Santissima Trinità a Mileto

Il mio viaggio alla scoperta delle tombe degli Altavilla compie una nuova tappa calabrese, giungendo a Mileto, in provincia di Vibo Valentia, che fu capitale della contea di Ruggero I d’Altavilla; qui il normanno, mantenendo sia il legame con la sua patria d’origine, sia per sottolineare la continuità della sua stirpe con quella dei principi della Langobardia Minor, fece costruire nei pressi del palatium di Roberto l’Abbazia di San Michele Arcangelo, poi ridedicata alla Santissima Trinità, in modo da affermare la sua parentale spirituale con l’ultima dimora del Guiscardo, per portare avanti il processo di latinizzazione della popolazione di origine greca.

Il primo Abate fu Guillaume Fitz Ingram, dal nome in figlio illeggittimo e, nel 1120, Papa Gregorio VII vi istituì la diocesi diventando la prima sede episcopale di rito latino di tutto il meridione d’Italia.Inizialmente dipendente dall’abbazia di Santa Maria di Sant’Eufemia, ne fu distaccata nel 1098 e dichiarata direttamente dipendente dalla Santa Sede, oltreché abbatia nullius diocesis con delle sue parrocchie dipendenti, con bolla di papa Urbano II.

Nel 1166, su richiesta dell’abate Mauro, la chiesa fu riconsacrata in quanto l’altare maggiore era stato profondamente danneggiato da un crollo. Nel 1200 si ebbero i primi scontri con il presule di Mileto che si sarebbero trascinati per tutta la storia dell’abbazia a causa soprattutto della qualità di nullius diocesis della SS. Trinità che la rendeva indipendente dal presule locale. Nello stesso anno si verificano anche i primi scontri con i monaci greci di San Nicodemo che, con l’appoggio del vescovo di Gerace, si ribellarono al dominio dell’abbazia melitense, a cui erano sottoposti da una donazione del 1091, riuscendo a rimanere indipendenti.

Papa Alessandro IV ne estese, nel 1260, la giurisdizione su varie persone, laici ed ecclesiastici, che erano andate ad abitare a Monteleone agli ordini di Matteo Marchafaba, secreto dell’imperatore Federico II.

Nel 1358 il re Ludovico e la regina Giovanna concessero all’abbazia il diritto di tenere una fiera nei cinque giorni precedenti e nei tre successivi la solennità della Santissima Trinità; è possibile che si tratti della riconferma di un privilegio già concesso dal conte Ruggero. Durante la fiera (che nel 1700 durava due settimane, una prima e una dopo la festa) si era esenti dalle gabelle ma i granettieri del monastero avevano il diritto di esigere una parte delle merci presenti.

Nel 1659 l’abbazia fu colpita dal primo dei sismi che doveva poi distruggerla completamente. Il terremoto provocò il crollo sia della chiesa che del monastero, i cui materiali e beni vennero poi saccheggiati. In questa occasione anche il vescovo pretese di utilizzare le pietre dell’abbazia per riparare la cattedrale ed anche per farne commercio.Nel 1660 la chiesa fu ricostruita ma senza l’antica maestosità, le sue dimensioni infatti si ridussero alla metà. Del monastero rimasero in piedi solo le muraglie ed alcuni muri maestri; appoggiata alla muraglia ovest fu costruita la nuova residenza vicariale.

Nel 1717, il 13 agosto, Clemente IX soppresse la nullius diocesis abbaziale con la bolla dismenbrationis Abbatiae, unendone i territori alla diocesi melitense; il Papa decretò che in cambio il vescovo doveva versare una pensione annua di 2400 scudi romani al Collegio greco. Nel 1762 iniziò a Napoli una causa per stabilire se l’abbazia fosse di regio patronato; in conseguenza di ciò, 14 anni dopo, il vescovo smise di pagare la pensione. Il terremoto del 1783 segnò la totale distruzione della SS. Trinità, di cui rimangono imponenti rovine;vi furono effettuati degli scavi tra il 1916 e il 1923 da Paolo Orsi, altri scavi sono stati effettuati nel 1995 e 1999.

Ma come era, in origine, questa abbazia? Senza troppe sorprese, somigliava assai a Sant’Eufemia, di ispirazione cluniacense, con un transetto sporgente e con tre navate e tre absidi affiancate la cui centrale corrispondeva alla cupola del coro. La chiesa era lunga circa 42 metri e larga 26, con colonne greche provenienti dal Tempio di Proserpina di Hipponion, la nostra Vibo Valentia. Il campanile, invece, in origine pare fosse costituito da una torre separata dal corpo della chiesa

Con i due terremoti seicenteschi, la chiesa venne radicalmente trasformata con una ricostruzione che comportò una riduzione degli spazi, con la nuova chiesa che occupava le sole navate, con l’abside quadrata che terminava all’altezza dell’arco santo dell’impianto romanico e i pilastri al posto delle colonne. All’indomani del terremoto del 1783 restava solo una parte del prospetto e il contrafforte seicentesco e le pareti perimetrali solo per un’altezza minima, mentre oggi dell’intero complesso svetta solitaria la ‘scarpa della badia’ a testimonianza del monumento medievale e delle sue trasformazioni in età moderna.

E come Sant’Eufemia, la sua omonima di Venosa, Monreale o la Cattedrale di Palermo, Santa Trinità fungeva da chiesa mausoleo: vi furono infatti sepolti Ruggero I, la sua seconda moglie Eremburga e Simone, successore designato del Gran Conte

Secondo le cronache di Alessandro di Telese, durante la sua infanzia Simone incorse in un curioso incidente con suo fratello Ruggero. Un episodio che alla luce dei successivi sviluppi storici appare quasi profetico:

Come tutti i bambini, [Simone e Ruggero] stavano facendo un gioco con le monete, il loro preferito, e finirono col venire alle mani. Durante la lotta, ciascuno supportato da un proprio gruppo di amici, il più giovane, Ruggero, risultò vincitore. Egli derise il fratello Simone dicendo:

Sarebbe decisamente meglio che toccasse a me l’onore di regnare trionfalmente dopo la morte di nostro padre, piuttosto che a te. In ogni caso, quando riuscirò a farlo ti nominerò vescovo o anche pontefice di Roma – il che sarà per te la migliore delle sistemazioni

Il sarcofago che custodì le spoglie di Ruggero I° e che oggi si conserva presso il Museo Archeologico di Napoli, dove i Borboni lo trasferirono nel 1846 è probabile provenisse da Roma o Ostia (come molti sarcofagi antichi poi riutilizzati in diverse città italiane), ma non è escluso che possa essere stato costruito in Campania. Anche nei pressi di Mileto vi erano ”giacimenti” archeologici, come quello della greca Hipponion, ma i materiali ivi rinvenuti al tempo di Ruggero (colonne, capitelli, sculture) si ritiene siano stati utilizzati soprattutto per abbellire l’Abbazia e la Cattedrale normanne di Mileto.

Il manufatto è in marmo bianco inciso con scanalature a forma di onde disposte in senso verticale. E’ lungo metri 2.40, largo cm. 92 ed alto metri 1.91, decorato su tre lati, mentre il quarto lato poggiava in origine al muro della navata destra della Chiesa abbaziale della SS. Trinità di Mileto. Sul pannello centrale compare scolpita una porta a due battenti, con il battente destro socchiuso a simboleggiare il passaggio del defunto nel mondo dei morti.

Alcun elementi decorativi, come la sella curule e le corone di alloro scolpite su entrambi i lati del sarcofago, fanno ritenere che esso possa essere appartenuto ad un magistrato. Presenta un coperchio a foggia di tetto di casa, con alle estremità due busti, oggi acefali, di un uomo e di una donna ( forse l’antico proprietario e sua moglie). Si suppone che in origine i lati del coperchio possano essere stati ornati dai volti di due Gorgoni con capelli serpentini ma che all’epoca di Ruggero questi siano stati sostituiti dal simbolo cristiano della croce greca.

Ora, dato che da una testimonianza di un viaggiatore seicentesco, sappiamo come il sarcofago fosse posto un distico in cui vi era scritto

Hanc sepulturam fecit Petrus Oderisius magister Romanus in memoriam Rogerii Comitis Calabriae et Siciliae. Hoc quicumque leges dic sit ei requies.

Tali modifiche furono attribuite al marmorario romano Pietro di Oderisio; il problema è che il buon Pietro, autore del monumento funebre di papa Clemente IV a Viterbo, socio di Arnolfo di Cambio, nell’esecuzione del Ciborio di San Paolo fuori le Mura e a Westminster dell’arca con le reliquie di Edoardo il Confessore che porta una iscrizione che ricorda un Petrus romanus civis e idell monumento funebre di Enrico III, è attivo tra il 1270 al 1300.

Per cui, il suo intervento deve essere di molto posteriore alla morte di Ruggero I, risalente al 1101. Il mistero potrebbe essere chiarito grazie a uno studio pubblicato nel 1983 dalla storica dell’arte Lucia Faedo, in cui si afferma che questo sarcofago, fosse stato inserito in una struttura monumentale più complessa affine a quella delle tombe reali del duomo di Palermo collocate sotto un baldacchino sorretto da colonne in porfido. Indizi di questa ricostruzione sarebbero ricavabili da un pezzo di architrave in porfido, oggi conservato in Calabria come gradino d’altare in una chiesa di Nicotera, dove sarebbe giunto già dopo il terremoto del 1659, quando marmi e altre pregevoli cose della Chiesa della Trinità finirono dispersi o venduti. L’architrave risulta decorato da tre maschere col volto umano del tutto simili a quelle scolpite sul baldacchino della tomba di Federico II a Palermo.

Autore di questo baldacchino fu probabilmente Pietro di Oderisio, a cui Carlo II commissiò a Mileto una replica delle tombe di Palermo, per ribadire sia i suoi diritti come re di Sicilia, usurpati dagli Aragonesi, sia il suo essere erede spirituale degli Altavilla.

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Un baldacchino simile doveva coprire anche il sarcofago di Eremburga, decorato da una scena di Amazzonomachia, racconto di lotta tra le mitiche amazzoni e i Greci, questi ultimi generalmente guidati da Eracle o Teseo.La scena è inquadrata in alto da un listello con superficie non lisciata ed in basso da due listelli, al centro dei quali corre una ghirlanda di foglie d’alloro embricate (parzialmente sovrapposte).

Sino a qualche tempo fa, era stato datato all’ultimo quarto del II sec. d.C. e considerato di provenienza attica; tuttavia, negli ultimi anni, per una serie di peculiarità stilistiche e tecniche, si è diffuso il sospetto che l’opera sia invece una riproduzione, su modello antico, realizzata contestualmente al suo impiego. Gli artigiani, in sintesi, si sarebbero solo ispirati a modelli classici antichi per la fabbricazione e la decorazione del sarcofago destinato a accogliere le spoglie di Eremburga.

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