Palazzo delle Aquile

In attesa di festeggiare la serata di San Silvestro, per chiudere un anno pieno di problemi, incertezze e con qualche rara soddisfazione, oggi mi dedico a parlare del Palazzo dell’Aquile, sede di rappresentanza del Comune di Palermo.

In epoca aragonese, sorse il problema di dare una sede idonea al Pretore o Bajulo, il governatore della città e giudice supremo, e all’assemblee cittadine che lo supportavano nella gestione dell’amministrazione, che spesso e volentieri si riunivano nelle chiese, come quella di San Francesco.

Come sempre succede a Palermo, le polemiche su dove e come fare questa sede amministrativa si trascinarono a lungo, finché il pretore Pietro Speciale, signore di Alcamo e di Calatafimi, decise di pagare di tasca propria, affidando i lavori a Giacomo Benfante, architetto gotico che lavorava tra Sicilia, Baleari e Barcellona e ordinario del senato, che iniziarono nel 1470 e probabilmente finirono nel 1478.

Speciale, ovviamente, voleva rientrare dei soldi anticipati, per cui, per coprire le spese, impose ai palermitani una ulteriore tassazione sulle carni e sul vino. All’epoca, Palazzo dell’Aquile era ben diverso dall’attuale: era un edificio, massiccio e a pianta quadrangolare, con una torre merlata, per difendere il Pretore da eventuali proteste dei contribuenti palermitani, sull’angolo sud-occidentale, e presentava su ogni lato un ingresso, ad eccezione di quello occidentale, mentre l’ingresso principale si trovava sul lato meridionale rivolto sul piano di San Cataldo, in cui si trovavano le statue dei due “Litiganti ignudi”, copie romane di atleti greci, di cui una si trova attualmente nella sala del sindaco.

Oltre ad un ingresso aperto sul lato settentrionale, in corrispondenza dell’attuale ingresso principale, l’edificio presentava sul lato orientale un accesso importante, tuttora esistente e rivolto verso la chiesa di Santa Caterina.

Nel 1553 avvenne un’ulteriore ristrutturazione, legata a due diverse esigenze: da una parte, l’assemblea civica aveva perso il suo ruolo, per cui non serviva più un’ampia sala riunione, dall’altra, per semplificare la vita ai burocrati a seguito dei viceré spagnoli e vigilare meglio sulla produttività degli impiegati locali, bisognava radunare tutti gli uffici pubblici in un sol luogo. Per cui, il Pretore Cesare Lanza, ordinò di ampliare lato settentrionale, ricavando in tal modo nel piano nobile i locali di rappresentanza, nell’ammezzato i locali della Tavola, o Banco pubblico della città, l’equivalente della nostra Tesoreria e al piano terra le stanze dell’armeria, divenendo il fronte settentrionale il prospetto principale dell’edificio, nel quale venne aperto un nuovo e ampio ingresso.

Ingresso che era legato anche alla mutata disposizione urbanistica dell’area: in quel periodo veniva monumentalizzato il Piano Pretorio, con l’installazione della Fontana della Vergogna e si effettuava il taglio del Cassaro, cambiando le direttrici di traffico della città.

Ulteriori modifiche al Palazzo Pretorio furono effettuate da Mariano Smiriglio, l’inventore della decorazione a marmi mischi, con l’uso diffuso di tarsie di marmi e pietre dure, che, a causa dell’apertura di via Maqueda, dovette regolarizzare il lato occidentale.

In epoca austriaca, il palazzo divenne sede della Magistratura Municipale Annonaria provvede all’amministrazione patrimoniale della città. L’istituzione era presieduta da un capo col titolo di pretore e sei senatori in carica per due anni. L’organo era eletto dal Consiglio Civico, consesso formato da 110 cittadini aventi una rendita annua di 50 onze, in carica per quattro anni. Il 15 agosto 1722 l’imperatore Carlo VI d’Asburgo conferì ai suoi componenti la Grandia di Spagna di prima classe, un todos caballeros non si nega mai a nessuno, e il titolo di Eccellenza. Il consiglio era affiancato da sette nobili ufficiali: maestro notaio, maestro razionale, tesoriere, cancelliere, marammiere, conservatore delle armi e un archiviario.

Con Carlo III di Borbone, fu conferita al Senato la Magistratura Suprema, Generale, Unica ed Indipendente della Salute, organo composto dal pretore con funzione di Presidente, sei senatori pro tempore, l’arcivescovo di Palermo, un ecclesiastico, quattro ex-pretori, due giureconsulti, quattro ex-senatori, tre medici, un cancelliere, tutti componenti nominati a vita e reintegrati alla bisogna dal Senato e dalla Deputazioni

Ristrutturato e consolidato nel 1827, in seguito ai danni subiti dal terremoto del 1823, l’edificio venne profondamente restaurato nel 1875 dall’architetto Giuseppe Damiani Almeyda, che eliminò le aggiunte barocche, con l’intento di riportarlo a un’immaginaria architettura cinquecentesca, inventandosi sia la decorazione esterna con un finto bugnato color ocra, sia il nome di Palazzo delle Aquile.

La facciata principale, quella di Piazza Pretoria, è dominata una statua rannicchiata di S. Rosalia, scolpita nel 1661 da Carlo D’Aprile e fatta collocare dal Senato in onore della santa, che aveva salvato la città dalla peste. Detta statua sovrasta un grande orologio giunto da Parigi nel 1864 e delimitato da Damiani Almeyda da una cornice quadrata in marmo, fiancheggiato da due grifoni e recante la scritta pereut et imputantur, come a significare che il tempo è prezioso, mentre sugli angoli svettano due grandi aquile (ripetute sugli angoli del retroprospetto) in conglomerato cementizio, modellate da Domenico Costantino e poste in corrispondenza di preesistenti orologi a campana, collocati nel 1737 in sostituzione di simili esemplari seicenteschi, ritenuti non più funzionanti. Aquile che servirono a Damiani Almeyda a giustificare il nome che si era inventato…

Ai tre ordini di otto finestre e ai nove balconi del prospetto del piano nobile, fa riscontro sulla facciata principale il grande ingresso che è preceduto da due grandi candelabri in ghisa costruiti dalla Fonderia Oretea, la fabbrica del Florio che ha avuto un ruolo fondamentale, ma spesso misconosciuto nello sviluppo del liberty in Italia. Ad esempio, nel 1874 furono le sue maestranze a realizzare la copertura metallica del teatro Politeama, impresa che in quel periodo era ritenuta impossibile dai più. Ora parzialmente recuperata, è usata dal Comune di Palermo come sede dei matrimoni civili… Tra l’altro, è il luogo in cui si è sposata mia cognata..

Tornado all’ingresso di Palazzo delle Aquile, è sovrastato un sopraporta, anch’esso in ghisa e con un’aquila centrale, sempre le manie di Damiani Almeyda, poggiante su un cartiglio con le iniziali del Senato e su un canestro di frutta, simbolo della fertilità della Sicilia. Questo sopraporta è sovrastato da un architrave neoclassico che presenta nelle metope gli stemmi dei quartieri della città, mentre compresa tra il grande balcone centrale e l’ingresso principale si trova una grande aquila in marmo con le ali spiegate, sempre per il solito motivo, scolpita da Valerio Villareale.

Molte lapidi commemorative sono collocate sul prospetto principale e su quello che si affaccia sulla via Maqueda, oltre a moltissime altre poste all’interno del palazzo, specie nella Sala delle Lapidi, tutte trascritte e commentate in un libro da Fedele Nuccio Pollaci.

La facciata meridionale, prospettante sulla piazza Bellini (ex piano di S. Cataldo) presenta tre ordini di sei finestre e due balconi con quattro grandi finestre sul piano nobile; il prospetto sulla via Maqueda presenta tre ordini di cinque finestre e cinque balconi sul piano nobile, mentre il prospetto orientale, rivolto verso la chiesa di Santa Caterina, presenta in basso un altro importante ingresso con un robusto e artistico portone in ferro, sormontato dalla scritta “Pax huic domui” e affiancato da due ordini di tre finestre, a cui fanno riscontro superiormente un ordine di quattro balconi al piano nobile e quattro finestre all’ultimo piano. Tutti i prospetti dell’edificio terminano in basso con un alto zoccolo di pietra calcarea, mentre tutte le fiaccole poste agli angoli dei balconi, furono collocate nel 1931.

Superato l’ingresso principale su piazza Pretoria, da un’ampia e breve scala si accede all’atrio, preceduto da un portale barocco con colonne tortili, progettato da Paolo Amato nel 1691 e recante un’iscrizione che ricorda l’ampliamento del palazzo del 1553. Il suddetto portale è delimitate lateralmente da due grandi affreschi del 1591 eseguiti da Giuseppe Albina e da Giovanni Paolo Fondulli rappresentanti la “Crocifissione e la “Vergine Immacolata”, a cui segue a destra nell’atrio un monumento funerario sovrastato da due sposi che si danno la mano destra, reputati sculture di epoca romana e collocati prima all’esterno, nell’angolo sud est dell’edificio, a cui fa riscontro sulla sinistra una statua di Giovanni Meli scolpita in marmo bianco ne 1888 da Vincenzo D’Amore, mentre in fondo all’atrio, coperto nel XII secolo da una struttura in ferro e vetro, sotto un portico tetrastilo ottocentesco si trova una urna cineraria cinquecentesca sormontata da Giano bifronte e recante una iscrizione apocrifa che ricorda l’alleanza tra Roma e Palermo, un monumento bronzeo a Dante Alighieri, col ritratto del poeta delimitato da due belle allegorie rappresentanti la Vittoria e l’Italia, a cui segue una imponente aquila marmorea, posta su un cartiglio recante la scritta S.P.Q.P. e collocata su un cippo sul quale è raffigurata la Trinacria accarezzata da Cenere, significando questo monumento il potere esercitato da Palermo su tutta la Sicilia.

All’inizio del grande scalone, ricostruito nel 1827, dopo il terremoto del 1823, si incontra sul primo ripiano la statua del Genio di Palermo, posta all’interno di una conca collocata su un alto capitello di Domenico Gagini, sorretto da una colonna in porfido delimitata da due fanciulli corrucciati, dei quali uno sostiene uno scudo con un’aquila e l’altro uno scudo su cui è raffigurato lo stemma del marchese Ventimiglia, presidente del Regno.

Questa statua detta Palermu u nicu, Palermo il Piccolo, per distinguerla da Palermu lu grandi, il genio del Garraffo, rispecchia pienamente l’iconografia del Genius Loci, ossia uomo maturo dalla barba divisa, incoronato e abbracciato ad un serpente che si nutre al suo petto

Lungo le pareti dello scalone si trovano due targhe marmoree poste prima sul prospetto, delle quali una, delimitata da una cornice disegnata da Paolo Amato, ricorda l’incoronazione di Vittorio Amedeo di Savoia a re di Sicilia nel 1713, e l’altra, delimitata da una cornice disegnata da Andrea Palma, che ricorda l’incoronazione di Carlo III di Borbone nel 1735, mentre nel ripiano superiore si trova uno stemma della città sostenuto da un telamone e scolpito nel 1625 da Gregorio Tedeschi.

Giunti alla sommità dello scalone, si perviene ad una anticamera in cui si trova un bassorilievo in stile neoclassico di Valerio Villareale, rappresentante la Sicilia incoronata da Minerva e da Cenere e una epigrafe di Fedele Nuccio Pollaci, che descrive la storia del palazzo dalla sua fondazione fino al completamento dei lavori di restauro e di decorazione, completati nel 1891, appena in tempo per ospitare degnamente i reali d’Italia Umberto I e Margherita di Savoia, che inaugurarono l’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92.

Segue poi la Sala dei Gonfaloni, dove si trovano la rastrelliera destinata a contenere le bandiere e le insegne, un bellissimo lampadario bronzeo e altri pregevoli arredi, mentre le pareti sono decorate dalle aquilette e dagli stemmi delle città della Sicilia, dipinti da Salvatore Gregorietti.

Si perviene quindi nella Sala Maggiore o Sala delle Lapidi, dove si trovano cinquanta lapidi ivi collocate a partire dal 1591 e sistemate nel 1875 da Gioacchino Di Marzo. Questa sala, destinata in origine al pubblico Consiglio e in seguito anche a cerimonie e feste, ha murate alle pareti delle aste in ferro riproducenti antiche misure siciliane, mentre al bellissimo soffitto ligneo decorato e al prezioso lampadario di legno intagliato, fa riscontro un artistico e antico pavimento in marmo intarsiato, proveniente dall’Oratorio della Pace ed attualmente coperto da una moderna moquette.

Senza attraversare la Sala dei Gonfaloni, dalla Sala delle Lapidi una porta nascosta dai tendaggi consente di pervenire nella sala Gialla, un tempo luogo di riunione del Senato e ora della Giunta comunale. Entrando nella Sala dei Gonfaloni e procedendo verso sinistra si arriva nella Sala Antinoo, così denominata perchè ospitava un tempo uno dei due “Litiganti ignudi”, detto anche efebo, prima che fosse trasferito nella sala del Sindaco, nella quale si trovano una targa bronzea di Benedetto Civiletti, che commemora la fondazione del palazzo, una lapide in marmo sormontata da un’aquila, nella quale sono elencati nomi dei patrioti facenti parte del governo rivoluzionario del 1848 e i busti in marmo su colonnine di Francesco Crispi, di Mariano Stabile, e di altri illustri personaggi, ai quali si aggiungono pregevoli quadri di Francesco Lojacono, Salvatore Lo Forte, rocco Lentini.

Nella Sala Antinoo si apre la piccola Cappella senatoria edificata nel 1663, nella quale si trovano le due statue barocche di S. Agata che reca i simboli del suo sacrificio e di S. Rosalia posta su un’aquila, un quadro dell’Immacolata e due sculture raffiguranti S. Rocco e S. Sebastiano. Dalla Sala Antinoo si perviene nella Sala Garibaldi, ricca di trofei militari, iscrizioni commemorative, vasi, arazzi e dipinti di Francesco Lojacono, Salvatore Lo Forte, rocco Lentini e una preziosa raccolta di armi dorate e cesellate come gioielli, donati all’ammiraglio Gravina da Napoleone Bonaparte, il quale aveva così grande stima del palermitano da dire

Gravina è tutto genio e determinazione in battaglia. Se Villeneuve avesse avuto quelle doti, la battaglia di Finisterre sarebbe stata una vittoria completa

Nella Sala Rossa, si trova la statua dell’efebo, il soffitto a scomparti, da cui pendono due magnifici lampadari di Murano, è preziosamente decorato nei suoi riquadri e nei suoi sopraporte da leggiadre fanciulle, amorini, danzatori, figure muliebri e dalle allegorie de “La prosperità” e de “La giustizia” affrescati nel 1891 da Francesco Padovani, e dall’allegoria de “La pace” affrescata da Gustavo Mancinelli, anch’essa eseguita nel 1891.

Oratorio della Congregazione delle Dame del Giardinello al Ponticello.

Un altro dei gioielli barocchi di Palermo, poco conosciuto sia perché quasi sempre chiuso, sia perché oscurato dal trionfo della Casa Professa, è l’Oratorio della Congregazione delle Dame del Giardinello al Ponticello.

Il nome, così lungo, deriva da due peculiarità locali: Ponticello è conseguenze del fatto che, nei giorni della sua fondazione, esistesse un manufatto atto a scavalcare il corso del fiume Kemonia, all’epoca non ancora interrato. Tale consentiva il passaggio tra una sponda e l’altra durante i periodi di piene invernali.

Il Giardinello è un piccolo spazio interno con accessi ai vari ambienti adiacenti compreso tra edifici. Le superfici sono in parte piastrellate in maiolica, in parte utilizzate per la coltivazione di fiori, piante ornamentali (papiro), alberi da frutto i cui prodotti sono utilizzati per la preparazione di confetture. Spazio, tra l’altro, ancora esistente…

L’oratorio, dedicato alla Vergine, è la sede della Nobile Congregazione Segreta delle Dame sotto il titolo dell’Aspettazione del Parto della Vergine, fondata, secondo il solito Mongitore nella sua opera intitolata “Palermo divota di Maria”, intorno al 1608. Alcuni secoli dopo, nel 1733, fu riformata da donna Eleonora Ruffo e Oneto principessa di S. Lorenzo.

A differenza delle altre congregazioni, che svolgevano anche il ruolo di associazioni di categoria, questa può essere considerato una sorta di club benefico, costituito dalle nobildonne dell’aristocrazia palermitana dell’epoca, che si riunivano ogni venerdì per le pratiche di culto, sotto l’assistenza di un gesuita della vicina Casa Professa. La Congregazione sorse con lo scopo lodevole di assistere le partorienti di umili condizioni del quartiere Albergheria.

A Natale e a Pasqua, per l’appunto, venivano distribuiti alle puerpere della zona, che all’epoca, ricordiamolo, era la più povera di Palermo, i canestri che comprendevano un corredino completo per il neonato realizzato a mano dalle consorelle, una tradizione che ancora oggi continua.

La Congregazione era retta da una Preside o Superiora eletta ogni anno tra le consorelle, ed era coadiuvata da due congiunte; una detta di “man destra” e l’altra di “man sinistra”.

Quando la corte borbonica di Napoli per sfuggire alle truppe napoleoniche si rifugia a Palermo il titolo di Preside viene assegnato addirittura alla regina Maria Carolina: da allora fino alla fine della monarchia saranno le regnanti in carica ad avvicendarsi nella prestigiosa carica, tra cui la regina Maria Adelaide D’Asburgo-Lorena, la regina Margherita di Savoia e la Regina Elena Petrovich del Montenegro. Oltre ai venerdì le Dame si riunivano una volta al mese per meditarvi la “buona morte”, per pregare per le partorienti e per le consorelle defunte, non che in Quaresima per gli esercizi spirituali, e nella novena di Natale.

La Congregazione, tra l’altro, è ancora viva, vegeta e funzionante, continuando ad assistere le neo mamme in situazioni di disagio sociale ed economico, sia italiane, sia immigrate.

L’ impianto è quello canonico degli oratori palermitani con antioratorio, aula e presbiterio rettangolare, comprende raffinate decorazioni a stucco, stupendi affreschi e decorazioni parietali, oltre a magnifiche opere pittoriche, eleganti e finssimii arredi lignei ad intarsio e preziose suppellettili di diverse epoche. Vi si accede dalla via Ponticello attraverso un vecchio portone in legno incorniciato da un elegante portale barocco in pietra di Billiemi, sormontato da un medaglione in marmo bianco in cui è inciso il monogramma mariano.

Varcato il portone d’ingresso, si accede ad un corridoio e successivamente ad una galleria con portico da cui è possibile vedere a sinistra il suddetto “giardinello” con il suo pavimento maiolicato ottocentesco e a destra le finestre del salone della congregazione.

A destra vi è l’ingresso al primo salone antioratoriale ove è esposto sopra una consolle una copia della tela dello Spasimo di Sicilia di Raffaello Sanzio che si trovava un tempo proprio allo Spasimo di Palermo (oggi il quadro si trova a Madrid al Museo del Prado). Da questo vano si accede ad un altro salone e infine all’oratorio.

La “Cappella delle Dame” (che è stato dichiarato monumento nazionale), magnificamente adornata con affreschi eseguiti da Antonino Grano, allievo di Pietro Novelli, intorno al secondo decennio del XVIII secolo, presenta al centro della volta il “trionfo della Vergine” contornato da sei storie dell’infanzia di Gesù ossia l’ Adorazione dei Re Magi, la Natività (sopra l’altare), Gesù predica nel Tempio (a destra dell’ingresso) e la Fuga in Egitto. Sulla parete di sinistra troviamo le Nozze di Cana e il Matrimonio della Vergine.Tra queste figure vi sono dei motti dell’iconografia mariana.

Nelle pareti dove campeggiano finte architetture e finti rilievi a stucco si trova un ciclo pittorico che rappresenta i “Misteri“, sempre della bottega del Grano, racchiusi in magnifiche cornici scolpite e dorate di magistrale fattura.

In particolare, nelle tele tonde sono riprodotte: la Madonna del Rosario con S. Domenico e S. Caterina da Siena, la Creazione dell’Immacolata nella mente di Dio, la Nascita della Madonna, la Presentazione al Tempio di Maria, l’Annunciazione, la Visitazione, la Presentazione di Gesù al Tempio, l’Assunzione, la Pentecoste e la SS. Trinità.

Nelle tele sovrastanti, procedendo nello stesso senso, troviamo invece scene della Passione di Cristo e i Misteri Dolorosi: il Commiato di Cristo dalla Madonna, l’Orazione nell’orto, la Flagellazione, la beffa dei soldati, la Salita al Calvario, la Crocifissione, la Discesa dalla Croce, la Deposizione, la Resurrezione e l’Ascensione.

La parete presbiterale è dipinta a “trompe l’oeil”, con la simulazione dello sfondo con finte architetture che disegnano un deambulatorio che comprende due statue dipinte di S. Pietro (a sinistra ) e S.Paolo (a destra). L’altare barocco con inserti a marmo mischio, è arredato con una selva di candelieri e vasetti con fiori d’argento, com’era usuale nei tempi passati. Sopra l’altare si venera una tela raffigurante la “Madonna del Parto” di anonimo pittore siciliano del Settecento, racchiusa da una splendida cornice a motivi “fitomorfi” dorata dei primi anni di quel secolo, patrona della congregazione, che viene celebrata il 18 dicembre;ancora oggi come da tradizione, si sorteggia dopo la celebrazione eucaristica un bambinello di cera e vengono benedetti i canestri per i bambini poveri dell’Albergheria.

Addossato alla parete di controfacciata si trova lo stallo ligneo intarsiato con arabeschi e fregi dorati in oro zecchino, assieme a un magnifico tavolo intagliato su cui si appoggia un bel Crocifisso settecentesco, sormontato in alto da una tela rettangolare che raffigura “L’ultima cena”.

Ai piedi del paliotto , si trovano alcune piastrelle di maiolica che mostrano l’immagine del Ponticello sotto il quale scorre il fiume Kemonia, ormai perduto. La cappella è stata più volte ricostruita a seguito del terremoto del 1940 e dei bombardamenti della seconda guerra mondiale grazie all’interessamento della Superiora di quel periodo. Tra il 2004 e il 2011 sono stati restaurati gli affreschi di Antonio Grano che versavano in pessime condizioni, con l’aiuto della superiora , delle dame e di alcuni benefattori.

Sant’Orsola dei Negri

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Un altro dei gioielli barocchi poco noti di Palermo, anche perché fa degli orari di apertura, come dire, poco turistici, dal lunedì al venerdì dalle 7.30 alle 11.00, è la chiesa di Sant’Orsola dei Negri, dove si può ammirare il Serpotta meno solare e più “gotico”.

La compagnia di Sant’Orsola o dell’Orazione della Morte di Palermo fu fondata, secondo il canonico palermitano Antonino Mongitore il 5 novembre 1564 nella chiesa dei Santi Quaranta Martiri al Casalotto, dove aveva in uso una cappella intitolata alla Santa.

Chiesa, quella dei Quaranta Martiri, che si erge sopra una catacomba paleocristiana e che purtroppo, dopo i danni subiti a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, è ridotta ai minimi termini ed è un vero peccato, essendo anche una testimonianza topografica dell’antica Balarm: proviene probabilmente dall’unione dei nomi “Guzet” e “Luzet”, ovvero le antiche denominazioni quartieri che si trovavano in questa zona, poi accorpati nel rione Il Capo in epoca araba. Qui anticamente si trovava la “Porta di Bebilbacal” che consentiva il passaggio dalla città vecchia alla città nuova nella parte meridionale del Monastero della Martorana.

La compagnia di Sant’Orsola, era nota come quella dei Negri a causa del caratteristico abito scuro adoperato per le processioni che serviva a distinguere chiaramente ogni associazione laicale dalle altre e a metterle in evidenza, per esempio, durante le processioni.Difatti nel 1569 l’uso esclusivo di quel colore venne difeso con forza allorché la compagnia di Sant’Angelo pretese di indossare un abito analogo.

L’emblema di tale confraternita comprendeva la Croce con gli strumenti della Passione di Cristo posta sul Golgota, sormontante un teschio (plausibilmente come da tradizione quello di Adamo) sotto cui stanno le anime del Purgatorio anelanti.

Nel 1571 si aggregò quindi alla compagnia romana dell’Orazione della Morte, adottandone gli stessi scopi, ossia il seppellire defunti dell’Albergheria e all’assistenza degli incurabili dell’ospedale San Bartolomeo, quello del loggiato, di cui ho parlato altre volte.

Come sa bene chi a scuola ha studiato i Sepolcri di Foscolo, all’epoca non esistevano cimiteri pubblici, per cui era fondamentale poter aderire ad una confraternita che garantiva preghiere, tumulazione e sepolcro; però, aderire a una confraternita, implicava dei costi che molti non potevano permettersi.

Per cui, chi era più povero e di basso livello sociale finiva abbandonato a se stesso e agli sforzi della propria famiglia. Con la loro attività volontaria i confratelli di Sant’Orsola, così come i romani, sopperivano a questa carenza e la raccolta delle offerte serviva a garantire le spese per il trasporto della salma al più vicino luogo di sepoltura.

A Roma era anche previsto che ogni terza domenica del mese si celebrasse l’orazione delle Quarant’Ore, inoltre la compagnia di Sant’Orsola era tenuta (o meglio teneva molto, per ragioni di prestigio) a partecipare alla principale delle celebrazioni pubbliche in città, ovvero quella del Corpus Domini, che all’epoca svolgeva lo stesso ruolo del nostro Festino di Santa Rosalia.

I suoi capitoli furono confermati dall’Arcivescovo di Palermo nel 1581 e vi si stabilì, fra le altre cose, che ogni nuovo componente non dovesse essere né anziano né troppo giovane, cioè con meno di ventiquattro anni, «né povero tanto che non (…potesse) spender il tempo agli esercizii della Compagnia», e che non fosse affiliato ad altra compagnia se non a quella di San Tommaso, con cui Sant’Orsola era evidentemente in sintonia, e che non fosse maestro o lavorante, dichiarando implicitamente in questo modo che i confratelli avrebbero dovuto appartenere ad uno status sociale elevato, una sorta di club per nobili e ricchi borghesi palermitani.

L’attività principale dei confratelli fu quasi subito la raccolta delle elemosine finalizzate ai loro scopi, tra cui la celebrazione di messe di suffragio in favore delle anime dei defunti e il solenne funerale che si teneva ogni primo lunedì del mese. Di notevole fama erano anche gli apparati nella festività dei morti per la quale «si fa ogni anno solenne e magnifica festa (…) gareggiando nella splendezza della paratura e nella quantità dei lumi e nella scelta della musica colla Chiesa di S. Matteo, che celebra uguale solennità».

Proprio questa attività mise in contrasto la Compagnia di Sant’Orsola con l’arciconfraternita dei Miseremini in San Matteo (altra importante associazione laicale del ’500 nella cui insegna erano pure le Anime del Purgatorio) che si vedeva sottrarre, pena la scomunica, la mansione principale a cui si dedicava, ossia la raccolta delle elemosine, per altro molto remunerativa. Di conseguenza i due organismi si affrontarono legalmente per gran parte del XVII secolo finché la questione fu risolta stabi lendo che i Negri raccogliessero le elemosine il lunedì e i Miseremini il venerdì.

Ora, dato il prestigio dei membri della Compagnia, la vecchia chiesa dei Quaranta Martiri apparve presto una sede insufficiente: per cui, vicino a questa, fu deciso di costruire una chiesa che rispondesse al rango dei confrati.

Così, il cantiere di Sant’Orsola inizio verso il 1610 ma fu concluso nelle strutture principali solo intorno al 1662 a cui segui la consacrazione nel 1666. Sono documentati finora taluni interventi decorativi interni tra il 1671 e il 1672 ad opera dello stuccatore Francesco Di Genova e dei marmorari Giovan Battista Firrera e Baldassare Pampillonia; infine dal febbraio del 1696, fu affidato a Giacomo Serpotta l’incarico di sovraintendere alla decorazione a stucco della chiesa e pertinenze.

Cosa vedere di Sant’Orsola ? Partiamo da un dato interessante: a causa dei legami con la confraternita dell’Urbe, molto della sua architettura riprende il barocco romano, a cominciare dalla facciata, articolata da nervature orizzontali di coppie di paraste in pietra naturale, doppie per la coppia che delimita il vano del portale, che culminano in una massiccia trabeazione che separa i due ordini. Il portale è caratterizzato da tre teschi scolpiti sull’architrave che richiamano la pietosa attività di sepoltura svolta dalla Compagnia dei Negri. Sulle lesene laterali è ricorrente l’elemento decorativo dell'”anima purgante”.

Nel secondo livello le coppie interne sono costituite da lesene che delimitano una cornice che inscrive un finestrone centrale riccamente decorato da angeli ai lati e sormontato da timpano ad arco. Ai lati due logge angolari con balaustre, sulla destra l’unica completata da un terzo ordine e adibita a campanile.

Nel frontone triangolare una figura umana avvolta dalle fiamme ed altri elementi decorativi ricordano la caducità dell’esistenza umana e la redenzione dell’anima attraverso l’espiazione del peccato. Le cimase presentano decorazioni con volute, sul vertice della prospettiva campeggia un teschio come monito e memoria di traguardi e aspettative future dell’esistenza vissuta nel peccato.

Il richiamo al barocco romano è ancora più accentuato all’interno, dove Giacomo Amato, uno dei primi della numerosa genia di preti architetti del Seicento panormita, ispirato da Borromini impostò uno spazio navata unica con cappelle laterali comunicanti, i cui altari furono arricchiti dai quadri dei principali pittori siciliani dell’epoca, come Zoppo di Gangi, Pietro Novelli, Antonio Manno, Giuseppe Patania.

Giacomo Serpotta, come capo cantiere, impostò lo schema generale della decorazione e delegò la maggior parte della sua realizzazione ai suoi assistenti più fidati, Bartolomeo Sanseverino e Gaspare Firriolo, che si occuparono del grosso della navata.

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Al primo, è forse attribuibile la decorazione del presbiterio e della macchina d’altare nella quale sono da segnalare i due telamoni, curvi sotto il peso della struttura che devono sostenere e i gruppi scultorei in stucco raffiguranti putti, angeli e nembi della calotta absidale, che contemplano una grande raggiera in stucco dorata, nella è inscritta il triangolo trinitario con la scritta Jahvè.

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Al Firriolo è invece attribuibile la decorazione della navata, con gli ovali che incorniciano figure di sante patrone palermitane: Santa Lucia, Santa Cristina, Sant’Agata, Santa Ninfa, Sant’Oliva e Santa Rosalia della bottega di Pietro Novelli.

Giacomo Serpotta, personalmente, si riservò la decorazione di quelle che erano considerate le cappelle principali della chiesa: quella delle Anime del Purgatorio e quella di Sant’Orsola, che fu trasformata nell’Ottocento in quella di San Girolamo.

Nelle due pareti di fondo delle due cappelle il Serpotta propone, probabilmente influenzato dalla precedente collaborazione con Giacomo Amato nell’oratorio di San Bartolomeo (oggi distrutto), uno schema molto diffuso a Roma, con un’edicola con frontone curvilineo e al di sotto due angeli che, sostenendo la tela, richiamano l’attenzione dello spettatore. Le cornici sono sostenute agli angoli da tralci vegetali, di vite nella cappella delle Anime Purganti e di ulivo nell’altra, che sembrano uscire direttamente dalle pareti.

Nella Cappella delle Anime Purganti, le pareti laterali presentano una decorazione speculare: su ognuna due putti sostengono una ghirlanda di fiori che inquadra un ottagono, che, probabilmente, avrebbe dovuto essere completato da un affresco; al di sopra di ciascun riquadro è posto uno scheletro, disteso, caratterizzato da un modellato particolarmente realistico.

Questa spettacolarizzazione della Morte consente al Serpotta di richiamare i compiti della Compagnia. Di notevole impatto la contrapposizione fra l’anatomia rotonda dei putti e la crudezza nella rappresentazione dello scheletro. Al di sopra, con un andamento che segue la volta a botte, un tondo sormontato da un mascherone. Nei due tondi contrapposti troviamo i teatrini nei quali sono rappresentati, probabilmente, due momenti della vita di Elia, il Profeta nutrito dall’angelo ed Elia e l’altare di fuoco, che dovevano illustrare il nostro destino di morte, la vita eterna di Cristo e la sofferenza delle anime del purgatorio.

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Per quanto riguarda la cappella di Sant’Orsola, la decorazione comprendeva anche due teatrini relativi al Viaggio e al Martirio della Santa, distrutti all’epoca della trasformazione della cappella in quella di San Girolamo.

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A Procopio Serpotta toccò invece la decorazione dell’Oratorio, ornato di stucchi riproducenti putti, festoni e ghirlande, ossa e teschi. Nella lunetta una stele affrescata sormonta il dipinto Trionfo di Sant’Orsola, opera di Giacomo Lo Verde (attribuito a Pietro Novelli) proveniente dalla primitiva Compagnia di Sant’Orsola. Affreschi, dipinti raffiguranti scene di vita della martire, medaglioni riproducenti le attività del sodalizio, decorazioni e il simbolo dei «Negri» arricchiscono soffitti e pareti.

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Dato che a Giacomo Serpotta non piaceva lasciare nulla a metà, con la sua bottega si occupò anche della decorazione della cripta, dove si seppellivano e mummificavano i confrati. Data la finalità dell’ambiente, il buon Giacomo mise da parte i consueti motivi naturalistici per lasciare spazio a macabri scheletri e ossa penzolanti.

L’Oratorio di San Giuseppe dei Falegnami

Palermo ha la straordinaria capacità di riservare sorprese e di nascondere bellezza nei luoghi più inaspettati: ad esempio, uno dei gioielli dell’arte barocca locale, l’oratorio di San Giuseppe dei Falegnami, funge da cappella della locale facoltà di Giurisprudenza. A proposito, per visitarlo non date retta ai cartelli a via Maqueda, che danno indicazioni sbagliate, ma o entrate da via Alessi o dal cortile dell’Università…

Come sempre accade a Balarm, la storia di questo oratorio, è tanto complessa, quanto affascinante. La confraternita di San Giuseppe dei Falegnami, fondata nel 1499 ed in seguito divenuta compagnia, possedeva nei pressi dei Quattro Canti, appena disegnati con l’apertura della Strada Nuova, la nostra via Maqueda), un importante lotto di terreno dov’era ubicata una piccola chiesa dedicata a Sant’ Elia dei Profeti.

Nel 1603 tali possedimenti furono ceduti ai Padri Teatini per far posto alla costruzione della loro Casa. Questi ultimi, infatti, per mezzo di Giovanni Domenico Giacobini, falegname a loro molto vicino, ottennero la Chiesa di Sant’Elia con tutti gli arredi ed i terreni circostanti, sotto varie condizioni, tra cui quella di costruire un Oratorio particolare oltre che quella di impegnarsi a celebrare la festa di San Giuseppe e di sant’Elia con una messa presso un altare della loro chiesa.

Un patto analogo fu fatto con altre confraternite che avevano le chiesette nello stesso lotto di terreno, ossia quella di Gesù, Giuseppe e Maria e quella degli Schiavi del SS.Sacramento ed Immacolata Concezione, che ebbero a loro volta un loro oratorio, dedicato al Santissimo Sacramento.

Di conseguenza, i teatini per ottimizzare lo spazio da cedere alle confraternite e risparmiare denaro, disposero i due oratori ad elle, quello di San Giuseppe era parallelo a via Maqueda, mentre quello delle altre due congregazione alla nostra via Alessi, mettendo loro in comune l’ingresso.

Se i Falegnami, come confraternita e associazione di categoria, erano assai ricchi, tanto da permettersi come pittore Pietro Novelli e i Serpotta come stuccatori, le altre due congregazioni se la passavano alquanto male, tanto che il loro oratorio fu parzialmente terminato.

Per non essere da meno dei Falegnami, anche loro incaricarono i Serpotta di decorare l’oratorio, ma non rispettando le rate di pagamento del lavoro, furono coinvolti in una lunga causa, che mandò le confraternite in quasi in bancarotta, impedendo il completamento del tutto.

La coabitazione tra i due oratori, durò sino al 1805, quando il convento dei Teatini fu trasformato nella Regia Università: per realizzare il portico d’accesso, fu sfondata la parete sinistra dell’oratorio di San Giuseppe.

A titolo di curiosità, per realizzare l’intera ristrutturazione, fu impiegata la somma di cinquemila once sul dazio del tabacco che il Parlamento siciliano nel 1806 pose a disposizione dei Deputati degli Studi e che in parte furono usate come rimborso dei Teatini, a cui, per un diploma reale del gennaio 1806, furono affidate le cariche di Rettore, Bibliotecario e di Direttore di spirito, carica, quest’ultima, necessaria per il rilascio del certificato di comunione in occasione delle feste pasquali, indispensabile per l’accesso agli esami di profitto. Solo dal 1860, l’Università fu pienamente laicizzata.

Ora, se nel 1806 le confraternite di Gesù, Giuseppe e Maria e quella degli Schiavi del SS.Sacramento ed Immacolata Concezione erano scomparse dalla circolazione, quella dei Falegnami era invece viva e vegeta e di pessimo umore per l’esproprio subito: per cui, i suoi membri, alternando la moral suasion alla minaccia di sciopero, riuscirono a farsi affidare l’altro oratorio. Sfruttando il fatto che entrambi avessero le stesse dimensioni, per decorare quello del Santissimo Sacramento, riutilizzarono alla meno peggio arredi sacri e stucchi avanzati dall’ex oratorio di San Giuseppe.

Ovviamente questo non fu possibile per gli affreschi di Pietro Novelli, realizzati tra il 1625 e il 1628, che rappresentavano le storie dell’Infanzia di Gesù, che furono ritenuti perduti sino al 1997, quando nei lavori di ristrutturazione della facoltà saltarono fuori dei loro lacerti, trasportati poi su tela e custoditi nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis.

L’oratorio è di piccole dimensioni, i Teatini non erano stati di manica larga, ed una struttura ad aula unica voltata a botte. Vi si accede da un piccolo vano di forma quadrata corrispondente all’ambiente originario che, attraverso i quattro portali che vi sono ricavati (due dei quali oggi murati) dava accesso sia all’attuale oratorio che a quello originario distrutto.

Nel vestibolo, è conservato il fercolo di San Giuseppe, ossia la macchina procesionale ed una pregevole statua in cartapesta dell’Immacolata, risalente al XVIII secolo, mentre tra i due portali d’ingresso alla’oratorio spicca un’epigrafe commemorativa, posta nel 1811 in conseguenza dell’avvenuto possesso esclusivo della cappella da parte dei falegnami.

Le due pregevoli porte lignee di noce che danno accesso all’oratorio, realizzate dai fratelli Matteo e Giovanni Calandra, raffigurano, con raffinati bassorilievi, episodi della da della Sacra Famiglia e sono state riadattate per la nuova collocazione in quanto provenienti dall’oratorio originario, come la cantoria e il seggio del priore, sempre opera dei Calandra.

Nell’oratorio vero è possibile ammirare una fastosa decorazione con putti, festoni, medaglioni e cornici in stucco, come accennato, eseguiti famiglia dei Serpotta. Nelle cornici sono inseriti affreschi dei primi dell’Ottocento

In particolare, le decorazioni delle pareti realizzate nel 1701 sono opera di Giuseppe Serpotta, fratello economico di Giacomo,mentre le raffigurazioni grottesche e i putti probabilmente si debbono alla collaborazione con Procopio Serpotta, nipote di Giuseppe e probabilmente provengono dall’altro oratorio.

Tra l’altro sull’altare ci sono due putti, uno con con riga, l’altro con compasso in mano, che qualche critico ha ipotizzato essere una simbologia massonica, ma che forse erano semplicemente un richiamo all’attività quotidiana dei falegnami.

Gli affreschi nella volta e alle pareti raffigurano scene della vita della Sacra Famiglia: Sposalizio della Vergine, Natività, Adorazione dei Magi, S. Giuseppe Falegname, Riposo durante la Fuga in Egitto, Fuga in Egitto, Sogno di S. Giuseppe, Sacra Famiglia e figure allegoriche.

Alle finestre coppie di angeli in stucco, forse provenienti anche queste dall’ex San Giuseppe, incorniciano dipinti in cui sono rappresentate delle Allegorie: Uguaglianza, Gloria divina e Fortezza (a destra), Generosità, Prontezza e Pace (a sinistra). Sopra le otto finestre entro dei tondi è possibile ammirare personaggi del Vecchio Testamento.

Nel marzo del 1992 durante i lavori di restauro della cappella alcuni operai che stavano ripavimentando i locali dell’antioratorio, scoprirono sotto il vecchio ammattonato una botola di forma quadrata che una volta aperta mise alla luce una grande caverna sottostante. Le immediate indagini portarono a scoprire un grande antro composto da un unico ambiente ipogeico artificiale, scavato allo stato grezzo nella roccia calcarenitica e coperto da una volta con conci ammorsati in un perfetto arco ribassato.

Il grande vano scoperto, dalle successive misurazioni, risultò essere perfettamente corrispondente alla forma rettangolare della navata dell’oratorio le cui dimensioni risultano essere, per quanto riguarda la lunghezza di mt. 20,50 (corrispondenti a 10 canne palermitane, unità di misura vigente nel capoluogo fino a fine Settecento) mentre per quanto riguarda la larghezza di mt. 6,00. Probabilmente, come in tanti altre chiese palermitane, la cripta serviva per la sepoltura e la mummificazione dei confrati; solo che, a causa delle spese legali legati alla causa Serpotta, non fu mai completata..

Buccellato

Buccellato

Mentre nel resto d’Italia si divide tra panettone e pandoro, a Palermo, come a Roma con il pangiallo e a Pescara con il parrozzo, il Natale il dolce tipico è il buccellato.

Dolce che ha un origine antichissima: di buccellatum, pane da dividere a bocconi, ne parlano addirittura gli storici latini. Si tratta di una sorta di ciambellone, che gli imperatori distribuivano alla plebe durante i ludi gladiatori.

Il suo erede diretto, originariamente dalla forma a ciambella, è il buccellato di Lucca, un pane dolce, aromatizzato con anice e uva passa, la cui prima citazione nelle cronache è del 1485, quando si racconta di una moglie, che tentò di avvelenare il marito servendogli quel dolce avvelenato.

Ora, tra fine Quattrocento e Cinquecento, vi era a Palermo, tra il loggiato di San Bartolomeo e la Kalsa una grande e ricca comunità lucchese, il cui esponente più famoso è l’Abatellis dell’omonimo palazzo.  Comunità che fece costruire l’ospedale e la chiesa di Santa Cita, il cui nome è la deformazione palermitana di quello della vergine toscana Santa Zita.

Lucchese era Vincenzo Nobile, assicuratore e creatore, nel 1549, di una tessitura di panni, in compartecipazione con l’università o Martino Cenami, un banchiere che non avrebbe sfigurato ne L’Ebreo di Malta di Marlowe.

In un solo anno i Lucchesi di Palermo prestarono al governo 49’625 scudi rimborsati nel 1550; interessi fra 13 e 14 per cento; Martino Cenami contribuì da solo con 19’125. Il banchiere inoltre accreditava al governo i contributi dei privati (nel 1547-49 sc. 5’175); tra il 1548 e il 1552 contribuì alla fornitura di armamenti e vettovaglie alla flotta del Doria, ai presidi africani, alle galere siciliane, alle truppe spagnole.

Martino Cenami commerciava anche in metalli, rame e stagno già divenuti materiali strategici; era armatore di ben due navi, da 300 e da 450 tonn.; prestava al governo su Messina; prestava ai privati contro pegno (al Vescovo di Mazara più di 397 sc.); teneva in casa lingottini d’oro e d’argento; a Sciacca aveva 3830 salme di frumento, a Palermo 200 cantàri d’olio (quint. 160); tra olio e frumento scudi 19’450; gioielli e preziosi anche in pegno sc. 2’967; contanti sc. 12’175. Non conto le telerie, i mobili, i quadri, gli schiavi. Ricordo, come nota caratteristica, 50 scudi d’oro del conio di Lucca che, narrarono i testimoni della sua morte, Martino

”tenia ne li mano al tempo di sua infirmità per la quali morsi”.

Per cui, data l’influenza economica e culturale della comunità lucchese, è possibile che i cuochi palermitani abbiano presa da questa l’idea del buccellato, rivisitata rapidamente secondo i gusti e la tradizione culinaria locale, trasformandolo in una una grossa ciambella di pasta frolla, ricoperta di miele e decorata con confettini o con frutta candita o con zucchero velato, che nei tempi passati era utilizzata anche come centro tavola durante le freste.

Il ripieno “farcia” è costituito da un preparato a base di frutta secca (fichi, mandorle, uva passa, mandorle, noci, pinoli, nocciole, pistacchi, scorza d’arancia, zuccata (cucuzzata) e spezie – gli ingredienti possono variare a seconda delle zone in cui viene preparato – e da cioccolato fondente. Per far vedere l’impasto interno, la pasta frolla veniva “pizzicata”, in modo da disegnare una sorta di merlatura.

In particolare la tradizione vuole che si utilizzino i fichi asciugati al sole e infilati in lunghi fili di spago o “incannati”, cioè infilzati in spiedi di canne. Anticamente, la preparazione di questo dolce, avveniva utilizzando originali strumenti: il piano di lavorazione, due sedie ed un utensile.

Il piano di lavoro, in dialetto “scannaturi” era una tavola in legno, opportunamente levigata e sagomata, sulla quale veniva preparato l’impasto dei dolci e del pane. Le due sedie, o meglio, la loro seduta, serviva da sostegno allo “scannaturi”. Ciò consentiva il posizionamento del piano di lavoro ad un livello più basso, rispetto a quello di un normale tavolo e permetteva alla massaia, di eseguire con una forza maggiore le operazioni di impasto. L’utensile in questione, volgarmente chiamato “stigghia pu’ cucciddatu“, era un ferretto, solitamente forgiato dal fabbro, che a una delle due estremità aveva una ruota dentata che serviva a merlettare e punzecchiare la pasta frolla.

Il buccellato “casereccio” viene solitamente ricoperto di glassa e diavoletti di zucchero colorato, quello prodotto in pasticceria, invece, è rivestito di zucchero a velo o di frutta candita ( ‘ncilippata ). Che il “cucciddatu” sia fatto in casa o in laboratorio, però esternamente non può essere presentato privo di “diavulicchi”, codette di zucchero multicolore che richiamano la forma della coda dei diavoli, che la tradizione collega con la leggenda dei diavoli della Zisa.

Per avere un’idea di come farlo in casa, vi consiglio un’occhiata al video sottostante

Raffaello Architetto (Parte VI)

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Uno dei principali committenti privati di Raffaello fu Agostino Chigi, banchiere del Papa e uomo ricchissimo e dalla vita affascinante, chiamato, dal Sultano ottomano, «il grande mercante della cristianità».

Agostino, detto fra noi, aveva guadagnato talmente tanto oro, prestando denaro alla Santa Sede, da permettersi il lusso di fregarsene altamente delle convenzioni sociali dell’epoca: mentre era ancora sposato con Margherita Saracini, da cui non ebbe figli, prese come amante la bellissima e raffinata cortigiana Francesca Ordeaschi (o Ardeasca), conosciuta a Venezia. A distanza di alcuni mesi dalla morte della prima moglie, Francesca entrò ufficialmente nella splendida Villa Chigi, progettata da Baldassarre Peruzzi lungo le rive del Tevere, divenendone a tutti gli effetti l’invidiata, ma indiscussa première dame.

Per celebrare il loro amore, Agostino commissionò a Raffaello l’illustrazione della favola di Amore e Psiche tratta da Le metamorfosi di Apuleio in quella che verrà in seguito denominata Loggia di Psiche, al pianterreno della Villa. Dopo diversi anni di rapporto more uxorio, Agostino sposò la madre dei suoi figli il 28 agosto 1519, con rito officiato dallo stesso Leone X.

Quello tra Agostino Chigi e Francesca Ordeaschi rappresentò un matrimonio rivoluzionario: una donna dai trascorsi per l’epoca discutibili, era riuscita a sposare uno degli uomini più influenti del tempo. Un uomo che, per amor suo, aveva persino mandato a monte le trattative di nozze con la nobile Margherita Gonzaga, il cui blasone avrebbe dovuto portare ulteriore lustro alla famiglia Chigi.

In quello che era il tempio dell’amore tra Agostino e Francesca, a Raffaello non furono commissionate solo pitture, ma anche opere d’architettura.

Per prima cosa, l’Urbinate si occupò della sistemazione del giardino, il viridarium, la cui composizione si collegava armoniosamente con le stesse forme architettoniche della villa attraverso i due avancorpi laterali della facciata del fabbricato, con le festose decorazioni floreali della Loggia di Amore e Psiche, opera di Giovanni da Udine. Le straordinarie rappresentazioni di piante del Nuovo Mondo, quali il mais, gli zucchini, la zucca maggiore e quella muschiata, il fagiolo comune, piante officinali, piante da frutto, ma anche specie ornamentali ed esotiche furono realizzate con l’intento di stupire e di suscitare l’ammirazione del visitatore e per mostrare agli ospiti, dignitari della corte pontificia, e allo stesso pontefice, la magnificenza e la raffinatezza del proprietario Chigi.

I giardini della villa rinascimentale digradavano con rive scoscese e padiglioni, una grotta adibita a peschiera e terminavano con una loggia sul fiume, usata come exedra (sala da pranzo). Al termine di uno dei sontuosi banchetti nel 1518 si vuole che le stoviglie d’oro fossero state gettate nel fiume (per essere poi presumibilmente recuperate da reti nascoste).

Purtroppo tutto ciò fu distrutto nel 1882, per la costruzione degli argini del Tevere, tuttavia da un paio di disegni rinascimentali, la struttura della Loggia pare simile a quella della prima fase costruttiva del Ninfeo di Genazzano, il che potrebbe essere un indizio a favore della sua paternità bramantesca.

Sempre nella Farnesina, Raffaello realizzò un’ulteriore opera, purtroppo distrutta anche questa nel 1808, ossia le Scuderie Chigi. Verso il 1511-1512 Giulio II e Bramante cominciarono a tracciare la parte di via della Lungara a nord della Villa Farnesina e a rinnovarla con palazzi sontuosi per renderla bella come via Giulia. Il nuovo tracciato cominciava con il terreno che Chigi aveva acquistato nel 1510; egli promise al papa di erigervi le scuderie, affidando l’incarico all’urbinate.

Le scuderie, strutturate in tre navate con una scala retrostante, sono note unicamente da disegni. Al dorico pianterreno seguivano un piano nobile con un ordine corinzio e finestre a balcone e un attico. Si sono conservati soltanto lo zoccolo con i piedistalli, le basi delle paraste doppie e la parte inferiore dei campi ciechi, dietro ai quali erano situate le stalle.

Paradossalmente, l’unica commissione di Agostino Chigi a Raffaello che rimasta in piedi è la sua cappella funebre, a Santa Maria del Popolo, ispirata sia all’architettura del Bramante, sia a quella classica. L’Urbinate concepì un cubo sormontato da una cupola emisferica, poggiante su un tamburo abbastanza alto dal quale penetra la luce tramite aperture.

Alla cappella si accede attraverso un arco aperto alla navata laterale della Basilica di Santa Maria del Popolo; l’interno è uno spazio semplice, scandito da tre arcate cieche che completano, con quello dell’ingresso, lo schema quadrato ed arricchito da nicchie destinate ad accogliere sculture e dipinti, oltre che le tombe di Agostino Chigi e di altri membri della famiglia, caratterizzate dalla forma piramidale, desunta forse da architetture funerarie classiche.

Se la pianta della cappella ricorda la forma dei piloni centrali del progetto bramantesco per San Pietro, il tamburo e la cupola citano invece quelli di San Pietro in Montorio; come in San Pietro il diametro della cupola è maggiore dell’ampiezza degli archi di sostegno che configurano la pianta quadrata con angoli smussati e che quindi sostengono la cupola su pennacchi trapezoidali, che erano una delle caratteristiche dell’impianto bramantesco, il che fa pensare come la sua idea statica, se sostenuta da piloni opportunamente dimensionati, poteva reggere, nonostante le critiche successi di Sangallo.

La decorazione a mosaico, di ispirazione neoplatonica, realizzata dal veneziano Luigi Da Pace nel 1516, fu fatta su indicazione di Raffaello: sul registro inferiore la personificazione dei segni dello zodiaco, su uno sfondo blu che simula il colore del cielo. L’interno della cupola in particolare imita il disegno delle cornici radiali di quella di San Pietro in Montorio, ma stavolta in stucco dorato. Al centro della cupola un finto oculo con la rappresentazione dell’Eterno, motore immobile dell’Universo.

Le paraste, le trabeazioni e l’uso policromo dei marmi richiamano quelli del Pantheon, mentre il portale d’ingresso alla Cappella, l’arco e le paraste degli stipiti sono ripresi dal Tempio di Adriano, rispecchiando l’ideale raffaellesco non di recuperare l’architettura antica, ma di superarla, pur utilizzando lo stesso linguaggio, con imponenza e ricchezza di decorazioni, moltiplicando i punti di vista e rendendo lo spettatore coautore partecipe della costruzione dello spazio.

Auguri e Bilanci

Buoni-propositi-per-il-2019-dall-Almanacco-di-Sanremo

Dato che spero di passare i giorni di Capodanno a godermi come turista Palermo, colgo l’occasione, oltre ovviamente a rinnovare gli auguri a tutti, per tracciare in anticipo i bilanci di questo 2019, che è stato un anno complesso, complicato, pieno di alti e bassi, con problemi che sono saltati fuori all’improvviso, come funghi dopo la pioggia.

Una delle poche cose buone è avere trovato finalmente il coraggio di mettermi a dieta: da giugno a oggi, ho perso trenta chili. Non ho risolto i miei problemi di salute, diciamola tutta, questo autunno ho ancora sofferto della mia pessima tendinite, però, perlomeno, sono tornato a essere padrone della mia vita.

Lavoro

Se l’anno scorso è stato l’anno della nascita del Multi Cloud TIM, questo è stato quello della crescita de del consolidamento. Abbiamo confermato la nostra leadership EMEA in tale ambito ed entrare nella top five a livello mondiale.

Un boom tale, che ci ha permesso di intraprendere un percorso di partnership con Google Cloud Platform, che al di là delle paranoie di giornalisti ignoranti, costituisce una grande opportunità per il sistema Italia, per rilanciare un circolo virtuoso di innovazione tecnologica e crescita economica

Poi, speriamo che questo sia l’anno buono che qualcuno, a Risorse Umane, si decida a riconoscere i miei meriti…

Esquilino

E’ stato un anno duro e demotivante, caratterizzato da scontri continui con mafiette costituire da artistoidi falliti, politici trombati e trafficoni di ogni genere e risma: la cosa che più mi ha dato da pensare è come il Municipio preferisca spesso a dare retta a queste combriccole, dagli interessi poco chiari e spesso in contrasto con il bene comune, piuttosto che ai tanti cittadini che ogni giorno sputano sangue nel tentare di rendere più vivibile e umano il Rione.

Ma essendo un vecchio e testardo mulo, uso ad andare avanti, nonostante botte e fatica, non mi arrendo: da una parte, sto cercando di realizzare un nuovo e ampio progetto di street art, che se andrà in porto, farà mangiare il fegato a parecchi invidiosi… Dall’altra, sto collaborando al Progetto Libro Bianco dell’Esquilino, nel tentativo, forse utopico, di rimettere i cittadini al centro del dibattito sul futuro del Rione che vivono, con progetti che possano renderlo migliore, senza tradire la sua anima

Scrittura

Cosa strana, nonostante la cronica mancanza di tempo, qualcosa ho combinato: ho scritto una novella per un’importante antologia e un romanzo, che spero di convincere l’editore a pubblicare…