I Qanat di Palermo

Come Roma, esistono due Palermo: la prima è quella che abbiamo davanti agli occhi, in cui passeggiamo ogni giorno. La seconda, è una città nascosta, piena non dico di misteri, ma almeno di sorprese, che si sviluppa sotto i nostri piedi.

Una città costituita da cripte, catacombe, pozzi, cisterne, silos, camminamenti, cave in galleria e tante altre architetture sotterranee, che mostrano lo stretto rapporto simbiotico tra i suoi abitanti e il mondo ctonio.

Tra i luoghi più interessanti di questo mondo parallelo, vi sono i qanat, la cui origine ai tempi degli arabi e dei normanni, canali che, seguendo le particolari conformazioni del terreno e la morfologia friabile della roccia, vennero costruiti per portare acqua in superficie, svolgendo un ruolo più ampio di quello degli acquedotti romani, che si limitavano solo al trasporto dell’acqua e non a captare ed emungere le falde idriche. Questa tecnica, di origine persiana, veniva eseguita da particolari professionisti, chiamati muqanni.

La loro introduzione è legata ai mutamenti economici e sociali dovuti alla conquista araba: la Palermo bizantina era una cittadina che neppure arrivava a 30.000 abitanti, Balarm, in tempi alquanto ristretti, arrivò a dieci volte tanto.

Per cui, sorse il problema di come nutrire e dissetare questa marea di gente: per prima cosa, fu deciso di sfruttare l’acqua dei fiumi locali per un’agricoltura di tipo intensivo.

Quella linguaccia di Ibn Hawqal, che aveva un pessimo giudizio sugli arabi di Sicilia, tanto da scrivere

la conseguenza dell’abitudine di mangiare cipolle, è che in questa città, non si trovano più persone intelligenti, né abili, né competenti in un ramo qualsiasi delle scienze, né animati da sentimenti nobili e religiosi; anche la maggior parte della popolazione ha dei bassi istinti. Per la maggior parte sono della gente vile e senza valore, senza intendimento e senza una pietà reale. Sono per la maggior parte dei Barqajana e dei libertini che si aggrappano a un popolo che ha conquisto il paese ed è morto

ce ne ha dato però una descrizione abbastanza precisa. Il mercante di Baghdad ci parla infatti di piantagioni di maqathin ossia zucche e cocomeri che dovevano essere coltivati con l’aiuto dell’irrigazione. E soprattutto la cipolla, di cipolla, di cui secondo me era ossessionato:

“Non c’è persona, quale che sia la classe sociale, che non le mangi durante tutta la giornata, non c’è casa dove si consumino mattina e sera”

Da altre fonti, sappiamo anche della presenza di nuove specie introdotte dagli arabi: gli spinaci (che per la prima volta sono citati in Andalusia verso la fine del XI secolo), i carciofi (noti in Africa nel XIII secolo), e le melanzane che dall’India giungono in Egitto, in Tunisia e quindi, nel X secolo, si ritrovano in Spagna e in Sicilia.

Inoltre, nelle zone umide della città si coltivavano anche il riso ed il lino, per fornire la materia prima ai laboratori di Tiraz, che costituivano una delle basi dell’economia locale. Nel IX secolo viaggiatori arabi raccontano che in Sicilia c’era un fiorente artigianato tessile, teso a produrre tessuti pregiati impreziositi con ricami d’oro e di perle: i cui laboratori si trovavano a la Kalesa, la nostra Kalsa.

Il cotone e la canapa, sempre tessuti nei Tiraz, secondo quanto racconta Yaqut, citato da M. Amari nella sua Biblioteca arabo–sicula, erano coltivati nei pressi dell’odierna San Giuseppe Jato. Lo stesso valeva per le piante coloranti, come l’indaco (azzurro), il cartamo (giallo), l’hennè (rosso – bruno) che nel XII secolo risulterà coltivato nel territorio di Partinico, il guado (blu), le foglie del mirto, utilizzate per la concia delle pelli, e il gelso utilizzato per l’allevamento del baco e quindi per la produzione della seta, anche la maggior parte di questa veniva importata da Rhegion e dalla Calabria bizantina.

Non mancavano il sesamo, il cimino, per dirla alla palermitana, che ancora oggi serve ad aromatizzare il pane, il carrubo, la manna di frassino e una malva, che serviva come pianta medicinale e che Ibn al Awwam racconta essere esportata in enormi quantità in Al-Andalus.

Venivano poi coltivate, sfruttando a pieno l’optimum climatico medievale, la palma da dattero, il banano, l’arancio amaro, il limone, la limoncella (lumia) e tanti, tanti vigneti. Il vino di Balarm era esportato in tutto l’Impero Bizantino e nel Nord Italia, e cosa che farebbe inorridire parecchi imam attuali, bevuto in abbondanza dai musulmani locali, che, mantenendo la tradizione greco romana, lo aromatizzavano con resina, senape e miele.

Il vino tra l’altro, assieme alle rose e al gelsomino, è alla base di un genere poetico, la rawdiya, che canterà l’amore per le piante e la bellezza dei giardini arabi della Sicilia ed uno dei tanti padri misconosciuti della poesia italiana

Di particolare importanza, poi, era la coltivazione del papiro, che tramite la mediazione di mercanti amalfitani e napoletani era acquistato soprattutto dalla cancelleria pontificia nel Patriarchio Lateranense, e della canna da zucchero, che il solito Ibn Hawqal chiama qasab farisi, canna di Persia, e che sino al Quattrocento fu una della basi dell’economia locale, la cui lavorazione, però, assorbiva quantità enormi di acqua.

Per cui, i fiumi palermitani venivano utilizzati essenzialmente per l’irrigazione: per cui, per la fornitura idrica, dovevano essere adottate altre soluzioni, a cominciare dalle sorgenti cittadine, documentate per la prima volta nei testi scritti arabi del X secolo, come Al-Muqaddasi (palestinese) e in alcuni bios dei santi calabro bizantini.

Ovviamente, queste sorgenti sono per la maggior parte disseccate: di molte, però ne rimane la memoria e l’etimo: Ayn Rutah (Averinga) in via Albina, Ayn Rom (la sorgente dei Cristiani) in piazza Sant’ Onofrio, Ayn as Shifa (la sorgente della Salute) in via Venezia. Tra le poche sopravvissute vi sono la sorgente di Ambleri (Ayn Inbileri) a Villagrazia, Nixa-Gabriele (Ayn Isa) alla Riserva Reale di Mezzomonreale, che tra l’altro merita una visita, Favara “la piccola” (Fawara al-Saghira) di Acqua dei Corsari e Baida “la bianca” (Ayn al-Bayda).

Queste, però, non bastavano alle esigenze di una città tentacolare: sempre secondo Ibn Hawqal

“la popolazione si disseta con l’acqua di pozzi posti all’interno delle loro case”

che sono stati ritrovati a centinaia all’interno delle mura della città antica e del centro storico Cinquecentesco, dentro ogni casa terrana, nei cortili, nelle diffuse xirba (piccoli giardini interclusi tra le abitazioni), dentro le chiese e monasteri, e in tutta la pianura, dalla costa fino alle pendici dei monti

Pratica che risale all’epoca fenicia è che stata favorita dalla stratigrafia locale, caratterizzata dalla presenza di una falda freatica a piccola profondità (5÷20m dal suolo) contenuta nelle calcareniti pleistoceniche del “terrazzo” che forma l’ossatura della piana di Palermo e dalla facilità di scavo di una roccia abbastanza tenera.

Anche questi si mostrarono inadeguati, per cui furono introdotti i nostri qanat, che emergono dal sottosuolo grazie alla loro pendenza minore di quella del piano stradale, creando, allo sbocco, una sorta sorgente artificiali. I qanat grazie al loro funzionamento poco invasivo nei confronti delle falde idriche erano opere di basso impatto ambientale, che rispettavano gli equilibri naturali degli acquiferi, essendo il loro regime idraulico caratterizzato da portate variabili, proprio in relazione al ciclo stagionale ed alla piovosità locale, con minimi nel periodo estivo. Ciclo, che ricordiamolo, nell’optimum medievale era diverso dall’attuale: la maggior temperatura, che favoriva l’evaporazione del Mediterraneo, causava una piovosità più frequente e intensa dell’attuale.

I qanat venivano realizzati definendo il punto di origine (dove si intercettava la falda o la sorgente) e quello di arrivo, dove si voleva condurre l’acqua. Lungo la traiettoria che univa questi due punti, venivano scavati, a distanza più o meno costante, dei pozzi utilizzati per la lavorazione e la ventilazione (pozzi seriali o discenderie).

Lo scavo in orizzontale, a partire dalle discenderie, veniva praticato, nelle due direzioni opposte.Dove la calcarenite non omogenea lasciava spazio a formazioni rocciose più dure, compatte e difficilmente scavabili, il cunicolo era realizzato nelle dimensioni minime e indispensabili al passaggio, pertanto veniva ristretto o diminuito in altezza.

Quando la falda si abbassava, veniva approfondita la base del cunicolo stesso realizzando il livello inferiore, collegato a quello superiore con un salto di quota. Nella Conca d’Oro grandi bacini d’acqua detti gebbie (dall’arabo gabyia, vasca irrigua), di forma quadrata, di cui l’ultima superstite si trova nell’antico fondo della chiusa di San Leonardo e Vignicella (attuale Ospedale Psichiatrico di via Pindemonte), erano posti allo sbocco dei qanat.

Questi erano caratterizzati da gallerie sotterranee a debole pendenza che potevano raggiungere lunghezze fino a 2 Km e la loro massima densità si trova a Ovest della città nelle zone di Mezzomonreale, Villa Tasca e Cuba, dove si trovano i sistemi di più antica datazione.

Attualmente, da quello che so io, ne sono visitabili tre: quello dell’Uscibene, adiacente al castello, il Gesuitico Basso e il Gesuitico Alto, che come dice il nome, nei secoli furono manutenuti e ampliati dall’ordine di Sant’Ignazio di Loyola

Il Gesuitico Basso, scomodo da visitare, fu scoperto nel 1979 durante gli scavi per la costruzione di un palazzo, è situato all’interno del suddetto Ospedale Psichiatrico e come accennavo prima, alimenta l’ultima gebbia ancora esistente.

Per potervi accedere è necessario scendere fino a circa 14 metri di profondità; la larghezza media è attorno agli 80 cm mentre l’altezza va da un minimo di 1 metro e 50 cm fino a qualche metro; la profondità massima si aggira sui 150 cm.

Più noto al grande pubblico è il Gesuitico Alto, che si sviluppa nel sottosuolo del quartiere di Altarello e, in particolare, al di sotto di casa Micciulla, nella via nave e nei territori agricoli circostanti.

Lungo tutto il cunicolo, alto generalmente 1,55 metri e largo 0,60-0,80 metri, si aprono sulla volta, a distanze variabili tra i 20 e i 50 metri, pozzi seriali che consentivano l’accesso al cunicolo per evacuare il materiale estratto e per ventilare l’ipogeo. La pendenza di tali cunicoli varia tra il 4 e il 6 per mille, in tale maniera si evitava l’instaurarsi di fenomeni erosivi.

Il Qanat Gesuitico Alto ha un cunicolo con uno sviluppo percorribile di circa 1100 metri; è un sistema ancora attivo con portata variabile tra 10 litri al secondo in periodo estivo e di oltre 40 litri al secondo nel periodo invernale. La prima notizia bibliografica dei Qanat risale al 1722 ma le opere cunicolari del Gesuitico Alto sono molo antiche, come dimostrano alcuni rinvenimenti archeologici del XII-XIII secolo e i quattro livelli di cunicoli che compongono il sistema di captazione.

I cunicoli del Gesuitico Alto presentano interessanti ed innovative soluzioni finalizzate ad una migliore captazione delle acqua di falda. I cunicoli più antichi, oggi non più percorsi dalle acque, sono scavati a 8 metri di profondità dal piano di campagna, mentre quelli più recenti si sviluppano a 16 metri di profondità, e risultano scavati non nelle calcarenite ma nella quarzarenite del Flysch numidico (strati di argilla di composizione variabile).

Numerose sono le sorgenti presenti lungo le pareti dei cunicoli che contribuiscono ad alimentare la portata del Qanat…

L’eredità di Karl Haushofer

Karl_Haushofer,_circa_1920

E’ difficile descrivere la figura di Karl Haushofer: nato nel 1869 a Monaco di Baviera da una famiglia di studiosi e di artisti, decise di interrompere la tradizione famigliare, dedicandosi alla carriera militare.

Ma a quanto pare, Karl se la cavava più come professore che come soldato: nel 1903 fu spedito a insegnare nell’accademia militare bavarese, e se la cavò così bene, che nel fu mandato in missione nel 1908 a Tokio, sia per studiare l’esercito giapponese, sia per consigliarlo come istruttore di artiglieria, cosa che gli cambiò la vita, donandogli un infinito amore per l’Estremo Oriente e la sua cultura, tanto da fargli studiare a più di quarant’anni coreano, mandarino, cantonese e giapponese.

Appassionato della filosofia di Arthur Schopenhauer, ovviamente in Oriente cominciò prima a studiare, poi a tradurre testi indù e buddisti, sviluppando un’inaspettata passione per l’esoterismo.

Nel rientrare in Germania, Haushofer percorse la Transiberiana, potendo così rendersi conto degli immensi spazi eurasiatici. Nel periodo 1911-1913 lavorò per il dottorato in filosofia dell’università di Monaco con la tesi Dai Nihon, Betrachtungen über Groß-Japans Wehrkraft, Weltstellung und Zukunft. Nel 1913 diede alle stampe un’opera di notevole successo, in cui raccontava le sue esperienze orientali: Dai Nihon (“Il Grande Giappone”).

Nell’aprile del 1913 cominciò a seguire i corsi di geografia (di cui avrebbe conseguito poi il dottorato) presso l’Università di Monaco. Durante la Prima guerra mondiale, chiamato alle armi, combatté in Lorena, Piccardia, Galizia, Alsazia, Champagne, Carpazi ed infine ancora in Alsazia. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale l’autore intraprese lo studio delle opere di Kjellen, Ratzel e Mackinder, diventando appassionato di geopolitica, sviluppando una riflessione sempre incentrata sul difficile rapporto tra potenze marittima e terrestri.

Da buon tedesco conservatore, fu traumatizzato dalla sconfitta e dal trattato di Versailles, sviluppò una profonda antipatia per le nazioni anglosassoni, accusati, con il loro egoismi, di tarpare le ali, “tre grandi popoli del futuro” ossia Tedeschi, Russi e Giapponesi.

Come in campo militare la guerra, attraverso la massificazione e la brutalizzazione della morte, aveva tolto dignità umana al nemico, così il patto di Versailles, seppur nel nome della pace, aveva umiliato le popolazioni sconfitte; tant’è che si configurò più che altro come una punizione nei confronti dei paesi sconfitti negando ogni possibilità di ricostruzione sana, soprattutto nel settore dell’economia, lasciando al contrario un’ipoteca di morte e distruzione sull’Europa.

Karl, nel definire il trattato di Versailles, parlò di

“cancellazione della Germania come soggetto politico della storia”.

Fu qualcosa di ben peggiore. Gli Stati Uniti non ratificarono mai il trattato poiché erano in cerca di nuovi mercati e dunque nutrivano un forte interesse affinché si verificasse una rinascita economica in Europa. E il pagamento dei debiti di guerra fu uno dei punti fondamentali per agevolare tale ripresa. Così, con un’operazione analoga a quello che sarà il piano Marshall, vennero elargiti prestiti alla Germania che in gran parte li utilizzò per pagare le sanzioni a Francia e Gran Bretagna, a loro volta indebitate con gli Americani.

Questa partita di giro, creò un circolo vizioso, che rese l’economia tedesca un’appendice di quella americana: così il crollo di Wall Street, diede origine a quell’effetto valanga, che prima portò all’ascesa di Hitler, poi allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel frattempo, come ogni intellettuale tedesco dell’epoca Karl fondò la sua società segreta esoterica, come fuga dalla realtà che pareva sempre più complessa, incomprensibile e disumanizzante. Fu così tra i primi membri della Vril, che come dire, aveva delle idee alquanto bizzarre, che non sfigurerebbero in un mio romanzo di fantascienza… Ecco come la descrive un’esperta del tema

La Società Vril o Loggia Luminosa fu fondata in Germania nel 1921 come “Società Pangermanica di Metafisica” per esplorare le origini della razza ariana. Fu costituita inizialmente da un gruppo di donne medium psichiche dirette dalla croata Maria Orsic, già medium della Thule Gesellschaft, che sosteneva di aver ricevuto delle comunicazioni da alieni Ariani viventi su Alpha Tauri, nel sistema di Aldebaran. Secondo la Orsic questi alieni avevano visitato la Terra e si erano insediati in Sumeria e la parola Vril deriva dall’antica parola Sumera vri-il: simile a dio. Una seconda medium del gruppo fu conosciuta solo come Sigrun, una delle nove figlie di Wotan. La Società Vril combinava gli ideali politici dell’Ordine degli Illuminati di Baviera con il misticismo Hindù, la Teosofia di Madame Blavatsky e la Cabala Ebraica. Fu il primo gruppo nazionalista Germanico ad usare il simbolo della swastika come un emblema di collegamento tra l’occultismo Orientale e quello Occidentale. La Società Vril presentava l’idea di un matriarcato sotterraneo, un’utopia socialista governata da esseri superiori che avevano padronanza sulla misteriosa energia chiamata Forza Vril. Questa società segreta fu fondata sulla novella di Bulver Lytton “The Coming Race” (La razza ventura), del 1871. Il libro descrive una razza di uomini psichicamente molto più avanzata della nostra, da essere quasi simili a dei. Per il momento sono nascosti e vivono in caverne, tunnel e grandi cavità al centro della Terra. Presto emergeranno per regnare su di noi. Mentre compivano le ricerche per “Il Mattino dei Maghi”, Jacques Bergier e Louis Pauwels ottennero la dichiarazione riportata sopra da uno dei più grandi esperti missilistici del mondo, il Dr.Willy Ley, che lasciò la Germana nel 1933. Il Dr. Ley disse che i membri della Società Vril credevano di possedere una conoscenza segreta che li avrebbe resi in grado di mutare la loro razza e li avrebbe resi simili agli uomini nascosti nelle viscere della Terra.

Che cosa ci azzeccasse Karl tutta questa paccottiglia, è difficile a dirsi: probabilmente rafforzò la sua convinzione che lo Stato costituisse il legame tra Territorio e Popolo, custode vivente di una Tradizione sempre viva, perenne nel suo continuo mutare.

Nel 1919, accettò s’iscrisse nuovamente all’università e, presentando una tesi sui mari interni del Giappone, nel 1919 è nominato professore di geografia all’Istituto di Geopolitica presso l’Università Ludwig-Maximilians di Monaco, dove conobbe un eccentrico allievo di nome Rudolf Hess, di cui divenne grande amico.

Hess avvicinò Karl al nazismo: tuttavia, più che diventare intimo di Hitler, Haushofer si avvicinò alla sinistra del NSPD, in particolare a Gregor Strasser, che fu poi eliminato nella Notte dei Lunghi Coltelli: cosa accomunasse uno studioso borghese e conservatore a un tizio che sosteneva la necessità di uno “slittamento a sinistra” del partito nazista, l’adozione di formule organizzative sul modello dei soviet, a necessità di collaborare con i marxisti per una svolta anticapitalistica, la nazionalizzazione delle fabbriche e l’esproprio dei latifondi, è poco comprensibile.

In ogni caso, Karl, per il suo legame con il possibile delfino di Hitler, fu organico al sistema, ottenendo i fondi per la pubblicazione della sua rivista, ricevendo riconoscimenti ufficiali e cariche istituzionali, come ad esempio la presidenza dell’Accademia tedesca nel 1934, oppure vari incarichi direttivi presso il Parlamento volksdcutsche (dei tedeschi all’estero), e il Volksbund für das Deutschtum im Ausland (la Lega per la difesa del Germanesimo all’Estero).

Haushofer non vide di buon occhio la nuova guerra mondiale, in particolare l’invasione dell’Unione Sovietica. Inoltre, quando nel 1941 Rudolf Hess s’involò per l’Inghilterra, rimase privo di protettori altolocati e la moglie rischiò di venire perseguitata dalle Leggi di Norimberga, essendo di origine parzialmente ebraica. In seguito al fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, suo figlio Albrecht, diplomatico di carriera e membro della congiura, fu arrestato nel dicembre 1944 e internato in una prigione di Moabit, a Berlino; l’intera famiglia finì nel mirino della Gestapo. Haushofer venne deportato a Dachau. Albrecht non vide la fine della guerra, poiché fu giustiziato dalle SS il 23 aprile, pochi giorni prima che l’Armata Rossa irrompesse nelle strade della capitale.

Terminato il conflitto, Karl Haushofer fu interrogato dagli ufficiali statunitensi, tra cui il professore Edmund A. Walsh, per determinare se bisognasse processarlo a Norimberga per crimini di guerra; nonostante Walsh l’avesse scagionato dalle accuse, il 21 novembre 1945 un decreto delle autorità d’occupazione statunitensi gli revocò il titolo di professore onorario ed il diritto alla pensione. Disperati e ridotti alla miseria, la notte tra il 12 e il 13 marzo 1946, Martha e Karl Haushofer si suicidarono ingerendo dell’arsenico.

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Ma quale era il pensiero di Karl? Come detto, la sua riflessione parte dall’idea che le potenze marittime esistenti siano come custodi dello status quo e non permettano l’emancipazione dei popoli, non solo attraverso il colonialismo inglese e francese, ma anche tramite l’ideologia del Presidente statunitense Wilson, che comprometteva seriamente ogni ipotesi di cambio, persino interno ed istituzionale, “il diritto classico dei popoli”, come affermava Carl Schmitt.

Per rompere questo blocco, proponeva di ristrutturare il mondo in grandi aree di integrazione politica geograficamente estese nel senso dei meridiani, le cosiddette panregioni, in grado di superare i limiti degli Stati nazionali e costituire più ampi ed efficaci ambiti di azione politica, economica, sociale. Le panregioni teorizzate da Haushofer erano quattro: la Pan-Europa, che oltre all’Europa comprende anche l’Africa e il Vicino Oriente ed ha al proprio interno un sistema mediterraneo guidato dall’Italia; la Pan-America, dal Canada allo Stretto di Magellano; la Pan-Russia, estesa verso sud fino a comprendere il subcontinente indiano; la Pan-Pacifica, comprendente la Cina, l’Indonesia e l’Australia.

Ora, se gli Stati Uniti potevano sfruttare un proprio lebensraum, inteso come spazio economico e culturale, nella Pan-America, costituite dalle nazioni dell’America Latina, diversa era la condizione della Pan-Russia, che nonostante le sua estensione, non poteva esprimere tutto il suo potenziale per il dominio inglese dell’India, dalla Pan-Europa e della Pan-Pacifica, i cui potenziali leader, Germania e Giappone, erano soffocati dall’assenza di risorse, causate dal loro ridotto spazio vitale.

Per cui, entrambe dovevano mirare alla creazione di un ecosistema politico ed economico, di cui sarebbero state il fulcro, con cui coagulare progressivamente la struttura della panregione. Visione che, a differenza di quella hitleriana, anteponeva la diplomazia alla violenza, sotto certi aspetti Karl fu l’ispiratore degli accordi di clearing commerciale, e che propendeva a un accordo organico con Urss, Italia e Giappone.

Per questo e per il fatto che Hess fosse progressivamente emarginato dal regime, ridusse progressivamente l’influenza di Karl nella politica estera tedesca, tanto che da fargli dichiarare, durante gli interrogatori americani

Nel Terzo Reich non esisteva alcun organo ufficiale che si occupasse delle dottrine geopolitiche o le approfondisse, cosicché il partito faceva uso di slogan mal digeriti desunti da quelle dottrine, senza però capirli. Solo Rudolf Hess e il ministro degli Esteri Constantin von Neurath (il primo dai tempi in cui fu mio allievo, prima che esistesse il partito nazionalsocialista) avevano una certa comprensione della geopolitica, senza però poterla imporre.

Paradossalmente, fu il Giappone a interpretare nel concreto la geopolitica di Karl, con l’occupazione della Manciuria, poiché, privo di estese aree agricole, aveva la necessità di acquisire terre coltivabili, con il controllo delle coste cinesi in modo da controllare il commercio del petrolio, materia prima essenziale per lo sviluppo dell’industria nipponica e con la proposta della creazione dalla Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale.

E forse, la politica tedesca negli ultimi venti anni, con il tentativo di subordinare l’Unione Europea ai suoi interessi economici è ispirata, in maniera implicita o esplicita, alle visione di Karl; così i populismi, in fondo, nascono anche dalla reazione viscerale ai costi sociali della realizzazione concreta dei sogni della geopolitica.

Alle origini della geopolitica tedesca

Prof. Friedrich Ratzel

Un paio di giorni fa, ho parlato dei legami tra la politica estera staliniana e geopolitica; un analogo discorso potrebbe essere fatto per il nazismo.

In realtà, a essere precisi, la geopolitica tedesca è ben anteriore a Hitler e nasce in età guglielmina, grazie a un etnologo, Friedrich Ratzel, che sintetizza in pieno le aspirazioni e le frustrazioni di un’epoca.

In linea con Fichte, immagina uno stato organico, che non è solo una realtà geografica, ma anche un’entità spirituale e morale, un sinolo tra ambiente, contesto economico e Volk, custode della cultura, degli ideali e dello spirito primigenio di una nazione.

Uno strumento utile a costruire un’identità condivisa in uno Stato giovane, diviso per secoli, in realtà politiche che avevano in comune, più o meno, solo la lingua. Uno stato che vive un periodo di enorme boom economico, che però non corrisponde a una crescita di un ruolo politico.

Ratzel, per colmare questo gap, che è un motivo di cruccio e imbarazzo per i politici e gli intellettuali tedeschi, è il primo a lanciare, nel 1901, in Spazio vitale (Lebensraum), l’idea di come lo stato organico tedesco sia portato, per necessità e per assicurare la propria sopravvivenza, a svilupparsi verso regioni le cui condizioni geografiche sono vicine.

Idea che sarà ripresa da Guglielmo II e poi dal Terzo Reich, per giustificare il loro espansionismo, che sempre Ratzel giustifica, con le sue leggi sull’espansione spaziale degli Stati:

  1. La crescita spaziale degli Stati va di pari passo con lo sviluppo della loro cultura, della loro economia e della loro ideologia.
  2. Gli Stati si estendono, assimilando le entità politiche di minore importanza.
  3. La frontiera è una struttura viva, il cui posizionamento materializza il dinamismo di uno Stato in un dato momento della sua storia (in altri termini: la frontiera ha vocazione a spostarsi).
  4.  In ogni processo di espansione spaziale prevale una logica geografica, in quanto lo Stato assorbe, prioritariamente, le regioni che consolidano ed integrano la viabilità del suo territorio: litorali, bacini fluviali, pianure e, più in generale, i territori più riccamente dotati.
  5. Lo Stato è portato naturalmente ad estendersi a causa della presenza alla sua periferia di una civiltà inferiore alla sua.
  6. Il processo di assorbimento delle nazioni più deboli si autoalimenta: più lo Stato cresce, più esso ha voglia di crescere.

Il problema è, questo Spazio Vitale, dove si colloca ? A differenza di Hitler, questo non si identifica con l’Est perché per Ratzel il vero nemico non è la Russia, ma la Gran Bretagna. Ossessionato, come Mackinder, dalla contrapposizione tra potenze terrestri e marittime, per rompere il predominio anglosassone, ipotizza per prima cosa una collaborazione paritaria tra Berlino e Mosca, per la creazione di uno spazio unico euroasiatico.

Tra l’altro Dugin, l’ideologo di Putin, con la sua dialettica tra ‘tellurocrazia’, incentrata sulla Russia, vista come emanazione nel Concreto di una teofania negativa, che nega la capacità della Ragione di conoscere l’Essere, che può essere intuito tramite il silenzio, la contemplazione e l’adorazione del mistero, e ‘talassocrazia’ plutocratica e tecnocratica, universalista, atomizzante ed omologante, che definisce “la forma essenziale del titanismo”, negazione dello Spazio, del Tempo e dell’Essere, prigioniera dell’illusoria rivolta della Terra contro il Cielo, che costituiscono invece un’armonica unità, può essere considerato come diretto erede del pensiero di Raztel.

Ma se questa collaborazione tra Germania e Russia, non fosse possibile ? Un nazista avrebbe risposto

“Se non vanno bene le buone, passiamo alle cattive”

Ossia, farebbe partire l’Operazione Barbarossa. Ratzel, figlio del suo tempo, invece risponde in modo inaspettato: la Germania, allora dovrebbe trasformarsi da Potenza terrestre a Potenza Marittima, mettendo in campo una grande flotta e fondando colonie nelle quattro parti del mondo. E Ratzel, non si limita a difendere questo punto di vista in polverosi articoli accademici, ma cerca di agire nel concreto.

Impegnato nel 1890 nella Lega Pangermanica, nel 1882 diventò membro fondatore del Kolonialverein (Comitato Coloniale), contribuì ad elaborare la carta dell’Africa, ancora mal conosciuta alla sua epoca, e diventa opinionista sui giornali popolari dell’epoca, specialmente intorno al 1885, nel corso del quale il Congresso di Berlino decise la spartizione dell’Africa fra le potenze europee, per caldeggiare sia una politica coloniale più aggressiva, sia per appoggiare il piano di riarmo navale proposto dall’ammiraglio Tirpitz.

Entrambi elaborano assieme la teoria del rischio (un’analisi che oggigiorno può essere considerata parte della teoria dei giochi) secondo la quale, se la flotta tedesca avesse raggiunto un certo livello di forza nel confronto con quella britannica, gli inglesi avrebbero cercato di evitare il confronto con l’Impero tedesco, secondo il concetto di mantenimento in fleet in being. Se le due flotte si fossero scontrate, la marina tedesca avrebbe inflitto abbastanza danno a quella britannica da farle correre il rischio di perdere il proprio primato navale. Poiché gli inglesi contavano sulla loro flotta per mantenere il controllo sull’Impero britannico, Tirpitz e Ratzel immaginarono che essi avrebbero preferito mantenere la loro supremazia navale per salvaguardare il loro impero, lasciando la Germania divenire una potenza mondiale, piuttosto che pagare il prezzo di perdere l’impero, pur di impedire il potenziamento tedesco.

Sempre in quest’ottica, Ratzel il geografo tedesco caldeggiò l’alleanza della Germania con l’Asia, e in particolare con l’Estremo Oriente (il Giappone).

Le teorie di Ratzel, nel bene e nel male, influenzarono pesantemente i vertici della Germania guglielmina, portando il Kaiser a posizioni azzardate, come nelle due crisi marocchine, e alla corsa agli armamenti anglo tedesca, che alzando la tensione internazionale, fu una delle concause della I Guerra Mondiale.

Mille di questi giorni, Tesoro Mio

bacio

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
contro le porte della notte
e i passanti che passano li segnano a dito
ma i ragazzi che si amano
non ci sono per nessuno
ed è la loro ombra soltanto
che trema nella notte
stimolando la rabbia dei passanti
la loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
essi sono altrove molto più lontano della notte
molto più in alto del giorno
nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

Jacques Prévert

Bon Compleanno, Amore Mio !

Sovietska Rossija

Ieri sera, in un post che ha avuto un’inaspettato successo, ho parlato degli scenari ucronici che avrebbero potuto portare a una vittoria sovietica contro la Germania nazista senza l’intervento anglo americano e il relativo predominio dell’Urss in Europa.

Come sarebbe stato, un mondo di questo tipo ? Per capirlo, dobbiamo inquadrare Stalin non solo come leader di una nazione che si dichiarava socialista, ma che era di fatto un’ erede dell’Impero zarista, di cui continuava confrontarsi problemi e portarne avanti le aspirazioni.

Cosa che non deve meravigliare: la Storia ci insegna che gli interessi e le ambizioni strategiche più durevoli derivano da fattori strutturali e indipendenti dalla politica, tanto che le esigenze strategiche che ne derivano non cambiano, anche dopo rivoluzioni, caduta di regimi e mutamenti ideologici. In fondo queste in Russia rimangono sempre le stesse, che vi al Cremlino un Romanov, Stalin o Putin

Aspirazioni che venivano modellizzate e descritte dai teorici della geopolitica di inizio Novecento, un paradosso se pensiamo come questa disciplina fosse più studiata nel Terzo Reich, a supporto del suo millenarismo, che nell’Urss.

A cominciare dal pensatore statunitense Halford John Mackinder, che il 25 gennaio 1904 in un articolo intitolato The Geographical Pivot of History (Il perno geografico della storia), sostenne che luogo geografico, contesto storico e tradizioni di un popolo siano i tre elementi invariabili da valutare per ottenere la vittoria finale.

Basandosi su questo, divise il pianeta in tre grandi aree. La prima, che chiama Isola mondo è l’ l’Eurafrasia, l’insieme dell’Eurasia e dell’Africa, che costituiva, secondo la sua teoria, il settore centrale della superficie terracquea, e comprende più del 50% delle risorse mondiali. Un secondo settore, l’anello intermedio, ai margini del primo era individuato nelle Isole Britanniche e nell’arcipelago del Giappone, includendo il settore orientale dell’Oceano Atlantico e quello settentrionale del Pacifico. Un terzo settore, il più marginale, l’anello esterno, era invece dato dalle Americhe e dall’Australia, comprese le acque che circondano questi territori.

Mackinder, convinto che il treno avrebbe scalzato la nave come mezzo di trasporto privilegiata, ritenne che chi dominasse l’Heartland, il cuore dell’Eurasia, considerata come un’area capace di chiudersi agli attacchi esterni e dotata di risorse illimitate, sarebbe stato padrone del Mondo.

Al contempo, per dominare Heartland, sarebbe stato necessario controllare l’Europa dell’Est. Concetti che lo studioso concentrava in questa singola frase

Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo.

Se ci pensiamo bene, è la base della politica estera nazista, fondata sulla conquista dello spazio vitale ad Est, ambizione che porterà Hitler a lanciare l’Operazione Barbarossa.

Secondo Mackinder, un inconveniente nella conquista di tali territori e al contempo un grande vantaggio nella loro difesa era stato l’assenza di infrastrutture; pertanto, egli credeva che con l’introduzione delle ferrovie sarebbe stato possibile per una potenza dell’Europa Centrale invadere e conquistare le pianure dell’Europa Orientale fino agli Urali. In alternativa, un’alleanza tra Germania e Russia, ipotesi che si tentò con il patto Molotov-Ribbentrop, che fallì per colpa di Hitler, avrebbe permesso di creare una coalizione di notevole potenza, grazie alle vaste risorse della Russia e all’industrializzazione e alla potenza navale della Germania.

Tesi che fu parzialmente contestata negli anni Trenta da Nicholas John Spykman, sempre americano, che pur mantenendo l’impostazione geopolitica di Mackinder, riteneva come la chiave del dominio globale non fosse il controllo dell’Heartland, ma quello di ciò che chiama Rimland, o zona costiera dell’isola-mondo eurasiatica, enfatizzando la dimensione geopolitica oceanica, con tutto ciò che la cultura marittima implica in termini politici, economici e militari rispetto a quella continentale. È una riedizione, l’ennesima, della contrapposizione millenaria tra terra e mare, risalente al conflitto tra ateniesi e spartani, espressa nei termini di imperialismo contro egemonia.

L’ambizione geopolitica di Stalin è realizzare una sintesi delle visione di Mackinder e di Spykman, ossia dominare l’Heartland, con il controllo dell’Est Europa, della Mitteleuropa e dei Balcani e satellizzare la Rimland, trasformandolo in uno spazio economico al servizio del resto dell’Eurasia.

Ambizione, che, a differenza di quella hitleriana, è consapevole dei limiti del suo strumento principale , l’Urss e della necessità, a medio termine di ricorrere a compromessi, come è stato il patto Molotov-Ribbentrop e come sarà Jalta.

Partendo da questo scenario, un’ucronia con la vittoria solitaria dell’Unione Sovietica sul Nazismo, nel concreto, che sarebbe successo ?

Partiamo dall’Europa: come nella nostra Timeline, Stalin avrebbe reintegrato nell’Urss parte dei territori perduti nella Prima Guerra Mondiale, avrebbe costituito un’area di egemonia militare, politica ed economica, che sarebbe coincisa con il nostro Patto di Varsavia, esteso alla Turchia europea, per il libero passaggio negli Stretti, alla Jugoslavia e all’intera Germania, per costituire un cordone sanitario a difesa dell’Unione Sovietica e per avere la chiave per controllare l’Heartland e finlandesizzato la Scandinavia, la Francia, il Benelux e Penisola Iberica, le cui economie e politiche sarebbero state asservite alle esigenze di Mosca.

E la Gran Bretagna e l’Italia ? Per la prima, dobbiamo considerare un dato oggettivo: la Flotta Rossa degli operai e dei contadini faceva altrettanto schifo di quella tedesca, per cui, qualsiasi tentativo di invasione delle isole britanniche sarebbe stato un fallimento; al contempo, a differenza della Germania Nazista, l’economia dell’Urss non poteva, a breve termine, collassare a seguito di un blocco navale. Per cui, Londra si sarebbe avvicinata sempre di più agli USA, ricreando in piccolo le dinamiche della Guerra Fredda.

Per l’Italia, dipende dal PoD. Nel primo considerato nello scorso post, l’invasione anglo francese della Germania avviene durante la non belligeranza di Roma. Conoscendo il cinismo mussoliniano, vedendo prossimo il crollo tedesco, nella speranza di arraffare qualcosa e di sedersi dalla parte del vincitore, non è detto che non dichiari guerra all’ex alleato e improvvisi un’offensiva, con mediocri risultati sull’arco alpino. Ovviamente, da questa pagliacciata non otterrà nulla: per cui, quando partirà l’invasione sovietica della Polonia e della Germania, a favore degli insorti comunisti contro il governo conservatore imposto da Parigi e Londra, l’Italia fascista, che sino al 1941, mantenne rapporti commerciali e diplomatici non dico calorosi, ma perlomeno costruttivi, con Mosca, potrebbe anche schierarsi al suo fianco, diventando una sorta di strano e bizzarro junior partner dell’Urss. Ovviamente in questa Timeline alternativa, per motivi di opportunismo, Mussolini favorirà nelle alte gerarchie del regime gli esponenti della sinistra fascista, come Ricci, Maccari e Rossoni e al contempo, trovare se non una pacificazione, un compromesso con Togliatti.

Nel secondo PoD, in cui la Germania è impelagata nell’Operazione Leone Marino, dato che le truppe inglesi sono impegnate a difendere la madre patria, la guerra parallela dell’Italia è assai meno disastrosa; per cui, quando Stalin lancia l’operazione Grozna, Roma è a un bivio. O raggiungere un compromesso con Stalin, in modo da tenersi parte di quanto conquistato o cercare di resistere all’Armata Rossa. Nel primo caso, l’Italia fascista sarà finlandesizzata e il regime dovrà concedere spazi politici e di rappresentanza alla Sinistra; nel secondo caso, l’Armata Rossa abbatterà il regime fascista e la monarchia, sostituendo il tutto con una Repubblica Popolare.

Nel secondo PoD, la rapida pace tra Churchill ed Hitler lascerà a Roma parzialmente delusa; al massimo otterrà Nizza, Savoia, Malta e qualche modifica territoriale nel Corno d’Africa. In tal caso, il regime fascista non appoggerà l’Operazione Barbarossa, al massimo manderà una divisione di volontari in camicia nera, come Franco, per cui, pur salvandosi dall’offensiva dell’Armata Rossa, rimarrà isolato diplomaticamente e sarà costretto, per sopravvivere, a una serie di compromessi e concessioni all’ingombrante vicino sovietico.

In Medio Oriente, Stalin, sfruttando le difficoltà inglesi, potrà sobillare una rivolta del Tudeh, il Partito Comunista Persiano e farà intervenire in suo aiuto l’Armata Rossa: in tal caso, parte del territorio persiano sarà inglobato nell’Urss, parte trasformato in uno stato satellite. Sempre in quest’ottica, l’Urss appoggerà le rivolte nazionaliste dell’Iraq e i movimenti indipendentisti indiani, in modo da crearsi alleati nell’area.

Più complesse sono le vicende in Estremo Oriente: ipotizziamo che il contrasto geopolitico tra USA e Giappone si verifichi lo stesso. In tale caso, o il Giappone accetta di avere un ruolo subordinato rispetto all’America e Washington trova un compromesso con Mosca per la spartizione delle zone di influenza in Cina, o scoppia come nella nostra Timeline la Guerra del Pacifico, con due differenze rispetto al mondo in cui viviamo.

Dato che non si presenta a Roosevelt l’opzione “Germania First”, tutti gli sforzi bellici degli Usa si concentrano contro Tokio, per cui il salto delle isole sarà assai più veloce; al contempo, sia per mancanza di tempo, sia perché la Germania è percepita come assai meno pericolosa, non parte il progetto Manhattam e quindi niente Bomba Atomica.

Per cui per averla vinta con il Giappone, gli Usa saranno indecisi se mettere in pratica l’Operazione Downfall, con il relativo bagno di sangue o seguire il piano di Nimitz, ossia costringere, grazie al blocco navale, Tokio alla resa per fame.

Di questa incertezza ne approfitta Stalin, che dopo aver occupato la Manciuria con l’Operazione Tempest d’Agosto, non interrompe la sua offensiva con l’occupazione della porzione giapponese dell’isola di Sachalin e delle Curili, ma proseguirà con la presa di Hokkaido, cosa che costringerà il Giappone alla resa, il quale avrà un destino simile alla Corea della nostra TL, ossia diviso in una Repubblica Popolare a Nord e uno stato filo americano a Sud.

Quindi tutto bene, per l’Urss: in realtà, in questa Timeline si ripresenta un problema, specie nel terzo PoD, che si è verificato anche nel nostro mondo.

L’Unione Sovietica non ha riconosciuto subito l’entità delle proprie perdite nella Seconda guerra mondiale. La stima ufficiale dei caduti è cresciuta in proporzione diretta al passare del tempo: da sette milioni di morti ammessi sotto Stalin a 26,6 milioni sotto Vladimir Putin (e la cifra è ancora in fase di revisione).

A questo si deve aggiungere il blocco della crescita demografica avvenuto durante la Grande Guerra Patriottica. Buco demografico che dopo 75 anni non è stato ancora colmato. Il primo effetto, meno importante, è che le perdite hanno colpito soprattutto gli uomini, creando l’attuale squilibrio di genere in Russia; attualmente su 146,9 milioni di persone, di cui 68,1 milioni (46%) maschi e 78,8 milioni (54%) femmine. Tra le persone sotto i 29 anni ci sono più maschi che femmine, mentre tra coloro che hanno più di 70 anni ci sono 2.377 donne ogni 1.000 uomini.

L’altro, più grave per il sistema Urss è il fatto che le perdite colpirono uomini in età produttiva e giovani: per cui, il sistema sovietico, negli anni Settanta, si trovò ingessato e con un numero di persone nel culmine della produttività lavorativa e intellettuale, assai più basso delle altre nazioni europee e degli USA, cosa che affrettò il suo crollo.

In un mondo in cui le battaglie con la Germania e con il Giappone sono più dure, le perdite potrebbero essere ancora più alte, con un crisi ulteriomente anticipata rispetto alla nostra Timeline.

Ucronie Sovietiche nella Seconda Guerra Mondiale

Bandiera-rossa-Reichstag

Ieri pomeriggio, il buon Silvio Sosio, ha postato questo status su Facebook

Storie alternative ne ho lette e viste molte, ma non ho mai sentito parlare di ucronie in cui l’Europa è tutta sovietica. La narrazione costruita dagli americani ci ha convinti che la II guerra mondiale è stata vinta da loro. Al punto che tutte le ucronie che immaginano che gli americani NON siano scesi in guerra prevedono, immancabilmente, che vincano i tedeschi. Ma i tedeschi in realtà stavano già perdendo quando sono arrivati gli americani. È plausibile che se gli americani non l’avessero fatto i russi avrebbero occupato l’intera Europa. Insomma, la “storia la scrivono i vincitori”, anche quando fantasticano sull’idea di perderla.

Status che ha dato il la a una serie di discussioni, che hanno evidenziato un limite di tutti noi che ci dedichiamo, per dirla alla Marx, alla Struttura, alla Grande Politica, ma poco ci occupiamo di struttura, dell’Economia che ne condiziona le scelte. Analogamente, quando parliamo di guerre, ci riempiamo la bocca di Strategia e Tattica, ma poco di Logistica. In fondo, è pure giusto, sono materie piene di numeri, diagrammi e cartine, poco romanzesche e che infiammano poco la fantasia.

Per cui, per una volta, provo a annoiarvi affrontando la questione da questo punto di vista. Cominciamo con una data simbolo, il crollo della Borsa di New York del 24 ottobre 1929, che nella Mitteleuropa ebbe impatti drammatici, causando un collasso sistemico del sistema creditizio.

Il Creditanstalt, la più grande banca mista austriaca, fallì nel maggio 1931. Il governo austriaco intervenne con molto ritardo, nell’ottobre 1931, introducendo un controllo dei cambi e rendendo, de facto, il Creditanstalt una banca statale.

Tale ritardo ebbe delle conseguenze. Andarono in crisi le banche ungheresi e in breve tempo le difficoltà si spostarono in Germania. La Reichsbank perdette metà delle sue riserve auree. Nel luglio 1931 vi fu il crollo della Darmstadt (Danat Bank), la seconda banca mista del paese. Il Governo tedesco ordinò la chiusura degli sportelli bancari per tre settimane e, successivamente, attuò un piano di salvataggio del sistema bancario, rendendo lo Stato socio di maggioranza della Danat (fusasi con Dresdner Bank) e detentore di un terzo del capitale sociale di Deutsche Bank. La Reichsbank volle arginare la fuga di capitali attraverso una serie di misure, tra cui l’aumento del tasso di interesse del 10% nonché un’iniezione di liquidità nelle banche miste.

A questo caos, in Germania, si aggiunsero sia il ritiro dei capitali americani dalla Germania, sia la deflazione accentuata dal rigore depressivo dell’allora vigente gold standard. Di fatto ci fu una colossale stretta creditizia, che fece crollare i consumi e bloccò i finanziamenti alle imprese: tutto ciò portò a licenziamenti di massa, tanto che nel 1933 il 20% della forza lavoro (circa 7 milioni di persone) era costituito da disoccupati al limite della soglia della malnutrizione.

Fu facile, per la retorica di Hitler conquistarne il consenso e utilizzarli come massa di manovra per conquistare il potere: il problema, però era come mantenere le promesse ed evitare che i disoccupati, esasperati, si ribellassero e cacciassero a pedate i nazisti.

Per cui, inizialmente Hitler dovette fare i salti mortali per garantire la piena occupazione al tedesco medio: per fare questo nel 1933, lanciò un piano economico basato su due pilastri: un grande piano keynesiano delle opere pubbliche, visto che una buona percentuale dei tedeschi erano impiegati nell’edilizia e il rilancio delle esportazioni.

Il problema è che per costruire ponti e strade servivano soldi: Hitler non poteva aumentare la pressione fiscale, viste le condizioni del contribuente tedesco sarebbe stato come tirare fuori sangue da una rapa, non poteva stampare carta moneta, per evitare la spirale inflazionistica dei primi anni Venti, né poteva aumentare il debito pubblico, visto che i grandi investitori internazionali, poco si fidavano dei nazisti.

Per uscire da questo vicolo cieco, Hitler mise in piedi una delle più grandi truffe contabili della storia: il famigerato MeFo, sigla di Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (“Società per la ricerca in campo metallurgico”) una società fittizia del Terzo Reich.

Questo sistema di finanziamento si basava su uno schema ideato nel 1934 dal ministro del Tesoro nazista Hjalmar Schacht, nel quale era prevista l’emissione di speciali obbligazioni a nome della summenzionata società fantasma, i cosiddetti “Mefo-Wechsel”: grazie all’emissione di tali cambiali, a guisa di titoli di stato, liquidabili l’anno del mai, tramite cui il Tesoro poteva rastrellare liquidità da impiegare per i lavori pubblici

“MeFo” era dunque l’acronimo riferito a una scatola vuota, a nome della quale si emisero siffatte obbligazioni senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione, in quanto tali cambiali erano “spendibili” esattamente come il denaro ma solo entro i confini nazionali. Insomma, una colossale falsificazioni dei bilanci statali, finanziata con i soldi del monopoli, tra l’altro tenuto segreto agli investitori esteri.

Per il rilancio delle esportazioni, Hitler dovette affrontare il problema dalla sopravvalutazione del marco rispetto alle maggiori valute mondiali. A questa debolezza si cercò di rimediare con i mezzi più diversi, uno dei quali fu un complesso sistema di sovvenzionamento alle esportazioni, un dunping legale, finanziato a partire dal 1935 tramite una tassa imposta all’economia secondaria (Exportumlage auf die gewerbliche Wirtschaft), alla razionamento dei beni di importazione e all’autarchia.

In più, a partire dal 1933 il Ministero degli Esteri tedesco sottoscrisse una serie di accordi bilaterali con altri Paesi, soprattutto quelli dell’Europa sud-orientale, che regolavano il commercio estero sulla base del clearing. In pratica questi paesi fornivano derrate alimentari e materie prime al Reich, che a sua volta esportava manufatti finiti (soprattutto armi e macchine utensili). Per funzionare, il saldo doveva essere pari a zero, ma in pratica il Reich costrinse i deboli partner commerciali ad accettare che la Germania accumulasse forti debiti di clearing non pagati. Il sistema del clearing era pensato per evitare la fuoriuscita di valuta dai propri confini: si trattava, di fatto, di un’economia di baratto.

I governi dei Paesi dell’Europa sudorientale (e anche l’Italia) non si resero mai pienamente conto che questo sistema subordinava sempre di più le economie nazionali agli interessi economici della Germania nazista: infatti più esse esportavano in Germania e più dovevano importare dalla Germania, anche se si trattava di prodotti di cui non avevano necessità; ma al tempo stesso la quantità di prodotti esportati verso i cosiddetti “paesi a valuta libera” diminuiva di anno in anno, rendendo impossibile l’acquisizione della valuta estera necessaria per importare da altri paesi.

Nel 1937, questa serie di truffe permisero il completo riassorbimento della disoccupazione: non furono le industrie d’armamento ad assorbire la manodopera; i settori trainanti furono quello dell’edilizia, dell’automobile e della metallurgia. L’edilizia, grazie ai grandi progetti sui lavori pubblici e alla costruzione della rete autostradale, creò la maggiore occupazione (+209%), seguita dall’industria dell’automobile (+117%) e dalla metallurgia (+83%).

Tuttavia, questo castello di carta straccia cominciò a mostrare proprio quell’anno le sue crepe: gli USA, stanchi della concorrenza sleale tedesca, minacciarono una guerra commerciale, imponendo dei dazi, come sta facendo Trumph con la Cina.

Questo avrebbe provocato il crollo delle esportazioni, mettendo in crisi gli industriali teutonici: per cui, Hitler, in linea con la sua retorica aggressiva, lanciò un programma di riarmo, per drogare il mercato interno tramite un nuovo moltiplicatore keynesiano.

Gli industriali ovviamente furono pagati in Me.Fo; in teoria, questi potevanpo scontarli presso la Reichsbank in ogni momento, e ciò costituiva per il Terzo Reich un rischio mortale: se i Me.Fo fossero stati presentato all’incasso massicciamente e rapidamente, l’effetto finale sarebbe di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell’inflazione.

Per cui, per garantire questa cartaccia e giustificare il riamo, dal 1937 in poi, il Nazismo decise di tradurre in pratica la sua retorica aggressiva, mettendo in campo un’economia predatoria ai danni dei vicini, che però, invece di risolvere il problema creò un circolo vizioso.

La corsa agli armamenti fu seguita da Francia e Gran Bretagna: per rimanere in corsa, il Terzo Reich dirottò sempre più risorse sul riamo, emettendo sempre più Me.Fo, a loro volta bisognosi di copertura a scapito dei vicini. Politica estera che a sua volta alzava le tensione con Londra e Parigi, aumentando al contempo i loro investimenti, tra l’altro più sostenibili economicamente, negli armamenti.

A Neville Chamberlain la questione era ben chiara: per evitare la guerra, nell’aprile 1939, la diplomazia inglese fece arrivare alla Germania l’offerta ufficiosa – perché trasmessa per mezzo di uomini d’affari anziché di diplomatici – di un prestito a lunga scadenza e a tassi interesse straordinariamente bassi di 1 miliardo di Dollari per la riconversione industriale dalla produzione di mezzi bellici alla produzione di beni di consumo: in cambio si chiedeva alla Germania di rinunziare all’occupazione militare della Cecoslovacchia (avvenuta appena un mese prima) e ad ogni politica espansionista ai danni dei propri vicini.

Proposta che si scontrò con una serie di questioni che Londra non aveva considerato: la prima che Hitler non voleva rinunciare alla sua ambizione dello Spazio Vitale a est, che riteneva una panacea per tutti i problemi economici della Germania e lo strumento principale per la sua affermazione come grande potenza.

La seconda è che una mossa del genere avrebbe reso la Germania un mercato subordinato all’economia inglese, cosa che non era per nulla gradita dall’alta finanza e dagli industriali tedeschi. La terza è che il mercato interno tedesco non sarebbe stato in grado di assorbire la produzione industriale in beni di consumo, causando a medio termine una crisi economica analoga a quella del 1932, che avrebbe minato le basi dei Terzo Reich, cosa che nessuno dei vertici nazisti voleva.

Così Berlino continuò con la politica dell’azzardo, nell’attesa di completare il riarmo per il 1944, finchè per Danzica Parigi e Londra decisero di vedere il bluff. Hitler se la cavò per il rotto della cuffia, per l’abilità dei suoi generali, ma la Germania non era attrezzata per una guerra di lungo periodo, né vi era inizialmente la volontà politica di farlo: i gerarchi nazisti esitavano a comprimere ulteriormente la produzione di beni di consumo a favore della produzione di armi, temendo che ciò avrebbe diffuso il malcontento tra i lavoratori fino a determinare il crollo del fronte interno (come era già accaduto negli ultimi mesi della Prima guerra mondiale)

A prolungare l’agonia tedesca, che avrebbe potuto collassere , fu il genio, maligno, di Speer, che nel 1944 lo scrittore e giornalista Sebastian Haffner sul giornale londinese The Observer definì:

«Albert Speer non è il solito nazista appariscente e ottuso… è molto più del semplice uomo che raggiunge il potere, simboleggia invece un tipo d’uomo che sta assumendo sempre più importanza in tutti i Paesi belligeranti: il tecnico puro, l’abile organizzatore, il giovane brillante uomo senza bagaglio e senza altro scopo che seguire la propria strada, senza altri mezzi che le proprie capacità tecniche e manageriali. Degli Hitler e degli Himmler ce ne sbarazzeremo, ma con gli Speer dovremo fare i conti ancora a lungo…»

Speer con un miracolo tecnico organizzativo, portò la Germania al colmine della produzione industriale, ma questa era di gran lunga inferiore a quella degli avversari e soggetta a una serie di vincoli esterni, la dipendenza dalle materie prime altrui e i limiti infrastrutturali, che si manifestarono pienamente nel 1944.

produzione tedesca

Da una parte il cambio di campo rumeno dell’agosto del 1944, analogo, ma meno noto di quello italiano, privò l’industria tedesca del petrolio; dall’altra la distruzione del ponte Colonia Muelhein nell’ottobre del 1944, da parte dei bomardieri americani.

La Ruhr era isolata, le acciaierie smisero di funzionare per la mancanza di minerali ferrosi ed il carbone non poteva più essere portato fuori dalla regione. Tra l’agosto 1944 e il gennaio 1945 il Reich dovette fronteggiare una massiva penuria di 36,5 milioni di tonnellate di carbone, quasi 6 settimane di normale approvvigionamento. Le fabbriche tra cui la Opel di Ruesselheim la Brown, Boveri, CIE e Krupp a Essen cessarono completamente la produzione nel gennaio 45 per mancanza di materie prime o componenti meccaniche. A marzo la produzione industriale tedesca era totalmente bloccata…

mezzi

Analizzando i dati della precendente tabella, sulla produzioni di armi, si possono identificare tre possibili scenari.

Il primo, ipotizzato da Paul Kennedy in “Ascesa e Declino delle Grandi Potenze” data l’impossibilità tedesca di realizzare Leone Marino, anche se la Goering avesse vinto la Battaglia d’Inghilterra, mantenendo la strategia iniziale, finalizzata alla distruzione della rete radar e degli aeroporti, lo sbarco delle divisioni di fanteria tedesche, perchè con le chiatte poco altro si poteva fare, dalla mobilità ben inferiore di quelle italiane, questa si sarebbe risolto in disastro per il Reich, e le difficoltà logistiche dell’Asse nel Nord Africa, senza l’intervento di Usa e Russia si sarebbe raggiunto un equilibrio in europa come all’inizio dell’800 tra Gran Bretagna e Napoleone, con una progressiva agonia della Germania continentale dato dal blocco navale inglese.

Il secondo, ipotizza una guerra limitata a Germania e Unione Sovietica, senza gli aiuti materiali anglo americani: il dato che salta all’occhio è il limitato supply chain, causato dall’infimo rapporto tra le dimensioni dell’esercito e il numero di automezzi destinati all’implementazione del treno logistico, ancora peggiore di quello del nostro Regio Esercito.

Per cui, Stalin, si sarebbe trovato davanti a un bivio difficile: o mantenere la produzione secondo quanto avvenuto nella nostra TL con tanti carri armati e pochi camion, ma senza un treno logistico che rifornisce i T34 di benzina, di munizioni e pezzi di ricambio, le grandi offensive non si possono realizzare, per cui l’operazione Bagration rimane un sogno proibito, per cui bisogna procedere a piccoli balzi, oppure produrre meno carri e più camion, raggiungendo assai più tardi la superiorità tattica sui tedeschi. Per cui, pur proseguendo sulle stesse direttive della nostra Timeline, i tempi della presa di Berlino si sarebbero enormemente dilatati.

Il terzo, ipotizza uno scontro USA, Gran Bretagna, Canada e Commonwealth e Germania, senza le masse di uomini dell’Armata Rossa: anche in questo caso, data la superiorità degli Alleati, i tedeschi sarebbero destinati alla sconfitta, ovviamente con modalità e tempi diversi dal nostro mondo.

Detto ciò, quali potrebbero essere i Point of Divergence che permetterebbero la realizzazione dello scenario ipotizzato da Sosio. Me ne vengono in mente tre.

Nel primo Hitler è impegnato, con i Panzer I, che facevano ridere tanto quanto i nostri spernacchiati carri leggeri, alla realizzazione del Fall Weiß in Polonia, gli anglofrancesi invece di rimanersene passivi, attaccano il fronte del Reno, travolgendo le divisioni di terza classe tedesche; di conseguenza la guerra, finisce rapidamente nel 1939, con la sostituzione del regime nazista con una conservatore, costretto ad affrontare il caos economico causato dalla pace e dalle riconversione economica tedesca.

Stalin, privato dei frutti patto Molotov-Ribbentrop, decide di sobillare delle rivolte comuniste nella Mitteleuropa e con la scusa di difendere i diritti del proletariato, fa intervenire l’Armata Rossa nel 1941, che con la forza dei numeri, travolge Francesi e Italiani e impone una pace di compromesso a Churchill.

Nel secondo vi à la vittoria di Goering nella battaglia d’Inghilterra e l’esecuzione dell’operazione Leone Marino, che rapidamente si trasforma in una sorta di immensa Gallipoli per i tedeschi, che si arenano nel Kent. Così, sempre nel 1941, Stalin lancia la mitologica Operazione Grozna, che tanto riempie i sogni degli storici revisionisti, travolgendo con rapidità i tedeschi, presi di sorpresa, gli italiani e i francesi

Il terzo, più banale, prevede che i panzer non si fermino a Dunkerque e ne travolgano il perimetro difensivo, trasformando l’Operazione Dynamo in un disastro: Churchill è costretto alle dimissioni e il suo posto è preso da Lord Halifax, che accetta le proposte di pace di Hitler, il quale, subito dopo, lancia l’Operazione Barbarossa, che lo porterà al disastro