La tomba di Adelasia del Vasto

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Il mio viaggio alla ricerca delle tombe degli Altavilla, oggi mi porta a Patti, nella basilica di San Bartolomeo, l’apostolo le cui spoglie, come dire, hanno avuto una storia alquanto romanzesca.

Non si sa bene come, dato che secondo la tradizione fu scuoiato nella Media Atropatene, circa corrispondente al nostro Azerbaigian, nel 264 d.C. finirono a Lipari, dove rimasero sono al 410, quando il san Maruta vescovo di Maiferqat (oggi la città curda di Silvan) le comprò, pagandole a peso d’oro.

Il perché di tale acquisto è facile a dirsi: lo shah Yazdgard I, sia perché il il vescovo di Ctesifonte, Abdaas, aveva tentato di bruciare il tempio del Grande Fuoco della capitale sasanide, sia perchè li considerava una quinta colonna di Costantinopoli, aveva ordinato una grande persecuzione dei cristiani di Persia.

Maruta, ottimo medico, dopo avere curato lo shah Yazdgard I da una fastidiosa borsite, lo convinse a rinunciare a tale proposito e ad adottare una politica di tolleranza; per cui, per celebrare tale successo diplomatico e invocare la protezione divina, affinché in futuro non venissero di nuovo queste strane idee ai sasanidi, cominciò a raccogliere reliquie a destra e manca, tanto che Maiferqat cambiò nome in Martiropoli.

L’imperatore Anastasio I, ottenne le reliquie di Bartolomeo in una clausola del trattato di pace del 507, portandole a Darae, nell’Iraq settentrionale. Ai tempi di Giustiniano, non si sa bene perché, il vescovo di Darae le vendette a un mercante ebreo proveniente dalla Spagna, che in maniera alquanto salomonica, le rivendette a Lipari, dove rimasero sino a una razzia araba.

Essendo i saraceni più interessati all’oro che a vecchie ossa, si salvarono: però, per evitare il rischio di profanazioni future, furono affidate in gran segreto al principe longobardo Sicardo, il quale mette al sicuro il corpo dell’apostolo a Sorrento e infine a Benevento.

Nel 983 Ottone II di Sassonia pretese la consegna di tali reliquie, minacciando, in caso contrario, terribili rappresaglie. Per evitare problemi, i beneventani tentarono un colpo gobbo: gli fu infatti consegnato il corpo di san Paolino, vescovo di Nola. Accortosi dell’imbroglio l’imperatore cinse la città d’assedio, ma non riuscendo a espugnarla fece ritorno a Roma, dove peraltro fece edificare una basilica dedicata a San Bartolomeo sull’Isola Tiberina.

Ora, nel tentativo di incrementare il controllo del territorio appena conquistato e di latinizzare la Sicilia, convertendo i musulmani e riportando gli ortodossi sotto il controllo del Papato, Ruggero I fece costruire a Patti una fortezza, un monastero benedettino dedicato al Santissimo Salvatore e la basilica dedicata a San Bartolomeo.

Della basilica originale è rimasta solo la facciata, caratterizzata da un portale centrale in stile gotico costituito da tre colonne per lato inframezzate da colonnine più esili che reggono capitelli con figure zoomorfe, mentre l’articolato manufatto prospettico in laterizi sorregge un arco acuto con più ordini di strombatura.

Il secondo ordine è contraddistinto da altrettante cornici di bifore cieche con archi a tutto sesto, le monofore esterne includono oculi ciechi. L’edicola interna priva di rivestimento lavico reca un oculo sede della moderna vetrata raffigurante il volto di Cristo. Cornicioni delimitano un terzo ordine con paraste intermedie sormontato da timpano triangolare.

I due ordini presentano una decorazione lavica che insieme agli inserti di candido marmo delle cornici e del reticolo, creano un finissimo effetto cromatico. A metà strada dalle cave di pietre e materiali lavici, con riferimento alle ricchissime colate laviche delle falde dell’Etna o estratte e importate dalle prospicienti Isole Eolie, la facciata presenta l’utilizzo di conci di lava per scopi decorativi. Peculiarità che accomunano la cattedrale alle costruzioni di matrice bizantino – araba, cube e metochi del circondario, l’utilizzo di conci di pietra lavica denominatore comune alle rifiniture esterne delle absidi del Duomo di Palermo e del Duomo di Monreale, ai castelli di Milazzo e di Santa Lucia del Mela.

Il resto della basilica normanna crollò a seguito del terremoto del Val di Noto del 1693, in cui l’undici gennaio le scosse distrussero ompletamente l’ultima elevazione della torre campanaria caratterizzata dalle aperture a trifore, le tre absidi coeve e identiche a quelle del duomo di Cefalù, la volta e le cappelle laterali. I canonici riuniti per le funzioni si salvano perché l’orologio del campanile a causa della scossa del 9 e le tre della domenica, di cui l’ultima catastrofica, segna l’ora in avanti di mezzora e anticipano l’uscita prima dei crolli.

Sarcofago-di-Adelaide

In questa basilica è sepolta una delle donne più affascinanti del Medioevo, Adelasia del Vasto, figlia del Marchese Manfredo Incisa del Vasto, marchese di Savona e della Liguria Occidentale, ucciso durante la rivolta dei suoi tartassati sudditi.

In punto di morte Manfredo aveva affidato al fratello Anselmo figli e beni. Tuttavia, anche il tutore era presto deceduto e la cospicua eredità affettiva e patrimoniale era finita nelle mani del terzogenito della casata: l’avido Bonifacio, Signore di Gravina. Per porre un’ipoteca su quei congrui beni, egli contrasse matrimonio con la vedova del germano, in dispregio delle interdizioni sancite dal diritto canonico e delle vivaci proteste espresse da Papa Gregorio VII e dai Vescovi di Asti, Torino ed Acqui.

Bonifacio, fregandosene altamente della minaccia di scomunica, si impadronì dei beni dei nipoti e per toglierseli dalle scatole, combinò il matrimonio tra Adelasia e Ruggero I di Sicilia, che nei due procedenti matrimoni, aveva avuto solo figlie femmine, tranne Malgerio, conte di Troina, che, non si sa per quale motivo, rinunciò all’eredità paterna, per rinchiudersi in solitario esilio in un castello in Calabria, e Goffredo, uomo di straordinaria intelligenza, ma che la lebbra aveva escluso dalla successione.

In più, Giordano, il figlio legittimato, nato da un’amante bizantina di Ruggero, abile e ambizioso, era morto all’improvviso. Per cui, serviva a ogni costo una nuova moglie, per avere un sospirato erede. Così Adelasia giunse al porto di Messina in pompa magna su navi da cui sbarcarono dote, scorta e un nutrito seguito di suoi conterranei piemontesi che l’avevano seguita per insediarsi nella parte centro-orientale dell’isola. Fu una prima avanguardia di un flusso migratorio poi massicciamente favorito per decenni fino al XIII secolo, ancora oggi testimoniato dall’esistenza di alcune isole linguistiche alloglotte nel cuore della Sicilia, chiamate colonie lombarde, dove si parla un antico dialetto Gallo-Italico.

Adelasia tenne fede al suo compito e partorì due figli maschi, Simone, morto giovanissimo e Ruggero II: alla morte del Conte di Sicilia, divenne reggente, governando con straordinario rigore: scaltra, ambiziosa, capace, lucida e di temperamento generoso ed ardito per l’epoca, a fronte della rivolta di Patti, ove un gruppo di Baroni ribelli si era asserragliato nel castello di Focerò, ella dette prova di inaspettata intransigenza reagendo con una spietata repressione.

Nel consiglio della Corona, oltre ai fratelli, ad assisterla vi fu Cristodulo o Cristoforo, uomo di mare che nel 1094 aveva avuto da Ruggero il titolo di protonobilissimo. Si vuole che egli fosse l’arabo Abd-er- Rahmân-en- Nasrâni: un nome che, da convertito, si traduce in schiavo del misericordioso. Egli era forte di un rispettabile passato e di larga autorità riconosciutagli dal Gran Conte, quando era stato designato uomo/ponte fra gli interessi normanni e le popolazioni greche della Calabria e Sicilia orientale. Accanto alla Sovrana, ora, benché esperto in materia finanziaria, Cristodulo aveva promosso la costruzione di chiese e monasteri e concorso agli equilibri fra le varie forze etniche e religiose presenti nello Stato.

In quegli anni, Adelasia rafforzò l’edificio istituzionale ponendo evidente attenzione alla giustizia, all’ordine ed alla pace sociale: seguendo le orme del marito, che nella strategica Messina aveva fondato nel 1081 una sede vescovile cui nel 1096 aveva aggregato la diocesi di Troina, ella elesse la città sede permanente di Corte e fissò la capitale a Palermo. Morto, intanto, il figlio di Roberto il Guiscardo, il minorenne Ruggero II ereditò anche la Puglia, consolidando quella tradizione dinastica che trasformò in Regno di Siciliae et Italiae, con una estensione dal Tronto sull’Adriatico, al Garigliano sul Tirreno: confini restati immutati per sette secoli.

Energica, autorevole ed illuminata, come Goffredo Malaterra la descrisse, Adelasia rappresentò il più sostanziale elemento d’unione fra Ruggero I e Ruggero II: tollerante in materia religiosa, privilegiò i Musulmani rendendoli fortemente lealisti verso la Corona e manifestò attenzione politico/garantista anche nei confronti della Chiesa Greca, in particolare del monachesimo basiliano. Protesse, anzi, con forte impegno due prestigiose figure del Clero calabrese, delle quali apprezzò la vivacità intellettuale: Luca da Melicuccà, Vescovo di Isola Capo Rizzuto, legatissimo al Patriarca di Costantinopoli, e Bartolomeo da Simeri: il vero riformatore del monachesimo nella Sicilia normanna. Perseguendo la linea tracciata dal coniuge, che nel 1092 aveva elargito donazioni a Luca, anch’ella fornì sostegno economico alla sua causa aiutandolo, nel 1111, nella fondazione del monastero di Monte Vioterito.

A Bartolomeo, invece, fece larghe concessioni sicché, nel 1105, egli ottenne da Papa Pasquale II la conferma della protezione della Chiesa del Patirion di Rossano: un atto dalle rilevanti implicazioni politiche, poiché il monachesimo italo/greco veniva a porsi come trait-d’union fra gli Hauteville ed il cenobitismo basiliano che, in linea di continuità, Ruggero II sottopose al patronato giuridico e politico della Corona, ordinando la costruzione del convento del SS. Salvatore di Messina: iniziato nel 1122 e terminato nel 1132.

Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia”, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora

Sul finire del 1112, quando il figlio ebbe assunto le responsabilità ereditarie, la vanità femminile della quarantenne Adelasia fu gratificata dalla proposta matrimoniale del Re di Gerusalemme Baldovino I di Fiandra, fratello di Goffredo di Bouillon: attratto più dalla consistenza patrimoniale che dalla avvenenza della vedova, egli si impegnava alla clausola di cedere il proprio trono al Conte di Sicilia e Calabria, ove nessuna nascita avesse allietato quelle nozze. Clausola su cui si basarono le pretese di Ruggero e dei suoi discendenti su Gerusalemme, che venne esaltata e celebrata nelle loro tombe.

o spregiudicato Sovrano aveva già sposato Arda, figlia del Conte di Edessa, per garantirsi il sostegno politico/militare degli Armeni nel caso di un’aggressione turca ai suoi territori. Diventato Re di Gerusalemme, ella non gli era più utile e, dopo averla confinata nel locale convento di Sant’Anna con la surrettizia accusa di immoralità, sollecitava l’annullamento del vincolo. Di fatto, il collasso finanziario ed il rischio che gli Egiziani riconquistassero la Città Santa, lo avevano orientato verso la madre del già potente Ruggero II di Sicilia.

Il progetto, pur condiviso dalla sua âme damnée: il Patriarca Arnoldo Malecorno, era ostacolato dalla circostanza che Arda, nel frattempo fuggita a Costantinopoli, fosse ancora viva; che nessuna disposizione pontificia si prestasse a quelle mire e che il mai giuridicamente cessato connubio esponesse Baldovino ad una condizione di conclamata bigamia. Pertanto, l’ambasceria inviata nell’isola sollecitò Adelasia a sfruttare le sue strette relazioni di amicizia con la Chiesa, onde ottenerne il consenso alla seconda unione, previo lo scioglimento della prima.

Ignara dell’avidità dell’aspirante marito, ella si prestò e nell’estate del 1113 si imbarcò per l’Oriente: il figlio aveva allestito una flotta imponente per dare un segnale della sua potenza e per degnamente scortarla col suo tesoro di gioielli, oro, pietre, argenti, stoffe, tessuti preziosi, armi ed un corpo scelto di arcieri siculo/arabi. Il Sovrano l’attendeva a San Giovanni d’Acri, assieme ad una folla traboccante d’entusiasmo e testimone della sfarzosa cerimonia officiata da Arnoldo.

Il farsesco legame, che l’Episcopato gerosolimitano continuava a ritenerlo nullo, entrò presto in crisi: dopo aver concorso ad incamerare i beni della sposa, Arnoldo aveva preso ad insinuare nel Re la situazione canonica di una presunta parentela coniugale, in contrasto con le norme vigenti. Il Papa aprì un’inchiesta e, approfondita la vicenda, depose il Patriarca che, recatosi tuttavia a Roma nel luglio del 1116, riottenne la reintegra nell’incarico, previo impegno a stroncare la scandalosa relazione.

Gli eventi precipitarono quando, al ritorno da una spedizione militare a Wâdî ‘Araba nel marzo del 1117, gravemente ammalato ed assalito dai rimorsi, nel presunto punto di morte proprio Baldovino chiese al confessore di richiamare Arda e cacciare Adelasia. Se l’una ignorò la supplica, l’altra, il venticinque aprile, a fronte della nullità nuziale pronunciata a Tolemaide da un sinodo presieduto da Arnoldo, umiliata tornò in Sicilia portando con sé per la prima volta in suolo italiano i religiosi che seguivano la regola dell’Ordine della Beata Vergine del Monte Carmelo, i cosiddetti Carmelitani – ordine religioso sorto in Terra Santa – ai quali si era legata ancora di più in seguito alle sofferenze derivate dalla separazione matrimoniale

Secondo la leggenda, il dolore le provocò la lebbra e si salvò dalla malattia per un miracolo, bagnandosi nella dove sant’Agatone aveva battezzato Febronia, patrona di Patti. E’ certo invece che si ritirasse nel convento benedettino della città, dove morì nel 1118.

Inizialmente fu sepolta nel convento; nel 1122, l’abate Giovanni ordinò la costruzione del sarcofago reale. Successivamente fu migrato nella cattedrale e nel 1557 fu sostituito con uno in stile rinascimentale che raffigura dormiente la splendida tribolata sovrana, celebrata dall’iscrizione

HIC JACET CORPUS NOBILIS DNE ANDILASIE REGINAE MULIERIS SERENISSIMI DNI ROGERII PRIMI REGIS SICILIE CVIVS ANIMA PER MISERICORDIAM DEI REQUIESCAT IN PACE AMEM MCXVIII

2 pensieri su “La tomba di Adelasia del Vasto

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