Roma nella geografia araba medievale

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Può sembrare strano, specie in questi giorni in cui domina la paura rispetto al dialogo, ma Roma era una costante nella letteratura araba medievale, essendo citata negli hadit (i detti attribuiti al Profeta) alla storia, dall’adab, che con qualche imprecisione, potremmo definire trattatistica morale e agli ‘aǧā’ib, la narrativa di viaggio.

Anzi, le sue descrizioni sono assai più presenti di quanto fossero nelle letturature occidentali quelle delle principali città del mondo arabo. Tuttavia, la Roma presente nell’immaginario arabo è qualcosa di assai diverso rispetto la città reale: essa è infatti il frutto della narrazione e della sovrapposizione di almeno tre diverse esperienze, tra loro conflittuali.

La prima è il principio di auctoritas: il primo a parlare di Roma, in ambito non religioso, è proprio il padre della geografia araba, Ibn Khordadhbeh, che nacque tra l’800 e l’825 in Khorasan da una ricca famiglia persiana del nord del Paese (suo padre era stato Wali del califfo al-Maʾmūn per il Ṭabaristān). Zoroastriano, per facilitare la sua carriera nella burocrazia abbaside, si convertì all’Islam.

Ricevuta un’ottima educazione nella cerchia di persone che gravitavano intorno a Isḥāq al-Mawṣilī, uno dei principali musicisti dell’epoca, e fu presto nominato “Direttore delle Poste e delle Informazioni” (Ṣāhib al-barīd wa l-khabar ) della provincia del Jibāl, nel NO della Persia all’epoca del califfo abbaside al-Muʿtamid. In quanto responsabile del barīd (ebbe in seguito responsabilità ancora maggiori a Baghdad e Sāmarrāʾ), Ibn Khordādhbeh era il responsabile del controspionaggio califfale.

Verso l’870, mettendo a frutto le conoscenze acquisite nel suo lavoro, Ibn Khordādhbeh scrisse il suo capolavoro, il Kitāb al-masālik wa al-mamālik (Il libro delle strade e dei reami) in cui descrisse il mondo conosciuto dell’epoca: se nell’ambito dei domini abbaside, raccontò le sue esperienze dirette, quando passò Dar al-Ḥarb, il mondo esterno all’Islam, si limitò a un mix tra le diverse fonti siriache e greche che aveva a disposizione.

Purtroppo, in quest’opera di copia e incolla, da una parte confuse le descrizione riferite alla vecchia Rome con quelle della nuova, ossia Costantinopoli, mischiandole, dall’altra fu vittima di una serie di equivoci linguistici. Il più strano fu riferito al Flavus Tiber, il biondo Tevere, che da “giallo” divenne “di bronzo”, facendo credere a Ibn Khordadhbeh come i suoi argini fossero di tale metallo.

Per cui, da questa serie di equivoci, nacque un luogo immaginario, degno de Le Città Invisibili di Calvino, che, per rispetto al venerando geografo, si trascinò anche in libri di altri autori.

Il secondo strato è dai contatti indiretti con il mondo cristiano: le versioni della Salvatio Romae e delle leggende su Virgilio negromante, che appaiono in diversi racconti di viaggio islamici, non potevano che provenire che dall’Europa.

Contatti che erano mediati dai mercanti : malgrado le teorie di Henri Pirenne, che parlava di una cesura pressoché totale dei traffici fra Europa cristiana e mondo islamico, i rapporti commerciali e culturali non erano in realtà mai venuti meno, anche se resi indubbiamente più difficili dalle saltuarie ostilità ideologiche tra le due parti contrapposte del mar Mediterraneo e le attività piratesche di entrambi gli schieramenti.

Mercanti sia di religione cristiana, sia ebraica, spesso provienienti dall’Italia bizantina, che oltre alle merci, scambiavano informazioni e storie. Sempre il buon Ibn Khordadhbeh, così li descrive

Questi mercanti parlano arabo, persiano, greco volgare, greco bizantino, franco, volgare castigliano e lingue slave. Viaggiando da ovest verso est e da est a ovest, in parte per via di terra, in parte sul mare, essi trasportavano da occidente gli eunuchi,donne e giovani ridotti in stato di schiavitù, articoli di seta, pellicce di castoro, di martora e di altri animali, e di spade. Prendono il mare in Firanja (luogo sulla cui identità gli studiosi si stanno scannando con entusiasmo: alcuni sostengono che si tratti della valle del Rodano, altri ipotizzano che si tratti dei themata del sud Italia, altri delle città di Amalfi, Napoli e Gaeta) sul mare Occidentale, e si spingono fino a Faramā (Pelusium). Lì essi caricano le loro mercanzie a dorso di dromedario e si muovono con carovane per via di terra, fino ad al-Qulzum (l’antica Clysma, oggi Suez), coprendo una distanza di venticinque farsakh (parasanghe).

S’imbarcano sul mar Rosso e navigano da al-Qulzum fino ad al-Jār (porto di Medina) o Jedda (porto di Mecca), quindi vanno nel Sind, in India e in Cina. Sulla via del ritorno dalla Cina, prendono con sé il Muschio, aloe, canfora, cannella e altri prodotti orientali verso al-Qulzum e li riportano a Faramā, da dove s’imbarcano nel mare Occidentale. Alcuni veleggiano verso Costantinopoli per vendere le loro mercanzie ai Bizantini; altri si recano nel palazzo dei re di Francia per vendere i loro beni.

Qualche volta questi mercanti ebrei, si associano ai Franchi del loro Paese, sul mar Occidentale, si dirigono alla volta di Antiochia (all’imboccatura dell’Oronte); da lì, per via di terra, fino ad al-Jābiya (al-Hanaya, ai bordi dell’Eufrate). Là s’imbarcano sul fiume Eufrate e raggiungono Baghdad, da dove discendono il fiume Tigri verso al-Ubulla.

A partire da tale città irachena, costoro navigano verso l’Oman, Sind, Hind e Cina. Seguendo un itinerario terrestre, i mercanti che partivano da al-Andalus, dalla Spagna cristiana o dalla Francia si recavano di norma a Sūs al-Aqṣā (oggi in Marocco) e quindi a Tangeri, da dove proseguivano alla volta di Qayrawān e della capitale dell’Egitto, Fusṭāṭ. Da lì essi andavano ad al-Ramla, visitavano Damasco, al-Kūfa, Baghdad e al-Baṣra, attraversando Ahvaz, il Fārs, Kirmān, Sind, Hind, e infine arrivando in Cina. Talvolta essi prendevano invece la via verso Roma e, traversando il Paese degli Slavi, arrivavano a Khamlīj (o Khamlīk), la capitale dei Khazari. S’imbarcavano sul mar Caspio (Mare del Jorjan), arrivavano a Balkh, traversavano l’Oxus e continuavano il loro viaggio verso Yurt, Toghuzghuz, il Paese degli Uiguri e di là verso la Cina

Terzo strato, sono i contatti diretti: nella Roma medievale, vi è continua e costante presenza araba. Si tratta di diplomatici, mercanti e pellegrini, sia cristiani, sia musulmani, che volevano onorare le tombe di San Pietro e San Paolo, gli ḥawāriyyūn del profeta Īsā ibn Maryam.

Proprio le loro esperienze concrete, che filtrano nelle storie dei geografi, trasformano le descrizioni arabe di Roma in un gioco di specchi ed enigmi, dove ogni elemento richiama sia la realtà vissuta, sia quella sognata.

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