La fortezza di Civitella del Tronto

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In corrispondenza del vecchio confine tra Regno di Napoli e Stato Pontificio, vi è una delle più grandi e importanti opere di ingegneria militare d’Europa caratterizzata da una forma ellittica con un’estensione di 25.000 mq ed una lunghezza di oltre 500 m.

Si tratta della fortezza di Civitella del Tronto, realizzata in prevalenza con blocchi squadrati di travertino, che si compone di architetture di varie epoche articolate su diversi livelli, collegate tra loro da rampe ottocentesche, che ricoprono l’intero colle.

La sua origine risale probabilmente all’anno 1000, quando vi era un castrum, di cui non abbiamo evidenze archeologiche: tuttavia, in un atto di donazione sottoscritto da Raterio, figlio di Giuseppe, che descrive la «curtis» di «Tibitella», posta a guardia del confine del Salinello, tra il comitato ascolano e quello aprutino. A questo segue, nel 1069, un altro atto di donazione sottoscritto da Siolfo, figlio di Trasmondo e nipote di Trasmondo, che destina la proprietà del castello di «Civitellae» a Stefano, vescovo di Ascoli.

Dati i limitati interessi degli Altavilla per l’Abruzzo, che permisero la nascita delle tendenze centrifughe dell’area, probabilmente il castrum non fu soggetto a lavori di ampliamento e ristrutturazione; le cose cambiarono con gli Svevi, che cercarono di riportare sotto il controllo regio i numerosi potentati locali. Vi sono quindi una serie di testimonianze scritte sui lavori eseguiti a Civitella, culminati con l’atto in cui, Il 30 gennaio dell’anno 1255, papa Alessandro IV confermò il potere sulla rocca a Teodino, vescovo di Ascoli ed esortò gli ascolani a fortificare e risarcire il castello di Civitella.

Con la conquista angioina del napoletano, Carlo I d’Angiò ordinò una completa ristrutturazione della fortezza: ordinò di aggiungere le torri circolari di fiancheggiamento alle angolature e lungo le mura rettilinee,forse merlate e dotate di apparati sporgenti come era in uso nel tardo medioevo,con funzione di rompitratta.

Verso la metà del XV secolo, nel 1442 il dominio del castello passò dagli Angioini agli Aragonesi. Alfonso I d’Aragona dispose il potenziamento e l’ampliamento della fortificazione e già nel 1450 il complesso difensivo aveva le sue cinque torri.In questi anni furono realizzate modificazioni con la messa in opera di strutture protettive erette all’estremità orientale del forte, conferendo al sito l’aspetto di una «cittadella fortificata del primo Rinascimento».

Negli anni che seguirono il popolo di Civitella non ebbe sempre rapporti ottimali con i castellani. Del comandante Leone Gazull chiesero la rimozione al re Ferrante I d’Aragona con una formale istanza nel 1475. Nel 1481, l’Università di Civitella procedette a reperire fondi per restaurare le mura della Terra, mentre nel 1485 Alfonso I d’Aragona, duca di Calabria, si recò ad ispezionare la ortezza. Quattro, delle cinque torri della fortezza, furono distrutte dai civitellesi nell’anno 1495 per il diffuso malcontento e «per non patire le insolenze de’ i castellani».

Odet de Foix, al comando di truppe francesi, occupò Civitella nel febbraio del 1528 quando la fortificazione aveva una sola torre idonea alla difesa, avendo le altre quattro non ancora ricostruite. Visto il precedente e il timore che i francesi replicassero l’impresa, il governo spagnolo decise di riparare in fretta e furia la fortezza.

La decisione fu provvidenziale: nel 1556, a causa della decisione di Paolo IV di aumentare il dazio sul sale proveniente dalla Sicilia, scoppiò la guerra tra Spagna e Stato Pontificio. Inizialmente, le truppe iberiche, guidate dal Duca d’Alba e appoggiate dai Colonna, misero a ferro e fuoco la Ciociaria, finché, a causa di una rivolta popolare, fu costretto a scappare con le pive nel sacco a Napoli; a peggiorare la situazione fu l’intervento francese, in cui il contingente francese, guidate dal Duca di Guisa, tentò l’invasione dell’Abruzzo.

Così nel 1557, cominciò il grande assedio di Civitella, che cominciò il 24 aprile e si concluse il 16 maggio; la guerra del sale tra l’altro, benché vedesse gli spagnoli in difficoltà, fu decisa della vittoria di San Quintino. Vedendo il tercio minacciare Parigi, Enrico II diede l’ordine al Duca di Guisa di tornare in patria e quindi il Papa, privo del forte alleato, fu costretto a firmare la Pace di Cave, i cui unici beneficiari furono i Colonna, che si vedevano restituiti i feudi sequestrati negli anni precedenti.

Grazie ai francesi, abbiamo almeno tre piante che rappresentano la Rocca di Civitella dell’epoca: la fortezza appare cinta su tre lati da una muraglia merlata scandita, a distanze regolari, dalla presenza di cinque torri merlate con opere in aggetto, in perfetto stato. Il lato orientale presenta mura di cinta, in parte prive di merlatura, camminamenti, un torrione con basamento a scarpa e un bastione che proteggeva l’ingresso. Oltre la porta d’ingresso sono rappresentati i corpi di fabbrica più antichi, racchiusi tra le mura.

Nel 1564, la struttura del forte subì modifiche e ampliamenti sino ad ottenere l’attuale configurazione, voluta dal re di Spagna e di Napoli Filippo II d’Asburgo. Nel 1798 la fortezza fu assediata dalle truppe napoleoniche, facendo una figura barbina, si arrese dopo un giorno di combattimento, mentre fu assai più aspro quello del 1806, contro le truppe murattiane.

Al comando della fortezza civitellese si trovava Matteo Wade, militare irlandese che prestava servizio nell’esercito del Regno di Napoli. Il maggiore aveva una dotazione di 19 cannoni, un mortaio, 323 uomini e viveri per resistere tre mesi. Respinse le richieste di resa dei generali francesi che mitragliarono il forte, conquistandolo dopo tre mesi di combattimento.

L’assedio del 1860/61 fu invece posto dal tenente colonnello Antonio Curci, che aveva al seguito 400 volontari garibaldini, e dal maggiore della marina Renzo Carozzi che guidava altri 400 uomini. A capo della fortezza vi era il maggiore Luigi Ascione con 430 uomini. Lo stato di assedio si prolungò dal 26 ottobre 1860 al 20 marzo 1861, quando le milizie borboniche, dopo la coraggiosa resistenza, si arresero tre giorni dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia.

Nonostante la resa tardiva e onorevole riferita da Cavour alle corti inglese e francese il 21 marzo, nel giorno seguente il ministro della Guerra Manfredo Fanti ordina la distruzione della fortezza e della cinta muraria della città come monito per i briganti. La fortezza resterà in stato di abbandono per più di un secolo, finché, tra diverse polemiche, fu restaurata dal 1975 al 1985 dalla Sovraintendenza de L’Aquila, tra numerose polemiche.

Come è strutturata questa fortezza? La parte difensiva è collocata nella porzione est del Forte, perché è quella zona più esposta ai pericoli e dunque agli attacchi,e questa porzione presenta tre camminamenti coperti che sembrano degli imbuti che in teoria erano l’unica fonte di accesso per i nemici, e sotto questi camminamenti c’erano dei difensori che presidiavano tutta la rampa vicina ed il cui numero era variabile: man mano che si saliva diminuivano. La rampa presentava il fuoco di sbarramento dalle feritoie che aveva il compito di limitare il progredire degli assalitori verso l’interno.

l primo camminamento è coperto ed era caratterizzato da un fossato sovrastato da un ponte che in parte è un ponte levatoio e da un grande camino utilizzato per il riscaldamento delle sentinelle e da una scala a chiocciola che permetteva di ascendere velocemente verso la batteria dei cannoni che era posta sopra il bastione. Fra il primo ed il secondo sbarramento era posto il tipico “calabozo del coccodrillo” chiamato cosi proprio in memoria delle torture che venivano fatte al prigioniero , all’interno di questa cella : infatti egli si vedeva riempire d’acqua la stanza fino al collo secondo questa tortura , che però non veniva effettuata all’interno di questa Fortezza, ma era un modo per far capire che nei confronti dei prigionieri le torture erano davvero atroci e dunque questo era un modo per invitare la popolazione alla calma.

Il secondo camminamento coperto presenta l’ingresso in corrispondenza della prima piazza che s’incontra entrando all’interno della Fortezza e che viene chiamata “piazza del Cavaliere”, perché fino al 1861 nella sua area vi era situato il monumento funebre dedicato al maggiore irlandese Matteo Wade che fu a capo delle truppe durante l’assedio dei francesi nel 1806. L’opera marmorea, eretta per volere di Francesco I nell’anno 1829, eseguita da Tito Angelini, fu collocata dai piemontesi all’interno del paese di Civitella, dove si trova ancora oggi.

Questo piazzale veniva utilizzato per l’addestramento delle truppe in tempo di pace, mentre in caso di assedio, era proprio in questa piazza che il nemico che riusciva ad entrare veniva accerchiato con il fuoco.

Il terzo camminamento invece , anch’esso coperto difficile da raggiungere dai nemici, se attraversato, assicurava ormai la conquista della struttura da parte degli assalitori , ma è possibile dire che mai nessuno riuscì in questa impresa.

La vera e propria caserma invece, che fa parte della seconda sezione della Fortezza di cui si parlava all’inizio, presenta nella parte antistante e più precisamente sulla destra, una piccola cappella dedicata a Santa Barbara, che è appunto la protettrice degli artiglieri, mentre nella porzione di sinistra è possibile notare la Campana Faro, che è stata posta li in memoria dei caduti nelle due ultime guerre mondiali; da qui si giunge alla seconda piazza che è quella “d’armi”, dove ogni giorno avveniva l ‘ “alzabandiera”, ed è proprio l’architettura di questa zona della Fortezza che e mostra la sua origine spagnola visto che è dotata di una grande ingegneria del sistema idrico , infatti gli spagnoli erano sempre attenti all’approvvigionamento dell’acqua: qui infatti sono poste cinque cisterne che venivano utilizzate per la raccolta e la purificazione dell’acqua piovana.

Qui infatti c’è un enorme serbatoio ed il piazzale è suddiviso in due porzioni a forma di imbuto che permettono all’acqua di entrare nel sottosuolo attraverso due aperture che oggi sono protette con grate di ferro e nella porzione sottostante sono presenti due locali uno sull’ altro di cui quello superiore conteneva strati di ghiaia e carbone che servivano per filtrare la pioggia e farla scendere sul fondo attraverso del aperture che veniva poi purificata nel secondo locale dove si accumulava e cosi dal pozzo centrale si poteva prendere l’acqua necessaria. Oltre questa piazza invece ci sono gli uffici e le furerie oltre che i grandi magazzini, che però oggi sono ridotti in ruderi .

Il punto più alto della Fortezza si chiama “acropoli”, si trova a circa 650 metri ed osservando da questo punto si riesce perfettamente ad osservare tutt’intorno ed essendo la piazza più grande di tutta la struttura veniva chiamata appunto la “Gran Piazza”ed è proprio qui che si trova la seconda cisterna per la raccolta dell’acqua piovana e qui in un punto ulteriormente sopraelevato si trova il Palazzo del Governatore, affiancato dalla chiesa di San Giacomo.

In particolare, all’interno del Palazzo del Governatore vi è il Museo delle armi, con cimeli legati alle vicende della fortezza

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