermare la continuità dinastica, la stessa struttura del baldacchino che copriva la tomba di Ruggero II.

Volontà confermata solennemente il 7 dicembre a Castel Fiorentino, alla vigilia della morte, avvenuta il 13 dicembre 1250 da potente imperatore: sarà compito di Manfredi completarla, con la dislocazione dei sarcofagi porfirei nella navata di destra, vicino al coro e di fronte alla corrispondente abside denominata Cappella del Sacramento e con l’isolare l’area con una cancellata di protezione in ferro e delle preziosissime tende in seta, con ricami aurei, agganciate ad anelli mobili, lungo aste di metallo, a loro vota, fissate tra i capitelli e la copertura.

Manfredi che si fece incoronare, proprio per affermare la sua discutibile legittimità, davanti a questo complesso funerario, che, nonostante le ruberie dei Savoia ai tempi di Vittorio Amedeo, rimase invariato sino ai lavori del Fuga nel 1781, che spostò le tombe nell’attuale disposizione.

Concentriamoci ora sulla tomba di Federico II, in cui sugli spioventi del coperchio sono scolpiti tre tondi in ambo i lati, quello centrale dello spiovente destro raffigura Cristo Pantocratore, a sinistra la Vergine con il Bambino. I tondi esterni raffigurano i simboli dei quattro Evangelisti, mentre l’epitaffio originale che recitava

Si probitas, sensus, virtutum gratia, census, Nobilitas orti possent resistere morti, Non foret extinctus Fredericus, qui jacet intus

ossia

Se l’onestà, l’intelligenza, le più alte virtù, la saggezza, la buona reputazione e la nobiltà del sangue potessero resistere alla morte, Federico, che qui riposa, non sarebbe morto

La dedica sarebbe stata composta dall’arcivescovo palermitano, Berardo di Castacca, fedele amico dell’imperatore e per questo corse anche dei rischi, nei confronti del papato, che invece era in pessimi rapporti con lo svevo

All’interno del sarcofago di Federico II sono stati rinvenuti tre corpi. Il primo a destra coperto da un manto regale,tutto cucito in un sacco, e con una spada al fianco (Pietro D’Aragona). Il secondo,ridotto a nude ossa, con il braccio disteso sotto il primo corpo avvolto da un drappo logoro e due anelli d’oro con pietre di poco valore (donna la cui identità è un mistero, soggetto a infinite congetture), il terzo (Federico II), ottimamente conservato. con il corpo poggiato su un cuscino di cuoio, accanto al quale stava il globo di metallo mancante della sua croce.

2 pensieri su “Le tombe reali nella Cattedrale di Palermo

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