La cripta dei Cocchieri

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Una delle più importanti sodalizi di Palermo è la Venerabile Confraternita di Santa Maria dell’Itria dei Cocchieri, protagonista sin dal 1598 di una straordinaria processione del Venerdì Santo, in cui i fercoli, in dialetto “vare”, sono portati a spalle da fedeli e confratelli, trasportando le statue della Madonna Addolorata e del Cristo morto in giro per le antiche strade e vicoli della Kalsa, costeggiando antichi palazzi nobiliari.

Caratteristica particolare e originale di questa processione che attrae cittadini e turisti, è la sfilata di “personaggi” che sfoggiano le antiche livree dei nobili casati dai variopinti colori, una volta datori di lavori dei confrati.

Apre il corteo una grande croce di legno, accompagnata ai lati due membri in marsina, seguita dai i confrati con livree azzurro ed oro in rappresentanza della casa Branciforte di Trabia e di Butera, marrone e argento per la casa Settimo di Fitalia e Giarratana, giallo e verde per la casa Valdina, giallo e azzurro per la casa Baucina, rosso e giallo per il Municipio, nonché altre di casa Galati, Mazzarino, Scalea.

Nel Seicento, infatti, In segno di rispetto, lutto e devozione il Venerdì Santo vigeva il divieto di spostarsi in carrozza, “pirchì ‘u Signuri è ‘nterra”, quindi i cocchieri godevano un giorno libero e potevano partecipare numerosi a questo sacro evento. Circostanza che consentiva ai nobili di ingraziarsi il consenso delle autorità religiose ottenendo inoltre l’indulgenza plenaria per resa devozione.

Tornando alla storia della Confraternita, questa nacque inizialmente come Compagnia di San Riccardo, vescovo inglese, protettore dei carrettiere, per il lavoro che faceva da giovane. Nel 1596 i cocchieri “Maiuri” che prestavano la loro opera presso le case aristocratiche della città, si aggregarono in quella che più che un sodalizio religioso, appariva una sorta di sindacato di categoria, trasformandola nella “Venerabile Confraternita di Santa Maria dell’Itria dei Cocchieri”, dedicata alla patrona della Sicilia.

Il riconoscimento ufficiale, con atto rogato dal notaio Vincenzo Donato, avviene in data 22 settembre 1596. Il sodalizio religioso si pose quindi la finalità di perseguire la pratica delle virtù cristiane, di venerare e promuovere il culto di Maria SS. Addolorata e del Cristo morto, di assistenza tra i confrati, e di fornire una sorta di welfare ai poveri della Kalsa. In più fu data a tutti gli impiegati delle case nobilieri, come staffieri, stallieri, palafrenieri e camerieri, di iscriversi alla Confraternita

Il 22 ottobre del 1614 furono approvati dall’Arcivescovo di Palermo Giannettino Doria, colui che rese Santa Rosalia patrona di Palermo, i primi Capitoli, ossia la raccolta di norme che regola la vita delle confraternite.

Intanto i fondatori del sodalizio si autotassarono della somma di “Dodici once di Sicilia” ciascuno, una cifra ragguardevole per i tempi, e con il patrocinio dei loro padroni iniziarono l’edificazione della loro chiesa, dedicata ovviamente a Santa Maria dell’Itria, sopra una cripta in precedenza utilizzata come ritrovo dalla Compagnia di San Riccardo.

Cripta che si trovava nella “ruga magistra” della Kalsa, la nostra via Alloro, che aveva il vantaggio di essere vicina ai luoghi di lavoro dei cocchieri, ossia i principali palazzi nobiliari dell’epoca. La chiesa molto semplice, fu terminata nel 1611.

Il complesso, però merita una visita proprio per la cripta, che come quella delle Repentite, era utilizzata per la mummificazione, tramite essiccazione, e per la sepoltura dei confrati. Tale cripta è a forma rettangolare, ampia circa 150 mq, si estende sotto la chiesa, il sovrastante sagrato e parte della strada ed è articolata su due livelli: il primo è costituito dal locale dedicato alla sepoltura, in cui sono presenti novanta loculi; destinazione d’uso che durò sino alla fine del XVIII secolo, quando il vicerè Domenico Caracciolo, anticipando di qualche anno l’editto napoleonico di Saint Cloud vietava di seppellire i morti dentro le mura della città e istituiva i cimiteri pubblici suburbani

Il secondo livello, in cui si scende tramite una scala, è il invece dedicato ai colatoi, dove si praticava la mummificazione dei cadaveri.

I confrati non badarono a spese, pur di decorare la loro ultima dimora: nella cripta sono presenti elementi architettonici di un certo pregio, come l’arco trionfale ribassato sostenuto da due piloni quatrangolari, che introduce all’altare dove si celebravano le messe in suffragio delle anime defunte; i soffitti presentano volte a botte e a crociera e il pavimento conserva ancora dei brani originali di cotto bicromo consumati dal tempo e dal calpestìo.

Nel 1729 la confraternita dei cocchieri cominciò a ospitare nella cripta la Confraternita di Gesù e Maria, che poteva celebrare le sue cerimonie religione, in cambio dell’aiuto alla sepoltura dei confrati e alla condivisione delle spese di manutenzione della cripta. La Confraternita di Gesù e Maria decorò l’ambiente con un ciclo di affreschi, raffiguranti le anime purganti che attraverso l’intercessione dei santi acquisivano la salvezza.

Nella seconda metà del Settecento, accusata di simpatie massoniche, assia comuni nella Palerma dell’epoca, la patria di Cagliostro, la Venerabile Confraternita di Santa Maria dell’Itria, fu soppressa perché dichiarata eretica.

I confrati se ne fecero una ragione, continuando le loro attività in segreto: però, anche per i decreti di Caracciolo, la loro cripta fu progressivamente abbandonata e se ne perse memoria, per essere riscoperta nel 1980 e progressivamente restaurata.

Secondo una leggenda, comune a tutte le cripte e i sotterranei di Palermo, dalla cripta dei cocchieri partivano un tempo, dei camminamenti sotterranei che la mettevano in comunicazione con altre chiese e palazzi della zona…

2 pensieri su “La cripta dei Cocchieri

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