Il duomo di Salerno

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Il mio viaggio alla scoperta delle tombe degli Altavilla, compie la sua ultima tappa nel duomo di Salerno, frutto del genio di uno degli uomini più affascinanti del Medioevo, Alfano di Salerno, nato nella città campana attorno al 1015; nipote dell’intrigante e ambizioso Guaimario III, principe longobardo della città e alleato di Melo da Bari, fu monaco in Santa Sofia a Benevento, quindi a Montecassino.

Fu abate del monastero di San Benedetto a Salerno, dove conobbe il famigerato Pietro Barliario, di cui condivise la personalità eclettica: fu medico, scrittore, poeta e architetto. La sua figura è legata a quella dell’abate di Montecassino Desiderio (futuro papa Vittore III) di cui fu intimo amico; insieme a quest’ultimo promosse una riforma morale e politica della Chiesa. Alfano gli presentò anche il famoso medico e traduttore dall’arabo Costantino l’Africano, così descritto da un cronista dell’epoca

Costantino l’Africano, monaco dello stesso monastero [di Montecassino], fu dottissimo negli studi filosofici, maestro dell’Oriente e dell’Occidente, un nuovo luminoso Ippocrate. Partito da Cartagine di cui era originario, si recò a Babilonia e qui fu istruito compiutamente in grammatica, dialettica, scienza della natura (physica), geometria, aritmetica, scienza magica (mathematica), astronomia, negromanzia, musica e scienza della natura (physica) dei Caldei, dei Persiani, dei Saraceni.

Partito di qui raggiunse l’India, e ivi si gettò ad apprendere il loro sapere. Padroneggiate completamente le arti degli Indi, si diresse in Etiopia, dove ancora si imbevve delle discipline etiopiche; una volta ricolmo completamente di queste scienze, raggiunse l’Egitto e si impadronì a fondo delle arti degli Egizi. Dopo aver dedicato dunque trentanove anni all’apprendimento di queste conoscenze, tornò in Africa: quando lo videro così ricolmo del sapere di tutte le genti, meditarono di ucciderlo. Costantino se ne accorse, balzò su una nave e arrivò a Salerno dove per un po’ si tenne nascosto, fingendosi povero. Fu poi riconosciuto dal fratello del re di Babilonia, anch’egli giunto lì, e fu tenuto in grande onore presso il duca Roberto. Di qui però Costantino se ne andò, raggiunse il monastero di Cassino e, accolto assai di buon grado dall’abate Desiderio, si fece monaco. Sistematosi nel monastero, tradusse moltissimi testi da diverse lingue. Tra questi, rilevanti sono: Pantegni (diviso da lui in dodici libri) in cui espose ciò che il medico deve sapere; Practica (in dodici libri), dove scrisse come il medico conserva la salute e cura la malattia; il Librum duodecim graduum; Diaeta ciborum; Librum febrium (tradotto dall’arabo); De urina, De interioribus membris; De coitu; Viaticum […], Tegni; Megategni; Microtegni; Antidotarium; Disputationes Platonis et Hippocratis in sententiis; De simplici medicamine; De Gynaecia […]; De pulsibus; Prognostica; De experimentis; Glossae herbarum et specierum; Chirurgia; De medicamine oculorum

Alfano partecipò al concilio di Melfi, a quello di Salerno e al concilio di Roma. Nella sua opera pastorale eresse nel 1058 la diocesi di Nusco e consacrò Sant’Amato Landone suo primo vescovo. Nel 1063 accompagnò come interprete il cugino Gisulfo II, principe di Salerno, che, grazie alla medizione del facoltoso mercante amalfitano Pantaleone, si era recato a Costantinopoli per chiedere sostegno ed aiuto militare al basileus Costantino X Ducas contro il cognato Roberto Guiscardo e per promuovere una lega anti-normanna

Ma Gisulfo, a sua insaputa, lasciò Alfano in ostaggio all’Imperatore d’Oriente; il religioso, inizialmente, la prese come una sorta di vacanza e occasione di studiare testi medici e filosofici greci e bizantini, in particolare Nemesio di Emesa, ma resosi conto di come il Basileus fosse un colossale idiota, organizzò una rocambolesca fuga; si accodò a una carovana di histriones, dove scoprì un inaspettato talento nella giocoleria.

Tornato in Italia fu ospite di Roberto il Guiscardo e dalla moglie, la principessa Sichelgaita, sorella di Gisulfo. Quando nel 1075 il Guiscardo conquistò Salerno, Alfano fece da mediatore, nella delicata fase di transizione, tra longobardi e normanni; proprio per celebrare quella che, più che una conquista, sembrava la chiusura di una disputa famigliare, convinse il Guiscardo nel 1080 a finanziare la costruzione del nuovo Duomo, facendo demolire l’antica chiesa paleocristiana di santa Maria degli Angeli, sorta a sua volta sulle rovine di un tempio romano.

Durante la demolizione, risaltarono fuori le presunte reliquie di San Matteo evangelista, che nel V secolo erano state portate a Velia, città di Parmenide e che erano state traslate il 6 maggio 954 a Salerno, ma di chi era stata persa la memoria; dinanzi a tale ritrovamento, Alfano riuscì a convincere il Guiscardo ad aprire i cordoni della borsa, facendo edificare una chiesa ben più grande di quanto fosse preventinato all’inizio.

A questo si aggiunse la necessità di dare una degna sede a papa Gregorio VII, nel 1084, in piena lotta per le investiture, era stato condotto a Salerno – dove morì nel maggio 1085 – dallo stesso Roberto il Guiscardo, dopo essere stato liberato dall’assedio dell’imperatore Enrico IV, in Castel Sant’Angelo.

Di conseguenza si procedette di fretta e furia, cosa che, assieme ai problemi legati alla stabilità delle fondazioni, provocò nei secoli numerosi crolli. Alfano, data la sua competenza come architetto, si occupò del progetto della nuova chiesa, rendendola differente dalle altre fondazioni del Guiscardo in Sud Italia; invece di ispirarsi alle chiese abbaziali della Normandia, il suo modello fu la chiesa di Montecassino, a sua volta ispirata alle basiliche paleocristiane di Roma.

La cattedrale di Salerno fu quindi caratterizzata da tre navate – di cui quella centrale molto larga – l’alzato altissimo e il quadriportico d’accesso: per venire però incontro ai gusti del Guiscardo, in fondo i soldi li metteva lui, Alfano dovette scendere a compromessi, introducendo due novità. La prima, originaria d’oltralpe, era il transetto triabsidato, che nell’architettura altomedievale dell’Italia centro-Meridionale era assolutamente inesistente. La seconda, sempre di ispirazione normanna, la cripta ad aula con lo spazio scandito da colonne e con le absidi in corrispondenza con quelle del transetto superiore.

Da intellettuale del Medioevo, Alfano credeva nell’intrinseca razionalità del Creato, che cercò di replicare nel suo progetto, basandosi su precisi rapporti numerici per definirne le proporzioni: nel fare ciò, utilizzo come unità di misura il piede bizantino di 31,6 cm. Di conseguenza, il transetto ha lunghezza pari a 50 piedi bizantini (15,8 metri), la lunghezza della navata è di 250 piedi bizantini (79 metri), ossia 5 volte il transetto, mentre la sua larghezza corrisponde a 100 piedi bizantini (31,6 metri) pari a due volte il transetto.

L’altezza della navata centrale è pari a 75 piedi bizantini (23,7 metri), una volta e mezza il transetto, la profondità dell’abside è uguale a 25 piedi bizantini (7,9 metri), metà del transetto, mentre quella delle absidi laterali è 12,5 piedi bizantini (3,95 metri), un quarto del transetto.

Al contempo, per evidenziare la sua continuità con l’antichità classica, utilizzò nella costruzione del duomo numerosi elementi di spoglio provenienti da edifici romani: colonne, capitelli, architravi. Infine, decorò il tutto con una serie di mosaici che reinterpretavano i cicli di affreschi con le storie dell’Antico e Nuovo Testamento che decoravano le grandi basiliche romane di San Pietro e di San Paolo fuori le mura.

portone d'ingresso con statue del duomo di san matteo a Salerno

Come si presentava la chiesa ai tempi dei normanni? L’ingresso originale prevedeva dodici scalini semicircolari, pari al numero degli apostoli, che conducevano alla Porta dei Leoni,chiamata cosi per le due statue ai lati degli stipiti raffiguranti un leone – simbolo della forza – e una leonessa con il suo cucciolo – simbolo della carità. Sull’architrave, scolpita ad imitazione di un portale romano, una scritta ricorda a chi entra l’alleanza tra i principati di Salerno e di Capua, in modo da affermare la continuità gli Altavilla e i Principo Longobardi. Il fregio, raffigurante una pianta di vite – evidente rimando al salvifico Sangue di Cristo – presenta altre decorazioni animali: una scimmia – simbolo dell’eresia, essendo, secondo la mentalità medievale, imitazione imperfetta della figura umana – ed una colomba che becca i datteri – simbolo dell’anima che si pasce dei piaceri ultraterreni

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Si passava poi all’ampio atrio, unico esempio di quadriportico romanico in Italia oltre a quello della chiesa di Sant’Ambrogio a Milano,circondato da un porticato – ideale continuazione verso l’esterno delle navate interne – retto da ventotto colonne di spoglio, provenienti dal vicino Foro di età romana di Piazza Conforti, con archi a tutto sesto rialzato decorati con intarsi di pietra vulcanica sulle lesene e ai pennacchi poggiati su capitelli corinzi, che riecheggiano tipologie islamiche. L’atrio, completato da uno splendido loggiato soprastante a bifore e pentafore, è arricchito su tutti i lati da una serie di sarcofagi romani, riutilizzati in epoca medievale, configurandosi come una specie di Pantheon cittadino.

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Sul lato meridionale sorge l’alto e maestoso campanile arabo-normanno della metà del XII secolo. Il monumentale campanile si eleva per quasi 52 metri con una base di circa dieci metri per lato, fu commissionato da Guglielmo da Ravenna, arcivescovo di Salerno dal 1137 al 1152, ai tempi di Ruggero II, come ricordato dalla lapide

TEMP(O)R(E) MAGNIFICI
REG(IS) ROG(ERI) W(ULIELMUS) EP(ISCOPUS)
A(POSTOLO) M(ATTHEO) ET PLEBI DEI

L’architetto, di probabile provenienza palermitana, dato che l’opera reintepreta il campanile della chiesa di San Cataldo, dovette confrontarsi con il problema dell’instabilità del terreno: per questo fece costruire i primi due piani in travertino, in modo da avere una solida base di sostegno, mentre il rimanente piano e la torretta sono in blocchetti di laterizio, certamente più leggeri. Tutti i piani sono alleggeriti da ampie bifore che scaricano i pesi lateralmente sugli angoli.

La torretta costituisce la parte più interessante con la decorazione a dodici archi a tutto sesto intrecciati con alternanza regolare di diversi materiali policromi. Le forme del campanile, inoltre, rimandano a precise simbologie bibliche. I piani sono tre, numero equivalente ai livelli dell’universo secondo le Sacre Scritture; inoltre, la forma cubica vuol ricordare la loro fisicità. La torretta, invece, ha una forma circolare che nella Bibbia equivale all’elemento ultraterreno; la parete esterna è percorsa da dodici colonnine – quanti sono gli apostoli – che reggono la fascia stellata a sei punte – stella ebraica – che è la raffigurazione del paradiso. In cima a tutto vi è la cupola, la cui perfetta forma sferica rappresenta Dio.

porta

L’ingresso principale alla chiesa era costituito da una porta di bronzo bizantina, uno dei sei esemplari bizantini presenti in Italia, fusa direttamente a Costantinopoli nel 1099, inserita in un bel portale marmoreo medievale. La porta fu donata alla città da due coniugi, Landolfo e Guisana Butrumile, è formata da cinquantaquattro formelle in gran parte raffiguranti croci bizantine, presenta al centro una teoria di 6 icone raffiguranti S. Paolo, S. Pietro, S. Simeone, Gesù benedicente, S. Matteo e la Vergine, la raffigurazione simbolica di due grifi che si abbeverano ad un fonte battesimale – il grifo, oltre che dell’immortalità dell’anima, è anche simbolo della famiglia normanna degli Altavilla, ai quali apparteneva il fondatore Guiscardo. Presso la stessa porta, sono incisi su una lapide quattro versi di una poesia che Gabriele D’Annunzio dedicò alla Cattedrale. Ai lati della porta di bronzo vi sono preghiere a San Matteo in caratteri armeni e greci, e solo recentemente decifrate.

Si entrava poi nella navata centrale, dove su colonne di spoglio – in parte scoperte all’interno dei pilastri barocchi durante i restauri – si apriva sull’ampio presbiterio nel quale si conservano il pavimento ad intarsi marmorei e porzioni dei mosaici; l’arcivescovo Romualdo II Guarna (1163-1181) a imitazioni delle chiese bizantine fece erigere un’iconostasi rivestita di marmi e mosaici, che però alterava la continuità spaziale voluta da Alfano.

guarna

I due amboni, realizzati probabilmente dagli artisti cosmati che facevano la spola tra Roma e Palermo, divennero subito un modello imitato da tutte le chiese di area campana: sulla sinistra, a cornu evangeli, è collocato l’ambone Guarna del 1180 che, finemente decorato con mosaici e sculture, fu donato da Romualdo Guarna, come è riportato sull’iscrizione che corre lungo il parapetto. Il pulpito è retto da quattro colonne, tre delle quali sormontate da bellissimi capitelli figurati, mentre la quarta presenta il capitello a motivi vegetali. Uno dei tre è decorato con figure dalle code serpentiformi poste negli spigoli. Il secondo presenta sulle facce delle figure femminili elegantemente scolpite in abbigliamento classico e figure maschili che come atlanti sorreggono con fatica gli spigoli del capitello. Nel terzo le figure femminili sono sostitute da altrettante figure maschili mentre negli spigoli trovano posto leoni accucciati. Sugli archi si trovano, in rilievo sul fondo intarsiato, le raffigurazioni di evangelisti – San Matteo e San Giovanni – e profeti. La base della cassa è delimitata da una cornice scolpita a tralci avvitati. Un’aquila domina il gruppo marmoreo che costituisce il leggio: si narrava che l’aquila, quando diventava vecchia, con volo possente si librava fino al sole, le piume si bruciavano al calore ed essa cadeva in mare, dal quale poi emergeva ringiovanita. Sul fondo del lettorino poligonale si osserva il rilievo raffigurante la testa di Abisso. Particolarmente ricca è la lastra rivolta verso la navata: nastri intrecciati ricavano degli spazi in cui trovano posto figure di uccelli e draghi. Al particolare pregio delle sculture si affianca la preziosità della decorazione musiva fondata sul ripetersi e sul complicarsi del modulo di ispirazione bizantina del disco inscritto in una fascia a motivi geometrici sempre diversi. Ogni pluteo è decorato da cinque dischi, di porfido o di tessere musive dorate, uniti da volute in mosaico.

Ajello

Molto più grande è l’ambone D’Ajello del 1195 posto a destra, a cornu epistulae la cui donazione è attribuita alla famiglia dell’arcivescovo Niccolò D’Aiello. Se l’attribuzione è incerta, evidente appare l’affinità stilistica con l’ambone Guarna, con il muro di recinzione e con il cero pasquale, il che fa ipotizzare una contemporaneità di esecuzione nella seconda metà del XII secolo. L’ambone è a pianta rettangolare su dodici colonne a fusto liscio con capitelli in cui si ripetono più motivi ornamentali; sui pannelli a mosaico si ritrova il motivo del disco inserito in una cornice a spirale. I capitelli del colonnato, di fattura più semplice rispetto a quelli dell’altro ambone soprattutto quelli con figure di uccelli, protomi e cornucopie, sono in stretto collegamento con quelli di analogo soggetto, ma di fattura meno raffinata, del chiostro di Monreale. Le lastre sono ricoperte con motivi a nastri intrecciati a quinconce che ritagliano spazi ricoperti con minuti intarsi multicolori. L’ambone ha due lettorini di cui quello rivolto verso la navata raffigurante l’aquila che artiglia la testa dell’uomo col serpente. Il secondo, rivolto verso il presbiterio, è costituito da due diaconi stanti su leoncini. Lo stile del rilievo è molto diverso dal precedente è richiama esperienze di tipo settentrionale, francesi o tedesche

Accanto all’ambone maggiore, c’è il candelabro del cero pasquale, cilindrico e ricoperto da tarsie a zig-zag, a spirale e lineari. La base di tipo corinzio è affiancata da quattro figure di orsi accovacciati mentre il fusto è diviso in tre parti da nodi di cui quello superiore è decorato con raffinati intarsi naturalistici.Su tutta l’area prebiteriale – coro, presbiterio e transetto – sono realizzati con motivi di tarsie policrome eseguiti su ordine dell’arcivescovo Guglielmo da Ravenna, nella prima metà del XII secolo. Le tre absidi si innestano direttamente sul muro orientale del transetto. Degli ampi mosaici originari, della fine dell’XI secolo, rimangono solo pochi ma significativi frammenti dei simboli di Matteo e Giovanni.

Sempre nell’epoca normanna, ma con una destinazione non chiara, erano presenti i famosi avori salernitani, un ciclo di sessantasette tavole e tavolette d’avorio scolpito, raffiguranti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Lo sviluppo delle formelle, con le storie veterotestamentarie realizzate su tavolette orizzontali e quelle neotestamentarie su tavolette verticali, alcune delle quali contenenti da uno a tre episodi, impone che gli episodi del Vecchio testamento vadano letti, sempre, da sinistra a destra, sia che essi siano collocati in modo verticale o orizzontale; le storie del Nuovo, invece, che presentano uno sviluppo cronologico più ampio ed articolato prevedono una lettura condizionata dalla realizzazione delle storie in verticale e dalla lettura dei singoli episodi in orizzontale. Ciò obbliga comunque lo spettatore a seguire la narrazione che si svolge in orizzontale, da sinistra a destra. Il che farebbe sospettare una destinazione diversa delle due tipologie di formelle.

Ora, gli studiosi identificano 3 o 5 mani diverse, nell’esecuzione degli avori, che sono però figli della stessa amalgama culturale, normanna, araba e bizantina, che genera una sovrabbondanza decorativa e di sfondi che fa pensare ad una sorta di horror vacui. Vi sono inoltre richiami precisi a Salerno e al mondo orientale, con la città e i templi simili più a minareti e moschee che a chiese cristiane. Sia i personaggi principali, sia quelli secondari sono rappresentati mentre compiono un’azione, in cui nulla è lasciato al caso; proprio come un attore in scena, ogni figura ha un ruolo specifico e fondamentale ai fini della rappresentazione dell’episodio narrato, e raramente funge da sfondo scenografico. Sorprendenti sono gli elementi decorativi che impreziosiscono le architetture, le ambientazioni e le vesti, raffigurati in modo preciso ed essenziale.

Nel trionfo dell’immaginazione di Alfano, furono sepolti due tra gli Altavilla più ingiustamente spernacchiati dagli storici, Ruggero Borsa e suo figlio Guglielmo.

Ruggero Borsa, chiamato così, perché a differenza degli altri Altavilla, noti spendaccioni, era particolarmente attento alla gestione delle sue finanze, era stato preferito come successore dal Guiscardo al posto del più noto Boemondo d’Antiochia, nella speranza che, come discendente da parte di madre della stirpe longobarda, garantisse la pace tra loro e i normanni.

Nel 1084 Ruggero partecipò a una campagna militare in Grecia al fianco del padre, che il 17 luglio 1085 morì di malattia durante l’assedio di Cefalonia. Singolare coincidenza fu il fatto che Ruggero, erede dei possedimenti italiani, si trovasse in Grecia al momento della morte del Guiscardo, mentre Boemondo, erede di Durazzo e di altri feudi bizantini, si trovasse in Italia, precisamente a Salerno.

Ruggero, non fidandosi a ragione del fratello, si fiondò di fretta e furia in Italia, e fece bene, dato che Boemondo si ribellò immediatamente: grazie alla mediazione papale, si raggiunse un compromesso, che durò meno di anno.

Nel 1087, sempre per colpa dell’ambizione di Boemondo, riscoppiò la guerra civile, Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Approfittando delle difficoltà del fratello ad Antiochia, Ruggero nel tempo recuperò i territori perduti.

Ora, tutto si può dire, ma un uomo capace di tenere testa a Boemondo e alla fine averla vinta, certo non era una mammoletta: i cronisti dell’epoca lo definiscono un guerriero forte e terribile. Lo stesso si può dire del figlio Guglielmo, che mise in riga Ruggero II di Sicilia e fu molto rispettato dai propri contemporanei, fu popolare fra i suoi feudatari e lodato per la sua abilità militare.

Alla sua morte, appena trentenne, secondo la leggenda sua moglie Guaidalgrima, distrutta dal dolore, si recise i lunghi capelli biondi in segno di lutto – seguita nell’esempio da tutte le damigelle del suo seguito – e li pose sul sarcofago del marito, ancor oggi visibile nell’atrio della Cattedrale di Salerno. Da allora, ogni 4 agosto, anniversario dell’evento, una farfalla dorata uscirebbe dal sarcofago e volerebbe tra le colonne dell’atrio prima di scomparire.

Ma allora, perché sia Ruggero Borsa, sia Guglielmo godono di pessima fama ? La colpa è degli storici della corte di Palermo, che da un parte gonfiarono assai i meriti di Ruggero II, dall’altra, per far fare bella figura al loro mecenate, demolirono la figura del ramo continentale della famiglia, reo di avere ostacolato le sue ambizioni

2 pensieri su “Il duomo di Salerno

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