Santa Maria dei Miracoli

Come raccontato altre volte, prima dell’adozione di Santa Rosalia, la protezione di Palermo era affidata a una sorta di condominio tra un gruppo di sante; tra queste, vi era Cristina, la cui traslazione nella città siciliana si celebrava il 10 maggio con una grande fiera, che si teneva nel Piano della Marina.

In quella zona di Palermo, esisteva, dipinta sul muro, un’immagine della Beata Vergine chiamata “della Grazia di Costantinopoli” venerata dal popolo perche ritenuta miracolosa, anche se, a memoria d’uomo, non è che avesse fatto granché, per meritare tale fama.

Il tutto cambiò nel 1543: Uno storpio che chiedeva l’elemosina ai passanti, piangendo e invocando il soccorso della Regina del cielo ai piedi dell’Immagine si addormentò. Svegliatosi cominciò a gridare e saltare per la gioia, poiché era stato risanato. Divulgatosi subito il miracolo, uno stuolo di ammalati fu condotto in quel luogo: i ciechi riebbero la vista e i muti la parola; gli storpi camminarono, i naviganti nei pericoli furono condotti a porto sicuro.

Almeno così racconta una cronaca dell’Ottocento… In ogni caso, la chiesa palermitana e le autorità civili cercarono di regolamentare il disordinato esplodere della religiosità popolare: organizzarono una bella processione, dalla chiesa di San Domenico al luogo dei miracoli, Subito dopo alcuni cittadini, devoti alla Vergine, chiesero al senato palermitano la concessione dell’area e la licenza di iniziare la fabbrica della chiesa che doveva essere intitolata alla Madonna dei Miracoli.

La richiesta fu accolta con favore dall’Universitas palermitana, che cedette il senza problemi il terreno per la costruzione, seguita dal placet arcivescovile a condizione che vi si fondasse una Confraternita, prevedendo indulgenze per chi avesse sostenuto con elemosine la fabbrica della chiesa. La prima pietra fu posta dal Viceré Giovanni di Vega, ma come spesso si succede quando si fanno cose, c’era una minoranza di abitanti della zona che si lamentava, per il caos, degrado e rumero causato dai lavori.

Il capo dei brontoloni era un nobile locale, che si lamentava del fatto che la nuova chiesa gli impedisse di godersi il panorama. imprecando contro i muratori perché si fermassero, nello stesso momento crollò un muro della stalla, seppellendo un servo e un cavallo. Resosi conto della sua temerarietà, inginocchiatosi ai piedi della Vergine. Le chiese perdono, esortò a continuare l’opera iniziata e dotò la chiesa di larghe elemosine.

Altri fondi arrivarono dalle cospicue donazioni della comunità fiorentina presente in città, titolare, dal 1581, della concessione per l’esercizio del culto nella chiesa, di portare a termine la chiesa nel 1590.

Nel 1599, la chiesa fu concessa a una congregazione religiosa: Nel 1629, dopo che la comunità fiorentina – che aveva avuto in concessione la Chiesa per l’esercizio del culto – si era dispersa, il Senato palermitano diede la Chiesa ai Frati Conventuali di S. Francesco che lì impiantarono il loro noviziato chiamato “il Conventino”. Sul lato sinistro esisteva un portico sostenuto da colonne ed archi che successivamente era stato trasformato in una piccola Chiesa dedicata a Santa Apollonia. Nel 1775 il piccolo convento fu abolito ed eliminato nel secondo dopoguerra quando si ripararono i danni bellico

La Chiesa, chiusa dopo i bombardamenti della 2° Guerra Mondiale, è stata riaperta al culto nel 1970; dal 2008 l’Arcivescovo di Palermo, il Card. Paolo Romeo, ha voluto che questa chiesa divenisse luogo per svolgervi attività pastorali a favore dei migranti, affidando la Rettoria al padre Sergio Natoli, dei Missionari Oblati di Maria Immacolata. A seguito dei danni provocati dal terremoto del 2002, dal Gennaio 2010 a Dicembre 2011 il tempio è stato oggetto di un pregiato restauro, che lo ha riportato all’originario splendore.

Chi sia l’architetto della chiesa, è difficile dirsi… Alcuni parlano di Fazio Gagini, esponente della terza generazione della famiglia di architetti e scultori; altri parlano di Pasquale Scaglione o di Giuseppe Spatafora. Qualcuno, infine, sostiene che il progetto sia di provenienza toscana. In ogni caso, l’edificio rappresenta una sintesi dell’esperienza del Manierismo siciliano.

La facciata, molto bella, è divisa in due ordini da una cornice aggettante: il primo ordine è tripartito da eleganti paraste che ne rivelano la spartizione interna. Al centro, il portale è inquadrato da semicolonne reggenti una cornice mentre ai lati si aprono due finestre a edicola. L’ordine superiore presenta una fascia con al centro un oculo, elemento che si ripete anche sui prospetti laterali. La composizione è chiusa in alto da un fastigio curvilineo prebarocco. La chiesa originariamente aveva tre porte: uno su piazza Marina, che è l’unica rimasta aperta; l’altra si affacciava su via Longarini che è stata murata; l’altra immetteva nel portico che originariamente era parte della Chiesa e che nel Settecento fu adibito a tempio dedicato a Santa Apollonia. Questa parte della chiesa nel secolo scorso è stata parzialmente inglobata in edifici di servizio ed attualmente vi svolge la sua attività il “Teatro Libero”.

Splendido è l’interno, a pianta quadrata è caratterizzato dallo slancio delle 6 esili colonne che si slanciano verso l’alto, con una leggera trama data dagli archi a tutto sesto, dai capitelli finemente scolpiti nella bottega dei Gagini. Il tamburo quadrangolare ed un’abside poligonale coperta da volticine lunettate, imprimono un dinamismo che ricorda la preghiera che sale a Dio l’Altissimo. Il tiburio quadrato centrale, che s’innalza ancora oltre captando la luce radente dalle finestre, è concluso dalla volta ottagonale ribassata e lunettata. Le colonne sono abbellite da capitelli in pietra arenaria come pure i basamenti delle colonne sono tutte arricchite da basso rilievi che esprimono temi floreali. L’abside centrale, strutturalmente gotica per la pianta poligonale e per le colonnine angolari, è affiancata da absidiole semicircolari

Mettendosi al centro dell’aula liturgica e guardando in alto si ha la sensazione di vedere un’antica lanterna, piena di luce che si irradia in tutto l’ambiente. Il presbiterio e le due cappelle laterali sono perfettamente integrate al perimetro della parte centrale del tempio ed arricchite da delicate paraste che s’innalzano fino alla sommità degli archi. Una serie di vele presenti nel soffitto rendono ulteriore dinamicità a tutta l’opera. I riferimenti all’architettura gaginesca sono però evidenti e visibili soprattutto nella decorazione dei sottoarchi delle absidi, in cui sono scolpiti immagini di angeli alati.

L’altare monumentale è completamente rivestito in marmo. E’ ubicato al centro del presbiterio ed è della fine dell’ottocento. Sul suo fianco destro vi è incisa la seguente scritta: “Questo altare è stato edificato per devozione ed a spese del Sig. Ant. Allegra De Luca. 30 Giugno 1892”. Sopra l’altare è ubicata l’antica immagine della Madonna dei Miracoli, che inizialmente era sul muro e che diede inizio alla costruzione dell’attuale tempio. Fu sostituita da una copia su tela. Le pareti furono ricoperte da tabelle votive che raffiguravano i vari miracoli ottenuti dall’intercessione della Madonna, ma per abbellire o tinteggiare le pareti del tempio esse andarono disperse.

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