Schiavitù e agricoltura nel Sud Italia

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Ieri, su Facebook ho condiviso un articolo, sulla presenza della schiavitù in Sicilia nel Settecento: in verità, questa era diffusa in tutta Italia, con picchi a Roma, Firenze, Genova e Venezia. A dire il vero, all’epoca era un fenomeno in forte diminuzione, dato che gli schiavi erano utilizzati quasi esclusivamente nell’ambito domestico: diversa era la situazione tra fine Trecento e inizio Cinquecento, dove il loro impiego produttivo era assai più diffuso e variegato, legato anche alla necessità di compensare il vuoto demografico causato dalla Peste Nera.

In Toscana e nel nord Italia, lavoravano soprattutto nell’ambito manufatturiero; a Roma, invece erano impiegati nella pastorizia, nell’edilizia e nel caso specifico di quelli di origine turca, nel mantenimento dell’ordine pubblico. Può sembrare strano, ma nel Quattrocento i Conservatori del Campidoglio avevano a disposizione di un contingente di schiavi ottomani, in parte prigionieri di guerra, in parte regolarmente comprati a Edirne, che fungevano sia da poliziotti, sia da pompieri.

Nel sud Italia, invece, erano impiegati nell’agricoltura: l’acme si raggiunse in Sicilia, dove si era sviluppata un’economia di piantagione, dove il crash crops era costituito dalla canna da zucchero. Per descrivere il fenomeno, lascio la parola a uno dei massimi esperti sul tema, Salvatore Bono, citando un brano di un articoli pubblicato su Mediterranea

Dalla metà del Quattrocento, quando i Portoghesi cominciarono a frequentare le coste dell’Africa occidentale, sino alla foce del Senegal e oltre, ebbe inizio un trasferimento di schiavi africani verso la penisola iberica; ancor prima dunque della scoperta colombiana del continente americano e tanto più prima che avesse inizio la tratta atlantica. Dai primi decenni del Cinquecento e sino alla metà del secolo dalla penisolaiberica e direttamente dalle basi spagnole (plazas de soberanía) sulle coste maghrebine, in particolare da Tripoli, si attivò un traffico di schiavi neri verso l’Italia, anzitutto verso la Sicilia, dal cui viceré la piazzaforte di Tripoli dipendeva.

In Sicilia si concentrò una presenza di africani, valutata fra il 4 e l’1,5 per cento rispetto alla popolazione dell’isola (50mila individui nel primo caso, su oltre un milione e 200mila abitanti, ovvero 12.500) . In quel periodo alcuni signori siciliani disponevano di un gran numero di schiavi neri. I Fardella, ad esempio, potente famiglia trapanese, nel contrastare intorno al 1516 una avversa fazione cittadina potevano contare su un contingente di un centinaio di schiavi neri, i quali «primeggiavano per la forza e il coraggio e la fedeltà». Di un gruppetto di schiavi (16 uomini, perlopiù neri, e due donne, una nera e una mora) disponeva nel 1548 il catanese Antonio Statella

In uno dei primi contributi sulla schiavitù a Messina, Giovanna Motta segnalò una trentina di compravendite di schiavi fra il 1513 e il 1528, la maggior parte dei quali neri. Vi è invero qualche indizio che anche in altre regioni meridionali vi sia stata nel XVI secolo una presenza servile nera, pur se percentualmente modesta.

In un elenco di compravendite, a Bari e in altre località pugliesi, fra il 1539 e il 1597, riguardanti una trentina di schiavi, una ventina (due terzi dunque) sono “negri” e “etiopi”; gli schiavi, oggetto di atti stipulati nel Seicento risultano una ottantina di cui meno di un quinto neri o etiopi; non abbiamo voluto precisare di più i dati poiché in qualche caso la provenienza non è espressa o non è chiara (e tuttavia abbiamo compreso questi casi nel totale); qualcuno viene definito come «nerum turcum», così un certo Ahmed,ovvero «neram turcam», una di nome Fatma un’altra Rairma.

Verosimilmente si tratta di neri già viventi nell’ambiente maghrebino (o forse ottomano) e già islamizzati. In qualche raro caso il colore dello schiavo è definito come «alabastrum», aggettivo che non ricordiamo come usato altrove.

L’economia della piantagione, entra in crisi a metà Cinquecento, sia per il cambiamento climatico, sia per la concorrenza delle piantagioni atlantiche; tradizionalmente, a partire da Braudel, si ritiene come questa in Sicilia e in Sud Italia sia stata sostituita dalla cerealicoltura, per lucrare sulle esigenze alimentari delle metropoli occidentali in crescita demografica.

Effettivamente, se si vedono in numeri assoluti, questa interpretazione sembrerebbe esatta: la sola Sicilia, a metà Cinquecento, esporta mediamente 35.000-40.000 tonnellate di grano all’anno. In realtà, se si vedono i valori percentuali, a seconda degli anni, la percentuale venduta sui mercati esteri varia tra il 5% e il 12%.

La maggior parte delle granaglie è invece diretta al mercato interno, a Napoli, alla Calabria Ulteriore e nella Sicilia Orientale: se la prima è la megalopoli, piena di bocche da sfamare, la seconda e la terza orientano la loro agricoltura ed economica a produzioni sia a più alta intensità di lavoro, sia a maggiore valore unitario come il vino, olio, seta, zucchero, tessili, i formaggio, il tonno, il bestiame e manufatti artigianali.

I loro ricavi, tenendo conto delle oscillazioni del mercato, superano dalle quattro alle sei volte quelli legati all’esportazione dei cereali: questa ristrutturazione e differenziazione economica, che prevede la coesistenza di un nucleo di lavoratori specializzati, a cui periodicamente, come durante i periodi della raccolta, si aggiunge una quota parte di manodopera stagionale, meno professionalizzata e pagata, si sposava più a un modello tradizionale, risalente alla tarda antichità, strutturato sulla triade latifondo, colono e bracciante, che sull’adozione massiva della schiavitù.

Con il tempo, questo processo si accentua ancora di più, prima con il boom della produzione vinicola, poi a quella degli agrumi: la crescita di quest’ultima produzione è legata al blocco continentale e all’occupazione inglese della Sicilia, in relazione alle esigenze di approvvigionamento della flotta e delle truppe di Sua Maestà. Ma il primo boom va registrato negli anni 1830 quando dal porto di Messina vengono spedite 373 648 casse di agrumi: un aumento di dieci volte rispetto alle 38 500 casse che nel 1776 erano partite dalla stessa città peloritana.

Il che da una parte fece aumentare esponenzialmente il valore degli agrumeti, Sonnino, nel 1876, ne stimava attorno alle 2500 lire per ettaro, contro una media siciliana di 40-41 lire, superando di dieci volte il vigneto e di cinquanta volte il seminativo asciutto. Dall’altra fece diffondere tale tipo di coltivazione anche nel resto del Sud Italia.

Coltivazione che però, orientandosi verso aziende agricole di medie dimensioni, in cui vi era un utilizzo intensivo di manodopera solo nella fase di raccolta, mise parzialmente in crisi il modello procedente, favorendo al massimo la stagionalizzazione della mano d’opera agricola.

Processo che si è accentuato ulteriormente nel Novecento: i processi di industrializzazione e terziarizzazione dell’economia italiana, insieme all’impetuosa meccanizzazione della produzione agricola, hanno progressivamente portato a una drastica riduzione del numero dei lavoratori impiegati nel settore agricolo negli ultimi 60 anni.

Questa costante diminuzione è stata accompagnata da un processo di sostituzione e rimpiazzo. Negli anni Sessanta, la migrazione interna ha interessato migliaia di lavoratori che “accettavano condizioni inferiori rispetto alla manodopera di pianura, più sindacalizzata” (Senato della Repubblica 1995, p. 3).

Successivamente – con l’emigrazione di massa degli uomini dalle aree rurali – si è verificato un passaggio significativo verso una più marcata femminilizzazione del lavoro agricolo bracciantile; invece, a partire dagli anni Novanta, la domanda di lavoro agricolo stagionale è stata soddisfatta principalmente da lavoratori stranieri.

Un ricambio della forza lavoro è stato dettato anche dalla convenienza socio-economica per gli imprenditori a reclutare manodopera più accondiscendente e di conseguenza maggiormente sfruttabile per tenere bassi i salari.

Esigenza dovuta al progressivo rafforzamento dell’oligopolio della grande distribuzione, i principali compratori della produzione agricola del Sud Italia, che ha imposto prezzi artificiosamente bassi. Per mantenere una redditività, non essendo comprimibili i capex, i costi infrastrutturali, hanno cercato in ogni modo di ridurre all’osso gli opex, i costi operativi.

Ciò da una parte, come nel Quattrocento ha provocato l’intensivizzazione dell’agricoltura meridionale e la riorganizzazione monocolturale della sua produzione per soddisfare le richieste massive di frutta e verdura, dall’altra, per la necessità di reperire un numero significativo di lavoratori esclusivamente per il breve periodo di raccolta della frutta e della verdura, ha fatto nascere una sorta di moderna versione dell’economia schiavista, caratterizzata da un mercato del lavoro agricolo progressivamente stratificato, con i lavoratori migranti impiegati nelle mansioni più pesanti e meno qualificate, dalla precarietà, dalla mobilità just-in-time, (peer “inseguire” le varie raccolte), dai rapporti di lavoro asimmetrici e non tutelati…

2 pensieri su “Schiavitù e agricoltura nel Sud Italia

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