Raffaello Architetto (Parte VI)

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Uno dei principali committenti privati di Raffaello fu Agostino Chigi, banchiere del Papa e uomo ricchissimo e dalla vita affascinante, chiamato, dal Sultano ottomano, «il grande mercante della cristianità».

Agostino, detto fra noi, aveva guadagnato talmente tanto oro, prestando denaro alla Santa Sede, da permettersi il lusso di fregarsene altamente delle convenzioni sociali dell’epoca: mentre era ancora sposato con Margherita Saracini, da cui non ebbe figli, prese come amante la bellissima e raffinata cortigiana Francesca Ordeaschi (o Ardeasca), conosciuta a Venezia. A distanza di alcuni mesi dalla morte della prima moglie, Francesca entrò ufficialmente nella splendida Villa Chigi, progettata da Baldassarre Peruzzi lungo le rive del Tevere, divenendone a tutti gli effetti l’invidiata, ma indiscussa première dame.

Per celebrare il loro amore, Agostino commissionò a Raffaello l’illustrazione della favola di Amore e Psiche tratta da Le metamorfosi di Apuleio in quella che verrà in seguito denominata Loggia di Psiche, al pianterreno della Villa. Dopo diversi anni di rapporto more uxorio, Agostino sposò la madre dei suoi figli il 28 agosto 1519, con rito officiato dallo stesso Leone X.

Quello tra Agostino Chigi e Francesca Ordeaschi rappresentò un matrimonio rivoluzionario: una donna dai trascorsi per l’epoca discutibili, era riuscita a sposare uno degli uomini più influenti del tempo. Un uomo che, per amor suo, aveva persino mandato a monte le trattative di nozze con la nobile Margherita Gonzaga, il cui blasone avrebbe dovuto portare ulteriore lustro alla famiglia Chigi.

In quello che era il tempio dell’amore tra Agostino e Francesca, a Raffaello non furono commissionate solo pitture, ma anche opere d’architettura.

Per prima cosa, l’Urbinate si occupò della sistemazione del giardino, il viridarium, la cui composizione si collegava armoniosamente con le stesse forme architettoniche della villa attraverso i due avancorpi laterali della facciata del fabbricato, con le festose decorazioni floreali della Loggia di Amore e Psiche, opera di Giovanni da Udine. Le straordinarie rappresentazioni di piante del Nuovo Mondo, quali il mais, gli zucchini, la zucca maggiore e quella muschiata, il fagiolo comune, piante officinali, piante da frutto, ma anche specie ornamentali ed esotiche furono realizzate con l’intento di stupire e di suscitare l’ammirazione del visitatore e per mostrare agli ospiti, dignitari della corte pontificia, e allo stesso pontefice, la magnificenza e la raffinatezza del proprietario Chigi.

I giardini della villa rinascimentale digradavano con rive scoscese e padiglioni, una grotta adibita a peschiera e terminavano con una loggia sul fiume, usata come exedra (sala da pranzo). Al termine di uno dei sontuosi banchetti nel 1518 si vuole che le stoviglie d’oro fossero state gettate nel fiume (per essere poi presumibilmente recuperate da reti nascoste).

Purtroppo tutto ciò fu distrutto nel 1882, per la costruzione degli argini del Tevere, tuttavia da un paio di disegni rinascimentali, la struttura della Loggia pare simile a quella della prima fase costruttiva del Ninfeo di Genazzano, il che potrebbe essere un indizio a favore della sua paternità bramantesca.

Sempre nella Farnesina, Raffaello realizzò un’ulteriore opera, purtroppo distrutta anche questa nel 1808, ossia le Scuderie Chigi. Verso il 1511-1512 Giulio II e Bramante cominciarono a tracciare la parte di via della Lungara a nord della Villa Farnesina e a rinnovarla con palazzi sontuosi per renderla bella come via Giulia. Il nuovo tracciato cominciava con il terreno che Chigi aveva acquistato nel 1510; egli promise al papa di erigervi le scuderie, affidando l’incarico all’urbinate.

Le scuderie, strutturate in tre navate con una scala retrostante, sono note unicamente da disegni. Al dorico pianterreno seguivano un piano nobile con un ordine corinzio e finestre a balcone e un attico. Si sono conservati soltanto lo zoccolo con i piedistalli, le basi delle paraste doppie e la parte inferiore dei campi ciechi, dietro ai quali erano situate le stalle.

Paradossalmente, l’unica commissione di Agostino Chigi a Raffaello che rimasta in piedi è la sua cappella funebre, a Santa Maria del Popolo, ispirata sia all’architettura del Bramante, sia a quella classica. L’Urbinate concepì un cubo sormontato da una cupola emisferica, poggiante su un tamburo abbastanza alto dal quale penetra la luce tramite aperture.

Alla cappella si accede attraverso un arco aperto alla navata laterale della Basilica di Santa Maria del Popolo; l’interno è uno spazio semplice, scandito da tre arcate cieche che completano, con quello dell’ingresso, lo schema quadrato ed arricchito da nicchie destinate ad accogliere sculture e dipinti, oltre che le tombe di Agostino Chigi e di altri membri della famiglia, caratterizzate dalla forma piramidale, desunta forse da architetture funerarie classiche.

Se la pianta della cappella ricorda la forma dei piloni centrali del progetto bramantesco per San Pietro, il tamburo e la cupola citano invece quelli di San Pietro in Montorio; come in San Pietro il diametro della cupola è maggiore dell’ampiezza degli archi di sostegno che configurano la pianta quadrata con angoli smussati e che quindi sostengono la cupola su pennacchi trapezoidali, che erano una delle caratteristiche dell’impianto bramantesco, il che fa pensare come la sua idea statica, se sostenuta da piloni opportunamente dimensionati, poteva reggere, nonostante le critiche successi di Sangallo.

La decorazione a mosaico, di ispirazione neoplatonica, realizzata dal veneziano Luigi Da Pace nel 1516, fu fatta su indicazione di Raffaello: sul registro inferiore la personificazione dei segni dello zodiaco, su uno sfondo blu che simula il colore del cielo. L’interno della cupola in particolare imita il disegno delle cornici radiali di quella di San Pietro in Montorio, ma stavolta in stucco dorato. Al centro della cupola un finto oculo con la rappresentazione dell’Eterno, motore immobile dell’Universo.

Le paraste, le trabeazioni e l’uso policromo dei marmi richiamano quelli del Pantheon, mentre il portale d’ingresso alla Cappella, l’arco e le paraste degli stipiti sono ripresi dal Tempio di Adriano, rispecchiando l’ideale raffaellesco non di recuperare l’architettura antica, ma di superarla, pur utilizzando lo stesso linguaggio, con imponenza e ricchezza di decorazioni, moltiplicando i punti di vista e rendendo lo spettatore coautore partecipe della costruzione dello spazio.

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