La tormentata nascita del Teatro Massimo

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Pochi lo sanno, ma il Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele, meglio noto come Teatro Massimo, di Palermo è il più grande edificio teatrale lirico d’Italia, e uno dei più grandi d’Europa, terzo per ordine di grandezza architettonica dopo l’Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna.

E ancora meno, conoscono la travagliata storia della sua costruzione: questa cominciò nel 1848, quando Mariano Stabile, che ricopriva il ruolo di Sindaco di Palermo lanciò l’idea della costruzione di un grande teatro, sia come segno di rappacificazione con l’opinione pubblica dopo i moti di Palermo, sia perchè il glorioso Real Teatro Bellini o Regio Teatro Carolino si stava cominciando a mostrare inadeguato.

Come spesso accade per le grandi opere pubbliche palermitane, tutti applaudirono, per poi, subito dopo, cominciare a litigare selvaggiamente per questioni, che nel resto del Mondo, parrebbero secondarie: nel caso specifico, il nome del teatro.

Il Pretore della città, Principe di Manganello, aveva proposto di chiamarlo “Reale Teatro Ferdinando II”, cosa che assai poco gradita alla nobiltà locale, che poco gradiva Re Bomba, sia per avere fatto prendere a cannonate i suoi palazzi, sia per avere tentato di aumentarle il carico fiscale: con un decreto del re di Napoli del 15 dicembre 1849 venne imposto all’isola un debito pubblico di 20 milioni di ducati, che dopo parecchie polemiche, fu rigirato sui contadini e sui borghesi.

L’Unità d’Italia mise fine a queste polemiche: così nel 1864, il nuovo sindaco, il marchese di Rudinì, bandì un concorso per “provvedere alla mancanza di un teatro che stesse in rapporto alla cresciuta civiltà ed a’ bisogni della popolazione”, aperto ad architetti italiani e stranieri.

Prima polemica, molto salviniana, fu proprio legata all’invito degli stranieri: lo slogan dei giornali locali dell’epoca, fu

Prima i palermitani.

Seconda polemica fu causata dall’idea di esporre i progetti presentati dai trentacinque architetti invitati, di cui un terzo stranieri, nell’interno della chiesa di S. Domenico, perché si riteneva un atto sacrilego usare un tempio cristiano per il concorso di un teatro. Dopo un’epidemia di colera, che rallentò notevolmente i lavori del concorso, la giuria, presieduta da Gottfried Semper, l’architetto autore della Semperoper di Dresda e impegnato proprio in quegli anni nella creazione della Ringstrasse di Vienna, il 4 Settembre 1868 proclamò vincitore del concorso proprio il palermitano Giovanbattista Filippo Basile, assegnandogli un premio di lire 25.000.

Anche il Consiglio Comunale lo approvò. Questa vittoria fu oggetto di critiche, petizioni per riaprire il concorso, opposizioni dovute alle gelosie ed all’invidia di alcuni politici e di certi intellettuali del tempo. Furono anche presentate denunce. Insomma, quanto sta accadendo per le nuove linee di tram o per la chiusura dell’anello ferroviario, è ben misera cosa, al confronto.

A gettare benzina sul fuoco, vi fu la scelta di dove dovesse essere costruito, questo benedetto teatro… Nel 1859 era stata individuata un’area di piazza Marina come sede del nuovo edificio, che fu poi sostituira dalla decisione, oggettivamente sensata e previdente, di costruire il tutto fuori porta Maqueda, al di là delle antiche mura, perché si pensava che la città si sarebbe estesa verso quella parte. La costruzione del teatro comportava però la demolizione dei monasteri dell’Immacolata Concezione e delle Stimmate, sorti nel 1700, della monumentale basilica di San Giuliano, opera dell’architetto Giacomo Amato, e delle chiese di S. Lorenzo, di S. Maria e di Sant’Agata li Scorruggi.

Ciò scatenò il finimondo: il Monastero e la Chiesa delle Stimmate di San Francesco, ricca di stucchi del Serpotta, era il luogo preferito dalle famiglie nobiliari palermitane per liberarsi delle figlie zitelle. La chiesa di Sant’Agata li Scorruggi, dal nome degli ex voto a forma di mammella, realizzati in argento o in cera, e per forma assomiglianti a scodelle denominate in dialetto “scurruie”, recipienti con i quali i fedeli erano soliti addobbare il simulacro durante le processioni, costruita su una delle tante presunte case della santa, era uno dei luoghi più venerati della città. Infine, San Giuliano, una sorta di gemella del Santissimo Salvatore, era una delle principali attrazioni turistiche della Palermo dell’epoca, a causa della straordinaria vista che si godeva dal lanternino della sua cupola.

Di conseguenza, ci furono proteste e petizioni a non finire, firmate dal palermitano medio e cause intentate dalle suore francescane e teatine, che non avevano molta voglia di essere sfrattate dai loro conventi. A fatica iniziarono i lavori di demolizione, che misero a disposizione del Comune un’area di 25.000 metri quadrati.

Leggenda vuole che lo spirito dell’ultima Madre Superiora di uno dei conventi demoliti, ancora di pessimo umore, giri per le sale vuote del teatro e che gli scettici, compreso il sottoscritto, sono condannati a inciampare in un particolare gradino, chiamato proprio gradino della suora.

Il 12-01-1875, anniversario dei moti di palermo con solenne cerimonia preseduta dal Sindaco Emanuele Notarbartolo, venne dato inizio ai lavori e affidata la direzione degli stessi all’architetto Giovanbattista Filippo Basile, il quale, per rivaleggiare con le antiche costruzioni, fece riattivare le cave di pietra di Solanto, Cinisi, Aspra, e Billiemi, tenendo nel contempo lezioni serali per intagliatori di pietra, in modo da ricostituire le antiche maestranze ormai scomparse, per il fatto che l’architettura ottocentesca usava ormai intonacare i prospetti degli edifici.

Dopo tre anni di lavoro, si constatò che i due milioni e mezzo stanziati dal Comune, portati poi a tre milioni e trecentomila lire, non sarebbero stati sufficienti per il completamento del teatro, per cui la giunta comunale, pressata da innumerevoli accuse di sperpero del pubblico denaro, decise di sospendere i lavori.

Per cui nel 1878, i lavori vennero sospesi: nel maggio 1881, poi, l’assessore ai lavori pubblici, Fortunato Vergara di Craco, nel consiglio comunale accusò pubblicamente Basile di avere gonfiato i conti di 420.000 lire e di avere trasferito tale cifra in un conto estero.

La polemica che seguì, fece togliere l’incarico a Basile: per sostituirlo, fu chiamato l’architetto Antonelli, ideatore della famosa Mole Antonelliana di Torino. Non l’avessero mai fatto: sempre al grido di prima i palermitani, avvampò la protesta contro il Comune, che, visto anche che il teatro stava rischiando di crollare prima del completamento dei lavori.

Tra le angosce, vicissitudini, battaglie burocratiche, traversie e contrasti di ogni genere, giungeva notizia a Palermo che per i teatri di Parigi e di Vienna erano stati spesi rispettivamente trenta e venti milioni di lire, mentre si sentiva nel contempo la necessità di portare a termine l’opera prima dell’Esposizione Nazionale di Palermo, programmata per il 1891. Ma da un completamento affrettato, del teatro si oppose il Basile, per il fatto che era suo intendimento portare a termine la sua opera nella maggiore completezza possibile, e il suo rifiuto gli procurò ulteriori accuse e critiche, che culminarono in pieno Consiglio comunale, dove si grido:

“Questo teatro è una disgrazia per la città!”.

Anche perchè, diciamola tutta, l’architetto, oltre ad essere integerrimo, stava facendo del suo meglio assieme all’impresa edile di Giovanni Rutelli, antenato del sindaco di Roma, ed Alberto Machì, che addirittura sperimentò per l’epoca delle tecnologie all’avanguardia per completare quel maledetto teatro: Rutelli inventò una speciale gru a vapore che si rivelò fondamentale durante lo svolgimento dei lavori, soprattutto nel sollevamento dei pesanti blocchi di pietra fino a 22 metri di altezza. Di detta gru il Comune di Palermo custodisce oggi il relativo prototipo in scala donato al tempo dallo stesso Rutelli.

Nel 1891 moriva Giovanbattista Basile, sfiancato da tutte queste polemiche prima che vedesse compiuta la sua opera. Il cordoglio e la commozione della cittadinanza furono immensi e il frontone del teatro, ancora incompiuto, venne listato a lutto. Il Comune, per farsi perdonare quanto combinato negli anni precedenti affidò al figlio di questi, Ernesto, la continuazione dell’opera, che venne portata a termine nel 1895 e il 1896, dedicandosi alla decorazione, che grazie alla collaborazione di Ducrot, Lentini ed Ettore De Maria Bergler, è uno dei primi esempi del liberty italiano.

In realtà, a dire il vero, il Teatro Massimo è rimasto incompiuto per mancanza di soldi: infatti manca di alcuni dettagli, quali la quadriglia centrale, i due gruppi laterali e il genietto alato che si sarebbe dovuto collocare sul timpano del portico.

Alla fine fu inaugurato il 16 Maggio 1897, tra uno sfarzo di luci e di colori, con il Falstaff di Giuseppe Verdi, nonostante una gaffe del re d’Italia Umberto I che se ne uscì con un

“Ma che bisogno ha, Palermo, un un teatro del genere?”

Le malelingue, poi, raccontato di una riunione finita in rissa del Comitato di Gestione del Teatro, guidato da Vincenzo Florio, per la scelta dell’opera inaugurale.

Ad assistere allo spettacolo inaugurale sono stati ammessi tre mila spettatori, quanti, cioé, ne può contenere il teatro. Gli altri sono rimasti fuori e possono consolarsi ammirando i due gruppi scultorei su due podi laterali della scalinata di ingresso (quello di destra di Bruno Civiletti, quello di sinistra di Mario Rutelli) o estasiandosi davanti alle armoniose basi dei candelabri che
sostengono i lampioni per l’illuminazione della piazza e ai due chioschi liberty, il Ribaudo e il Vicari, sempre di Basile

Ed è anche, per quanti quella sera si attardano ai piedi della scalinata, motivo di dotte disquisizioni sulla paternità dell’epigrafe posta nel fregio del portico:

“L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano è delle scene il diletto, ove non miri a preparare l’avvenire”.

Che alcuno attribuiscono a Gioberti e altri a Basile padre

3 pensieri su “La tormentata nascita del Teatro Massimo

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