Antinum

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Antinum, uno dei principali centri dei Marsi, sorgeva lungo la Valle del fiume Liri, al confine con il territorio dei Volsci. Che sia un centro dei Marsi e non dei Volsci, come è stato proposto da alcuni studiosi, è testimoniato dalle iscrizioni in cui compare come Marsi Antinum.

Le origini dell’insediamento vanno ricercate nel VI – V secolo come medio centro fortificato dei Marsi con le sue mura in opera poligonale.Al termine della prima metà del i secolo a.C., l’insediamento fortificato divenne municipium romano con il nome di Marsi(s) Antino, o piu comunemente Antinum, iscritto nella tribù Sergia; i suoi abitanti detti Marsi Antinates, sono ricordati da Plinio il Vecchio nella lista dei popoli marsi.

Dalle iscrizioni di età imperiale, la città e retta da quattuorviri scelti fra le famiglie più importanti locali come i Pomponii e Petronmi, e nuovi arrivati dai vicini municipia (Vertulei) o di origine servile, coine i Novii che daranno alla città ben sei magistrati superiori e le cui fortune vanno ricercate nel possibile sfruttamento degli affioramenti di ferro della Val Roveto. Oltre alle tradizionali attivita agricole di fondovalle e la probabile coltivazione di fichi, il territorio antinate era ricco di boschi utilizzati dalla locale corporazione dei dendrophori (boscaioli) che sfruttavano le selve dei monti dell’alta Valle del Liri.

All’inizio dell’eta medievale, sebbene in decadenza e dopo una contrazione, l’abitato interno accentrato, si dispose dentro il perimetro murario antico rinforzato da torrette-rompitratta ”a scudo” nel ’200, in vicinanza delle porte ancora in funzione. Nell’interno, al centro sul luogo dell’ex asilo, vi era la pieve di Santo Stefano da cui dipendevano numerose chiese rovetane a conferma della sua probabile funzione diocesana; infatti, nel IV – V secolo probabilmente Antinum fu sede episcopale. Intorno alla città intanto sorgevano le prime comunita monastiche benedettine, come quelle volturnensi documentate nella vicina «inclita valle Sorana» gia nel 744-788.

L’XI secolo vede la presenza nella città medievale dal nome di Civitas Antena, di un esponente minore della famiglia dei Conti dei Marsi, il «Rainaldus filius Obberti de civitate Antena» che appare in donazione a Montecassino del 1060-63 Nel XII secolo il castellum di Civitate Antine si trova inserito, come feudo «in servicio» del valore di quattro militi, nella Contea di Albe, sotto i conti Berardo e Ruggero di Andria, e nella stessa contea rimarrà fino al termine del feudalesimo. Probabilmente l’altura dell’acropoli fu dotata di una torre-cintata con la torre-mastio interna, a pianta quadrata, gia dall’XI secolo, forse da uno dei figli di Oderisio n; questa, risistemata nel ’300, e detta ora Torre dei Colonna. Resto notevole di casa-torre medievale (XIII secolo), e la cosiddetta Casa di San Lidano posta in direzione di Porta Nord. Con il Rinascimento, sotto la dominazione dei Colonna, l’abitato si ridusse ad un’area più ristretta fra il vecchio Foro, Porta Flora, Porta Nord e l’acropoli con una recinzione interna dotata di bastioni cilindrici sul finire del ’400.

Al termine del ’500 l’altura vicino al Foro fu caratterizzata dall’edificazione di un complesso palazzato dei Ferrante. Con le distruzioni dei terremoti dal Settecento al 1915, l’abitato e stato in gran parte alterato dalle ricostruzioni e la stessa parrocchiale di Santo Stefano nel ’700 fu riedificata nelle vicinanze del Palazzo Ferrante in localita Banchi.

Dal 1877 ai primi anni del novecento pittori danesi noti quali Kristian Zahrtmann, Peder Severin Krøyer e Peter Christian Skovgaard si stanziarono a Civita d’Antino producendo numerosi quadri ritraenti paesaggi e costumi locali, alcuni dei quali di elevato valore artistico.

La moderna Civita di Antino, ricostruita dopo il terremoto del 1915, ha conservato il nome e il sito del centro antico. Sono visibili ancora ampi tratti delle mura poligonali, che proteggevano l’abitato su tutti i lati, escluso quello orientale, naturalmente difeso da profondi burroni. Il tratto più conservato è il lato nord-ovest, dove alcune muraglie raggiungono ancora i sei metri di altezza. Sono mura in opera poligonale piuttosto rozza, catalogabile come “seconda maniera” e databile probabilmente entro la prima metà del V secolo a.C. Notevoli sono alcune parti della cinta muraria del lato sud, dove le mura discendono ripidamente fino a una valletta, in fondo alla quale era una porta coincidente con la principale via di accesso, che poi si prolungava all’interno della città dividendola in due. L’acropoli probabilmente era ubicata dove è ora la torre Colonna e divenne la cittadella nel periodo medioevale. Il Foro, dal quale provengono alcune iscrizioni di carattere pubblico, era localizzato probabilmente nella piazza della Chiesa di Santo Stefano, ancora oggi centro del paese.

Unici resti antichi conservati all’interno del sito sono due muri paralleli in reticolato irregolare, di Età tardo-repubblicana, chiamati le Terme dagi abitanti del luogo. L’iscrizione di Angitia, che è conservata nella piazza della Chiesa di Santo Stefano, proviene dalla località Condotto, dove è una fonte ancora utilizzata. Più vicino all’abitato, presso la fontana del paese, troviamo un’iscrizione incisa su una rupe, di carattere funerario. Importante è la scoperta di una lamina di bronzo scritta in un dialetto italico con dedica alla dea Veruna. Si tratta di una divinità tipicamente umbra, che appare nelle tavole Iguvine, la cui presenza in territorio marso conferma gli stretti rapporti di questa popolazione con quella italica più settentrionale.

Altro ritrovamento importante è il cosiddetto bronzo di Antino, un’epigrafe che rappresenta una della principali fonti di conoscenza della lingua databile tra il III secolo a.C. ed il II secolo a.C. e ritrovata a metà del XIX secolo.

Il bronzo era offerto dal meddix, magistrato supremo di un popolo italico, Pacio Pacuvio al dio Pomono. Significativo, dal punto di vista della ricostruzione della cultura italica, il fatto che questo meddix appaia nel bronzo privo di attributi particolari, a indicare la non necessaria specializzazione di tali figure, a differenza del magistratus romano. Il testo è il seguente:

Pa. Vi. Pacuies. medis
Vesune. dunom. ded
Ca. Cumnios. cetur

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