Giovanni Corrao

Giovanni_Corrao

A seguito delle complesse vicende legate alla Notte dei Pugnalatori, il 12 marzo 1863 a Palermo cominciarono centinaia di perquisizioni dei reali carabinieri e della polizia, che finirono con sessanta mandati di arresto, con l’accusa di organizzazione eversiva e di attentato alla sicurezza dello Stato.

Perquisizioni che colpirono oppositori sia di Destra, nostalgici borbonici, più o meno connessi ai tentativi di Franceschiello di sobillare le rivolte antipiemontesi a Sud, sia di sinistra, i mazziniani e i garibaldini delusi.

Tra i ricercati, vi era uno dei più stretti collaboratori di Garibaldi, che aveva avuto un ruolo fondamentale nell’organizzare i moti del 1860: Antonino Giovanni Francesco Currau, noto ai piemontesi come Giovanni Corrao.

Giovanni, nato nel 1822, era un calafato in servizio al porto di Palermo, ossia era impiegato per impermeabilizzare gli scafi in legno, inserendo nel fasciame stoppa impregnata di pece; la sua vita cambiò nel 1848, quando fu tra i protagonisti della rivoluzione siciliana di quell’anno, distinguendosi per le sue gesta prima a Palermo, poi a Catania e Messina.

Neella battaglia messinese una delle azioni che lo rese celebre, compiuta insieme a Bartolomeo Loreto ed altri rivoluzionari, fu il recupero sotto il fuoco nemico di diaciassette cannoni dell’esercito borbonico, che erano rimasti sepolti sotto le macerie del muro dell’Arsenale.

Le abilità mostrate sul campo di battaglia gli valsero il grado e il soldo di capitano d’artiglieria, assegnatogli il 23 settembre di quello stesso anno dalla Camera dei comuni. Quando il combattimento tra i due schieramenti riprese, nell’aprile del 1849, fu tra i più determinati nella lotta estrema contro il nemico, e con le sue truppe tentò di resistere fino all’ultimo all’esercito guidato da Filangeri, dal 7 al 9 maggio.Come si apprende dalla testimonianza di Giustino Fortunato, Corrao prese parte alla delegazione che dichiarò la resa all’esercito borbonico.

Per evitare di essere spedito nelle poco accoglienti carceri di re Ferdinando, nel maggio del 1849 scappò a Malta, da cui però, cadendo in una trappola ordita dai servizi segreti borbonici, si allontanò presto, per tornare a Palermo, dove gli era stato fatto credere che stesse per iniziare una nuova rivolta.

Invece, appena giunto nella città, fu arrestato e attraverso un provvedimento di polizia venne relegato nell’isola di Ustica, dove rimase per tre anni. Nel maggio del 1852, notando una barchetta lasciata incustodita da alcuni ragazzi, tentò la fuga insieme ad altri relegati, venendo però raggiunto e riportato sull’isola; questo tentativo di fuga, tuttavia, spinse le autorità siciliane a trasferirlo nell’agosto del 1852 nella cittadella di Messina, dove ebbe come compagno di prigionia Raffaele Villari. Dopo essere stato trasferito nelle Grandi prigioni di Palermo, all’Ucciardone, tra il maggio e l’agosto del 1855, Giovanni venne scarcerato a condizione che lasciasse il Regno delle Due Sicilie

Abbandonata la Sicilia, nel settembre del 1855 Giovanni sbarcò a Marsiglia, da dove mosse per Genova; si stabilì nella città ligure fino alla fine del 1857, per poi trasferirsi a Torino; tuttavia il suo estremismo politico, unito al fatto che esercitasse abusivamente la professione di medico, spinse il governo sabaudo ad espellerlo; lui cercò in tutti i modi di sottrarsi all’espulsione, che infine avvenne il 18 aprile 1858, giorno in cui fu costretto ad abbandonare il Regno di Sardegna insieme al suo amico Giuseppe Badia.

Desideroso di vendetta, Giovanni fu dunque costretto a cercare asilo a Malta, poi ad Alessandria d’Egitto e successivamente di nuovo a Malta, nel gennaio del 1859; intanto in questo periodo iniziò il rapporto epistolare che lo avrebbe saldamente legato Rosolino Pilo, altre grande e poco noto rivoluzionario siciliano

Dopo il fallito tentativo di Felice Orsini del 14 gennaio 1858, i due iniziarono anche a progettare un attentato a Napoleone III, progetto che, per fortuna dei piani di Cavour, non ebbe mai attuazione concreta.

Nel marzo 1860 assieme a Pilo, Giovanni organizzò una spedizione in Sicilia, il cui merito nei libri scolastici è ingiustamente attribuito a Crispi, a seguito della promessa di Garibaldi di intervenire in caso di successo. I due partirono da Genova a bordo della tartana viareggina Madonna del Soccorso capitanata da Raffaello Motto e sbarcarono a Messina nella notte tra il 9 e il 10 aprile 1860.

Subito dopo si recarono a Palermo, per appoggiare la rivolta della Gancia, organizzando un migliaio di volontari che in quei giorni si scontrarono a Carini con le truppe borboniche: Garibaldi, a dire il vero, non è che fosse molto propenso a onorare la promessa, tanto che all’epoca, i mazziniani tentarono anche di rivolgersi a Ignazio Ribotti, che era assai più gradito del Nizzardo alla corte sabauda e a Cavour

Saputa la cosa, anche perché la rivolta siciliana sembrava non essere un fuoco di paglia, l’Eroe dei due mondi si decise a intervenire. Con lo sbarco il 14 maggio dei Mille a Marsala, ricevette l’ordine da Garibaldi di effettuare una manovra diversiva con i suoi volontari, fu assalito il 21 maggio dalle truppe borboniche e Pilo cadde in combattimento nei pressi di San Martino delle Scale, una frazione di Monreale, e Corrao ritirò i restanti volontari a Montelepre. Il 27 attaccò Palermo dal lato opposto da quello delle truppe garibaldine.

Nominato da Garibaldi colonnello dell’esercito meridionale il 17 luglio, condusse un reggimento nella battaglia di Milazzo combatté con i garibaldini per l’intera durata della campagna, e il 1º ottobre fu ferito gravemente sul Volturno. Fu nominato generale dallo stesso Garibaldi per sostituire il 29 ottobre Giuseppe La Masa al comando della Brigata Sicula.

Dopo l’Unità d’Italia passò con il grado di colonnello nel Regio esercito, dal quale si dimise poco tempo dopo in coerenza con la sua avversione verso la politica del governo verso la Sicilia, che riteneva discriminatoria e troppo a favore dei nobili e dei latifondisti, seguendo nel 1862 con i suoi volontari siciliani Garibaldi in Aspromonte.

Tornato successivamente a Palermo, mantenne in armi 400 dei suoi volontari, in attesa di organizzare una nuova azione garibaldina fino all’amnistia per i fatti di Aspromonte. Proprio questa decisione, di avere tenuto in piedi una sorta di milizia privata, lo mise nella lista nera del governo piemontese.

Nel frattempo, Corrao era stato anche accusato di essere colluso con la “Maffia”: l’accusa si L’accusa si basava su alcune lettere anonime e sulla testimonianza di Orazio Matracia, un sergente espulso dall’esercito borbonico per “opere infami ed altre nefandezze” passato poi ai garibaldini che lo cacciarono via, a loro volta, perché sorpreso a rubare.

Nonostante questo curriculum poco ammirevole, Matracia può essere considerato il primo pentito di Mafia della storia, dato che la sua testimonianza permise di arrestare numerosi criminali dell’epoca. Giovanni, informato del mandato di arresto, riuscì a fuggire prima di essere catturato; ma la sera del 3 agosto 1863 mentre stava percorrendo con il calesse la strada che da un suo podere in San Ciro conduceva a Palermo,cadde in un agguato: tre sicari lo aspettarono alla curva dei Mulini e gli spararono a lupara,
uccidendolo all’istante. Fu, sotto certi aspetti, il primo dei misteriosi delitti che continuano a insanguinare Palermo.

Carlo Trasselli, amico di Giovanni, affermò che una vecchia gli avesse confidato come negli ultimi giorni si aggirassero nella zona due carabinieri, i quali il giorno dell’uccisione di Corrao si erano vestiti da cacciatori, ma che lei era riuscita comunque a riconoscerli. Tuttavia, dopo che Trasselli ebbe comunicato alla magistratura le informazioni che aveva recuperato ed era riuscito a far aprire un processo, la donna cambiò residenza e negò ogni particolare di fronte al giudice.

La morte di Giovanni Corrao portò il lutto a Palermo; il popolo fu costernato, le botteghe furono listate a nero e i funerali furono imponenti. Vi parteciparono circa 70.000 persone, la bara fu portata a spalla dagli ex ufficiali garibaldini che vollero così rendere l’estremo omaggio al loro generale. Garibaldi,per motivi di opportunità politica, si limitò ad inviare alcune righe di cordoglio che furono pubblicate sul Giornale “Il Precursore”.

Corrao era veramente mafioso ? Il prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualterio, che, nonostante i tentativi di una certa storiografia neoborbonica di screditarlo, era una sorta di Dalla Chiesa dell’epoca, ne era convinto, tanto da scrivere nel suo rapporto del 1865

Era d’altronde noto al sottoscritto che queste relazioni [tra partito garibaldino e maffia] erano tenute per lo innanzi dal noto general Corrao, e poi da tempo era in cognizione che costui, senza che il Partito d’Azione lo dubitasse neppure, era passato ai servigi del partito borbonico. Alla morte di costui successe un tal Vincenzo [sic] Badia fabbro di cera, che era stato il suo primo strumento, ed era altresì noto allo scrivente che costui aveva seguito le tracce del suo facinoroso maestro ed ora si aveva esso posto al servigio dei Borboni

Alleanza, tra Mafia, Sinistra mazziniana e nostalgici borbonici che, assieme al malcontento popolare per il governo sabaudo porterà alla rivolta del Sette e Mezzo, di cui parlerò prossimamente…

Con il senno di poi, Corrao, pur non essendo personalmente un mafioso, è stato forse il primo dei politici siciliano convinti di potere utilizzare Cosa Nostra come strumento per raggiungere i suoi obiettivi politici. Ma come dice un vecchio proverbio

Chi cavalca la tigre, finesce nelle sue fauci…

Un pensiero su “Giovanni Corrao

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