Diomede e il Commercio Miceneo

Diomede1

Di solito, quando si parla di Diomede, la memoria torna alle vicende della guerra di Troia, oppure al canto ventiseiesimo dell’Inferno, dove Dante lo piazzò tra i consiglieri fraudolenti, a fare da muta spalla di Ulisse.

Pochi ricordano invece il suo Nostos, il ritorno a casa da Ilio, che forse comprende le vicende più affascinanti del suo mito: appena lasciate le coste della Troade, l’eroe dovette subire la vendetta della dea Afrodite, che mesi prima aveva ferito in battaglia, perchè aveva osato mettersi in mezzo nel duello tra lui ed Enea.

Dopo essere spinto da una tempesta sulle coste della Licia e fuggito per il rotto della cuffia all’ira di Lico, che voleva sacrificarlo a Zeus per vendicare la morte di Sarpedonte, Diomede rischiò di finire linciato ad Atene; fuggito dal porto del Falero l’eroe, improvvisamente, trovò il vento a favore. Così tirando un sospiro di sollievo, si diresso verso la sua patria d’origine, Argo, dove ebbe però una pessima sorpresa: né sua moglie Egialea, né i suoi sudditi lo ricordavano più, in quanto Afrodite aveva cancellato il suo ricordo dalla loro memoria.

Così, straniero in patria, decise di andarsene in esilio in Italia, insieme ai suoi compagni: Acmone, Lico, Idas, Ressenore, Nitteo, Abante. In questo viaggio, Diomede, da feroce guerriero, si trasformò in una sorta di eroe civilizzatore, insegnando alle popolazioni locali la navigazione e l’addomesticamento ed allevamento del cavallo e fondando decine di città, tra cui Vasto (Histonium), Andria, Brindisi, Benevento, Argiripa (Arpi) presso l’attuale Foggia, Siponto, presso l’attuale Manfredonia, Canusio (Canosa di Puglia), Equo Tutico (Ariano Irpino), Drione (San Severo), Venafrum (Venafro) e infine Venusìa (Venosa). La fondazione di quest’ultima città, come lo stesso toponimo (da Venus) ricorda, coincise con il tentativo inutile di ottenere il perdone da Afrodite, in seguito al quale si stabilì in Italia meridionale e si sposò con la figlia del Re del popolo dei Dauni: Evippe.

Stretto fu il rapporto tra l’eroe e la Daunia. Il primo contatto con questa terra si ebbe con l’approdo alle isole che da lui avrebbero preso il nome di Insulae Diomedee (le isole Tremiti). Sbarcò quindi nell’odierna zona di Rodi, sul Gargano alla ricerca di un terreno più fecondo e si spostò a sud dove incontrò i Dauni, che prendevano il nome dal loro re eponimo, Dauno, figlio di Licaone e fratello di Enotro, Peucezio e Japige.

Diomede si guadagnò le simpatie di Dauno il re che “pauper aquae agrestium regnavit populorum” e dopo avergli prestato valido aiuto nella guerra contro i Messapi, per il suo alto valore militare – victor Gargani – ebbe in sposa la figlia Evippe (secondo alcuni si chiamava Drionna, secondo altri Ecania) ed in dote parte della Puglia – “dotalia arva”-, i cosiddetti campi diomedei, “in divisione regni quam cum Dauno”. Fu allora che fondò Siponto, detta così dal nome greco sipius, a motivo delle seppie sbalzate sulla riva da onde gigantesche.

Nei pressi del Gargano gettò in mare tre grandi sassi che aveva raccolto a Troia e questi riemersero sottoforma di isole: le Tremiti.

Virgilio nell’Eneide ci racconta che i Latini e i Rutuli, bisognosi di alleati per scacciare Enea dalla loro terra, chiedono aiuto a Diomede, ricordando i trascorsi tra i due eroi. Diomede, però sorprende gli ambasciatori a lui pervenuti, rifiutando di combattere il suo antico nemico ed anzi invocando la pace tra i popoli.

Sentendosi prossimo alla morte, l’eroe decise di abbandonare i suoi domini e si trasferì alle Tremiti, dove trascorse i suoi ultimi giorni vivendo in una grotta: dopo essere sceso nell’Ade, Afrodite, secondo Virgilio per vendetta, secondo altre fonti per compassione, trasformò i suoi fedeli seguaci, affranti e inconsolabili per la perdita del loro capo, in uccelli, conosciuti ancora oggi come Diomedee.

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Mito che forse nasconde il ricordo, nell’età arcaica, di quelle che erano le rotte commerciali micenee nell’Adriatico. Consideriamo un momento i siti dei loro principali ritrovamenti archeologici in Italia:

  • nella zona del Delta del Po: a Frattesina, sul Po di Adria, un antico ramo deltizio del Po, a Legnago, lungo il tratto finale del fiume Adige, e a Torcello, nella Laguna veneta;
  • nelle Marche: ad Ancona, a Treazzano di Monsanpolo, presso la foce del fiume Tronto, e a Cisterna di Tolentino;
  • in Puglia: nella Grotta di Manacore e a Coppa Nevigata (nei pressi di Siponto), sul Gargano, a Roca Vecchia (si può ricordare anche una località pugliese sullo Ionio: lo Scoglio del Tonno, nei pressi di Taranto);
  • nella costa dalmata: a Capo San Niccolò e nell’isola di Brazza;
  • nelle isole di Pelagosa.

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Vi è una fortissima correlazione tra questi luoghi e quelli citati nella leggenda di Diomede. Rotte commerciali che seguivano almeno tre principali rotte. La prima, molto banalmente, traversava il canale di Otranto, per giungere in Puglia e risalivano lunga la costa, sino al Gargano e alla Capitanata; negli empori elladici, si scambiavano i beni prodotti in Grecia o provenienti dall’Oriente, con l’olio locale, che i micenei utilizzano per la produzione degli unguenti esportati in Siria ed Egitto, con la lana e i formaggi provenienti dall’Abruzzo, tramite i tratturi della transumanza.

Se la lana alimentava l’industria della tessitura elladica, i cui panni venivano esportati in Anatolia, i formaggi invece erano destinati alle tavole di Pilo e di Micene.

La seconda rotta, era invece diretta nell’Adriatico settentrionale, sulle cui coste terminavano sia via dell’ambra, che partiva dal mar Baltico, sia dello stagno, che iniziava dalla Cornovaglia e dalla Germania.

Per giungervi, i micenei evitavano quindi la costa adriatica occidentale, da Brindisi al Cònero, per l’assenza di porti naturali: Tito Livio la chiama importuosa Italiae litora e Strabone definisce i litorali adriatici occidentali alímenoi (ἀλίμενοι), ossia “importuosi”. Gli antichi navigatori risalivano invece questo mare lungo le sue coste orientali, partendo da Kòrkyra (l’odierna Corfù) e poi procedendo lungo l’articolatissima costa dalmata, ricca di ripari, sino a giungere all’estremo nord dell’Adriatico e riscendendo lungo la costa occidentale.

La terza rotta, invece, all’altezza dell’attuale città di Zara affrontavano il mare aperto facendo rotta verso il promontorio del Conero e continuavano a procedere verso nord sino a giungere nell’area del delta del Po.

L’attraversamento dell’Adriatico in corrispondenza del Cònero era scelto perché questo promontorio si spinge verso la costa dalmata, rendendo più breve l’attraversamento del mare e assumendo anche la funzione di traguardo visivo per i navigatori provenienti da est. Nella rotta di ritorno, invece, il traguardo visivo era garantito dalla visibilità del monte Drago, sui monti Velèbiti. In questo modo il tratto di mare aperto senza visibilità della costa era ridotto al minimo.

Questa rotta, oltre a facilitare il contatto con i terramaricoli e castellieri, si collegava alle vie commerciali interne che collegavano il Tirreno, in cui si era diffusa la thalassocrazia nuragica, all’Adriatico e permettendo così l’accesso alle risorse metallifere della Toscana

2 pensieri su “Diomede e il Commercio Miceneo

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