Ucronie Sovietiche nella Seconda Guerra Mondiale

Bandiera-rossa-Reichstag

Ieri pomeriggio, il buon Silvio Sosio, ha postato questo status su Facebook

Storie alternative ne ho lette e viste molte, ma non ho mai sentito parlare di ucronie in cui l’Europa è tutta sovietica. La narrazione costruita dagli americani ci ha convinti che la II guerra mondiale è stata vinta da loro. Al punto che tutte le ucronie che immaginano che gli americani NON siano scesi in guerra prevedono, immancabilmente, che vincano i tedeschi. Ma i tedeschi in realtà stavano già perdendo quando sono arrivati gli americani. È plausibile che se gli americani non l’avessero fatto i russi avrebbero occupato l’intera Europa. Insomma, la “storia la scrivono i vincitori”, anche quando fantasticano sull’idea di perderla.

Status che ha dato il la a una serie di discussioni, che hanno evidenziato un limite di tutti noi che ci dedichiamo, per dirla alla Marx, alla Struttura, alla Grande Politica, ma poco ci occupiamo di struttura, dell’Economia che ne condiziona le scelte. Analogamente, quando parliamo di guerre, ci riempiamo la bocca di Strategia e Tattica, ma poco di Logistica. In fondo, è pure giusto, sono materie piene di numeri, diagrammi e cartine, poco romanzesche e che infiammano poco la fantasia.

Per cui, per una volta, provo a annoiarvi affrontando la questione da questo punto di vista. Cominciamo con una data simbolo, il crollo della Borsa di New York del 24 ottobre 1929, che nella Mitteleuropa ebbe impatti drammatici, causando un collasso sistemico del sistema creditizio.

Il Creditanstalt, la più grande banca mista austriaca, fallì nel maggio 1931. Il governo austriaco intervenne con molto ritardo, nell’ottobre 1931, introducendo un controllo dei cambi e rendendo, de facto, il Creditanstalt una banca statale.

Tale ritardo ebbe delle conseguenze. Andarono in crisi le banche ungheresi e in breve tempo le difficoltà si spostarono in Germania. La Reichsbank perdette metà delle sue riserve auree. Nel luglio 1931 vi fu il crollo della Darmstadt (Danat Bank), la seconda banca mista del paese. Il Governo tedesco ordinò la chiusura degli sportelli bancari per tre settimane e, successivamente, attuò un piano di salvataggio del sistema bancario, rendendo lo Stato socio di maggioranza della Danat (fusasi con Dresdner Bank) e detentore di un terzo del capitale sociale di Deutsche Bank. La Reichsbank volle arginare la fuga di capitali attraverso una serie di misure, tra cui l’aumento del tasso di interesse del 10% nonché un’iniezione di liquidità nelle banche miste.

A questo caos, in Germania, si aggiunsero sia il ritiro dei capitali americani dalla Germania, sia la deflazione accentuata dal rigore depressivo dell’allora vigente gold standard. Di fatto ci fu una colossale stretta creditizia, che fece crollare i consumi e bloccò i finanziamenti alle imprese: tutto ciò portò a licenziamenti di massa, tanto che nel 1933 il 20% della forza lavoro (circa 7 milioni di persone) era costituito da disoccupati al limite della soglia della malnutrizione.

Fu facile, per la retorica di Hitler conquistarne il consenso e utilizzarli come massa di manovra per conquistare il potere: il problema, però era come mantenere le promesse ed evitare che i disoccupati, esasperati, si ribellassero e cacciassero a pedate i nazisti.

Per cui, inizialmente Hitler dovette fare i salti mortali per garantire la piena occupazione al tedesco medio: per fare questo nel 1933, lanciò un piano economico basato su due pilastri: un grande piano keynesiano delle opere pubbliche, visto che una buona percentuale dei tedeschi erano impiegati nell’edilizia e il rilancio delle esportazioni.

Il problema è che per costruire ponti e strade servivano soldi: Hitler non poteva aumentare la pressione fiscale, viste le condizioni del contribuente tedesco sarebbe stato come tirare fuori sangue da una rapa, non poteva stampare carta moneta, per evitare la spirale inflazionistica dei primi anni Venti, né poteva aumentare il debito pubblico, visto che i grandi investitori internazionali, poco si fidavano dei nazisti.

Per uscire da questo vicolo cieco, Hitler mise in piedi una delle più grandi truffe contabili della storia: il famigerato MeFo, sigla di Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (“Società per la ricerca in campo metallurgico”) una società fittizia del Terzo Reich.

Questo sistema di finanziamento si basava su uno schema ideato nel 1934 dal ministro del Tesoro nazista Hjalmar Schacht, nel quale era prevista l’emissione di speciali obbligazioni a nome della summenzionata società fantasma, i cosiddetti “Mefo-Wechsel”: grazie all’emissione di tali cambiali, a guisa di titoli di stato, liquidabili l’anno del mai, tramite cui il Tesoro poteva rastrellare liquidità da impiegare per i lavori pubblici

“MeFo” era dunque l’acronimo riferito a una scatola vuota, a nome della quale si emisero siffatte obbligazioni senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione, in quanto tali cambiali erano “spendibili” esattamente come il denaro ma solo entro i confini nazionali. Insomma, una colossale falsificazioni dei bilanci statali, finanziata con i soldi del monopoli, tra l’altro tenuto segreto agli investitori esteri.

Per il rilancio delle esportazioni, Hitler dovette affrontare il problema dalla sopravvalutazione del marco rispetto alle maggiori valute mondiali. A questa debolezza si cercò di rimediare con i mezzi più diversi, uno dei quali fu un complesso sistema di sovvenzionamento alle esportazioni, un dunping legale, finanziato a partire dal 1935 tramite una tassa imposta all’economia secondaria (Exportumlage auf die gewerbliche Wirtschaft), alla razionamento dei beni di importazione e all’autarchia.

In più, a partire dal 1933 il Ministero degli Esteri tedesco sottoscrisse una serie di accordi bilaterali con altri Paesi, soprattutto quelli dell’Europa sud-orientale, che regolavano il commercio estero sulla base del clearing. In pratica questi paesi fornivano derrate alimentari e materie prime al Reich, che a sua volta esportava manufatti finiti (soprattutto armi e macchine utensili). Per funzionare, il saldo doveva essere pari a zero, ma in pratica il Reich costrinse i deboli partner commerciali ad accettare che la Germania accumulasse forti debiti di clearing non pagati. Il sistema del clearing era pensato per evitare la fuoriuscita di valuta dai propri confini: si trattava, di fatto, di un’economia di baratto.

I governi dei Paesi dell’Europa sudorientale (e anche l’Italia) non si resero mai pienamente conto che questo sistema subordinava sempre di più le economie nazionali agli interessi economici della Germania nazista: infatti più esse esportavano in Germania e più dovevano importare dalla Germania, anche se si trattava di prodotti di cui non avevano necessità; ma al tempo stesso la quantità di prodotti esportati verso i cosiddetti “paesi a valuta libera” diminuiva di anno in anno, rendendo impossibile l’acquisizione della valuta estera necessaria per importare da altri paesi.

Nel 1937, questa serie di truffe permisero il completo riassorbimento della disoccupazione: non furono le industrie d’armamento ad assorbire la manodopera; i settori trainanti furono quello dell’edilizia, dell’automobile e della metallurgia. L’edilizia, grazie ai grandi progetti sui lavori pubblici e alla costruzione della rete autostradale, creò la maggiore occupazione (+209%), seguita dall’industria dell’automobile (+117%) e dalla metallurgia (+83%).

Tuttavia, questo castello di carta straccia cominciò a mostrare proprio quell’anno le sue crepe: gli USA, stanchi della concorrenza sleale tedesca, minacciarono una guerra commerciale, imponendo dei dazi, come sta facendo Trumph con la Cina.

Questo avrebbe provocato il crollo delle esportazioni, mettendo in crisi gli industriali teutonici: per cui, Hitler, in linea con la sua retorica aggressiva, lanciò un programma di riarmo, per drogare il mercato interno tramite un nuovo moltiplicatore keynesiano.

Gli industriali ovviamente furono pagati in Me.Fo; in teoria, questi potevanpo scontarli presso la Reichsbank in ogni momento, e ciò costituiva per il Terzo Reich un rischio mortale: se i Me.Fo fossero stati presentato all’incasso massicciamente e rapidamente, l’effetto finale sarebbe di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell’inflazione.

Per cui, per garantire questa cartaccia e giustificare il riamo, dal 1937 in poi, il Nazismo decise di tradurre in pratica la sua retorica aggressiva, mettendo in campo un’economia predatoria ai danni dei vicini, che però, invece di risolvere il problema creò un circolo vizioso.

La corsa agli armamenti fu seguita da Francia e Gran Bretagna: per rimanere in corsa, il Terzo Reich dirottò sempre più risorse sul riamo, emettendo sempre più Me.Fo, a loro volta bisognosi di copertura a scapito dei vicini. Politica estera che a sua volta alzava le tensione con Londra e Parigi, aumentando al contempo i loro investimenti, tra l’altro più sostenibili economicamente, negli armamenti.

A Neville Chamberlain la questione era ben chiara: per evitare la guerra, nell’aprile 1939, la diplomazia inglese fece arrivare alla Germania l’offerta ufficiosa – perché trasmessa per mezzo di uomini d’affari anziché di diplomatici – di un prestito a lunga scadenza e a tassi interesse straordinariamente bassi di 1 miliardo di Dollari per la riconversione industriale dalla produzione di mezzi bellici alla produzione di beni di consumo: in cambio si chiedeva alla Germania di rinunziare all’occupazione militare della Cecoslovacchia (avvenuta appena un mese prima) e ad ogni politica espansionista ai danni dei propri vicini.

Proposta che si scontrò con una serie di questioni che Londra non aveva considerato: la prima che Hitler non voleva rinunciare alla sua ambizione dello Spazio Vitale a est, che riteneva una panacea per tutti i problemi economici della Germania e lo strumento principale per la sua affermazione come grande potenza.

La seconda è che una mossa del genere avrebbe reso la Germania un mercato subordinato all’economia inglese, cosa che non era per nulla gradita dall’alta finanza e dagli industriali tedeschi. La terza è che il mercato interno tedesco non sarebbe stato in grado di assorbire la produzione industriale in beni di consumo, causando a medio termine una crisi economica analoga a quella del 1932, che avrebbe minato le basi dei Terzo Reich, cosa che nessuno dei vertici nazisti voleva.

Così Berlino continuò con la politica dell’azzardo, nell’attesa di completare il riarmo per il 1944, finchè per Danzica Parigi e Londra decisero di vedere il bluff. Hitler se la cavò per il rotto della cuffia, per l’abilità dei suoi generali, ma la Germania non era attrezzata per una guerra di lungo periodo, né vi era inizialmente la volontà politica di farlo: i gerarchi nazisti esitavano a comprimere ulteriormente la produzione di beni di consumo a favore della produzione di armi, temendo che ciò avrebbe diffuso il malcontento tra i lavoratori fino a determinare il crollo del fronte interno (come era già accaduto negli ultimi mesi della Prima guerra mondiale)

A prolungare l’agonia tedesca, che avrebbe potuto collassere , fu il genio, maligno, di Speer, che nel 1944 lo scrittore e giornalista Sebastian Haffner sul giornale londinese The Observer definì:

«Albert Speer non è il solito nazista appariscente e ottuso… è molto più del semplice uomo che raggiunge il potere, simboleggia invece un tipo d’uomo che sta assumendo sempre più importanza in tutti i Paesi belligeranti: il tecnico puro, l’abile organizzatore, il giovane brillante uomo senza bagaglio e senza altro scopo che seguire la propria strada, senza altri mezzi che le proprie capacità tecniche e manageriali. Degli Hitler e degli Himmler ce ne sbarazzeremo, ma con gli Speer dovremo fare i conti ancora a lungo…»

Speer con un miracolo tecnico organizzativo, portò la Germania al colmine della produzione industriale, ma questa era di gran lunga inferiore a quella degli avversari e soggetta a una serie di vincoli esterni, la dipendenza dalle materie prime altrui e i limiti infrastrutturali, che si manifestarono pienamente nel 1944.

produzione tedesca

Da una parte il cambio di campo rumeno dell’agosto del 1944, analogo, ma meno noto di quello italiano, privò l’industria tedesca del petrolio; dall’altra la distruzione del ponte Colonia Muelhein nell’ottobre del 1944, da parte dei bomardieri americani.

La Ruhr era isolata, le acciaierie smisero di funzionare per la mancanza di minerali ferrosi ed il carbone non poteva più essere portato fuori dalla regione. Tra l’agosto 1944 e il gennaio 1945 il Reich dovette fronteggiare una massiva penuria di 36,5 milioni di tonnellate di carbone, quasi 6 settimane di normale approvvigionamento. Le fabbriche tra cui la Opel di Ruesselheim la Brown, Boveri, CIE e Krupp a Essen cessarono completamente la produzione nel gennaio 45 per mancanza di materie prime o componenti meccaniche. A marzo la produzione industriale tedesca era totalmente bloccata…

mezzi

Analizzando i dati della precendente tabella, sulla produzioni di armi, si possono identificare tre possibili scenari.

Il primo, ipotizzato da Paul Kennedy in “Ascesa e Declino delle Grandi Potenze” data l’impossibilità tedesca di realizzare Leone Marino, anche se la Goering avesse vinto la Battaglia d’Inghilterra, mantenendo la strategia iniziale, finalizzata alla distruzione della rete radar e degli aeroporti, lo sbarco delle divisioni di fanteria tedesche, perchè con le chiatte poco altro si poteva fare, dalla mobilità ben inferiore di quelle italiane, questa si sarebbe risolto in disastro per il Reich, e le difficoltà logistiche dell’Asse nel Nord Africa, senza l’intervento di Usa e Russia si sarebbe raggiunto un equilibrio in europa come all’inizio dell’800 tra Gran Bretagna e Napoleone, con una progressiva agonia della Germania continentale dato dal blocco navale inglese.

Il secondo, ipotizza una guerra limitata a Germania e Unione Sovietica, senza gli aiuti materiali anglo americani: il dato che salta all’occhio è il limitato supply chain, causato dall’infimo rapporto tra le dimensioni dell’esercito e il numero di automezzi destinati all’implementazione del treno logistico, ancora peggiore di quello del nostro Regio Esercito.

Per cui, Stalin, si sarebbe trovato davanti a un bivio difficile: o mantenere la produzione secondo quanto avvenuto nella nostra TL con tanti carri armati e pochi camion, ma senza un treno logistico che rifornisce i T34 di benzina, di munizioni e pezzi di ricambio, le grandi offensive non si possono realizzare, per cui l’operazione Bagration rimane un sogno proibito, per cui bisogna procedere a piccoli balzi, oppure produrre meno carri e più camion, raggiungendo assai più tardi la superiorità tattica sui tedeschi. Per cui, pur proseguendo sulle stesse direttive della nostra Timeline, i tempi della presa di Berlino si sarebbero enormemente dilatati.

Il terzo, ipotizza uno scontro USA, Gran Bretagna, Canada e Commonwealth e Germania, senza le masse di uomini dell’Armata Rossa: anche in questo caso, data la superiorità degli Alleati, i tedeschi sarebbero destinati alla sconfitta, ovviamente con modalità e tempi diversi dal nostro mondo.

Detto ciò, quali potrebbero essere i Point of Divergence che permetterebbero la realizzazione dello scenario ipotizzato da Sosio. Me ne vengono in mente tre.

Nel primo Hitler è impegnato, con i Panzer I, che facevano ridere tanto quanto i nostri spernacchiati carri leggeri, alla realizzazione del Fall Weiß in Polonia, gli anglofrancesi invece di rimanersene passivi, attaccano il fronte del Reno, travolgendo le divisioni di terza classe tedesche; di conseguenza la guerra, finisce rapidamente nel 1939, con la sostituzione del regime nazista con una conservatore, costretto ad affrontare il caos economico causato dalla pace e dalle riconversione economica tedesca.

Stalin, privato dei frutti patto Molotov-Ribbentrop, decide di sobillare delle rivolte comuniste nella Mitteleuropa e con la scusa di difendere i diritti del proletariato, fa intervenire l’Armata Rossa nel 1941, che con la forza dei numeri, travolge Francesi e Italiani e impone una pace di compromesso a Churchill.

Nel secondo vi à la vittoria di Goering nella battaglia d’Inghilterra e l’esecuzione dell’operazione Leone Marino, che rapidamente si trasforma in una sorta di immensa Gallipoli per i tedeschi, che si arenano nel Kent. Così, sempre nel 1941, Stalin lancia la mitologica Operazione Grozna, che tanto riempie i sogni degli storici revisionisti, travolgendo con rapidità i tedeschi, presi di sorpresa, gli italiani e i francesi

Il terzo, più banale, prevede che i panzer non si fermino a Dunkerque e ne travolgano il perimetro difensivo, trasformando l’Operazione Dynamo in un disastro: Churchill è costretto alle dimissioni e il suo posto è preso da Lord Halifax, che accetta le proposte di pace di Hitler, il quale, subito dopo, lancia l’Operazione Barbarossa, che lo porterà al disastro

2 pensieri su “Ucronie Sovietiche nella Seconda Guerra Mondiale

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