La badia di San Bartolomeo a Carpineto della Nora

La badia di San Bartolomeo a Carpineto della Nora sorge su un dosso roccioso e contro uno spettacolare anfiteatro di montagne, dominato dal monte Pietrarossa, alle pendici orientali del Gran Sasso. Appartiene all’antico ed importante complesso abbaziale fondato nel 962 da Bernardo, figlio di Linduno, conte di Penne, riedificato nel sec. XII e nuovamente nel XIII. Il monastero avrebbe ospitato in origine una congregazione benedettina, ricevendo dall’arcivescovo di Benevento un presunto braccio di San Bartolomeo; fiorì rapidamente e si sviluppò in prestigio e possedimenti, come ampiamente testimoniato dal Chronicon del monaco Alessandro, che ne racconta la storia dalle origini al 1193.

Il quale, come accennato parlando di San Clemente a Casauria, è uno testimoni delle bizzarre vicende di Ugo Malmozzetto, capitano al servizio dei normanni: per farla breve, nel 1066 il nipote del fondatore, che per ironia si chiamava anche lui Berardo o Bernardo, occupò l’Abbazia, i suoi edifici di servizio, i suoi campi e distrusse completamente le aree del Monastero occupate dai Monaci, costringendoli alla fuga e lasciando come unico custode religioso del luogo il fratello Sansone, che si era precedentemente fatto Monaco. Il tutto per impadronirsi delle ricche rendite.

Del caos scatenato, ne approfittò il Malmozzetto, che destituì Berardo dalla Contea di Penne, prendendone il posto, e liberando l’Abbazia di San Bartolomeo dalla sua tirannia: interessante notare come lo stesso avventuriero, trattato come un Anticristo nel Chronicon di San Clemente, in quello di San Bartolome è visto come un paladino e un difensore della fede.

A valle di tutto questo caos, il complesso fu ricostruito, ospitando anche un importante scriptorium: Nnl 1258 i diritti feudali dell’Abbazia di San Bartolomeo furono però ceduti al vicino complesso di Santa Maria di Civitella Casanova. L’Abbazia di Carpineto divenne così dipendente da un altro monastero adottando la regola cistercense. Dal XIV secolo iniziò un periodo di decadenza. Dopo l’abbandono da parte dei monaci, le strutture architettoniche furono profondamente compromesse e del complesso rimase soltanto la chiesa che lascia ancora oggi intendere quale dovesse essere la grandiosità della Badia nel Medioevo.

Suggestiva è la sua facciata, animata da un portico dalla fitta cortina di pietre, aperto da due piccoli fornici leggermente arcuati disposti in maniera asimmetrica. Accanto si erge un torrione che per la massiccia mole sembra un’opera di difesa piuttosto che una torre campanaria; inoltre un elegante campanile a vento è impostato sul tetto in corrispondenza dell’arco di trionfo della navata centrale.

Ciò che impressiona di più, però, è il portale, nulla di più di una larga cornice che inquadra il portone, animata però una vivacissima e originale decorazione scultorea, i cui autori, purtroppo anonimi, si ispirano alle analoghi rilievi di San Pelino a Corfinio e degli architravi del pulpito di Santa Maria a Bominaco.

In tutti e tre i casi, la decorazione è basata sul tralcio di una vite, che nasce da un fascio di foglie di acanto e da una capretta che si contorce a brucare la foglia mentre allatta un cucciolo, le cui volute costituiscono un appoggio per figure di animali e mostri tratte dai bestiari.

La differenza tra San Bartolomeo e le opere precedenti è proprio in queste figure, che si dispiegano si dispiegano tra le volute in pose estremamente dinamiche, in una sorta di furor, come se volessero liberarsi dalla prigionia della pietra.

Gli artisti, poi, si impegnano a reinterpretare in chiave espressionistica movenze e gesti tratti dall’osservazione del Reale, piuttosto che dalle convenzioni simboliche che dominavano la scultura dell’epoca. Il che implicherebbe una conoscenza diretta e precisa della scultura gotica francese dell’epoca

I rilievi sono datati alla fine del XII secolo; il 1193, anno con cui si ferma la cronaca redatta dal monaco Alessandro, nella quale non si trova alcun riferimento ai lavori di facciata, può esser considerato il termine post quem. L’impianto della chiesa riproduce lo schema basilicale adottato in San Clemente a Casauria, dal quale si discosta nel capocroce per l’utilizzo di un linguaggio architettonico di più chiara derivazione gotico-borgognona.

La chiesa presenta un impianto a sala, ossia le tre navate, divise da tre archi a tutto sesto ricadenti su pilastri rettangolari, hanno pari altezza: si tratta di una tipologia diffusa prevalentemente oltralpe, che pure trova in Abruzzo diverse utilizzazioni. Tre archi a sesto acuto separano lo spazio dell’aula longitudinale dal presbiterio rialzato, composto dal transetto sporgente, dal coro rettangolare e dalla cripta tripartita da tozzi pilastri quadrangolari. Il transetto, diviso in tre campate rettangolari, è coperto da volte a crociera costolonata ricadenti su pilastri polistili ed è illuminato nelle testate da due rosoni, uguali in forme e dimensioni al rosone che apre nel capocroce. Se la struttura dell’aula può essere assegnata al XII secolo, la zona presbiteriale, così aperta al linguaggio borgognone, è datata a ragione dagli studiosi al primo Duecento.

a decorazione plastica delle cimase e dei capitelli rimanda al repertorio figurativo utilizzato in San Clemente a Casauria, sia nello stile che nelle forme (palmette, tralci, volute); allo stesso modo la mostra dell’arco trionfale propone il motivo a bastone spezzato già adoperato nel portico di Casauria, aggiungendo ai lati due grandi fiori a rilievo. Le monofore del presbiterio sono ornate da esili colonnine tortili interrotte al centro da un anello che in alcune segna lo sviluppo inverso della spirale; gli archivolti sono decorati da stelline, fiori, torciglioni e palmette e terminano su lunghi capitelli ad alberello centrale. Sono datate al X secolo le quattro colonnine (cinque fino al primo dopoguerra) che sorreggono la mensa d’altare, dai bei capitelli a stampella ornati da figure animali.

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