Palazzo Caprini

Per chi non lo sapesse, la Spina di Borgo era un insieme di edifici di Roma posti tra castel Sant’Angelo e la piazza San Pietro, posti dove adesso è via della Conciliazione.

Dopo la realizzazione voluta da papa Alessandro VI nell’imminenza del Giubileo del 1500 della via Alessandrina, con le successive trasformazioni chiamata dai romani via di Borgo Nuovo, gli edifici di Borgo erano delimitati da due strade (convergenti a forma di cuneo) chiamate Borgo Nuovo quella a nord, e Borgo Vecchio, quella a sud. Ne derivò un assetto urbanistico dalla forma triangolare allungata con la punta rivolta verso castel Sant’Angelo, che per la somiglianza con quella della spina di un circo romano, prese il nome di “Spina di Borgo”.

Per motivi di traffico, ossia facilitare l’accesso dei pellegrini a San Pietro, gli antenati dei redattori di Roma fa Schifo ne caldeggiarono per secoli la demolizione: tra le tante proposte fatte in tal senso, vi furono quelle di Carlo Fontana nel 1692, Cosimo Morelli, l’architetto di Palazzo Braschi, nel 1776 e Giuseppe Valadier rilevabile da un disegno del 1812.

Alla fine, a favore della demolizione si schierò uno dei grandi sostenitori del piccone risanatore, ossia Mussolini, il quale commissionò a Marcello Piacentini e Attilio Spaccarelli il progetto urbanistico di via della Conciliazione.

I lavori cominciarono nel 1936, poi a causa delle vicende della guerra la demolizione andò a rilento, finché, la Democrazia Cristiana, in occasione del Giubileo del 1950, mise il turbo ai lavori.

L’intervento novecentesco causò la perdita di buona parte del tessuto urbano del rione di Borgo, con la demolizione del palazzo dei Convertendi, del palazzo Jacopo da Brescia, del palazzo del Governatore, del palazzo Alicorni, del palazzo Rusticucci-Accoramboni (di Carlo Maderno) e della chiesa di San Giacomo a Scossacavalli.

I palazzi dei Convertendi, Jacopo da Brescia, Alicorni e Rusticucci sono stati ricostruiti più o meno liberamente, utilizzando nella ricostruzione elementi degli edifici demoliti. L’antica chiesa di San Lorenzo in Piscibus subì trasformazioni radicali e fu inglobata all’interno di nuovi edifici, mentre l’oratorio di Santa Maria Annunziata in Borgo (La Nunziatina) fu ricostruito sul lungotevere Vaticano.

Intorno al vuoto ottenuto dagli sventramenti furono mantenuti, a nord, il palazzo Torlonia-Giraud e la chiesa di Santa Maria in Transpontina, oltre ad un isolato ottocentesco; a sud il palazzo dei Penitenzieri, il palazzo Serristori e una porzione del palazzo Cesi-Armellini. Alcuni elementi decorativi degli edifici scomparsi (come il portale e la loggia del palazzo dei Convertendi) furono reimpiegati nelle nuove costruzioni o trasferiti altrove. La fontana del Maderno, sita in piazza Scossacavalli (al centro del rione), fu collocata davanti alla basilica di Sant’Andrea della Valle; la fontana dei Delfini, posta da papa Pio IX sul fronte orientale della “Spina”, fu trasferita nei Giardini Vaticani. Alle testate ottocentesche del Poletti, situate sull’estremità orientale, si sostituirono due palazzi più grandi, con colonne e fontane, mentre a ovest, verso piazza San Pietro, prevalse il progetto di due avancorpi con loggiati aggettanti verso il centro della strada.

PalazzoDeiConvertendiAScossacavalli1920

Tra le tante storie sui luoghi perduti della Spina, spiccano quelle legate al palazzo dei Convertendi, fu prima sede dell’Ospizio di Convertendi, una sorta di casa famiglia per i protestanti che volevano convertirsi alla fede cattolica, poi della Congregazione delle Chiese Orientali, il dicastero che si occupa di favorire la crescita, salvaguardare i diritti e il patrimonio liturgico, disciplinare e spirituale delle comunità cattoliche orientali di rito armeno, bizantino, copto e siro: cioè quelle che, dopo lo scisma del 1054, ruppero con i patriarchi ortodossi d’oriente (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme) e tornarono in piena comunione col Pontefice Romano, mantenendo però la loro liturgia e il loro diritto ecclesiastico.

Ebbene, questo palazzo è l’ultima fase di una complessa evoluzione: verso la metà del XV secolo ai margini nord-ovest della piccola Piazza Scossacavalli in Borgo esisteva una casa, chiamata “della Stufa”. Una Stufa (dalla parola tedesca stube), era qualcosa tra un bagno romano e una sauna moderna, e veniva spesso frequentata da artisti, i quali potevano schizzare liberamente i nudi degli avventori. Nel 1500 la casa fu venduta al protonotario apostolico Adriano (o Alessandro) de Caprineis, appartenente alla nobile famiglia Caprini di Viterbo.

In quegli anni, il Papa Alessandro VI Borgia andava perseguendo il suo progetto di aprire una nuova strada tra Castel Sant’Angelo e San Pietro. I privati disposti a costruire edifici alti almeno 5 canne (11 m ca.) lungo il nuovo percorso, chiamato dal nome del papa via Alessandrina e poi Borgo Nuovo e inaugurato nel 1500, ottenevano privilegi speciali, come esenzioni fiscali. Il Caprini adempiette a tale obbligo acquistando una porzione di un’altra casa vicino alla stufa ed erigendo un piccolo palazzo progettato da Donato Bramante. L’edificio doveva essere ancora incompiuto il 7 ottobre 1517, quando il Caprini lo vendette per 3.000 ducati a Raffaello. L’artista ne completò la costruzione, spese lì gli ultimi 3 anni della sua breve vita, dipingendo fra l’altro in quelle stanze la Trasfigurazione, e morendo lì il 6 aprile 1520.

In realtà, Raffaello, probabilmente non gradiva molto vivere in quel palazzetto: probabilmente lo aveva comprato solo per affetto nei confronti dello zio e per la sua vicinanza al suo principale luogo di lavoro; sappiamo come nel dicembre del 1519 avesse acquistato i diritti di enfiteusi su un terreno posto all’angolo tra via Giulia e via dei Cimatori, che avrebbe dovuto accogliere due palazzi ben distinti, di cui il primo, con la fronte su “strada Julia”, destinato ad abitazione e bottega dell’artista, e il secondo, probabilmente, per appartamenti d’affitto.

Qui Raffaello avrebbe potuto sfruttare al meglio i contatti che gli offriva il quartiere dei Fiorentini, pullulante di artigiani altamente specializzati e di personaggi facoltosi, che si sarebbero ben presto potuti trasformare in altrettanti committenti di opere prestigiose.

Con una mentalità che potremmo definire già manageriale, Raffaello avrebbe sottolineato, con la sua nuova “casa d’artista” in via Giulia, il suo ruolo e la sua dignità intellettuale nella Roma cinquecentesca. Il destino volle altrimenti…

Che importanza aveva Palazzo Caprini? Di fatto primo esempio di ciò che viene definito “palazzetto alla romana”, ovvero una tipologia abitativa ideata da Bramante stesso, destinata a personaggi di minore importanza che gravitavano attorno alla figura papale e non potevano permettersi grandi palazzi, ma non rinunciavano a una residenza di rappresentanza. Tipologia edilizia che sarà replicata in tutte le salse da Cinquecento all’Ottocento, a cominciare dallo stesso Raffaello, che lo imitò nel palazzo Jacopo da Brescia, nel palazzo palazzo Branconio dell’Aquila, nel palazzo Vidoni Caffarelli e palazzo Alberini.

Questo gli diede l’autorevolezza di un modello, ripreso da vari architetti del ‘500 (palazzo Porto di Palladio, Palazzo Uguccioni a Firenze) e nelle epoche artistiche successive.

Palazzo_caprini

Che aspetto aveva? Difficile a dirsi. Paradossalmente, nonostante l’importanza, ne abbiamo un’idea vaga, grazie a incisioni e disegni dei contemporanei: una stampa di Antoine Lafréry del 1549, disegni di Jean de Cheveniéres e di Andrea Palladio (1541 ca.), di Domenico Alfani (Natale 1581), di Ottavio Mascherino e da un affresco nelle Logge di Gregorio XIII in Vaticano eseguito da Antonio Tempesta e Matteo Brill… Immagini purtroppo tra loro contraddittorie e che non coincidono i dati ottenuti durante le demolizioni di via della Conciliazione.

Ad esempio, secondo Lafréry, l’edificio aveva tre finestre su Piazza Scossacavalli e cinque su Borgo Nuovo. Secondo quanto rilevato negli anni Trenta, l’edificio aveva il fronte principale lungo Borgo Nuovo, con 3 finestre lungo Piazza Scossacavalli e 2 lungo Borgo Nuovo. L’unica cosa abbastanza chiare è come l’edificio si articolasse su due piani: il piano terra era decorato con bugnato, con bugne ottenute mediante un processo denominato “di getto”, che Bramante aveva ricreato osservando i resti romani di Colle Oppio.

Le bugne non erano ottenute sbozzando la pietra, ma mescolando in una cassaforma pozzolana, calce e altri materiali. Tecnica, che permettendo di risparmiare tempo e denaro, ebbe un immediato successo nella Roma del Cinquecento, tanto da essere adottata da Palazzo Massimo alle Colonne, eretto nel 1532 da Baldassarre Peruzzi; solo che nel Palazzo Caprini, essendo sperimentale, durò molto, molto poco, tanto che nel 1581, le bugne risultavano essere scomparse.

Nel bugnato si aprivano il portale e le porte dei negozi, sormontato dalle piccole finestre di un soppalco. Questo piano costituiva il “podio” del piano superiore, che adottava l’ordine dorico. Questo piano era caratterizzato da colonne sormontate da una trabeazione con architrave e un fregio decorato da triglifi e metope. Fra le campate del piano superiore erano inserite balaustre. La costruzione era poi conclusa da un attico di servizio le cui finestre erano aperte nel fregio dorico della trabeazione.

4 pensieri su “Palazzo Caprini

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