Ancona Sotterranea

Il mio viaggio nelle Marche misteriose oggi fa tappa ad Ancona; inizialmente questa era poco più di un emporio prima miceneo, poi greco arcaico, costituito da un molo, qualche magazzino e una serie di botteghe, in cui i mercanti proveniente dall’Ellade scambiavano beni di lusso e merci con gli abitanti dell’interno.

Le cose cambiarono nel 387 a.C., quando, secondo la tradizione, un gruppo di greci provenienti da Siracusa, in fuga dalla tirannide di Dioniso I, si impadronirono di quella sorta di centro commerciale, trasformandolo in una città, chiamata Ankón, gomito, dalla forma con cui appariva il Conero visto dal mare.

In realtà, probabilmente l’origine di Ancona è assai meno romantico: al fine di controllare i commerci con i celti della Gallia Cisalpina, senza avere il dazio alla mediazione commerciale etrusca, Dioniso lanciò un ambizioso progetto di colonizzazione dell’Adriatico.

Oltre ad Ankón, in Italia Dioniso fondò infatti Adría (attuale Adria), in Dalmazia Issa (attuale Lissa) e in Albania Lissos (attuale Alessio). Dionisio inoltre favorì la fondazione, da parte dei cittadini di Paro, della colonia di Pharos (attuale Cittavecchia), nell’isola di Lesina, ove è ricordata anche l’esistenza di Dimos (l’attuale città di Lesina). La colonia siracusana di Issa a sua volta fondò Tragyrion (attuale Traù), Korkyra Melaina (attuale Curzola) ed Epetion (attuale Stobreč, sobborgo di Spalato). Tragyrion, infine, potenziò l’emporio greco di Salona. L’Adriatico, per alcuni decenni, rimase così sotto completo controllo siracusano.

Questo progetto fu anche l’occasione, per Dioniso, per liberarsi di quantità industriali di scontenti e oppositori politici, che con le buone e con le cattive, furono spediti nelle nuove città, tra cui l’ammiraglio Filisto, il possibile costruttore della Fossa Filistina, il canale artificiale per regolare il corso del Po, che corrispondeva grosso modo all’attuale Adigetto da Rovigo fino a Botti Barbarighe, da dove poi proseguiva in direzione nord-est fino a sfociare presso l’attuale Pellestrina.

I coloni siracusani di Ankón, però, dopo qualche anno, si trovarono davanti a un problema imprevisto: le falde acquifere della città erano insufficienti a dissetare tutti gli abitanti. Per cui, dovettero sin dall’inizio provvedere a realizzare una serie di cunicoli che captavano le acque delle sorgenti del Conero, per poi distribuirle nella città.

Questo primitivo acquedotto, dopo parecchi chilometri in gallerie scavate a mano nella roccia sfociava poco al di sopra del porto alimentando quella che oggi è conosciuta come la Fonte del Filello o fonte Greca nei pressi del Palazzo degli Anziani. Successivamente questo sistema è stato ampliato e dotato di complesse cisterne di smistamento delle acque chiamate Chiocce dai vecchi fontanieri.

Il termine Chioccia deriverebbe dalla leggenda della gallina dalle uova d’oro: in gergo La Chioccia (Gallina) sarebbe la cisterna mentre le Uova d’Oro sarebbero i rami dell’acquedotto che partivano dalla cisterna centrale. L’accostamento tra acqua e oro fa capire come, in tempi passati, le risorse idriche fossero il bene più prezioso.

Di fatto, queste cisterne svolgono un ruolo molto simile a quello dei castellum aquae dell’antica Roma, dove l’acqua che ridistribuivano l’acqua proveniente dagli acquedotti. nei vari distretti della città in base alle diverse esigenze.

Infrastruttura che crebbe con gli anni, diventando una sorta di città sotterranea parallela a quella esistente sopra al suolo, ma di cui, paradossalmente, si hanno notizie certe solo dal Quattrocento, Nella seconda metà del 1800 queste strutture vennero potenziate e migliorate, recuperando una parte dell’antico acquedotto di Santa Margherita. Acquedotto distrutto nel 1799, probabilmente collegato con le falde del Conero grazie a dei cunicoli: solo negli ultimi anni si è riusciti a capire le reali dimensioni di quest’opera idraulica.

Ora, cosa visitare di questa interessantissima infrastruttura idrica ? Il primo luogo è proprio accanto a uno dei simboli di Ancona, la Fontana del Calamo, il cui nome sembra derivare dalla parola latina Càlamus, “Canna”, a testimonianza che si era dominati da un ambiente di tipo palustre.

Demolita nel 1503, venne ricostruita, in stile rinascimentale-manierista, su disegno dell’architetto Pellegrino Tibaldi fra il 1559 e il 1560 e realizzata da maestranze recanatesi. Si presenta come una lunga serie di tredici riquadri separati da volute, incentrati su altrettanti mascheroni gettanti acqua, da cui deriva la comune denominazione di Fontana delle Tredici Cannelle. I mascheroni, di cui 12 bronzei ed il centrale in pietra, raffigurano satiri e sileni. Quello centrale è sormontato dal bassorilievo del Cavaliere all’assalto, emblema della città di Ancona.

Accanto alla fontana, vi una piccola porta che conduce all’interno di una cisterna, da cui in passato venivano alimentate le tredici cannelle. Scendendo delle facili scalette, ci si trova all’interno di uno spazio diviso in due e allestito con dei pannelli esplicativi che raccontano la storia delle varie cisterne, di come venisse raccolta e distribuita l’acqua in Ancona, dandone un quadro generale.

Il secondo luogo è in piazza Stamira, dove, da un tombino, si scende in una cisterna formata da diverse gallerie collegate tra di loro e da 11 vasche collegate tra di loro grazie a degli archi ribassati e nell’insieme occupano 2.000 mq di superficie.

Infine, vi sono i cunicoli di Viale della Vittoria, a cui si accede da un tombino verticale di 2 metri d’altezza, una volta era chiamato Piana degli Orti perché, prima della sua edificazione, era una zona dedicata all’agricoltura. Probabilmente i cunicoli sottostanti servivano ad irrogare l’acqua nei campi sovrastanti e proprio per questo, l’estensione della cisterna di viale della Vittora è molto più ampia rispetto alle altre.

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