La Cappella Palatina di Palermo

Questa cappella che per i predicatori egli costruì nei suoi palazzi, quasi fondamento e fortificazione: grandissima e bellissima, e per straordinaria magnificenza nobilissima, e splendidissima di luce, e peroro corruscantissima, sfavillantissima di gemme, e fiorentissima di pitture. Questa, chi più volte la vide, e torni a guardarla, sempre la ammirerà stupefatto, come se gli mostrasse per la prima volta, e stupirà volgendo gli occhi in giro dappertutto.

Il tetto infatti è tale che uno non si stanca mai di guardarlo, e desta ammirazione al solo sentirne parlare. Con intagli finissimi disposti a forma di piccoli panieri adornato, e tutto lampeggiante d’oro, rassomiglia al cielo, quando, limpida l’aria, risplende di stelle che danzano in coro. Colonne che in modo perfetto sorreggono gli archi, così in alto sollevano il tetto da sembrare impossibile.

E il pavimento consacrato della cappella assomiglia tal quale un prato primaverile, tutto adorno com’è di variopinti tasselli marmorei. Con questo di più: che i fiori appassiscono e scolorano, mentre questo prato non appassisce, e dura perpetuo serbando una fioritura immortale E tutte le pareti sono ricoperte di ornamento marmoreo; di esse le parti superiori ricoprono tessere d’oro, là dove non leoccupi la schiera delle sacre immagini

Sono le parole con cui il monaco e predicatore calabro greco Filagato da Cerami manifestava il suo stupore davanti a Ruggero II per la Cappella Palatina di Palermo, opera che è limitativo definire arabo normanna, dato che il frutto di un lavoro di sintesi culturali che si estende per almeno quattro generazioni e che unisce in sé esperienze diversissime.

Il suo primo antecendente, di cui ho parlato ieri, è il duomo di Salerno, in cui avvengono sia la fusione tra la tradizione architettonica longobarda, che ha come punto di riferimento Cassino e la Roma paleocristiana, sia quella tra la decorazione a mosaico bizantina e l’iconografia dei grandi cicli di affresco delle basiliche romane.

Il secondo, meno noto, è a Reggio, con la sua cappella comitale, dove Ruggero II fu incoronato Gran Conte di Sicilia, la nostra Chiesa degli Ottimati. Questa, di origine bizantina, aveva una pianta quadrangolare, tre absidi orientate nascoste esternamente da un muro rettilineo; le tre navate erano coperte da cinque cupolette, in maniera analoga alla Cattolica di Stilo.

Ai tempi di Ruggero I, al di sopra della chiesa ne venne realizzata una seconda intitolata a San Gregorio Magno, sostituendo la copertura a cupolette con volte a crociera, di cui rimangono lacerti del pavimento in opera cosmatesca.

Ora la Cappella Palatina è impostata secondo la stessa logica: una chiesa inferiore, Santa Maria di Gerusalemme, viene costruita nel 1117, forse sul luogo di una precedente moschea islamica; nel 1130 Ruggero II, per celebrare la sua contestata incoronazione a Rex Siciliae, ducatus Apuliae et principatus Capuae avvenuta come conseguenza di una bolla dell’antipapa Anacleto II, che lo fece impelagare in una guerra di dieci anni, dato che Bernardo di Chiaravalle, campione di Innocenzo II, mise in piedi una combattiva coalizione di lui, diede ordine di costruire la chiesa superiore, dedicata a San Pietro Apostolo.

Nel 1132 la costruzione doveva essere già a buon punto perché l’arcivescovo Pietro la dichiarò parrocchia e nel 1140, quando Ruggero provvide a concedere alla chiesa la carta di dotazione, doveva essere già completata o quasi. La Cappella fu consacrata nell’anno 6651 del calendario bizantino, cioè nel 1143 dell’era cristiana, come attesta l’iscrizione greca con la dedica a S.Pietro posta lungo la base del tamburo che sostiene la cupola.

La pianta della chiesa, a tre navate separate da colonne in granito e marmo cipollino a capitelli compositi che sorreggono una struttura di archi ad ogiva, transetto, econ un’abside triconica, riprende in piccolo la concezione spaziale del duomo di Salermo, senza la fissazione del vescovo Alfano per la numerologia e con l’orientamento ad est, tipico della tradizione bizantina, a cui fa riferimento, anche il quadrato centrale sormontato da una cupola emisferica su nicchie angolari, derivato dalla tradizione locale delle cube.

Sempre alla tradizione cassinense, appartengono le porte bronzee che immettono nelle navate laterali, volte verso l’interno, che presentano ornati classici, forse elementi di spoglio di provenienza romana, come i capitelli, a cui però si associano rosette esalobate, come quella del palazzo di Hisham, che implica anche l’influenza culturale araba.

Stessa sintesi è presente nel pavimento, realizzato probabilmente dallo stesso gruppo di artisti cosmati che lavorarono nel duomo di Salerno, che però colsero l’occasione di arricchire il loro repertorio decorativo con elementi geometrici di provenienza fatimide, che poi replicarono in numerose chiese romane. Lo stesso si può dire per il ricco ambone anch’esso decorato da mosaici e il candelabro pasquale intagliato con figure, animali e foglie d’acanto.

Unico al mondo e di notevole importanza e pregio è il soffitto a muquarnas che significa stalattiti o alveoli, raro esempio di pittura fatimide. Questa struttura autoreggente è costituita da tavole molto sottili di abies nebrodensis (abete dei nebrodi). Ciò che vediamo sono 750 dipinti su tavola indipendenti l’uno dall’altro e ciò che viene rappresentato, da artisti a noi purtroppo sconosciuti ma provenienti sicuramente dal Nordafrica, è la rappresentazione del paradiso coranico, in sostanza vengono rappresentati tutti i piaceri dei sensi e dello spirito che attendono i credenti. Si vedono alberi, mostri, pavoni, aquile; uomini accovacciati con le gambe incrociate alla musulmana, generalmente in atto di bere, o di andare a caccia, suonatori di piffero, di tamburo, nacchere e arpa e scene di danza. Tutte queste scene appartengono alla iconografia profana islamica, le cui immagini raffigurate rappresentavano simbolicamente l’augurio di una vita felice dopo la morte.

Per la chiesa non era prevista una porta nella parete occidentale della navata perché in quella posizione era stato previsto il trono per il sovrano – che controbilanciava l’altare nell’estremità orientale della chiesa – e come in diverse cappelle del Gran Palazzo di Costantinopoli, la cappella era considerata una sorta di sala del trono, equiparando il re normanno al Basileus, rappresentante di Dio in terra.

Quanto ai mosaici, che rendono giustamente famosa la Cappella Palatina è stata messa in dubbio l’esistenza di un progetto iconografico unitario e si è ipotizzato che quelli della navata-sala del trono non facessero parte del progetto iniziale. La critica è oramai da tempo concorde infatti nel distinguere due fasi principali nella decorazione: una fase – quella della decorazione del presbiterio, cioè cupola, abside (dove è originale solo il Pantocratore mentre il resto fu rifatto nel XIX secolo) e transetto – risalente ai tempi di Ruggero II e realizzata entro il 1143, secondo quanto accennato all’iscrizione alla base della cupola; ed una all’epoca di Guglielmo I, per i mosaici delle navate, per i quali le differenze stilistiche fra quelli della navata centrale e quelli delle navate laterali hanno fatto supporre l’utilizzo di maestranze diverse.

L’esecuzione dei mosaici del presbiterio dovette concludersi entro la metà del secolo perché essi – in particolare quelli dell’ala sud del transetto e quelli nel quadrato centrale sotto l’iscrizione del 1143 – presentano chiari rimandi alla decorazione musiva della Cattedrale di Cefalù del 1148, e perché alla scelta e alla disposizione dei soggetti si rifanno i mosaici della chiesa di S. Maria dell’Ammiraglio, fondata da Giorgio di Antiochia e terminata prima della sua morte nel 1151.

I mosaici della navata centrale e delle navate laterali invece furono eseguiti – secondo la Cronaca di Romualdo Salernitano – sotto il regno di Guglielmo I il quale dovette quindi prendere la decisione di estendere il programma iconografico religioso alla zona della chiesa in origine destinata alla sala del trono già decorata da drappi di seta intessuti d’oro secondo la descrizione di Filagato da Cerami.

Secondo un sistema elaborato a Bisanzio, nella cupola il perno è costituito dal Pantocratore benedicente intorno a cui si dispongono in ordine gerarchico quattro arcangeli recanti il labaro e il globo crociato e quattro angeli in atto di adorazione; nel tamburo otto figure di profeti; nelle nicchie angolari della cupola gli evangelisti che si alternano con David, Salomone, Zaccaria e Giovanni Battista; negli intradossi degli archi che sostengono la cupola una serie di santi martiri; infine padri della chiesa e
santi vescovi.

La decorazione del presbiterio comprende poi il ciclo delle feste, cioè una serie di scene che includono gli avvenimenti più importanti della vita di Cristo sulla terra che nell’arte bizantina aveva assunto una forma canonica tra l’XI e il XII secolo: sull’arco orientale del quadrato centrale l’Annunciazione; nell’ala sud del transetto la Natività e la Fuga in Egitto, unica scena che non rientra nel ciclo canonico bizantino delle feste; ancora nel quadrato centrale, di fronte all’Annunciazione, la Presentazione di Cristo al tempio; nei registri inferiori dell’ala sud del transetto il Battesimo, la Trasfigurazione, la Resurrezione di Lazzaro, l’Entrata in Gerusalemme; il ciclo prosegue nell’ala nord, ai lati della zona dove si è ipotizzato si trovasse la loggia reale, con la Crocifissione, la Discesa di Cristo agli Inferi e, nella volta, l’Ascensione; infine, di nuovo nell’ala sud, la Pentecoste.

Il classico sistema bizantino, quindi, nella chiesa palermitana fu adattato alla presenza della loggia reale: i molti santi guerrieri negli intradossi degli archi e la concentrazione delle scene del ciclo delle feste nell’ala sud sono motivati dalla presenza del re che assisteva alle funzioni dalla loggia dell’ala nord della chiesa.

Anche la presenza dell’Etimasia– il Trono per il ritorno del Cristo – nella campata che precede l’abside con gli angeli a guardia, è consona ad una pratica bizantina mentre, nel catino absidale, al posto della figura classica della Vergine, è presente un altro busto di Cristo Pantocratore, eseguito però all’epoca di Guglielmo.

Nell’abside sud è raffigurato S. Paolo e nell’abside nord la figura di S. Andrea, quasi tutta frutto di restauro. Sulla parete sopra l’abside sinistra è raffigurata, a fianco alla figura di San Giovanni Battista in dimensioni ridotte, la Madonna col Bambino; è stato rilevato che la Vergine è raffigurata come Odigitria, cioè come un’icona dalle forti implicazioni monarchiche e militari, motivandone così la presenza su una delle pareti più visibili dalla loggia su cui sedeva il sovrano.

Sulle pareti della navata centrale, in analogia a quanto realizzato a Salerno, vengono replicati e reintepretati i cicli decorativi delle basiliche romane di San Pietro e di San Paolo fuori le mura. Appaiono infatti su due registri episodi narrati nella Genesi: dalle scene della Creazione alla Lotta di Giacobbe con l’angelo.

Le storie della Creazione sono narrate in sette riquadri, ognuno per un giorno della settimana. Ad esse seguono i riquadri dedicati ad Adamo ed Eva e quelli di Caino e Abele. I tre riquadri successivi invece furono aggiunti durante il restauro diretto dall’aretino Cardini nel XVIII secolo in una zona probabilmente in origine occupata da una loggia o da un palchetto. Seguono le scene con le Storie di Noè, la Torre di Babele, storie di Abramo, Isacco e Giacobbe.

Nelle navate laterali, la sequenza con le scene delle Storie dei Santi Pietro e Paolo si apre a partire dalla terminazione orientale della navata sud con quattro scene della vita di S. Paolo, cinque sulla vita di S. Pietro e tre sul loro incontro a Roma e il trionfo su Simon Mago.
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Nelle navate sono inoltre ritratti 84 santi, tutti scelti dal calendario latino e identificati
da scritte in latino, quasi a censura della componente greco ortodossa del regno normanno, presente in Sicilia e in Calabria: a figura intera i vescovi negli spazi sulle colonne nella navata centrale, i presbiteri sulle pareti occidentali delle navate laterali e le sante sulle pareti interne delle navate laterali; busti di martiri e confessori nei medaglioni degli intradossi delle arcate della navata.

Infine, sulla controfacciata, al di sopra del trono, spiccano la figura di Cristo in trono fra i Santi Pietro e Paolo e due angeli adoranti, considerati più tardi. Per concludere il mio viaggio, un’interpretazione minoritaria, ma interessante del pavimento della Cappella

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