L’evoluzione dell’esercito miceneo

dendra

Se pensiamo all’esercito miceneo, istintivamente, a causa di Omero, a uno gruppo di carri che trasportano sul campo di battaglia un gruppo poco numeroso di eroi, coperti da pesanti armature, che si sfidano tra loro a colpi di lancia.

In realtà, l’arte della guerra micenea era assai più complessa di quanto appaia nell’Iliade, assai più tarda; il wanax o chi per lui era in grado di mobilitare e comandare un esercito tanto ampio, quanto differenziato.

Vi erano, senza dubbio, i carri, che non fungeva solo da mezzo di trasporto o da piattaforma mobile per gli arcieri, come in Egitto, ma dovevano compiere anche delle cariche; vi è ad esempio la testimonianza iconografica di una stele di Micene, mostra un guerriero che dal carro trafigge con la lancia uno spadaccino.

L’alto numero di carri elencati nelle tavolette (più di 400) suggerisce che i Micenei ne facessro un uso massiccio come arma tattica, una sorta di carro armato dell’epoca, e non solo decorativo, perché anche perché i carri da parata (trentatre carri con intarsi in avorio) sono elencati separatamente nelle tavolette.

Uso che in qualche modo colpì la fantasia degli Ittiti, che tutte le volte che parlano dei capi dei loro rivali micenei in Anatolia, ne citano il grande numero di carri; ma questi, per ovvi motivi di scenario operativo, l’orografia greca, in cui mancano ampie pianure, non ne favorisce l’utilizzo, non erano il nerbo dell’esercito del Wanax.

Potevano fungere da martello, per colpire ai fianchi i nemici, scompaginare le loro formazioni e incalzarli durante la fuga, ma non da incudine, ossia resistere ai loro assalti; tale compito era svolto dalle fanteria.

Da quello che siamo riusciti a ricostruire, tra il 1400 a.C. e il 1300 a.C. era divisa in due diverse tipologie: la prima era la fanteria pesante, che indossava la to-ra-ka, una corazza di bronzo battuto: dal ritrovamento di Dendra, questa era costituita da quindici lamine separate e tenute insieme da cinghie di cuoio e proteggeva il guerriero dal collo alle ginocchia.

A completare il tutto, vi erano parabraccia, schinieri, che coprivano solo una parte degli stinchi ed erano portati sopra a protezioni di lino e un elmo costituito da un berretto di cuoio di feltro, ricoperto da diverse file di zanne di cinghiale cucite su di esso.

Una protezione aggiuntiva era data dal grande scudo, che poteva assumere due diverse tipologie, ad otto e a torre. Il primo aveva l’aspetto di due scudi rotondi sovrapposti e collegati fra loro da una strozzatura centrale, il secondo una forma rettangolare con un semicerchio superiore sporgente a protezione del viso.

Lo scudo veniva normalmente sorretto con una striscia di cuoio – il telamon – portata attorno al petto e lasciato ricadere sul fianco sinistro in atteggiamento da battaglia o appeso dietro la schiena in marcia e probabilmente dotato una maniglia che permetteva al guerriero di controllarne meglio il movimento e all’occasione in impugnarlo come avverrà poi per gli scudi di epoca storica. Alcuni affreschi trovati a Cnosso testimoniano come questi scudi potessero essere rinforzati al centro da una struttura fusiforme, probabilmente lignea che svolgeva esattamente le funzioni di un umbone.

L’armamento offensivo era invece costituito da una lancia pesante, lunga forse più di tre metri, dotata di una grande punta affilata su entrambi i lati in modo da poter essere utilizzata sia come arma da affondo sia da taglio, per questioni statiche doveva avere un contrappeso metallico nella parte inferiore. Questa veniva portata obliqua durante la marcia con la punta rivolta verso l’alto ed orizzontale sopra la testa in fase di carica, lo scudo ad otto permetteva di tenere la lancia sottobraccio scoprendo il corpo in misura minore e questo potrebbe spiegarne la più lunga fortuna.

Di fatto, somigliava molto agli opliti dell’età classica, anche come velocità di movimento, tutta quella panoplia pesa solo 18 Kg, e probabilmente combatteva allo stesso modo, a ranghi serrati; ma il wanax, a differenza degli strateghi lacedemoni e ateniesi, pur apprezzandone la forza d’urto e la capacità di resistere alle cariche, però era consapevole anche dei suoi limiti di mobilità e di flessibilità.

Per questo, la integrava con una fanteria leggera, difesa da una corazza a scaglie simile a quella egiziana, l’ o-pa-wo-ta (letteralmente “cose che stanno attaccate”), di cui si sono trovate tracce a Salamina, sempre dotata di elmo a zanne di cinghiale, ma priva di scudo: la sua arma era infatti la spada, che in quel periodo, assume, nel mondo miceneo un aspetto particolare.

Erano infatti molto allungate e con cordoli poco resistenti e sarebbero risultate molto fragili se usate di taglio, per cui dovevano fungere da armi da affondo pensate per infliggere stoccate, come le spade usate in Europa a partire dal XVI secolo. Considerando che la tipologia di un’arma influenza inevitabilmente lo svolgersi di un combattimento appare verosimile immaginare un combattimento fra due spadaccini minoici o micenei molto simile ad un duello del XVII o XVIII secolo. Questo tipo di scherma è fatto di movimenti rapidi e veloci e si basa in gran parte sulla capacità di schivare i colpi dell’avversario, non sulla robustezza delle difese.

Per cui, probabilmente, mentre il fante pesante impegnava frontalmente gli avversari, i leggeri li attaccavano ai fianchi, in attesa della carica dei carri; a completare il dispositivo i lanciatori di giavellotti, che probabilmente servivano a scompaginare lo schieramento nemico prima dell’urto e gli arcieri, che protetti dalla fanteria pesante, potevano infastidire il nemico con una tattica mordi e fuggi.

Tutto questo dispositivo tattico, cambia nel 1200 a.C., quando si perde la distinzione tra fanteria pesante e leggera: tutti i fanti adottano l’armature a scaglie e sono introdotti due nuovi modelli di scudo che venivano retti con il braccio sinistro, ossia lo scudo rotondo (aspis) e quello a mezzaluna capovolta (pelta), che permette al guerriero di correre senza che il bordo inferiore dello scudo sbatta contro le cosce.

L’elmo di zanne di cinghiale rimane in uso fino al periodo tardo, ma sono introdotti nuovi modelli, come l’elmo “cornuto” e l’elmo a “punte di riccio”, dei quali però non conosciamo i particolari poiché non ci è giunto nessun esemplare.

Cambia anche l’armamento offensivo: la lancia si accorcia notevolmente, raggiungendo i 150-180 centimetri di lunghezza, utilizzabili sia per infilzare che per lancio. Si adotta poi un nuovo tipo di spada, di origine alpina, la Naue Type II, in cui la lama più o meno lunga si congiunge all’impugnatura senza soluzione di continuità; la spalla convessa della lama si unisce alla lingua da presa con margini
rilevati e andamento più o meno curvo sino a concludersi in un allargamento, o in una linguetta per il fissaggio di un pomolo deperibile.

Lungo la curva della spalla della lama, così come al centro dell’impugnatura, il bronzo era attraversato da vari fori passanti coi quali, grazie a ribattini, veniva fissato il manico deperibile formato da due guancette distinte prolungantisi sino alla spalla, dove formavano un arco.

Tale spada, rispetto al precedente modello, permette una scherma più varia, che permette di alternare stoccate a colpi di taglio; di conseguenza il fante tardo miceneo combatte in un ordine di battaglia flessibile e aperto, più simile a un legionario romano che a un oplita.

Questo cambiamento è da molti studiosi interpretato come un segno dell’imminente decadenza: il commercio con la Sardegna e le Colline Metallifere della Toscana entra in crisi, in Grecia non si ha più disponibilità di rame e bronzo, per cui il wanax è costretto ad arrangiarsi in qualche modo.

Però, se si considerano altri aspetti della questione, la realtà sembra differente:

  1. I micenei non smettono di commerciare, ma cambiano interlocutori, non più i popoli nuragici o le tribù tirreniche, ma i popoli di cultura appenninica dell’Adriatico e non cercano più metalli, ma olio e lana, da trasformare in tessuti e profumi, da scambiare con i beni di lusso egiziani e siriani.
  2. Chi sembra soffrire di tale interruzione, non sono i micenei, ma i loro ex partner sardi e italici, che reagiscono cambiando interlocutori commerciali, facendo la fortuna dei ciprioti, e cominciando a prodursi i casa beni di consumo di imitazione elladica
  3. La potenza militare micenea è tutt’altro che indebolita, dato che per ancora un secolo passerà il tempo a combattere con gli Ittiti per il possesso dell’Anatolia.

Per cui, è probabile in contrario: è esistito forse una sorta di Ificrate miceneo, che cambiò la tattica e l’armamenti. Ciò diminuì la richiesta di metallo dall’Occidente e di conseguenza le rotte commerciali.

Ricordando Daitarn 3

Una dei cartoni animati che ho più amato da bambino è Daitarn 3. A Yoshiyuki Tomino, autore di profonde e drammatiche riflessioni sulla guerra, come Zambot 3 e lo stesso Gundam, viene commissionata una serie diretta a un pubblico infantile, utile a fare vendere tanti modellini del robottone alla casa produttrice di giocattoli che ha finanziato l’anime.

Ma Tomino ha un talento straordinario, che lo porta ad andare oltre la visione manichea delle precedenti serie robotiche; in più, a quanto pare, in quel periodo soffre di una profonda depressione, che tende a trasferirsi in maniera più o meno evidente, nelle sue opere. Infine, a quanto pare, alcuni episodi vengono, come dire, sceneggiati in outsourcing, da altri membri dello studio di animazione con cui collabora.

In casi analoghi, genio, depressioni e intervento di terze parti, genererebbero un pastrocchio senza capo né coda; invece, per una strana combinazione astrale, qui hanno portato a un’opera complessa, ambigua, in cui i piani di lettura si intrecciano in nodo intricato.

Un’opera aperta, per citare Eco, che ogni spettatore vive e interpreta a modo suo: forse questo è la chiave per spiegare il suo successo in Italia, paese di individualisti, ognuno convinto che la sua opinione sia una verità assoluta, e non in Giappone, società assai più omologata, in cui si amano le forme nette e semplice e si considera l’ambiguità non libertà del possibile, ma come incompletezza, incapacità a esprimere a pieno una verità chiara ed evidente.

Daitarn 3 è un cartone animato postmoderno: nell’aspetto più ovvio e superficiale, cita, deformandoli in una gamma di sfumature che vanno dall’ironica malinconia alla parodia più spinta e sgangherata, tutti i canoni del genere dei Robottoni.

Poi, altro dato assai evidente, la serie è anche una sorta di frullatore dell’immaginario pop dell’epoca. Sono presenti dozzine di citazioni da cinema, letteratura, fumetti e televisione: ad esempio, nell’episodio 32 la base dei Meganoidi è uguale alla Morte Nera di Guerre stellari; nell’episodio 36, dove Banjo è oggetto di tortura psicologica, uno dei cattivi si chiama Phroid, parodia di Sigmund Freud; nell’episodio 10 Banjo prende parte alle riprese di un film di Kung Fu.

Per citare il grande saggio DocManhattan

I comandanti meganoidi che si trasformano in Megaborg sono un delirante frullato di spunti diversi, che comprende Biancaneve, i super-eroi USA, le stelle del cinema di Hong Kong e quelle di Hollywood, con il biondo Jimmy Dean.

Lo stesso Banjo (Haran è il cognome, ricordiamolo) gioca di continuo a fare il James Bond. Reika è un’ex agente dell’Interpol, la svampita Beauty chiaramente una Bond Girl. Il maggiordomo Garrison, invece, ricorda fin troppo l’Alfred Pennyworth di Batman.

Inoltre, in maniera assai sottile, per parafrasare Jean-François Lyotard, il postmodernismo di Daitarn è incredilità nei confronti delle metanarrazioni, i sistemi e le prospettive teoriche della modernità: la volontà illuminista di emancipazione dai dogmi religiosi, l’idea hegeliana di una fine della storia nel trionfo della razionalità, le ideologie egualitarie e totalizzanti (socialismo, comunismo), lo sviluppo dell’economia e della ricchezza, l’onnipotenza della scienza e della tecnica, l’idea di una giustizia universale.

La trama di Daitarn è il trionfo del disincanto: la trama è il trionfo del caos, un succedersi di momenti ed episodi, che spaziano tra generi differenti, che paiono sempre prossimi allo sfuggire di mano, che negano l’essenza stessa di un universo narrativo, concluso, autoreferente e ordinato.

Disincanto anche nella tematica di fondo dell’opera: non la contrapposizione favolistica tra Bene e Male, ma un tema ben diverso. Da una parte, i Meganoidi vogliono superare, con la tecnologia, la condizione umana; dall’altra Banjo Haran, nella suo tentativo, sempre frustrato, di realizzarsi pienamente come Oltreuomo. Per lui

L’uomo è un cavo teso tra la bestia e l’oltreuomo, – un cavo al di sopra di un abisso.

Insomma, in fondo Daitarn può essere anche letto come un ambiguo duello tra Nietzsche e il Transumanesimo. Banjo Haran è un antieroe cialtrone e superficiale, che in fondo vuole continuare a imporre lo status quo, mentre i meganoidi sotto la maschera di uomini di successo, sono inquiete, che non si riconoscono nei valori della società in cui sono costretti a vivere, spesso reduci da storie drammatiche e a differenza dei buoni, spesso capaci di compiere azioni valorose e degne di rispetto.

Ed è splendido il malinconico finale: troppo spesso, nella vita, legami che riteniamo forti e consolidati, svaniscono senza un apparente perché e all’improvviso, ti ritrovi accanto degli estranei. E il rimpianto, purtroppo, non riesce a fare tornare indietro le cose.

Il nuovo doppiaggio della Dynit del 2000, più aderente all’originale rispetto a quello di quando ero bambino, evidenzia ancora un altro strato di lettura, modificando la percezione che abbiamo del finale e mostrando sotto un’altra luce l’intera storia.

Per prima cosa, pare evidente come Haran Sozo, papà di Banjo, e Don Zauser siano la stessa persona. Di conseguenza, Koros, deve essere l’amante che Sozo ha preferito alla moglie. In più, Banjo, dopo averle sparato non le dice più

“Hai avuto quello che ti meritavi, maledetta”

come nella vecchia versione, ma

“Ma che cosa ho fatto?”,

come se, resosi conto delle sue azioni, ne provasse all’improvviso un immenso rimorso. Per cui, forse il protagonista non è che uno psicopatico, che pieno di rancore e desiderio di vendetta nei confronti del padre che lo ha abbandonato, per distruggere il sogno e l’opera della sua vita, compie una sorta di genocidio.

E per giustificare il tutto, mente a se stesso e a coloro che gli sono accanto; alla fine, questi, dinanzi alla verità, lo lasciano al destino che merita, la solitudine…

Tornando a parlare della Pietra di Palermo

Annalireali

Poco tempo fa, ho parlato della Pietra di Palermo: da pochi giorni, però, grazie a un progetto di ricerca dell’università Carlo IV di Praga, guidato dall’egittologo italiano Massimiliano Nuzzolo, assieme ai colleghi Kathryn Piquette, della University College di Londra, e Mohamed Osman, della Free University di Berlino, ha ampliato la ricerca non solo al frammento conservato al Museo Salinas, ma anche su altri, più piccoli, che sono custoditi al museo del Cairo (5 frammenti, molto piccoli, tranne uno, il cosiddetto “Cairo Fragment 1”, che ha pressappoco le stesse dimensioni della Pietra di Palermo) e al Petrie Museum di Londra (1 frammento).

In pratica, questo gruppo di lavoro ha analizzando il tutto tramite le più moderne tecniche di documentazione fotografica, in particolar modo la fotogrammetria combinata con la “Reflectance Transformation Imaginig” (RTI), che ha permesso di ampliare esponenzialmente la leggibilità dei manifatti.

Come per la Pietra di Palermo, anche nel caso dei frammenti del Cairo non sappiamo praticamente nulla della loro provenienza dal momento che i frammenti furono acquistati sul mercato antiquario del Cairo in un arco di tempo che va dal 1910 al 1963.

Di almeno 3 di essi, i trafficanti di antichità riferirono agli archeologi del Museo Cairota che la provenienza era dal Medio Egitto, e precisamente dalla zona dell’odierna città di Minya, situata non lontano dal famosissimo sito di Tell el-Amarna, la città del faraone eretico Akhenaton, informazione, per ovvi motivi, da prendere con le molle.

Solo di uno di essi, il cosiddetto “Cairo Fragment 4”, si sa che fu trovato durante degli scavi effettuati nel 1912 in uno dei cortili, di epoca Ramesside, del tempio di Ptah a Memphis, l’odierna Mit Rahina. Si tratta, però, di un contesto non primario: il pezzo si trovava infatti in un grosso butto insieme a materiale eterogeneo quanto a contenuto e datazione

La RTI ha mostrato una serie di dati molto interessanti: l’analisi paleografica e della composizione del testo, facilitata enormemente da questa tecnologica, che solo 3 frammenti del Cairo, incluso il “Cairo Fragment 1”, appartengono alle stessa stele di origine della Pietra di Palermo. I rimanenti, pur essendo realizzate nello stesso materiale, ossia basalto olivinico, però sono stati incisi da mani differenti.

Per cui si possono formulare delle ipotesi: un faraone della V dinastia, magari Niuserra o Menkauhor, la cui successione pare essere stata alquanto contrastata, per legittimare la sua ascesa al trono, fa scrivere dalla sua cancelleria di corte una sorta di storia sacra, che culmina nel suo regno.

In una fase successiva, da ordine di replicarlo su pietra, più per mantenerne memoria e consacrarla agli dei, che per motivi di propaganda, dato che il geroglifico delle steli è di dimensioni minuscole, dell’ordine di un centimetro o poco più, tanto da sembrare una trasposizione, in scala 1:1, di un testo papiraceo, cosa che ne renderebbe difficile la lettura anche da media distanza.

Il fatto che la trasposizione si stata realizza in una medesima officina, ma da due mani differenti, sembrerebbe implicare la necessità di parallelizzare il lavoro, per fare fretta e creare più copie possibili: per cui, per il committente, l’essere legittimato dinanzi agli dei doveva essere un’esigenza assai pressante.

E dato che ne sono state fatte più copie, non è detto che con il tempo non saltino fuori altri frammenti di steli analoghe. Ho ipotizzato Niuserra o Menkauhor, come possibili committenti, perché, grazie alla RTI abbiamo identificato un punto fermo della cronologia.

Infatti, tra gli ultimi faraoni citati nella stele appare il nome Sahura, successore di Userkaf, di cui abbiamo scoperto qualche notizia in più, come la fabbricazione (tecnicamente chiamata nel testo “nascita e apertura della bocca”) di 7 statue del faraone in rame asiatico, o la realizzazione di una spedizione commerciale nella Terra del Turchese, (probabilmente le cave dello Uadi Maghara nella penisola del Sinai).

La citazione del rame asiatico, sotto molto aspetti, è assai interessante: i sovrani egizi, anche prima dell’unificazione forse compiuta da Namer, mandavano spedizione nel Sinai, la terra dei minatori, per ottenere il rame; l’iscrizione più antica in tal senso, risale ai tempi del famigerato e discusso Iry-Hor.

Per cui, l’attributo asiatico, come forma di vanteria, doveva indicare una provenienza assai più esotica e lontana: le grandi miniere di rame dell’area chiamata Wadi Feynan, un territorio collocato a ridosso fra gli odierni stati di Israele e Giordania, che gli Egizi controlleranno nel Medio Regno, oppure dal porto di Byblos, ottenuto dalle rotte commerciali provenienti dall’isola di Cipro.

Che poi Sahura fosse amante delle grandi spedizioni commerciali, lo sappiamo dalla Pietra di Palermo: in questa viene riportata una spedizione alla misteriosa terra di Punt, ossia il nord della Somalia, per ottenere incenso, mirra e avorio.

Incenso che svolgeva un ruolo fondamentale nella celebrazione delle cerimonie in onore del dio Ra; in particolare la RTI ha permesso di leggere una citazione del tempio solare del faraone Sahura, chiamato “I Campi di Ra”.

I templi solari erano un monumento unico che i faraoni della V dinastia fecero costruire, ufficialmente, per il culto del dio sole ma, nella pratica, per il loro stesso culto, come incarnazioni viventi del dio sole, dal cui culto ricevevano, indirettamente, linfa e legittimazione costante. Ebbene, il tempio solare di Sahura non è mai stato trovato e alcuni studiosi in passato hanno persino ipotizzato che non sarebbe mai stato costruito, dal momento che il tempio è menzionato solo nei testi autobiografici di due funzionari della V dinastia.

Invece, sia la spedizione a Punt, per recuperare la materia prima per il culto, sia la citazione in documento ufficiale, sono indizi a favore della sua effettiva realizzazione. Insomma, un altro luogo che aspetta di essere scavato dagli archeologi.

Prossimi passi? Io, da profano, sarei curioso di vedere applicato a questo testo una versione evoluta del progetto Hieroglyphics Initiative, che sfruttando l’intelligenza artificiale come Pithya, aiuti gli archeologici a integrare parzialmente i frammenti mancanti.

Cronaca di un suicidio annunciato

voti

Non mi capita spesso di parlare di politica in senso stretto e sinceramente non mi andava molto di fare eccezione a tale regola per l’Umbria, perchè, con tutto il rispetto per gli amici che vi abitano, il numero di elettori è paragonabile a quelli di un paio di municipi romani.

Per cui, il suo risultato può essere un’indicazione su come si orienta l’opinione pubblica, ma certo non è tale da condizionare l’intera politica italiana: insomma, bisogna mantenere il giusto senso della misura. Tuttavia, il fatto che i miei amici di Destra sanno esultando oltre ogni limite, mentre quelli di Sinistra hanno cominciato a insultare gli elettori umbri, dandogli dei retrogradi e degli ignoranti, mi ha costretto a cercare di esaminare, sine ira et studio, le cause di quella che, in fondo, era una disfatta annunciata, figlia di tre elementi: un peciliare momento storico, una crisi sistemica e una serie di peculiarità locali e boiate tattiche.

Cominciamo dal momento storico: per usare una terminologia marxista, le innovazioni tecnologiche indotte da Internet e dalle Leggi di Moore, stanno mutando profondamente i rapporti di produzione, la Struttura. A loro volta, questi cambiamenti si ribaltano drammaticamente sulla Sovrastruttura; la Politica, indipendentemente dalla sua ideologia, non riesce a comprenderli, a limitare i loro effetti sui ceti e classi più deboli e a imporre loro una direzione. Insomma, naviga a vista.

In condizioni del genere, le analisi razionali e le ammissioni di fallibilità, sono destinate a essere oscurate da slogan che parlano alla pancia del cittadini; in questa corsa all’istintualità, il Centro viene annichilito e la Destra, che riesce a creare dei capri espiatori della crisi più concreti e tangibili di quelli della Sinistra, prevale. Trend che allo stato attuale, si sta verificando in quasi tutte le democrazie.

Il secondo tema, la crisi sistemica, è legato all’economia dell’Umbria, basata su tre pilastri: un sistema di ridistribuzione delle finanze pubbliche e welfare non ufficiale, che a Roma e al Sud verrebbe definito clientelismo, un tessuto industriale basato sulle PMI e il turismo.

Il sistema di ridistribuzione, è banale dirlo, funzionava finché c’erano i soldi: quando questi sono finiti, si è interrotta la cinghia di trasmissione verso il basso, causando malcontento e trasformando gli amministratori locali, in maniera giusta o sbagliata, nell’oggetto della deprecazione e dell’ostracismo.

Lo Sanitopoli umbra, che ha riguardato 11 concorsi pubblici per una trentina di assunzioni tra medici, infermieri e personale ausiliario, è oggettivamente una questione da ladri di polli: però, in questo contesto, ha svolto il ruolo di catalizzatore del malcontento.

Gravissima e poco nota è la crisi del tessuto produttivo umbro. All’inizio del 2007, l’Umbria partiva da livelli di produttività industriale superiori a quelli registrati nel resto del Paese. A causa della crisi, nel giro di poco meno di un decennio, l’industria è crollata ai minimi, accumulando un ritardo superiore ai 20 punti percentuali nel 2014. Oggi le prestazioni in termini di produttività dell’industria risultano inferiori sia ai valori dell’Italia che del Centro.

La regione ha perso l’enorme progresso da cui partiva e non si è più ripresa. Dal 2008, secondo le stime della Banca d’Italia, il numero di occupati nel comparto industria si è ridotto di circa un sesto. Tra tavoli di crisi aperti al Ministero dello Sviluppo Economico, cessazioni definitive, contratti di solidarietà e richieste di accesso alla cassa integrazione, la mappa del settore metalmeccanico in Umbria è un bollettino di guerra.

Dal 2008 al 2016, secondo la Cgil, l’Umbria complessivamente ha perso quasi 7.000 posti di lavoro. Il Pil pro-capite della regione (24.300 euro) certificato dall’Istat è inferiore non solo rispetto alla media italiana (28.500 euro), ma anche a quella del Centro (30.700 euro). Numeri che avvicinano l’Umbria più alle regioni del Sud che del Centro.

La Sinistra non è stata in grado non dico di fornire soluzioni a questa crisi, ma neppure di fornire speranze. Crisi analoga, dovuta anche all’incapacità di gestire al meglio la ricostruzione post terremoto, è avvenuta nel turismo.

Gli Umbri insomma erano più poveri e disperati e a torto o a ragione, hanno dato la colpa a chi li ha governati.

Infine, le questioni tattiche: Bianconi, che ho avuto la fortuna di incrociare per motivi di lavoro, è una persona squisita e un signore, attaccato gratuitamente durante la campagna elettorale, ma probabilmente era la persona sbagliata al posto sbagliato e detto tra noi, umanamente mi spiace che sia stato spedito al massacro.

Il PD, indebolito dalla questione Renzi, ha accettato una fusione fredda, innaturale e imposta dall’alto, con i Grillini, che invece di aiutare a risalire la china, ha affossato entrambi.

Infine, se Salvini ha battuto palmo per palmo la regione, ha tenuto un comizio o fatto una visita in almeno 50 dei 92 comuni della regione, Zingaretti, Di Maio, Conte si sono limitate a fare delle comparsate, culminate in foto, che pareva più falsa di una moneta da tre euro…

La Taverna Ducale di Popoli

Nonostante le vantate parentele con Stuart, affermavano infatti di discendere dal re di Scozia Duncan, ucciso da Macbeth, è probabile che i Cantelmo abbiano origine provenzale, terra da cui proveniva Giacomo, il capostipite della casata.

Condottiero al seguito di Carlo I d’Angiò, dopo la vittoria definitiva sugli Svevi, ottenne dal re del Regno di Napoli dei feudi in Abruzzo (Popoli) e in Valle di Comino (Alvito), territori che da secoli erano oggetto di rivendicazioni da parte di abbazie feudali come Montecassino e Casauria, ai confini della giurisdizione civile dell’Abruzzo.

Giacomo è passato alla storia come una persona di poca importanza, tirchio e senza grandi ambizioni politiche; però, probabilmente, dato che fu vicario angioino in Lombardia e a Roma e Giustiziere, ossia governatore dell’Abruzzo, ebbe doti e capacità maggiori di quelle che riportano gli storici.

Giacomo morì nel 1310, lo stesso anno in cui morì suo figlio Rostaino. Costui però ebbe maggiore successo del padre, perché dal 1292 fu nominato dal re “capitano di Napoli”, titolo che gli garantiva la reggenza dei supremi tribunali del Regno.

Uno dei figli di Rostaino, con lo stesso nome del padre, che aveva ereditato Popoli, si accorse come questo paesino fosse tappa obbligata per tutti i capi di bestiame che da L’Aquila per la transumanza erano condotti in Puglia (circa due milioni di capi di pecore, secondo le stime locali), seguite da mercanti, viaggiatori e quantità industriali di prostitute.

Rostaino II si fece due conti e decise di imporre un pedaggio a tutta questa massa di persone: poi, visto che aveva un certo spirito imprenditoriale, decise anche di buttarsi sul commercio, dato che questa marea di gente, avrebbe anche dovuto mangiare.

Per cui, oltre a organizzare un mercato settimanale, decise di trasformarsi in commerciante, vendendo ai viaggiatori le “decime” ( tributo su beni o rendite, commisurato alla decima parte del loro valore ) che i vassalli dovevano al loro signore per ogni bene prodotto sulla sua proprietà. Ovviamente, serviva una sorta di supermercato, per procedere a tale attività.

Di conseguenza, Rostaino II fece costruire la cosiddetta “Taverna Ducale”, che ripete l’impianto tipologico delle case-bottega del 300 abruzzese, come le cosiddette “Cancelle” dell’Aquila. Al piano terra sono presenti due portoni; il più grande dà accesso all’ampio locale, il secondo, più piccolo, consentiva di raggiungere il piano superiore.

L’arco presente all’ingresso minore rinvia a portali presenti all’Aquila e soprattutto a Napoli. La provenienza di tale profilo è infatti napoletana, ma la sua origine è probabilmente senese. Altri portali di derivazione senese sono presenti in Abruzzo anche a Penne, Guardiagrele e Celano. La taverna popolese invece propone un momento intermedio dell’evoluzione maturatasi a Napoli.

L’intera facciata è eseguita a in conci squadrati di pietra calcarea locale sino all’altezza di una cornice che correndo lungo tutto il fronte funge anche da davanzale per una coppia di bifore divise al centro da un pilastrino; ciascuna di esse presenta al disopra di una colonnina centrale archetti acuti un tempo polilobati e decorazioni elegantemente eseguite in basso rilievo, raffigurante un’insegna araldica della famiglia Cantelmo.

Da notare, gli otto scudi sanniti, decorati da stemmi degli Angioni, dei Cantelmo e delle famiglie a loro imparentate, inframmezzati da bassorilievi con figure allegoriche. Negli anni successivi, per ampliare il business l’edificio divenne anche “Taberna” quando ai tavernieri fu data la possibilità di panificare, per cui ai compratori e viandanti, che si fermavano per l’acquisto delle merci, fu data anche la possibilità di ristorarsi non solo col vino ma anche col pane o altro cibo.

Nonostante questa sorgente infinita di denaro, i Cantelmo furono sempre esosi nei confronti della popolazione, tant’è che la convivenza dei popolesi con i vari esponenti della famiglia, succedutisi nel governo del feudo, non fu mai tranquilla. I cittadini contestarono sempre e con ogni mezzo il dominio dei loro signori, attraverso numerose proteste e istituendo una loro Taverna o Taverna Nuova, accanto alla “Vecchia”, voluta nel 1574 dall’Università, ovvero dal Comune, come testimonia ancora oggi lo stemma collocato al vertice del suo imponente ed elegante portale, che minò nel tempo con la sua attività il prestigio e il potere economico della famiglia feudataria.

A seguito di numerose proteste e rivolte, nel 1602 i cittadini inoltre allestirono una macina del grano prima a Pratola Peligna e poi a Sulmona, forti dell’aiuto dell’Università, per boicottare il mulino del duca. Questo tentativo tuttavia fallì e alla fine i popolesi ottennero in concessione il mulino ducale, dietro il pagamento di un fitto perpetuo, che consisteva in 180 salme di grano pulito, ossia l’equivalente di 226 quintali. Nel 1680 le due Taverne, unite e messe in comunicazione, furono date in affitto a chiunque ne facesse richiesta. Entrambe furono acquistate il 25 gennaio 1875 da Francesco Forniti; adibite a stalla, caddero poi in disuso e furono abbandonate. Successivamente la sola Taverna Vecchia fu acquistata dal Ministero della Pubblica Istruzione, divenendo proprietà dello Stato.

L’edificio ha ospitato per anni un Antiquarium, una raccolta di pezzi lapidei la cui provenienza è sconosciuta, fatta eccezione per l’ara pagana del I – sec. d.C. offerta dal Sevir Augustalis Caius Pontius alla raffigurante Iside vincitrice, al frammento di epigrafe (I -sec, d.C.) e alla colonna ornata da capitello ionico con sottostante figura antropomorfa ed elementi fogliacei in pietra calcarea del XVI secolo, rinvenuti nell’aprile del 1952 da un gruppo di boy scouts dell’ASCI del Popoli 1° nella località di Santo Padre, e i due mensoloni provenienti dal Palazzo Forniti, (sec. XVI) così come l’iscrizione del lanificio edificato da Giovannella Carafa vedova di Restaino Cantelmo e madre di Giovan Giuseppe Bonaventura Cantelmo nel secolo XVI (1519). I restanti pezzi sono di varia epoca e foggia.

Sulla destra spiccano due statue togate di epoca romana in pietra calcarea, non acefale, ma modelli sui quali coloro che, maschi o femmine, volevano lasciare l’effige nel tempo, vi facevano applicare la propria. Era una tipologia molto diffusa nell’Italia romanizzata: poste in luoghi pubblici o in edifici privati spesso funerari, erano eseguite “in serie” poi caratterizzate con l’inserzione della testa-ritratto: In una è raffigurato un personaggio togato , nell’altra è la rappresentazione di una figura femminile panneggiata. Inferiormente è la stele in calcare con cornici decorate e con iscrizioni su tre facce, dedicata alla Magna Mater e ad Attis, con la menzione anche della Sacerdotessa Acca Prima. (I – II sec. d.C.)

Forse provenienti dalla vicina Corfinio o dalla villa estiva dei Cantelmo “Villa Giardino”. I soli pezzi di epoca romana sono sottoposti alla giurisdizione della Soprintendenza Archeologica di Chieti. Gli altri reperti risalenti al XVI e XVII secolo sono di natura civile e religiosa, come il bassorilievo raffigurante l’Onnipotente e l’altro dell’Angelo Annunziante che mostra nel panneggio l’eleganza e la raffinatezza della sua fattura.

Ad oggi, però, la struttura è chiusa, con gravi danni al turismo della cittadina..

La Strage del Pane

In questi giorni, in cui in molti paesi del Sud America, a cominciare dal Cile, le proteste per la crisi economica sono represse nel sangue dai militari, quasi è passato inosservato un anniversario di un evento analogo, che si svolse però qui in Italia, la strage del pane di Palermo, ricordata in una targa in un angolo quasi nascosto di via Maqueda.

Nel 1943, in Sicilia vi era la fame nera: i pochi che si salvavano erano i soldati, e neppure tutti, che a sentire mio nonno

“Mangiavamo poco e da schifo, ma almeno mangiavamo”.

La situazione era talmente grave che persino Edda Ciano, la figlia di Mussolini, scriveva al padre segnalandogli che

“da mesi che mancano la pasta e il pane e il problema è gravissimo e può da un momento all’altro diventare catastrofico anche politicamente”

Per questo e non per l’aiuto della Mafia, che ci fu, ma fu alquanto limitato, gli Alleati furono accolti dalla popolazione civile come liberatori; la speranza che aiutassero il palermitano medio a riempirsi la pancia.

Il problema è che l’AMGOT, il governo militare alleato,trascurando la continua polemica tra inglesi e americani, che minava sempre le sue decisioni, non era certo costituito da fulmini di guerra. Da una parte, decise come i salari dei lavoratori fossero fissati ai valori precedenti il momento dell’invasione, a eccezione di quelli dei dipendenti civili delle forze armate alleate ai quali si sarebbero applicati i valori di una scala salariale preventivamente fissata sulla base dell’esperienza della classificazione e dei valori salariali inglesi in Tripolitania e delle vaghe informazioni ricevute dall’Italia.

Peccato che nessuno di quei fenomeni ipotizzò come, in una situazione di occupazione militare, il costo della vita potesse esplodere, anche grazie all’emissione allegra delle Amlire, che alimentò una spirale inflazionistica: di conseguenza, il costo della vita salì del 200%. Per cercare di mettere una pezza, l’AMGOT cercò di congelare i prezzi delle derrate alimentari e dei beni di consumo, allienandoli ai livelli ufficiali prescritti dalle leggi emesse durante la guerra dal Fascismo: come risultato, esplose la borsa nera.

Borsa nera che fu peggiorata dalla disorganizzazione fantozziana degli ufficiali agli affari civili (Civil Affairs Officier’s, CAO’s) e della distorta percezione della realtà dell’AMGOT: di fatto, la razione alimentare quotidiana delle tessere annonarie, 300 gr. di pane e 40 gr. di pasta, non fu mai garantita, a causa dell’inagibilità di dei ponti, delle strade e delle ferrovie, causata dai proprio dai bombardamenti alleati.

La situazione, già brutta di suo, peggiorò l’undici febbraio 1944, quando il proclama numero 16 del generale Alexander, governatore militare di tutto il territorio italiano occupato, sanciva la fine dell’amministrazione Alleata in Sicilia, durata sette mesi esatti, ed il ritorno dei poteri politici ed amministrativi sull’isola al Governo italiano, pur sotto la supervisione della Commissione Alleata di Controllo.

Sia il prefetto Paolo D’Antoni, sia l’Alto Commissario Salvatore Aldisio (ex ministro badogliano, molto legato a don Luigi Sturzo e padrino di battesimo del Presidente Mattarella) cercarono di risolvere quanto possibile il problema, anche per togliere un argomento propagandistico ai separatisti siciliani, ma le risorse erano quelle che erano.

La mattina del 19 ottobre 1944, i palermitani, esasperati, decisero di andare a manifestare davanti Palazzo Comitini, l’attuale sede della Provincia, all’epoca invece occupata provvisoriamente dagli uffici della Prefettura e dell’Alto Commissariato.

La folla, dopo avere percorso via Cavour, cominciò a reclamare pane e generi di prima necessità ed anche per denunciare l’imperante mercato nero dominato da “intrallazzisti” e speculatori senza scrupoli. Una larga fetta di scioperanti era costituita da impiegati comunali che chiedevano l’estensione, anche a loro, degli aumenti di stipendio che il governo centrale aveva riconosciuto agli impiegati statali.

Purtroppo, sia il Prefetto, sia Aldisio, che forse sarebbero riusciti a calmare gli animi, erano a Roma: il Viceprefetto Giuseppe Pampillonia si fece prendere dal panico e decise di telefonare al comando militare della Sicilia (il comandante era quel generale Giuseppe Castellano che firmò l’ armistizio dell’ 8 settembre a Cassibile), per chiedere un congruo contingente di soldati da impiegare per disperdere la folla.

Dalla caserma Ciro Scianna di corso Calatafimi i soldati del 139esimo fanteria Bari utilizzato per costituire la IV Brigata Sicurezza Interna, la Sabaudia, furono fatti partire alla volta di via Maqueda su due camion al comando del giovanissimo sottotenente Calogero Lo Sardo di Canicattì. Ai circa cinquanta soldati, armati con fucile modello ’91 comprensivo di due pacchetti di cartucce, furono consegnate a testa due bombe a mano.

A quanto pare, il sottotenente, prima di intervenire, fece sosta in in Questura, verosimilmente per chiedere istruzioni al governo italiano; presidente del Consiglio e Ministro degli Interni ad interim era Ivanoe Bonomi.

Qualcuno, non si è mai appurato chi, diede ordine di applicare la famigerata circolare, datata luglio 1943, del generale Roatta che autorizzava, in presenza di adunate sediziose, a sparare ad altezza d’ uomo, confermata nell’agosto del 1944 dal governo Bonomi.

Arrivati a via Maqueda, i soldati cominciarono a sparare a destra e manca: fu un eccidio, caddero 24 persone, tra cui due donne e 15 ragazzi, oltre a 158 feriti molti dei quali moriranno nei giorni successivi.

Giovanni Pala, uno dei soldati che apparteneva al secondo drappello, che non sparò, così raccontò la vicenda.

In Via Maqueda non era in corso alcun assalto. Eppure, quando la nostra colonna raggiunse alle spalle la folla, il tenente diede l’ordine di scendere dai mezzi e di caricare i fucili. Tutto accadde in pochi istanti; i soldati che erano in testa al convoglio cominciarono a sparare ad altezza d’uomo e a scagliare bombe. Fu il terrore, una scena bestiale

La notizia della strage fu censurata sia dal governo italiano, sia dalle autorà alleate: fu autorizzata soltanto la pubblicazione, sul Giornale di Sicilia del 20 ottobre 1944, del manifesto a firma del Partito d’ Azione, del Pci, della Dc, del partito della Democrazia del lavoro, del Pli e del Partito socialista nel quale veniva sottolineata la gravità dei fatti affermando che

come vogliamo che nelle masse si accresca la coscienza di popolo civile così esigiamo che la vita dei cittadini sia a tutti sacra.

Furono deferiti al tribunale militare un sottotenente, tre sottufficiali e 21 soldati, ma il processo farsa, tenuto a Taranto, derubricò le accuse a

“eccesso colposo di legittima difesa”

Il che portò alla loro assoluzione

“per essere, i delitti, estinti da amnistia”.

ossia il condono delle pene proposto alla fine della seconda guerra mondiale in Italia dal Ministro di grazia e giustizia Palmiro Togliatti, approvato dal governo italiano, promulgata con decreto presidenziale 22 giugno 1946, n.4.

Google, Esquilino e Chinatown

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Nonostante gli inviti al boicottaggio da parte di Roma fa Schifo e i costi elevati, almeno nelle zone che sto bazzicando, ho l’impressione che Uber Jump stia avendo un buon successo; speriamo che, terminato l’effetto novità, questo duri nel tempo.

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Solo che, questo interesse, ha avuto uno strano effetto collaterale all’Esquilino. Nell’app di Jump, utilizzata per trovare e prenotare le bici, il nostro rione è identificato come Chinatown. Ora, dato che l’app di Jump utilizza le API di Google Maps, non perchè, come ha affermato Tonelli in commento su una principali pagine Facebook dedicate all’Esquilino,

Jump è di Uber, Uber è di Google. Ergo Jump usa le maps di Google

Dato che il venture capital della società di Mountain View ha una partecipazione minimale, circa un 1%, in Uber, a fronte ad esempio del 6% di Baidu, il suo concorrente cinese, ma per il semplice motivo che, almeno finchè Huawei non si decida a darsi una mossa, non è che ci sia molta scelta in giro, è venuto il dubbio a molti di andare a controllare anche sul WebGis di base.

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Ebbene, i sospetti erano fondati: anche Google Maps indica l’Esquilino come Chinatown. Un complotto? In realtà è un effetto peculiare delle modalità di funzionamento di questo SaaS. Le sua fonte dati primaria, cosa che sembrerebbe a prima vista strano, sono le immagini, raccolte dai satelliti, dalle auto, dai veicoli a guida autonoma, dai doni e dai trekkers (sì, Google paga persone che vanno spasso, con telecamere al seguito, per riprendere il panorama).

Queste immagini, devono essere organizzate e strutturate in un insieme coerente: per cui, si aggiunge una fonte dati secondarie, le mappe. provengono da oltre 1.000 fonti di terze parti autorevoli da tutto il mondo. Alcuni forniscono informazioni su un intero Paese, altri sono specifici per le regioni più piccole. I team interni di Google controllano poi attentamente ogni fonte autorevole, per garantire che siano disponibili i dati più accurati e aggiornati.

Un lavoro di data entry di una noia mortale che in attesa che venga affidato a qualche IA, è stato esternalizzato alle pubbliche amministrazione, che hanno tutto l’interesse che Google Maps sia aggiornato, che provvedono loro a caricare dati relativi a nuove strade e indirizzi di pertinenza alla loro area geografica.

Per associare immagini e mappe, si utilizza la solita buona vecchia rete neurale, che permette di ridurre al minimo i tempi operativi; il problema è che un territorio, a causa dell’attività umana, non è statico, ma varia nel tempo.

Per tenere traccia di questi cambiamenti, Google si appoggia alle di Local Guides e agli utenti di Google Maps, che l’azienda autorizza a correggere la mappa tramite il pulsante per l’invio di feedback. Il team interno esamina le informazioni e le pubblica se opportuno.

Per cui, cosa è successo? Qualche buontempone ha fornito a Google un feedback sull’identificazione tra Esquilino e Chinatown, uno sviluppatore a Dublino o a Mumbai, che non ha la più pallida idea di cosa sia il nostro Rione, fa una una ricerca sul suo motore di ricerca e si imbatte per esempio in questo e in quest’altro. Di conseguenza, si convince che la segnalazione sia giusta.

Ora, io, a differenza di Li er Barista, che ha commentato la vicenda con un

se volevo vive a Cianataunne, me aprivo er bare a Shangai, mica all’Esquilino !

avendo tanti amici e conoscenti cinesi, essendo affascinato dalle loro lingue e culture (una delle cose che mi manca nella dieta è la loro cucina) e avendo visto un numero spropositato di volte Grosso guaio a Chinatown e L’anno del dragone, sarei felice di vivere in una vera Chinatown, vivace e piena di turisti.

Ma l’Esquilino non è questo: è un Rione con una sua identità, in cui nel tempo si sono sovrapposte stori e di ogni tipo e che oggi, nel bene e nel male, con tutti i suoi pregi e difetti, è un crogiolo di popoli e culture.

I dati demografici parlano chiaro: a fronte di una popolazione residente di 36.959 abitanti, risultano essere presenti 9.776 stranieri, di cui il 45.1% donne, ossia un quarto della popolazione.

I gruppi più numerosi provengono da: Bangladesh (14.2%); Filippine (7,2%); Romania (7,2%); Cina (5,7%); Eritrea (5,5%); Afghanistan (4,3%); Ucraina (3,3%); Somalia (3,0%); India (2,4%); Costa d’Avorio (2,2%); Perù (2,1%); Polonia (2,1%); Francia (2,0%); Nigeria (2,0%); Pakistan (1,8%); altri Paesi (35,2%).

Definire Chinatown un tale mosaico multietnico, è assai riduttivo e tradisce la sua identità… In ogni caso

Wang Chi : L’uomo coraggioso ama sentirsi la natura sulla pelle.

Jack Burton: …Sì, e l’uomo saggio ama usare l’ombrello quando piove!

L’evoluzione del mercato Telco in Italia

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Un mio vecchio amico è rimasto sorpreso da una dato, che noi che lavoriamo nelle Telco, diamo alquanto per scontato, ossia che un utente americano, per accedere a Internet, paga mediamente 80 dollari al mese, spacca e pesa circa 72 euro.

Ora, trascurando la questione del diverso tenore di vita e del digital divide, che può sembrare strano, ma per motivi logistici, è assai più accentuato negli USA che in Italia, molto è legato al fatto nel Belpaese i costi per le Telco sono assai più bassi, rispetto agli paesi sviluppati. Sempre parlando di medie, conosco singoli che spendono cifre assia più alte di quelle viste negli USA,una famiglia italiana utilizza il 9% del suo reddito per pagare la bolletta del gas, il 4,6% per pagare la bolletta dell’elettricità (entrambe nonostante la liberalizzazioni un 15% superiori alla media europea) e il 2,4% per le spese di Telecomunicazioni.

Ossia tradotto in soldoni, si spendono all’anno per il gas 1112 euro, per l’elettricità 565 e per le Telco, 312. Questo perchè, I prezzi nel settore delle telecomunicazioni hanno subito una fortissima contrazione, pari ad oltre il 40% negli ultimi 16 anni, in controtendenza in quanto avviene in altre utility, luce e gas ad esempio sono aumentate mediamente di un 24%; ciò dalle decisioni, giuste o sbagliate, se ne potrebbe parlare all’infinito, dell’Autority, che a differenza di altri settori hanno impedito di fare cartello, dalla spietata guerra di prezzo tra gli operatori, accentuata dall’arrivo di Iliad, dal fatto che i clienti vedono le telco come una commodity a basso valore aggiunto, a supporto dei servizi erogati sul Web e alla maggiore presenza di centrali d’acquisto pubbliche e private, la Consip e la CRUI di turno, che hanno, per i settori business e public, calmierato i prezzi Questo ha determinato una forte riduzione dei ricavi, pari a circa il 30% nell’ultimo decennio.

Nello stesso periodo gli operatori Telco hanno però continuato ad investire per il rinnovo delle reti e gli effetti di questi investimenti si sono visti chiaramente: nonostante le lamentele, le coperture della rete fissa larga >30 Mbps e della rete LTE sono in linea con le altre nazioni europee e ben superiori, ovviamente per motivi geografici, a quelle degli USA.

Lo so, se vediamo le statistiche, i numeri della nostra connettività internet sono impietosi: la questione però, poco dipende dalla rete e molto dal contesto di mercato. Se vediamo i biechi numeti l’86,8% delle abitazioni italiane è raggiungibile tramite una rete di nuova generazione (FTTC e FTTH), un’ incidenza inferiore a Olanda, Belgio e Uk, ma con la peculiarità che la tecnologia più performante, la tecnologia FTTH (fiber to the houses) che in teoria permetterebbe sino a 1 Gbit/s, rispetto a queste nazioni, ha penetrazione assai maggiore: raggiunge il 21,7% delle abitazioni, percentuale molto superiore a quella di UK e Germania, addirittura ferma al 7%. Eppure, nella media, questa ha disponibilità di banda, che non è velocità, perchè c’è sempre la questione latenza, che è ben superiore alla nostra.

La nostra media è purtroppo così infima, perché l’Italia ha un basso take up del broadband (numero contratti ogni 100 abitanti) con un 26,7%, il valore più basso tra i paesi europei. Significa che un’alta percentuale di utenti, o perché concentrati sul mobile o perchè non ritengono la fibra di loro interesse, dato che c’è una buona metà di italiani che non naviga abitualmente su Internet, preferiscono tenersi l’ADSL, meno performante, e spesso con contratti poco convenienti.

Tornando al discorso sul crollo dei prezzi, la contrazione dei ricavi, da una parte, e i continui investimenti, ha avuto un effetto drammatico sulla generazione – misurata dalla differenza tra Ebitda e Capex, che si è ridotta del 70% negli ultimi 10 anni, che è stata addirittura peggiorata dagli investimenti delle licenze 5G.

Di conseguenza, i consumatori sono mediamente soddisfatti, ma da nel tentativo di ridurre i costi, le Telco stanno cercando di tagliare il personale e diminuire gli investimenti: le poche che relativamente si salvano da questo bagno di sangue, sono quelle che hanno differenziato il business, fornendo sempre più servizi IT.

Detto questo, diamo un sguardo in generale ai conti delle aziende telefoniche europee, dove, nonostante una certa italica tendenza al piagnisteo e al catastrofico, TIM che ha anticipato rispetto ai suoi concorrenti la ristrutturazione del business e dei suoi processi industriali, non è messa poi così male.

La maggiore compagnia Telefónica europea è ovviamente Deutsche Telekom con 74,9 mld di ricavi, in crescita del 2,6% sul 2016 e del 24,6% rispetto al 2013; su quest’ultima performance ha inciso la controllata T-Mobile US, attiva solo nella telefonia mobile con 58,7 milioni di clienti (oltre a 13,9 milioni gestiti in wholesale), i cui ricavi sono quasi raddoppiati nel quinquennio, passando dai 18,6 mld nel 2013 ai 35,7 mld nel 2017, grazie anche all’acquisizione nel maggio 2013 della MetroPCS (con 8.918 mila clienti in abbonamento, rappresentando all’epoca il quinto operatore mobile in USa).

Segue il Gruppo Telefónica con 52 mld (invariato sul 2016) e Vodafone con 46,6 mld, in diminuzione del 2,2% rispetto al 2016, anno in cui la società ha proceduto al deconsolidamento delle proprie attività in Olanda (con ricavi pari a 1,9 mld nell’esercizio 2015-16) e all’inclusione tra le attività in via di dismissione della controllata in India, entrambe conferite a due joint-venture di nuova costituzione. A questo vanno poi aggiunti i problemi legati alla perdita di quote di mercato nel redditizio mercato italiano.

Sotto il profilo reddituale, a Tim spetta nel 2017 la seconda più elevata redditività industriale: il margine operativo netto della società è pari al 18% del fatturato, inferiore solo al 21,4% di Telenor; segue la BT Group (16,7%), mentre Altice e Vodafone riportano le incidenze minori (rispettivamente 3% e 9,4%). Nel 2017 Altice è l’unico Gruppo a chiudere l’esercizio in perdita per 0,5 mld, comunque in miglioramento rispetto ai -1,6 mld del 2016 (anche grazie agli effetti della riforma del fisco Usa), mentre Vodafone è tornata in utile con i conti non più appesantiti dalle svalutazioni contabilizzate nel 2016 per 4,5 mld e relative alle attività indiane nell’ambito del loro conferimento alla joint-venture con il Gruppo Aditya Birla.

L’utile di TIM si è contratto del 38% fermandosi a 1,1 mld, dopo l’iscrizione di oneri non
ricorrenti sul personale per circa 700 milioni (a fronte dell’uscita programmata di circa 4 mila dipendenti, in ottica di riduzione del personale), con l’incidenza sul fatturato scesa dal 9,7% nel 2016 al 5,8% rispetto al 9,6% della norvese Telenor. Gli utili di Deutsche Telekom sono passati da 2,7 mld a 3,5 mld (+29,4%), sfruttando anche un beneficio per 2,7 mld derivanti dalla riforma fiscale di Trump, che ha impattato notevolmente sulle sue consociate americane .

Telecom Italia segna anche la seconda migliore produttività, con un valore aggiunto netto per addetto pari a 130 mila euro (lo stesso valore segnato da Telenor), cui si abbina un contenuto costo del lavoro procapite pari 53 mila euro, inferiore al dato di Deutsche Telekom (69m), Orange (62m) e BT Group e Altice (con 57m ciascuno), ma superiore ai 42 mila euro della norvegese Telenor, il cui relativamente modesto costo del lavoro si giustifica principalmente analizzando il dislocamento geografico dei propri addetti, per lo più concentrati in paesi a basso costo della vita: 5 mila in Europa dell’est (Serbia, Montenegro, Bulgaria e Ungheria; attività cedute nel luglio 2018 insieme alle attività indiane), 16,8 mila nel sud-est asiatico (tra cui Malesia, Bangladesh, Myanmar, Pakistan e India) e solo 9 mila in Nord Europa.

Da queste considerazioni consegue che nel 2017 i Clup migliori (costo del lavoro su valore aggiunto netto) sono appannaggio di Telenor con un’incidenza pari al 32,4% e di TIM con il 40,9%, seguite da Telèfonica con il 48,6%. I valori meno soddisfacenti sono quelli di Deutsche Telekom (61%) e Orange (60,8%) che risentono di elevati costi unitari del lavoro.

Insomma, nella storia, meglio degli impiegati TIM hanno fatto probabilmente i muratori egiziani che hanno costruito le Piramidi per Cheope !

Sotto il profilo patrimoniale, Vodafone ha di gran lunga la maggiore solidità finanziaria, con debiti finanziari sul patrimonio netto pari al 63,1%. Per TIM, che si porta ancora sul groppone le conseguenze delle scalate di Colaninno e di Tronchetti Provera, la stessa incidenza è più che doppia con un valore che sfiora il 130% ma che è comunque in forte diminuizione sia rispetto al 138,2% del 2016 sia, soprattutto, al 173,2% del 2013.

Telefónica ha una leva maggiore (209,4%) mentre Deutsche Telekom e BT Group segnano valori simili a quello di TIM (rispettivamente 135,5% e 138,5%). La norvegese Telenor si contraddisitngue anche per la più elevata incidenza della liquidità sull’indebitamento finanziario (30,3%), con Altice agli antipodi (2,2%) e Telecom Italia con un valore intermedio (11,6%).

Il che a fronte della crescita dell’Ebitda e alla maggiore generazione di cassa, rende la situazione non dico rosea, ma neppure così tragica…

Dylan Dog e Batman (con Joker) insieme in un fumetto

Batman Crime Solver

Storica partnership tra Bonelli, Dc Comics e Rw Edizioni: nasce una miniserie con eroi e anti-eroi dei due universi. Il numero zero a Lucca Comics.

Se il Joker cinematografico vi ha folgorato e non vedete l’ora di rituffarvi nelle atmosfere di Gotham City, ma al tempo stesso siete appassionati di fumetto «scuola italiana» questa notizia è destinata a sconvolgere ogni vostra certezza: l’universo di Batman incontra quello di Dylan Dog. Una coproduzione italo-statunitense che abbraccia Sergio Bonelli Editore e Dc Comics con Rw Edizioni porta a una particolarissima miniserie crossover che avrà per protagonisti Batman, Joker, Dylan Dog e Xabaras.

Il numero zero a Lucca Comics
Il numero zero del crossover, intitolato Relazioni Pericolose, scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Gigi Cavenago e Werther Dell’Edera, sarà incentrato sui personaggi di Dylan Dog e Batman, con le nemesi Xabaras e lo stesso Joker, e verrà proposto in esclusiva allo…

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IA e Archeologia

traduttore

Può sembrare strano, ma il rapporto tra IA, archeologia e filologia non è recente: di fatto, è una trentina d’anni che si ne discute. Ora, benchè tutti gli strumenti fossero disponibili sin dagli anni Novanta, la teorizzazione delle reti neurali nasce nel 1943 e di fatto gli studi più importanti si chiudono nel 1986, all’epoca chi affrontava questo tema si trovava davanti a un problema all’apparenza insormontabile: mancava la capacità computazionale, tra l’altro assai costosa e quindi poco appetibile agli scarsi fondi degli archeologi, per implementarli nel concreto.

Grazie alla Prima Legge e Seconda di Moore, la capacità computazionale disponbile è tanto aumentata, quanto calata di prezzo: per cui, oggi è possibile realizzare progetti che, sino a un lustro fa, sembravano fantascienza.

Ne cito tre, di cui se ne è parlato molto. Il primo riguara l’epigrafia, i cui studiosi spesso si dannano l’anima a capire testi resi mutili dal tempo. Un gruppo di lavoro del Google DeepMind e dell’Università di Oxford, composto da Yannis Assael, Thea Sommerschield, Jonathan Prag ha messo a punto il sistema Pythia, un algoritmo basato su reti neurali, che prende nome dalla profetessa di Apollo nell’oracolo di Delfi, in grado di completare le parti mancanti degli antichi testi greci, vecchi di oltre 2600 anni.

Le reti neurali di Pythia, un deep learning concettualmente simile a quello che sta dietro a Google Translate, sono state “allenate” con oltre 35.000 frammenti, contenenti oltre 3 milioni di parole, imparando a riconoscere schemi ed elementi ricorrenti nei testi, tenendo conto del contesto in cui le parole compaiono, della grammatica e persino sulla forma delle lettere sulle iscrizioni.

Attualmente il sistema è progettato per ricevere in input un testo incompleto e fornire in output 20 differenti suggerimenti che potrebbero completarlo, con l’idea che un esperto possa in seguito selezionare quello che meglio si adatta alla frase. Pythia è stato poi testato contro un team di esperti: dopo aver selezionato circa 3000 iscrizioni danneggiate, la frequenza di errore dell’algoritmo si è attestata al 30.1% contro il 57.3% degli epigrafisti umani.

Inoltre, nel 73.5% dei casi la sequenza giusta compariva tra le prime 20 ipotesi suggerite da Pythia che ha analizzato l’intero corpus in pochi secondi, laddove gli esperti riuscivano a elaborare circa 50 frasi ogni 2 ore. Per come è stato impostato, approccio comune a tutti gli strumenti di IA dedicati all’archeologia, Pythia non vuole sostituirsi agli studiosi, ma supportarli al meglio nell’identificare l’interpretazione più sensata.

Il secondo progetto, basato sull’utilizzo della rete neurale, è dedicato allo studio dei sigilli del Vicino Oriente, in cui il deep learning, identificando le relazioni, le occorrenze e i cluster dei simboli che vi appaiono, aiuta a interpretare al meglio l’universo spirituale che vi era dietro.

Il terzo progetto è assai più ambizioso: usare l’intelligenza per decifrare scritture per noi oggi incomprensibili. Jiaming Luo e Regina Barzilay del Massachusetts Institute of Technology di Boston insieme a Yuan Cao dal laboratorio di intelligenza artificiale di Google a Mountain View in California, hanno sviluppato un sistema di apprendimento automatico in grado di decifrare automaticamente la Lineare B. L’équipe di ricerca è stato in grado di tradurre correttamente il 67,3% dei tratti della Lineare B, percentuale assai buona, tenendo conto degli apax e delle forme che contengono in nuce le peculiarità dei dialetti dell’epoca classica.

Il passaggio successivo, sarebbe la decifrazione della famigerata Lineare A. L’idea di base dell’algoritmo è assai semplice: l’idea alla base dell’algoritmo è che le parole siano correlate tra loro in modi simili, indipendentemente dalla lingua in questione, secondo quanto affermato dalla linguistica generativo-trasformazionale di Chomsky.

Le parole in lingue diverse occupano gli stessi punti nei rispettivi spazi dei parametri, cosa che rende possibile mappare un’intera lingua su un’altra lingua con una corrispondenza uno a uno. In questo modo, il processo di traduzione delle frasi diventa il processo di ricerca di traiettorie simili attraverso questi spazi, e la macchina non ha nemmeno bisogno di “sapere” cosa significano le frasi.

Il problema è nell’apprendimento delle reti neurali: o si ha un’ampia disponibilità di testi della lingua da tradurre da dargli in pasto, oppure bisogna addestrarle con una lingua simile, partendo dall’idea che una lingua possa mutare solo in limitato numero di modi.

Per cui, i simboli nelle lingue correlate, hanno distribuzioni simili, le parole correlate hanno lo stesso ordine di caratteri, le strutture grammaticali si somigliano… Il dramma della Lineare A è che i testi da processare sono pochini e ancora non abbiamo chiaro a quale lingua possa essere imparentata. Però, l’attuale disponibilità di potenza computazionale, rende possibile in tempi brevi un approccio a forza bruta, riconducibile al

“Proviamole tutte, prima o poi qualcuna la prenderemo!”.

Come siamo messi in Italia, in questo campo? Può stupire, ma siamo all’avanguardia, con due peculiarità, rispetto alle università anglosassoni. Da una parte, l’utilizzo degli strumenti di Google è meno diffuso, per la scarsa propensione dei suoi commerciali a bazzicare l’ambiente universitario; sono assai più diffuse la piattaforma di Azure e IBM Watson.

Dall’altra invece che dedicarsi a un utilizzo spinto delle reti neurali, si preferisce un approccio misto, con la loro associazione con reti bayesiane, per affinare, con regole predefinite, il set di dati utilizzati per l’addestramento.