Sant’Orsola dei Negri

dav

Un altro dei gioielli barocchi poco noti di Palermo, anche perché fa degli orari di apertura, come dire, poco turistici, dal lunedì al venerdì dalle 7.30 alle 11.00, è la chiesa di Sant’Orsola dei Negri, dove si può ammirare il Serpotta meno solare e più “gotico”.

La compagnia di Sant’Orsola o dell’Orazione della Morte di Palermo fu fondata, secondo il canonico palermitano Antonino Mongitore il 5 novembre 1564 nella chiesa dei Santi Quaranta Martiri al Casalotto, dove aveva in uso una cappella intitolata alla Santa.

Chiesa, quella dei Quaranta Martiri, che si erge sopra una catacomba paleocristiana e che purtroppo, dopo i danni subiti a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, è ridotta ai minimi termini ed è un vero peccato, essendo anche una testimonianza topografica dell’antica Balarm: proviene probabilmente dall’unione dei nomi “Guzet” e “Luzet”, ovvero le antiche denominazioni quartieri che si trovavano in questa zona, poi accorpati nel rione Il Capo in epoca araba. Qui anticamente si trovava la “Porta di Bebilbacal” che consentiva il passaggio dalla città vecchia alla città nuova nella parte meridionale del Monastero della Martorana.

La compagnia di Sant’Orsola, era nota come quella dei Negri a causa del caratteristico abito scuro adoperato per le processioni che serviva a distinguere chiaramente ogni associazione laicale dalle altre e a metterle in evidenza, per esempio, durante le processioni.Difatti nel 1569 l’uso esclusivo di quel colore venne difeso con forza allorché la compagnia di Sant’Angelo pretese di indossare un abito analogo.

L’emblema di tale confraternita comprendeva la Croce con gli strumenti della Passione di Cristo posta sul Golgota, sormontante un teschio (plausibilmente come da tradizione quello di Adamo) sotto cui stanno le anime del Purgatorio anelanti.

Nel 1571 si aggregò quindi alla compagnia romana dell’Orazione della Morte, adottandone gli stessi scopi, ossia il seppellire defunti dell’Albergheria e all’assistenza degli incurabili dell’ospedale San Bartolomeo, quello del loggiato, di cui ho parlato altre volte.

Come sa bene chi a scuola ha studiato i Sepolcri di Foscolo, all’epoca non esistevano cimiteri pubblici, per cui era fondamentale poter aderire ad una confraternita che garantiva preghiere, tumulazione e sepolcro; però, aderire a una confraternita, implicava dei costi che molti non potevano permettersi.

Per cui, chi era più povero e di basso livello sociale finiva abbandonato a se stesso e agli sforzi della propria famiglia. Con la loro attività volontaria i confratelli di Sant’Orsola, così come i romani, sopperivano a questa carenza e la raccolta delle offerte serviva a garantire le spese per il trasporto della salma al più vicino luogo di sepoltura.

A Roma era anche previsto che ogni terza domenica del mese si celebrasse l’orazione delle Quarant’Ore, inoltre la compagnia di Sant’Orsola era tenuta (o meglio teneva molto, per ragioni di prestigio) a partecipare alla principale delle celebrazioni pubbliche in città, ovvero quella del Corpus Domini, che all’epoca svolgeva lo stesso ruolo del nostro Festino di Santa Rosalia.

I suoi capitoli furono confermati dall’Arcivescovo di Palermo nel 1581 e vi si stabilì, fra le altre cose, che ogni nuovo componente non dovesse essere né anziano né troppo giovane, cioè con meno di ventiquattro anni, «né povero tanto che non (…potesse) spender il tempo agli esercizii della Compagnia», e che non fosse affiliato ad altra compagnia se non a quella di San Tommaso, con cui Sant’Orsola era evidentemente in sintonia, e che non fosse maestro o lavorante, dichiarando implicitamente in questo modo che i confratelli avrebbero dovuto appartenere ad uno status sociale elevato, una sorta di club per nobili e ricchi borghesi palermitani.

L’attività principale dei confratelli fu quasi subito la raccolta delle elemosine finalizzate ai loro scopi, tra cui la celebrazione di messe di suffragio in favore delle anime dei defunti e il solenne funerale che si teneva ogni primo lunedì del mese. Di notevole fama erano anche gli apparati nella festività dei morti per la quale «si fa ogni anno solenne e magnifica festa (…) gareggiando nella splendezza della paratura e nella quantità dei lumi e nella scelta della musica colla Chiesa di S. Matteo, che celebra uguale solennità».

Proprio questa attività mise in contrasto la Compagnia di Sant’Orsola con l’arciconfraternita dei Miseremini in San Matteo (altra importante associazione laicale del ’500 nella cui insegna erano pure le Anime del Purgatorio) che si vedeva sottrarre, pena la scomunica, la mansione principale a cui si dedicava, ossia la raccolta delle elemosine, per altro molto remunerativa. Di conseguenza i due organismi si affrontarono legalmente per gran parte del XVII secolo finché la questione fu risolta stabi lendo che i Negri raccogliessero le elemosine il lunedì e i Miseremini il venerdì.

Ora, dato il prestigio dei membri della Compagnia, la vecchia chiesa dei Quaranta Martiri apparve presto una sede insufficiente: per cui, vicino a questa, fu deciso di costruire una chiesa che rispondesse al rango dei confrati.

Così, il cantiere di Sant’Orsola inizio verso il 1610 ma fu concluso nelle strutture principali solo intorno al 1662 a cui segui la consacrazione nel 1666. Sono documentati finora taluni interventi decorativi interni tra il 1671 e il 1672 ad opera dello stuccatore Francesco Di Genova e dei marmorari Giovan Battista Firrera e Baldassare Pampillonia; infine dal febbraio del 1696, fu affidato a Giacomo Serpotta l’incarico di sovraintendere alla decorazione a stucco della chiesa e pertinenze.

Cosa vedere di Sant’Orsola ? Partiamo da un dato interessante: a causa dei legami con la confraternita dell’Urbe, molto della sua architettura riprende il barocco romano, a cominciare dalla facciata, articolata da nervature orizzontali di coppie di paraste in pietra naturale, doppie per la coppia che delimita il vano del portale, che culminano in una massiccia trabeazione che separa i due ordini. Il portale è caratterizzato da tre teschi scolpiti sull’architrave che richiamano la pietosa attività di sepoltura svolta dalla Compagnia dei Negri. Sulle lesene laterali è ricorrente l’elemento decorativo dell'”anima purgante”.

Nel secondo livello le coppie interne sono costituite da lesene che delimitano una cornice che inscrive un finestrone centrale riccamente decorato da angeli ai lati e sormontato da timpano ad arco. Ai lati due logge angolari con balaustre, sulla destra l’unica completata da un terzo ordine e adibita a campanile.

Nel frontone triangolare una figura umana avvolta dalle fiamme ed altri elementi decorativi ricordano la caducità dell’esistenza umana e la redenzione dell’anima attraverso l’espiazione del peccato. Le cimase presentano decorazioni con volute, sul vertice della prospettiva campeggia un teschio come monito e memoria di traguardi e aspettative future dell’esistenza vissuta nel peccato.

Il richiamo al barocco romano è ancora più accentuato all’interno, dove Giacomo Amato, uno dei primi della numerosa genia di preti architetti del Seicento panormita, ispirato da Borromini impostò uno spazio navata unica con cappelle laterali comunicanti, i cui altari furono arricchiti dai quadri dei principali pittori siciliani dell’epoca, come Zoppo di Gangi, Pietro Novelli, Antonio Manno, Giuseppe Patania.

Giacomo Serpotta, come capo cantiere, impostò lo schema generale della decorazione e delegò la maggior parte della sua realizzazione ai suoi assistenti più fidati, Bartolomeo Sanseverino e Gaspare Firriolo, che si occuparono del grosso della navata.

dav

Al primo, è forse attribuibile la decorazione del presbiterio e della macchina d’altare nella quale sono da segnalare i due telamoni, curvi sotto il peso della struttura che devono sostenere e i gruppi scultorei in stucco raffiguranti putti, angeli e nembi della calotta absidale, che contemplano una grande raggiera in stucco dorata, nella è inscritta il triangolo trinitario con la scritta Jahvè.

dav

Al Firriolo è invece attribuibile la decorazione della navata, con gli ovali che incorniciano figure di sante patrone palermitane: Santa Lucia, Santa Cristina, Sant’Agata, Santa Ninfa, Sant’Oliva e Santa Rosalia della bottega di Pietro Novelli.

Giacomo Serpotta, personalmente, si riservò la decorazione di quelle che erano considerate le cappelle principali della chiesa: quella delle Anime del Purgatorio e quella di Sant’Orsola, che fu trasformata nell’Ottocento in quella di San Girolamo.

Nelle due pareti di fondo delle due cappelle il Serpotta propone, probabilmente influenzato dalla precedente collaborazione con Giacomo Amato nell’oratorio di San Bartolomeo (oggi distrutto), uno schema molto diffuso a Roma, con un’edicola con frontone curvilineo e al di sotto due angeli che, sostenendo la tela, richiamano l’attenzione dello spettatore. Le cornici sono sostenute agli angoli da tralci vegetali, di vite nella cappella delle Anime Purganti e di ulivo nell’altra, che sembrano uscire direttamente dalle pareti.

Nella Cappella delle Anime Purganti, le pareti laterali presentano una decorazione speculare: su ognuna due putti sostengono una ghirlanda di fiori che inquadra un ottagono, che, probabilmente, avrebbe dovuto essere completato da un affresco; al di sopra di ciascun riquadro è posto uno scheletro, disteso, caratterizzato da un modellato particolarmente realistico.

Questa spettacolarizzazione della Morte consente al Serpotta di richiamare i compiti della Compagnia. Di notevole impatto la contrapposizione fra l’anatomia rotonda dei putti e la crudezza nella rappresentazione dello scheletro. Al di sopra, con un andamento che segue la volta a botte, un tondo sormontato da un mascherone. Nei due tondi contrapposti troviamo i teatrini nei quali sono rappresentati, probabilmente, due momenti della vita di Elia, il Profeta nutrito dall’angelo ed Elia e l’altare di fuoco, che dovevano illustrare il nostro destino di morte, la vita eterna di Cristo e la sofferenza delle anime del purgatorio.

Cappella

Per quanto riguarda la cappella di Sant’Orsola, la decorazione comprendeva anche due teatrini relativi al Viaggio e al Martirio della Santa, distrutti all’epoca della trasformazione della cappella in quella di San Girolamo.

dav

A Procopio Serpotta toccò invece la decorazione dell’Oratorio, ornato di stucchi riproducenti putti, festoni e ghirlande, ossa e teschi. Nella lunetta una stele affrescata sormonta il dipinto Trionfo di Sant’Orsola, opera di Giacomo Lo Verde (attribuito a Pietro Novelli) proveniente dalla primitiva Compagnia di Sant’Orsola. Affreschi, dipinti raffiguranti scene di vita della martire, medaglioni riproducenti le attività del sodalizio, decorazioni e il simbolo dei «Negri» arricchiscono soffitti e pareti.

cripta

Dato che a Giacomo Serpotta non piaceva lasciare nulla a metà, con la sua bottega si occupò anche della decorazione della cripta, dove si seppellivano e mummificavano i confrati. Data la finalità dell’ambiente, il buon Giacomo mise da parte i consueti motivi naturalistici per lasciare spazio a macabri scheletri e ossa penzolanti.

Un pensiero su “Sant’Orsola dei Negri

  1. Pingback: San Matteo dei Miseremini | ilcantooscuro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...