I Qanat di Palermo

Come Roma, esistono due Palermo: la prima è quella che abbiamo davanti agli occhi, in cui passeggiamo ogni giorno. La seconda, è una città nascosta, piena non dico di misteri, ma almeno di sorprese, che si sviluppa sotto i nostri piedi.

Una città costituita da cripte, catacombe, pozzi, cisterne, silos, camminamenti, cave in galleria e tante altre architetture sotterranee, che mostrano lo stretto rapporto simbiotico tra i suoi abitanti e il mondo ctonio.

Tra i luoghi più interessanti di questo mondo parallelo, vi sono i qanat, la cui origine ai tempi degli arabi e dei normanni, canali che, seguendo le particolari conformazioni del terreno e la morfologia friabile della roccia, vennero costruiti per portare acqua in superficie, svolgendo un ruolo più ampio di quello degli acquedotti romani, che si limitavano solo al trasporto dell’acqua e non a captare ed emungere le falde idriche. Questa tecnica, di origine persiana, veniva eseguita da particolari professionisti, chiamati muqanni.

La loro introduzione è legata ai mutamenti economici e sociali dovuti alla conquista araba: la Palermo bizantina era una cittadina che neppure arrivava a 30.000 abitanti, Balarm, in tempi alquanto ristretti, arrivò a dieci volte tanto.

Per cui, sorse il problema di come nutrire e dissetare questa marea di gente: per prima cosa, fu deciso di sfruttare l’acqua dei fiumi locali per un’agricoltura di tipo intensivo.

Quella linguaccia di Ibn Hawqal, che aveva un pessimo giudizio sugli arabi di Sicilia, tanto da scrivere

la conseguenza dell’abitudine di mangiare cipolle, è che in questa città, non si trovano più persone intelligenti, né abili, né competenti in un ramo qualsiasi delle scienze, né animati da sentimenti nobili e religiosi; anche la maggior parte della popolazione ha dei bassi istinti. Per la maggior parte sono della gente vile e senza valore, senza intendimento e senza una pietà reale. Sono per la maggior parte dei Barqajana e dei libertini che si aggrappano a un popolo che ha conquisto il paese ed è morto

ce ne ha dato però una descrizione abbastanza precisa. Il mercante di Baghdad ci parla infatti di piantagioni di maqathin ossia zucche e cocomeri che dovevano essere coltivati con l’aiuto dell’irrigazione. E soprattutto la cipolla, di cipolla, di cui secondo me era ossessionato:

“Non c’è persona, quale che sia la classe sociale, che non le mangi durante tutta la giornata, non c’è casa dove si consumino mattina e sera”

Da altre fonti, sappiamo anche della presenza di nuove specie introdotte dagli arabi: gli spinaci (che per la prima volta sono citati in Andalusia verso la fine del XI secolo), i carciofi (noti in Africa nel XIII secolo), e le melanzane che dall’India giungono in Egitto, in Tunisia e quindi, nel X secolo, si ritrovano in Spagna e in Sicilia.

Inoltre, nelle zone umide della città si coltivavano anche il riso ed il lino, per fornire la materia prima ai laboratori di Tiraz, che costituivano una delle basi dell’economia locale. Nel IX secolo viaggiatori arabi raccontano che in Sicilia c’era un fiorente artigianato tessile, teso a produrre tessuti pregiati impreziositi con ricami d’oro e di perle: i cui laboratori si trovavano a la Kalesa, la nostra Kalsa.

Il cotone e la canapa, sempre tessuti nei Tiraz, secondo quanto racconta Yaqut, citato da M. Amari nella sua Biblioteca arabo–sicula, erano coltivati nei pressi dell’odierna San Giuseppe Jato. Lo stesso valeva per le piante coloranti, come l’indaco (azzurro), il cartamo (giallo), l’hennè (rosso – bruno) che nel XII secolo risulterà coltivato nel territorio di Partinico, il guado (blu), le foglie del mirto, utilizzate per la concia delle pelli, e il gelso utilizzato per l’allevamento del baco e quindi per la produzione della seta, anche la maggior parte di questa veniva importata da Rhegion e dalla Calabria bizantina.

Non mancavano il sesamo, il cimino, per dirla alla palermitana, che ancora oggi serve ad aromatizzare il pane, il carrubo, la manna di frassino e una malva, che serviva come pianta medicinale e che Ibn al Awwam racconta essere esportata in enormi quantità in Al-Andalus.

Venivano poi coltivate, sfruttando a pieno l’optimum climatico medievale, la palma da dattero, il banano, l’arancio amaro, il limone, la limoncella (lumia) e tanti, tanti vigneti. Il vino di Balarm era esportato in tutto l’Impero Bizantino e nel Nord Italia, e cosa che farebbe inorridire parecchi imam attuali, bevuto in abbondanza dai musulmani locali, che, mantenendo la tradizione greco romana, lo aromatizzavano con resina, senape e miele.

Il vino tra l’altro, assieme alle rose e al gelsomino, è alla base di un genere poetico, la rawdiya, che canterà l’amore per le piante e la bellezza dei giardini arabi della Sicilia ed uno dei tanti padri misconosciuti della poesia italiana

Di particolare importanza, poi, era la coltivazione del papiro, che tramite la mediazione di mercanti amalfitani e napoletani era acquistato soprattutto dalla cancelleria pontificia nel Patriarchio Lateranense, e della canna da zucchero, che il solito Ibn Hawqal chiama qasab farisi, canna di Persia, e che sino al Quattrocento fu una della basi dell’economia locale, la cui lavorazione, però, assorbiva quantità enormi di acqua.

Per cui, i fiumi palermitani venivano utilizzati essenzialmente per l’irrigazione: per cui, per la fornitura idrica, dovevano essere adottate altre soluzioni, a cominciare dalle sorgenti cittadine, documentate per la prima volta nei testi scritti arabi del X secolo, come Al-Muqaddasi (palestinese) e in alcuni bios dei santi calabro bizantini.

Ovviamente, queste sorgenti sono per la maggior parte disseccate: di molte, però ne rimane la memoria e l’etimo: Ayn Rutah (Averinga) in via Albina, Ayn Rom (la sorgente dei Cristiani) in piazza Sant’ Onofrio, Ayn as Shifa (la sorgente della Salute) in via Venezia. Tra le poche sopravvissute vi sono la sorgente di Ambleri (Ayn Inbileri) a Villagrazia, Nixa-Gabriele (Ayn Isa) alla Riserva Reale di Mezzomonreale, che tra l’altro merita una visita, Favara “la piccola” (Fawara al-Saghira) di Acqua dei Corsari e Baida “la bianca” (Ayn al-Bayda).

Queste, però, non bastavano alle esigenze di una città tentacolare: sempre secondo Ibn Hawqal

“la popolazione si disseta con l’acqua di pozzi posti all’interno delle loro case”

che sono stati ritrovati a centinaia all’interno delle mura della città antica e del centro storico Cinquecentesco, dentro ogni casa terrana, nei cortili, nelle diffuse xirba (piccoli giardini interclusi tra le abitazioni), dentro le chiese e monasteri, e in tutta la pianura, dalla costa fino alle pendici dei monti

Pratica che risale all’epoca fenicia è che stata favorita dalla stratigrafia locale, caratterizzata dalla presenza di una falda freatica a piccola profondità (5÷20m dal suolo) contenuta nelle calcareniti pleistoceniche del “terrazzo” che forma l’ossatura della piana di Palermo e dalla facilità di scavo di una roccia abbastanza tenera.

Anche questi si mostrarono inadeguati, per cui furono introdotti i nostri qanat, che emergono dal sottosuolo grazie alla loro pendenza minore di quella del piano stradale, creando, allo sbocco, una sorta sorgente artificiali. I qanat grazie al loro funzionamento poco invasivo nei confronti delle falde idriche erano opere di basso impatto ambientale, che rispettavano gli equilibri naturali degli acquiferi, essendo il loro regime idraulico caratterizzato da portate variabili, proprio in relazione al ciclo stagionale ed alla piovosità locale, con minimi nel periodo estivo. Ciclo, che ricordiamolo, nell’optimum medievale era diverso dall’attuale: la maggior temperatura, che favoriva l’evaporazione del Mediterraneo, causava una piovosità più frequente e intensa dell’attuale.

I qanat venivano realizzati definendo il punto di origine (dove si intercettava la falda o la sorgente) e quello di arrivo, dove si voleva condurre l’acqua. Lungo la traiettoria che univa questi due punti, venivano scavati, a distanza più o meno costante, dei pozzi utilizzati per la lavorazione e la ventilazione (pozzi seriali o discenderie).

Lo scavo in orizzontale, a partire dalle discenderie, veniva praticato, nelle due direzioni opposte.Dove la calcarenite non omogenea lasciava spazio a formazioni rocciose più dure, compatte e difficilmente scavabili, il cunicolo era realizzato nelle dimensioni minime e indispensabili al passaggio, pertanto veniva ristretto o diminuito in altezza.

Quando la falda si abbassava, veniva approfondita la base del cunicolo stesso realizzando il livello inferiore, collegato a quello superiore con un salto di quota. Nella Conca d’Oro grandi bacini d’acqua detti gebbie (dall’arabo gabyia, vasca irrigua), di forma quadrata, di cui l’ultima superstite si trova nell’antico fondo della chiusa di San Leonardo e Vignicella (attuale Ospedale Psichiatrico di via Pindemonte), erano posti allo sbocco dei qanat.

Questi erano caratterizzati da gallerie sotterranee a debole pendenza che potevano raggiungere lunghezze fino a 2 Km e la loro massima densità si trova a Ovest della città nelle zone di Mezzomonreale, Villa Tasca e Cuba, dove si trovano i sistemi di più antica datazione.

Attualmente, da quello che so io, ne sono visitabili tre: quello dell’Uscibene, adiacente al castello, il Gesuitico Basso e il Gesuitico Alto, che come dice il nome, nei secoli furono manutenuti e ampliati dall’ordine di Sant’Ignazio di Loyola

Il Gesuitico Basso, scomodo da visitare, fu scoperto nel 1979 durante gli scavi per la costruzione di un palazzo, è situato all’interno del suddetto Ospedale Psichiatrico e come accennavo prima, alimenta l’ultima gebbia ancora esistente.

Per potervi accedere è necessario scendere fino a circa 14 metri di profondità; la larghezza media è attorno agli 80 cm mentre l’altezza va da un minimo di 1 metro e 50 cm fino a qualche metro; la profondità massima si aggira sui 150 cm.

Più noto al grande pubblico è il Gesuitico Alto, che si sviluppa nel sottosuolo del quartiere di Altarello e, in particolare, al di sotto di casa Micciulla, nella via nave e nei territori agricoli circostanti.

Lungo tutto il cunicolo, alto generalmente 1,55 metri e largo 0,60-0,80 metri, si aprono sulla volta, a distanze variabili tra i 20 e i 50 metri, pozzi seriali che consentivano l’accesso al cunicolo per evacuare il materiale estratto e per ventilare l’ipogeo. La pendenza di tali cunicoli varia tra il 4 e il 6 per mille, in tale maniera si evitava l’instaurarsi di fenomeni erosivi.

Il Qanat Gesuitico Alto ha un cunicolo con uno sviluppo percorribile di circa 1100 metri; è un sistema ancora attivo con portata variabile tra 10 litri al secondo in periodo estivo e di oltre 40 litri al secondo nel periodo invernale. La prima notizia bibliografica dei Qanat risale al 1722 ma le opere cunicolari del Gesuitico Alto sono molo antiche, come dimostrano alcuni rinvenimenti archeologici del XII-XIII secolo e i quattro livelli di cunicoli che compongono il sistema di captazione.

I cunicoli del Gesuitico Alto presentano interessanti ed innovative soluzioni finalizzate ad una migliore captazione delle acqua di falda. I cunicoli più antichi, oggi non più percorsi dalle acque, sono scavati a 8 metri di profondità dal piano di campagna, mentre quelli più recenti si sviluppano a 16 metri di profondità, e risultano scavati non nelle calcarenite ma nella quarzarenite del Flysch numidico (strati di argilla di composizione variabile).

Numerose sono le sorgenti presenti lungo le pareti dei cunicoli che contribuiscono ad alimentare la portata del Qanat…

Un pensiero su “I Qanat di Palermo

  1. Pingback: Essere musulmani a Balarm | ilcantooscuro

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