Santa Maria di Mili

Il mio viaggio alla ricerca delle tombe degli Altavilla oggi fa tappa a Mili San Pietro, frazione collinare della città di Messina, nella chiesa normanna Santa Maria, tra le più antiche testimonianze di architettura religiosa normanna della Sicilia

La chiesa infatti, risale intorno al 1090 e fu fatta edificare dal conte Ruggero d’Altavilla, che in segno di riconciliazione con i suoi nuovi sudditi di fede ortodossa, che costituivano la maggior parte dei cristiani locali, la affidò ai monaci basiliani guidati dall’egumeno Michele; è possibile, quindi, che possa essere esistito in precedenza un cenobio bizantino, forse associata a una cuba, la tipologia di cappella a pianta centrale nata nella Sicilia araba, il che spiegherebbe alcune peculiarità architettoniche della chiesa successiva.

Nella chiesa di Santa Maria fu vi sepolto Giordano d’Altavilla, figlio illeggittimo di Ruggero e suo braccio destro in infinite imprese.Nel 1076 era agli ordini di suo padre presso Catania nelle operazioni di guerra contro l’arabo Benavert, l’indomabile signore di Siracusa, che lo trasse in un agguato e lo costrinse a rifugiarsi nella città, mentre il suo compagno, Ugo di Jersey, perdeva la vita. Nel 1077 era, ancora con suo padre, a Trapani dove combatté valorosamente per la resa della piazza. Nel 1079 era all’assedio di Taormina.

Giordano si batté con grande impegno per la riconquista di Catania, tornata ancora nelle mani di Benavert per tradimento, tanto da meritare la fiducia del padre che lo nominò suo luogotenente quando nel 1081 si allontanò dalla Sicilia. Ma Giordano approfittando di tale fiducia tentò di insubordinarsi al padre, creando un proprio stato indipendente e cercando di impadronirsi del tesoro paterno che era custodito a Troina.

Fallita la rivolta, ritornò comunque nelle grazie del padre, che stava avendo la peggio con Benavert, che alleato con i filo bizantini di Rhegion, aveva addirittura tentato un colpo di mano in Calabria.

Giordano ebbe un ruolo fondamentale nell’assedio di Siracusa del 1086, in cui, il 25 maggio, morì Benavert cadendo in mare con la sua pesante armatura mentre saltava da una nave all’altra, e nella presa di Noto nel 1091, che segnò la definitiva conquista della Sicilia da parte dei normanni.

In cambio di tali servizi, ottenne cdal padre la signoria di Siracusa e Noto, e insieme ad essa un matrimonio prestigioso con una sorella di Adelaide del Vasto, terza moglie di suo padre, della stirpe aleramica.

Nel 1091 fu ancora a capo della Sicilia durante l’assenza del padre Ruggero in occasione della spedizione contro Malta. Nell’aprile 1092 era ancora vivo (documentato in un diploma del padre a favore del monastero di Sant’Agata a Catania), ma il 18 (o 19) settembre di quell’anno moriva a Siracusa, con molto dolore del padre che lo aveva designato erede della contea di Sicilia.

L’abbazia basiliana, tra le più importanti della Sicilia medievale, conobbe periodi di splendore e decadenza che si alternarono fino al 1542, anno della cessione, ad opera di Carlo V, dell’abbazia al neocostituito Grande Ospedale di Messina.

Nel 1866, in seguito all’emanazione delle leggi eversive dello Stato unitario, il monastero e la chiesa furono incamerati dal Demanio; il monastero fu venduto a privati, mentre la chiesa è tuttora patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’interno, che in verità, se ne sempre curato poco. Dopo essere stata utilizzata fino agli anni Cinquanta come ricovero per animali e attrezzi, la chiesa è stata abbandonata se stessa e solo da pochi anni, grazie all’impegno di tante associazioni locali, è stata oggetto di un progressivo recupero.

Rispetto ad analoghe costruzioni basiliane, Santa Maria rappresenta l’unico caso di monoaula a pianta rettangolare triabsidata. Il santuario, ha un’aula molto allungata, dovuta a un intervento del Cinquecento, sulla quale si apre un presbiterio tripartito concluso all’interno di un diaframma in muratura di mattoni, sul quale si impostano l’arco trionfale e le due arcate laterali che formano i phastophoria, ossia la prothesis, in cui si conservavano le offerte dei fedeli e il diaconicon, si custodivano i vasi e i paramenti sacri.

Questo spazio, in pieno accordo con la tradizione bizantina, è schermato dalla barriera iconoclastica, quindi non visibile dai fedeli disposti lungo la navata. I tre ambienti che articolano il presbiterio sono divisi tra di loro dalla presenza di una coppia di archi a sesto acuto.

Le piccole cappelle laterali sono sormontate da due cupolette realizzate ad anelli concentrici di mattoni e impostate su un unico ordine di archetti angolari, che individuano la zona di transizione. Più complessa è l’impostazione della cupola maggiore, anch’essa posta in opera ad anelli concentrici di mattoni, che si innesta su uno spazio rettangolare e irregolare

Il passaggio dal rettangolo di base al cerchio di imposta della cupola si slancia attraverso due livelli. Il primo è realizzato con una coppia di archi, disposti parallelamente alla navata; il secondo con raccordi angolari realizzati da tre ordini di archetti con aggetto crescente, che vanno a formare l’imposta delle calotte. Le tracce in negativo di quattro colonnine incassate a coppie negli spigoli dell’arco trionfale e dell’abside, motivo ricorrente negli edifici normanni, testimoniano la presenza di un apparato decorativo nella zona presbiteriale.

La navata centrale è oggi coperta con una struttura di legno e coppi illuminata con finestre non strombate e accoglie in posizione quasi baricentrica la piccola scala che conduce alla cripta, destinata, come a Palermo, alla mummificazione dei corpi; cripta costituita da due ambienti rettangolari voltati a botte sulle cui pareti si innestano dodici nicchie semicircolari, dotate di gocciolatoi e catino sommitale

Esternamente, su un basamento di pietra calcarea, si innesta la muratura policroma decorata con lesene che sostengono archetti ciechi ed intrecciati, sormontati dall’alternanza di finestre e archi anch’essi ciechi. Nella parete est, che accoglie l’abside, svettano le tre cupole emisferiche rette da tamburi pressoché ottagonali e rivestite da un intonaco di coccio pesto, che dona loro il tipico colore rossastro di gusto orientale.

Inoltre, è da notare sul tamburo della cupola maggiore una fascia decorativa con laterizi disposti di testa e inclinati a 45° a formare una cornice triangolare, utilizzata anche nell’aggetto semicircolare dell’abside maggiore.

La chiesa svolge un ruolo fondamentale nella definizione della futura arte arabo-normanna: Ruggero, per motivi politici, nella definizione della planimetria, a differenza di quanto avviene in Calabria, non fa riferimento all’architettura cluniacense, ma si adegua alla locale tradizione bizantina, inpostando una chiasa del tipo monóclitos dromicòs naòs, ossia a una navata rettangolare unica, con abside emergente orientata e proporzioni ridotte.

In più, partendo dall’esperienza delle cube, di cui Santa Maria rappresenta una naturale evoluzione, arricchisce il modello tradizionale impostazione del santuario concluso dal diaframma di muratura che genera una sintesi perfetta tra l’impianto longitudinale e quello centrico.

La stessa esperienza della Cuba, come a Santa Domenica o alla Santa Trinità di Castelvetrano, unita con le influenze islamica, influenza lo sviluppo degli alzati, con i volumi compositivi aggregati in cui la cupola funge da fulcro assoluto delle masse.

Il nucleo cupolato è in assoluto uno degli aspetti più interessanti di questa fondazione. Esso si articola su un vano rettangolare ed irregolare in cui la cupola emisferica baricentrica è in aderenza con l’abside e ripropone in maniera chiara la tensione strutturale dell’apparato cupola-mihrab delle moschee.

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