Raffaello Architetto (Parte IV)

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Tornando a parlare di Raffaello architetto, accenno a un’opera controversa, Palazzo Vidoni Caffarelli. Fu costruito tra il 1515 ed il 1536 per Bernardino Caffarelli, esponente della famiglia che ha dato nome al grande parco sull’Appia, nato in orgine come una loro tenuta, inglobando edifici preesistenti appartenenti a una vasta proprietà della famiglia nel rione Sant’Eustachio. La facciata dell’edificio originario corrisponde oggi a una porzione di quella su via del Sudario. La sopraelevazione dell’ultimo piano e i vasti ampliamenti dell’edificio appartengono infatti a fasi di costruzione più tarde.

Intorno alla meta del ‘700,per difficoltà economiche, il Palazzo fu alienato al cavaliere Giovanni Antonio Coltrolini, la cui vedova, signora Vittoria Toppi, ne cedette, poco più di vent’anni dopo, la proprietà al cardinale Giovanni Francesco Stoppani.

Il conte Alessandro Schinchinelli, suo erede, lo vendette poi al cardinale Pietro Vidoni, al quale si deve il nome del Palazzo, che ospitò personaggi illustri, tra cui la regina di Spagna, Cristina di Borbone, e i cardinali Gioacchino Pecci, in seguito papa Leone XIII, e Giuseppe Sarto, il futuro papa Pio X, ricordati negli stemmi pontifici nel cortile.

Successivamente il Palazzo fu acquistato dal duca Carlo Giustiniani Bandini, per cambiare di proprietà più volte nel corso di pochi anni: dapprima, agli inizi del 1900, fu della famiglia Vitali; poi del marchese Guglielmi; nel 1924 fu alienato allo Stato italiano e ceduto, a parziale indennizzo dell’espropriazione del Palazzo Caffarelli sito sul Campidoglio, alla Germania, che ne fece la propria ambasciata.

Fu, poi, la sede amministrativa del partito nazionale fascista, che lo rinominò Palazzo del littorio; nelle sue sale, il 2 ottobre 1925, agli albori della dittatura, fu firmato l’accordo tra Confindustria e Confederazione delle corporazioni fasciste che di fatto eliminò il sindacato libero. Alla fine della Seconda guerra mondiale fu requisito dagli alleati per insediarvi il comando francese; in ultimo, nel 1947, fu restituito allo Stato italiano, che lo destinò a uffici ministeriali.

Chi è l’architetto autore di tale palazzo ? Secondo il Vasari, il progetto sarebbe stato commissionato a Lorenzo Lotti, detto “il Lorenzetto”, discepolo di Raffaello Sanzio,in seguito si ritenne che il grande maestro fosse l’autore del Palazzo.

Tale ipotesi, che pure ebbe sostenitori come Stendhal, Giuseppe Tomassetti e Renato Bonelli è stata, però, avversata dall’architetto Arnaldo Schiavo per mancanza di prove certe; tuttavia, nel cortile del Palazzo, in una lapide apposta dal cardinale Pietro Vidoni a ricordo della visita ricevuta dall’imperatore Carlo V d’Asburgo, si può leggere l’attribuzione della paternità della costruzione del Palazzo all’artista di Urbino.

In realtà, la questione è più nominalistica, che di sostanza: la realtà di inizio Cinquecento è ben diversa dall’idea romantica dell’arte, con l’archetipo del grande artista unico e indiscusso creatore delle proprie opere. In realtà, la bottega di Raffaello era una sorta di manifattura, dove l’Urbinate, per stare dietro a tutte le richieste, per le commissioni che riteneva meno prestigiose, si limitava a buttare giù il grosso, per poi lasciare il lavoro di fino ai collaboratori.

Se questo valeva sia per i quadri, sia per gli edifici: nulla vieta che Raffaello abbia buttato giù il progetto di massima di Palazzo Caffarelli, per poi lasciarne quella di dettaglio a Lotti.

Di fatto, l’opera è in perfetta continuità con quanto elaborato da Bramante per Palazzo Caprini e da Raffaello per i suoi primi palazzetti. Di fatto, l’architetto, chiunque sia stato, ha dovuto affrontare due problemi: regolarizzare un insieme di edifici diversi tra loro, integrando le loro piante interne e omologarli con una facciata unica, che estende in orizzontale la facciata del Palazzetto Jacopo da Brescia.

La facciata presentava sette campate con il piano terreno trattato come un basamento bugnato a fasce orizzontali in tufo di colore scuro, che accentuava la fuga prospettiva lungo via del Sudario, in cui si alternavano finestre a timpano triangolare e porte di rimessa; effetto che veniva accentuato dalla scansione ritmica delle semicolonne doriche del piano superiore, alternate con finestre rettangolari architravate.

Dovendo accentuare la dimensione orizzontale rispetto a quella verticale, l’architetto rinunciò fregio con metope, ponendo sopra alle colonne direttamente la trabeazione; nel Settecento, però questa impostazione lineare fu parzialmente alterato dalle sovraelevazioni.

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