Le ceramiche di Castelli

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Pochi lo sanno, ma l’Abruzzo, tra il Cinquecento e il Settecento, fu tra i principali produttori europei di maioliche. In particolare, in tale comparto produttivo, si distinse in particolare il paesino di Castelli, in provincia di Teramo, posto sulle falde sud-orientali del Gran Sasso d’Italia.

Questo fu dovuto sia dalla buona fattura delle maioliche, ricche di decorazioni dai colori vivaci e di citazioni della classicità e della grande pittura dell’epoca, sia all’economicità dei prodotti, dovuta a innovativi sistemi produttivi.

In particolare, si distinsero la bottega della famiglia Grue, specializzata nella produzione di ceramiche per i monasteri e per gli avvocati, che introdusse nel tempo nuove tecnologie nella colorazione della maiolica, e i Gentile, che lavorarono soprattutto per committenze nobiliari.

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La principale testimonianza della loro arte è nella chiesa di San Donato a Castelli, definita dallo scrittore Carlo Levi la Cappella Sistina della Maiolica, per il soffitto interamente costituito di tavelle decorate a maiolica, di dimensioni 20×40 cm, in circa 1000 (attualmente 800) esemplari, risalenti al 1615-1617 circa.

I maiolicari castellini, infatti si riunirono in una confraternita, che svolgeva anche il ruolo di associazione di categoria e vollero rappresentare l’alto pregio raggiunto dalla loro maestria, decorando una chiesa locale.

In realtà nelle origini i mattoni vennero usati per il pavimento, ma dato che il camminarci sopra dei fedeli li stava rapidamente rovinando, vennero poi smontati e rimontati sul soffitto per non perdere la qualità dell’opera.

Inoltre non tutte le mattonelle sono originali, perché con il restauro del 1968, quando alcune erano ormai molto logorate e necessitanti di restauro, furono spostate nella raccolta del Museo della ceramica, e sostituite con delle copie. Interessante in questo soffitto è la presenza di temi geometrici dal ricercato effetto a trombe d’oeil, a triangoli, a lacunari, a rosoni, con ricchi motivi floreali e bucolici dell’arte cinquecentesca, con motivi vegetali, umani e animali, e varie scene dell’Antico Testamento, come il nodo di re Salomone, e gli stemmi delle famiglie nobili che avevano in feudo Castelli e Teramo.

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Altra grande testimonianza della loro arte è il cosiddetto vasellame farmaceutico Orsini-Colonna, che trae il nome da una bottiglia biansata che si trova a Londra nelle collezioni del British Museum, sulla quale è raffigurato un orso che abbraccia una colonna, mentre una scritta commenta :

ET SARRIMO BONI AMICI (saremo buoni amici)

Vasellame commissionato come regalo agli invitati al matrimonio fra Marcantonio di Ascanio Colonna, futuro eroe di Lepanto, e Felice Orsini, avvenuto nel 1552, che celebrava la definiva pacificazione tra le due litigiose famiglie romane

I vasi, numerosissimi, sono tutti destinati a uso farmaceutico, e sono di forma chiusa, ad eccezione di un piatto e di una coppa. Non costituiscono un unico corredo, bensì una tipologia. I corredi che ne fanno parte devono essere parecchi, poiché vi compaiono diversi emblemi. Le forme (brocche, vasi biansati su piede alto, albarelli, bottiglie) sono elaborate, con manici a torciglioni e becchi a drago, ed erano in origine fornite di coperchio. Lo smalto è lucido e vetroso, i colori vistosi basati sul blu intenso, il verde e il giallo arancio.

La decorazione accessoria è quanto mai varia, di tipo vegetale stilizzato, mentre quella principale consiste soprattutto in busti maschili e femminili variamente abbigliati. Vi ricorrono però anche uomini e donne a figura intera, animali e scene vere e proprie di carattere storico, allegorico, mitologico. Fra gli stemmi, immediatamente riconoscibili vi sono quelli degli Orsini e dei Pappacoda. Il cartiglio farmaceutico, con il nome del preparato medicinale, si trova generalmente nella parte inferiore del vaso, e la scritta è quasi sempre in caratteri gotici, meno spesso in caratteri latini.

Dove sono le più importanti raccolte della ceramica di Castelli? in giro per il mondo, spicca quella dell’Ermitage, mentre in Italia spiccano il Museo delle Ceramiche, proprio a Castelli, Museo Paparella-Treccia Devlet a Pescara, nell’elegantissimo edificio liberty di villa Urania, e la collezione Acerbo a Loreto Aprutino.

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Collezione che prende il nome proprio da Giacomo Acerbo, il promotore della famigerata legge elettorale e organizzatore dell’omonima coppa automobilistica, che si correva a Pescara, fascista alquanto anomalo, sostenitore del patto di pacificazione con i socialisti e oppositore sia delle leggi razziali, sia dell’alleanza con la Germania nazista, che nel 1936 comprò da Diego Aliprandi de Sterlich, Marchese di Cermignano, la sua collezione di maioliche, aggiungendole a quelle di famiglia, a cui, nel tempo, seguì l’acquisto delle collezioni Bonanni e Quartapelle.

Sul mercato antiquario compie in seguito significative acquisizioni e, durante gli anni della sua attività politica, riceve numerosi regali. La collezione raggiunge così il numero di 570 pezzi e viene allestita in forma museale nel 1957.

L’allestimento della allora “Galleria delle Antiche Ceramiche Abruzzesi” fu affidata all’architetto Leonardo Palladini; le maioliche vennero così ordinate e divise secondo un criterio solo in parte cronologico, privilegiando piuttosto la corrispondenza di soggetti, forme e colori che si mescolassero fra loro per offrire una piacevole vista d’insieme. Secondo lo stesso criterio furono realizzati i particolari dell’arredo architettonico interno, i caminetti nella seconda e nella sesta sala e le mattonelle in maiolica a cornice dei pavimenti. Per dipingere le pareti fu scelto un colore nella tonalità del verde, così da mettere in maggiore risalto le maioliche; le vetrine furono pensate con grande linearità per valorizzare il contenuto.

La Galleria, alla sua apertura, ebbe come direttore Carlo Tereo, il quale curò la schedatura di tutti i materiali esposti e per molto tempo si dedicò ad accompagnare i visitatori nel museo. Negli anni successivi fu possibile visitare la Galleria solo sporadicamente e sempre su richiesta, fino a quando nel 2000 la Fondazione dei Musei Civici di Loreto Aprutino riaprì al pubblico il Museo Acerbo delle Ceramiche di Castelli.

Il pezzo più antico della collezione è il mattone che raffigura una donna, esposto nell’angolo di una parete della sala 1: il mattone è datato XVI secolo, faceva parte del gruppo di mattoni del soffitto della chiesa di San Donato a Castelli, e fu donato al barone Acerbo dal parroco Augusto Nicodemi nel 1948.

Accanto la mattone sono esposti alcuni piatti realizzati da Francesco Grue, databili XVII secolo, decorati in istoriato castellano, scene riferibili ad episodi storici con raffigurazioni contemporanee ed elaborate, ricche di particolari, con diverse sfumature di colore, si riconoscono l’incontro tra Asdrubale e Massinissa, quello tra Ciro il Giovane e Lisandro, ma anche l’episodio di Alessandro Magno che copre il corpo di Dario III. Tutte queste scene nella loro calligrafica esecuzione dei particolari di figure umane e animali sono rappresentate in primo piano sul cavetto dei piatti, mentre sulle tese è dato largo spazio alla riproduzione di fregi di armi o grottesche. Allo stesso periodo appartengono gli albarelli decorati in stile compendiario, dove si riconoscono i tratti di pennello che incorniciano le figure centrali. A differenza dell’istoriato, i colori utilizzati sono generalmente blu e il giallo, talvolta il verde, con i quali vengono create piccole cornici intorno a figure o simboli di ispirazione religiosa, e vengono delimitati i cartigli che ne indicano il soggetto dipinto.

Nella sala 1 si scoprono le mattonelle ex voto con raffigurazioni di Santi, come San Zopito patrono di Loreto, San Massimo d’Aveia patrono di Penne, Sant’Emidio protettore contro i terremoti, o la Madonna del Rosario di Bernardino Gentile il Vecchio, del 1672. La devozione popolare viene lette anche con le acquasantiere, piccoli oggetti dalle elaborate forme che gli artisti decoravano con eleganza, a partire dal XVII secolo, non solo per le chiese, ma anche per le case e le cappelle private. Nel XVIII secolo gli artisti decorano gli oggetti raffinando il tema dell’ornato del paesaggio di sfondo, inserendo querce, montagne, edifici, rovine greco-romane, definiscono meglio i colori fondamentali: 5 ossia verde, giallo, arancione, blu e manganese, che nelle loro sfumature arricchiscono il disegno dando profondità e leggerezza alle figure.

L’ornamento del paesaggio compare nei piatti e tazze di servizi da tavola, da caffè, in mattonelle e tondi, qui si riconoscono le opere di Nicola Cappelletti. Nel periodo si rielaborano i temi mitologico classici e quelli religiosi tratti dalla Bibbia, come nei vasi della sala 1; vi si rappresentano anche le immagini di Tritone, delle Nereidi, di Pan, e delle storie della vita di Cristo. Interessante nella sala accanto la mattonella di Susanna e i vecchioni di Liborio Grue, cui applicò la tecnica della lumeggiatura in oro. Di Carmine Gentile si conserva un mattone del Trionfo di Bacco e Arianna del 1742, altre sue opere sono la Diana al bagno, in cui l’artista è evidente che mostri sempre attenzione equilibrate tra colori e volumi. Nella sala 3 c’è il tema sacro, con la mattonella della Madonna col Bambino della bottega Grue, con elegante cornice dorata, entro una teca si conserva la vaschetta frigidaria istoriata, con episodi della vita di re David, opera della bottega Grue della metà del XVII secolo, con decorazioni a motivi floreali e lumeggiatura in oro.Altre opere sono le mattonelle con le Storie del Vecchio e Nuovo Testamento di Francesco Antonio Grue, le fiasche da pellegrino di Nicola Grue, e la mattonella della Madonna col Bambino e San Giovannino di F. A. Grue.

Nella sala 5 ci sono le opere di Gesualdo Fuina, altro artista castellano, attivo tra il XVIII-XIX secolo, introducendo nuovi modi dell’ornato, riconoscibili dall’uso del colore rosso a terzo fuoco, i soggetti prediletti sono piccoli mazzi di fiori, farfalle, figurine isolate che spiccano sullo smalto bianco, realizzati su forme che ricordano gli originali in metallo; di interesse le zuppiere con le prese dei coperchi in forma di frutti o verdure, delicate le basi per i servizi da scrittoio. Nella sala 8, l’ultima, si trova la mattonella della Caccia al cervo di Carlo Antonio Grue, cui si ispirarono i maestri Gentili per le scene di caccia all’orso. Oltre a questa, si trovano le opere del tardo Fuina, con i soggetti semplici della natura e i mazzi di fiori, per lo più servizi da cucina e da thè.

La colonna dell’Immacolata di Palermo

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Nonostante la pessima fama, dovuta all’impegno messo contro l’evasione fiscale, l’amministrazione austriaca si impegnò nel rendere più bella Palermo; una degli interventi urbanistici più importanti, fu il Piano Imperiale, la nostra Piazza San Domenico, realizzato nel 1724 e chiamato così perchè pagato di tasca propria dall’imperatore Carlo VI d’Asburgo.

Non badando a spese, Carlo VI commissionò il tutto a uno degli architetti barocchi più in voga nella Palermo dell’epoca, il buon Tommaso Maria Napoli, autore tra l’altro della misteriosa e affascinante Villa Palagonia di Bagheria, nota come “villa dei mostri”, che tanto scandalizzò Goethe.

Tommaso era un frate domenicano: dopo avere studiato architettura a Napoli e a Roma, si trasferì nella Repubblica di Ragusa, dove collaborò alla ricostruzione del locale duomo, danneggiato da uno dei tanti terremoti che funestano i Balcani.

Entrò poi al servizio di Eugenio di Savoia, con la funzione di ingegnere militare, e collaborò con il generale nelle sue numerose campagne contro i turchi, cosa che da una parte gli fece approfondire la conoscenza del barocco viennese, dall’altra rafforzò il suo legame con gli Asburgo.

Tornato in Sicilia, data la sua esperienza e la gloria militare, fu nominato architetto e ingegnere militare del Senato di Palermo nel 1711; ovviamente, quando arrivarono gli austriaci, fu coperto di ogni onore, diventando Architetto Reale.

Tommaso, per il Piano Imperiale, concepì uno spazio monumentale e chiuso, ben più ampio dell’attuale Piazza San Domenico, il “Taglio di Via Roma” del 1906-09 stravolse infatti la configurazione originale della piazza e le diede l’aspetto che oggi conosciamo, dominato dalla severa facciata di San Domenico, ispirata al Barocco Romano.

Facciata che Tommaso aveva progettato su tre piani, divisi da cornicioni con modanature: i primi due erano animati da paraste in pietra viva, mentre il terzo comprendeva i due campanili laterali e una balaustra a colonnine, che delimitava un frontone ad arco rialzato.

Inoltre, come contrappunto alla facciata, nel centro del Piano Imperiale aveva ipotizzato la presenza di un’altra colonna monolitica, posta su un basamento decorato, su cui era posta la statua della Virgine: colonna che Tommaso, da buon domenicato, propose di dedicare all’Immacolata Concezione, che all’epoca era ben lungi dall’essere dichiarato dogma.

A proclamarlo, fu infatti Pio IX l’8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, a seguito di una discussione parecchio animata tra teologi e cardinali, tanto che papa Mastai, cosa assai rara nella storia moderna della chiesa cattolica, decise di valutare il parere collegiale dei vescovi, in una sorta di referendum, in cui vinsero i sì.

Dogma, ricordiamolo, visto che c’è un poco di confusione sul tema, che afferma come Maria sia l’unica creatura a essere nata priva del peccato originale e che in quanto madre di Dio, per speciale privilegio non abbia commesso nessun peccato, né mortale né veniale, in tutta la sua vita. Dogma che è esclusivamente cattolico, visto che anche i fratelli ortodossi, hanno un punto di vista diverso sul tema: affermano infatti che Maria venne purificata dall’ombra, del pur minimo, peccato, totalmente e solo al momento del concepimento di Cristo.

Allora perché questa scelta da parte di Tommaso? Perché la chiesa palermitana, da tempi immemorabili, se ne trovano tracce anche nei racconti degli strani musulmani di Balarm, era una sostenitrice sfegatata della tesi dell’Immacolata Concezione.

Nel 1439, al Concilio di Basilea era stato l’arcivescovo di Palermo Niccolò Tedeschi a sostenere che Maria era stata concepita senza peccato. Il canonico e storico Antonino Mongitore racconta che addirittura già nel 1323 la Conceptioni di Maria era festa di precetto a Palermo, attestando in tal modo che la sua devozione nel capoluogo siciliano risultava persino allora così antica da «non sapersi l’incominciamento». Il Senato dell’isola fece voto di difendere la dottrina dell’Immacolato Concepimento e si impegnò a onorarne la festa con una degna celebrazione. Ebbe così origine il «rito delle cento onze», somma donata al convento di San Francesco inizialmente per arredare la Cappella Senatoria, uno dei momenti identitari della città di Palermo.

Per cui, una colonna del genere, per l’architetto, era un ottimo modo per ottenere l’approvazione del pubblico locale. Ovviamente, Carlo VI, che, ricordiamolo, era chi teneva i cordoni della borsa, sempre alla ricerca del consenso della brontolona nobiltà locale, approvò in pieno.

I lavori per erigere la colonna cominciarono proprio l’otto dicembre del 1724, il giorno dell’Immacolata; in quell’occasione il senato Senato di Palermo, rinnovò il precedente giuramento pro dogma, con il cosiddetto “patto di sangue” di difendere la verità dell’ “immacolato concepimento di Maria Santissima”, sino all’ultima goccia del proprio sangue.Nel 1725 Tommaso morì all’improvviso: il suo posto, nella direzioni dei lavori fu preso da Giovanni Biagio Amico, anche lui prete.

Giovanni, ritenendo troppo severa la facciata concepita da Tommaso, la ingentilì aggiungendo delle colonne e le statue in stucco dei santi domenicani, realizzate da Giovanni Maria Serpotta, nipote del più famoso Giacomo.

In più, intervenne sulla colonna dell’Immacolata: ne ridusse l’altezza, perché i padri domenicani chiesero di vedere l’immagine della Madonna mentre celebravano messa nell’altare maggiore della chiesa, attraverso la grande finestra centrale del prospetto principale.

In compenso, Giovanni si sbizzarrì nel decorare il basamento, concepito come un semplice appoggio da Tommaso, ponendo ai suoi piedi una scalinata in pietra di Billiemi di forma quadrata ad ogni estremità della quale troviamo statue marmoree che raffigurano angeli con le ali, ossia Gabriele, Raffaele, Michele e Uriele.

Ai piedi della colonna inizialmente vi furono collocate due statue in bronzo raffiguranti l’Imperatore Carlo VI e sua moglie Elisabetta Cristina di Brunswick, i finanziatore dell’opera. Ovviamente, quando arrivarono nel 1735 i Borboni, queste statue non vennero considerate più politicamente opportune e furono sostituite con quelle di Carlo III e della moglie Maria Amalia di Sassonia

Queste ultime durarono fino al 1848 quando, durante la rivoluzione, furono abbattute e fuse per ricavarne dei cannoni. Infine nel 1950 furono erette le due statue che ancora oggi si possono ammirare, con la raffigurazione dei papi Pio IX e Pio XII, perché artefici dei dogmi dell’Immacolata concezione nel 1854, e dell’Assunzione nel 1950.

Il 13 ottobre 1954, in occasione del Congresso Mariano della Sicilia, per iniziativa del cardinale Ernesto Ruffini, iniziò la consuetudine di infiorare la statua nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione l’ 8 Dicembre e un vigile del fuoco, ogni anno, depone ai piedi della statua della Vergine un serto di fiori a nome della cittadinanza.

Fermo sotterranea

Riprendendo il mio viaggio nelle Marche misteriose, oggi faccio una tappa a Fermo: a differenza di Ancona, non esistevano nei monti vicini sorgenti che, canalizzate, potessero dissetare tutti i suoi abitanti. Al contempo, le falde acquifere erano inferiori al necessario.

Per ovviare al problema, ai tempi dei romani, i fermani dovettero inventarsi un modo per captare in maniera efficace l’acqua piovana, realizzando un ampio e complesso sistema di cisterne. Le principali, le cosiddette Grandi Cisterne, situate sotto in un’area piuttosto vasta che racchiude via Paccarone, via di Vicolo Chiuso, via degli Aceti, largo Maranesi e parzialmente sotto l’ex convento di monaci domenicani adiacente alla Chiesa di San Domenico, area dove probabilmente sotto vi era il foro della città romana.

Dall’esterno la struttura non è visibile perché su di essa sono state costruite diverse abitazioni private. L’ingresso alla struttura è stato ricavato in età moderna da via degli Aceti, passaggio realizzato in concomitanza con la costruzione del convento nel 1210. Esiste anche un ingresso secondario da Vicolo Chiuso, normalmente adibito a scala di emergenza. L’unica scala di epoca romana è visibile solo dall’interno della struttura, la sua uscita è stata in epoca recente murata.

Lo spettacolo delle Grandi Cisterne è impressionante: ampie 2200 metri quadri, con una portata massima di circa 15.000 mc, sono articolate in trenta camere disposte su tre file parallele, realizzate in opus caementicium nelle pareti laterali e con i muri divisori realizzati con i mattoni disposti secondo la cosiddetta muratura a sacco, ossia ricoprendo il calcestruzzo con mattoni.

Proprio questi laterizi ci hanno permesso di datare la costruzione delle cisterne: su uno di questi è stato trovato il bollo, il marchio di fabbrica, per capirci, Quinti Clodi Ambrosi. La sua fornace era attiva intorno al 40 d.C. ad Aquileia e i suoi mattoni venivano esportati per mare in tutti i porti dell’Adriatico, dall’Istria all’Epiro, dalla Dalmazia al Piceno.

Le mura erano poi impermeabilizzate con opus signinum, il nostro cocciopesto, che, come scrive Vitruvio, veniva impiegato soprattutto nella fabbricazione di cisterne, acquedotti, piscine termali perché consono all’impermeabilizzazione della malta di calce. Il terreno, leggermente in pendenza, lasciava defluire l’acqua verso due grandi condutture in piombo. Le volte a botte avevano, ad hanno tutt’ora, sistemi di areazione che permettevano il ricambio d’aria e all’acqua di rimanere potabile. Diversi condutture incanalavano poi all’acqua piovana in queste cisterne. Ovviamente le cisterne non venivano riempite completamente: solitamente l’acqua rimaneva ad un’altezza di 50 cm per cui erano facilmente percorribili per la manutenzione.

Di tutto ciò rimangono 15 pozzetti di aerazione e ispezione, i canali di scolo per la depurazione e le due tubature in piombo di diversa dimensione che permettevano la distribuzione dell’acqua attraverso le fontane della città.

Nel periodo longobardo, le Grandi Cisterne furono progressivamente abbandonate e riempite con detriti, tranne sei che divennero le cantine del convento domenicano: durante la Seconda Guerra Mondiale, furono anche utilizzate come rifugi antiaerei, tanto che sulle pareti si notano ancora le scritte “Calma, uscita” risalenti all’epoca.

Intorno al 1960 finalmente tutte le sale vengono ripulite dai detriti accumulati nei secoli che avevano reso l’accesso a molti ambienti impossibile, rivelando una struttura praticamente intatta dopo 2000 anni, che, sino al 1980 è anche parzialmente utilizzata per la raccolta dell’acqua destinata al consumo cittadino, con approvvigionamento di acque provenienti dalle sorgenti dei monti Sibillini.

Una costruzione analoga, dello stesso uso, coeva ed altrettanto ben conservata, ma di minori dimensioni, si trova all’ingresso di Piazza del Popolo, a poche centinaia di metri di distanza dalle Cisterne, ma ad un livello altimetrico superiore. Attualmente questa struttura è conosciuta con il nome di Piccole cisterne e su di essa poggia parte del Palazzo comunale.

Sulla collina dei Girifalco, nei pressi del tempio di Giove Ottimo Massimo, vi erano due cisterne: la prima è il cosiddetto “Pozzo del tempio pagano” o “pozzo dei misteri”, sotto la chiesa paleocristiana nella Cattedrale del Girfalco: ha una profondità di 12 metri ed un diametro tra gli 80 e i 90 centimetri.

Sul fondo del Pozzo si diramano due cunicoli ortogonali: uno verso Nord e l’altro verso Sud. Recenti scavi hanno mostrato come sia infondata l’ipotesi di questa fosse in qualche modo collegata con le Grandi Cisterne

L’altra cisterna scoperta nel 1927, durante i lavori del serbatoio del Consorzio Idrico, si trova all’estremità Est del Girfalco ed era alimentata molto probabilmente dalle acque piovane. E’ costituita da quattro ambienti non comunicanti in laterizio, voltati a botte e molto simili alle grandi cisterne.

La terza cisterna è quella del cosiddetto Teatro Romano, sul versante Nord del Girfalco, in via del Teatro Antico. E precisamente nei sotterranei del Collegio degli artigianelli di don Ricci, si conserva un vano nel quale doveva insistere una piccola cisterna epuratoria, che era alimentata dall’acquedotto sotterraneo proveniente dal sottosuolo del Teatro

Raffaello Architetto (Parte V)

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Giannozzo Pandolfini, come vescovo, diciamola tutta, farebbe impallidire molti contemporanei: di fatto, era molto più abile e interessato nel seguire i proprio interessi finanziari e mercantili, che a dedicarsi alla cura delle anime.

Questo talento, però, gli era stato utile nel fare carriera nella curia pontificia, dove era una sorta di ministro delle finanze: ruolo che lo fece premiare da Sisto IV, con la sede episcopale di Troia, in Puglia, dove Giannozzo si recò ben poco. In compenso, a differenza di suoi colleghi, non sperperò le sue rendite ecclesiastiche, ma, con investimenti oculati, le moltiplicò.

Ovviamente, con l’ascesa al trono pontificio di Leone X, fiorentino come lui, il ruolo di Pandolfo si accrebbe: tra i tanti incarichi che gli furono affidati, vi era quello di gestire i conti della Fabbrica di San Pietro. In tale occasione, conobbe Raffaello, con cui strinse una forte amicizia, tanto che il pittore lo ritrasse tra i personaggi dell’Incoronazione di Carlo Magno nella Stanza dell’Incendio di Borgo.

Come tutti coloro che avevano fatto carriera nella curia, Giannozzo doveva testimoniare il suo status sociale con un’opportuna dimora, che fece erigere a Firenze. Per risparmiare, però, invece che nel centro cittadino, scelse la zona nord, oltre il convento di San Marco e l’Annunziata. considerata periferica e in parte ancora destinata all’uso agricolo, sede soprattutto di ospedali e istituzioni religiose.

In particolare, identificò un lotto lungo la via di San Gallo, il prolungamento del cardo romano lungo direttrice verso il passo della Futa e quindi Bologna e il Nord-Italia. In quest’area esisteva infatti l’antico monastero di San Silvestro, abitato da monache benedettine dette le Santucce, che nel XV secolo era così in crisi da essere arrivato a contare una sola suora, perciò i suoi beni erano stati incamerati dal vicino monastero di Sant’Agata. L’edificio era invece passato alla compagnia dell’arcangelo Raffaello e, dal 1447, ai frati di Montesenario, i quali, avevano affittato un casale e una vigna allo stesso Giannozzo.

Il vescovo tanto ruppe le scatole a Leone X che ottenne l’autorizzazione ad acquistare a prezzo scontato i beni ecclesiastici su via San Gallo (che appartenevano alla diocesi) a patto che fosse mantenuto il luogo consacrato dell’oratorio, che infatti venne inglobato nel palazzo come cappella privata, sebbene dotata anche di un ingresso esterno.

Risolte queste pratiche burocratiche, Giannozzo dovette trovare un architetto tanto prestigioso, quanto economico: per cui si rivolse a Raffaello, che si stava facendo una fama nell’edilizia privata di prestigio e che certo, per amicizia, non avrebbe preteso cifre esose.

Raffaello, dato che Giannozzo teneva i cordoni della borsa della Fabbrica di San Pietro, accettò senza troppi problemi: in più, proprio essendo l’area periferica, l’Urbinate, senza il timore di diversi confrontare con i modelli fiorentini della tradizione quattrocentesca, poteva continuare con le sue sperimentazioni derivate dal linguaggio bramantesco.

Però Raffaello, a causa di San Pietro, di Villa Madama e delle redditizie commesse romane, non poteva recarsi a Firenze: per cui, delegò la direzione dei lavori nel 1516 a un suo assistente di fiducia, Giovanfrancesco da Sangallo, nipote di Giuliano, che lavorava a San Pietro sia come soprastante e misuratore nel cantiere, dove era stato assunto anche in quanto «in geometria et aritmetica peritus», sia come fornitore di materiali edili, di macchinari e di «per certi instrumenti da misurare de architectura».

Dato quindi il suo ruolo, come dire, ingegneristico, è probabile che Gianfrancesco si sia realizzare le indicazioni di Raffaello, anche dopo il 1520, anno della morte dell’Urbinate. Nello stesso periodo, Gianfrancesco, sempre a Firenze, sposò Fioretta di Bartolomeo di Giovanni de Grasso, da cui ebbe due figli, Paolo e Lorenzo, i quali alla morte del padre ebbero per tutore lo zio Bastiano da Sangallo.

Nel frattempo Giannozzo nel 1522 rinunciò al vescovado in favore del nipote Ferrando (passaggio ufficializzato solo alla sua scomparsa), per dedicarsi ai suoi interessi a Roma, dove morì tre anni dopo.

Ferrando, ovviamente, si impegnò al completamento del palazzo di famiglia: i problemi però sorsero nel 1530, a causa dell’assedio di Firenze da parte degli imperiali. Da una parte, a causa dell’epidemia di peste, Gianfrancesco tirò le cuoia; dall’altra, essendo il palazzo in mezzo alle linee di tiro di assediati e assedianti, il cantiere subì anche notevoli danni.

I lavori ripresero con la nomina a responsabile dei lavori di Bastiano, fratello di Gianfrancesco, soprannominato Aristotile per il suo carattere serio e pensieroso. Bastiano, però, proprio architetto non era: la sua formazione era stata di pittore, era stato allievo di Perugino e di Michelangelo, aveva collaborato con il cugino Antonio nella progettazione di fortezze militari e divenne famoso come scenografo teatrale.

Per cui, il palazzo rimase incompiuto: nonostante questo, ebbe in città una sua singolare notorietà come centro di cultura, oltre che ai tempi di Ferrante, anche con Filippo (1600 circa), Roberto (1750 circa) ed altri membri della famiglia.

Nel 1620 venne risistemato e allargato il giardino dal senatore Filippo Pandolfini, acquistando alcune proprietà confinanti.

Alla fine del 1700 il cosiddetto “ramo del Palazzo” della famiglia Pandolfini si sarebbe estinto se Eleonora, figlia di Agnolo Pandolfini, non avesse adottato il nipote Alessio Hitrof. Fu lei a far sistemare il giardino secondo la moda romantica dell’epoca e a far costruire una serra per custodire in inverno le collezioni di piante ornamentali. Con lei il palazzo tornò ad ospitare artisti e letterati come nel Rinascimento.

All’interno della lunga e complessa storia dell’edificio si segnala come questo abbia ospitato, negli anni di Firenze Capitale (1865-1871) e della proprietà Nencini, l’ambasciata del Brasile in Italia.

Dal 1870 al 1885 circa fu Alessio Pandolfini a procedere alla ristrutturazione del palazzo tramite l’architetto Cesare Fortini. Venne modificata la scala e fu sostituita la porta esterna dell’antico Oratorio di San Silvestro con una finestra uguale alle altre, così che il piccolo luogo di culto divenne esclusivamente la cappella privata di famiglia. In seguito l’edificio venne sconsacrato e vi fu costruito al suo posto un ingresso collegato all’androne del grande portale monumentale alla romana; gli arredi sacri vennero trasferiti nella vicina chiesa di San Giovanni dei Cavalieri.

La moglie del Conte Alessio, Sofronia Stibbert, si dedicò all’abbellimento del giardino e divenne lei stessa un’esperta giardiniera. Sono famose le sue collezioni di camelie e cinerarie, di cui alcune rarità botaniche furono premiate alla fine dell’800 dalla Società Botanica dell’Orticultura. Il figlio Roberto per la moglie Beatrice Corsini costruì una serra per le orchidee sopra al giardino d’inverno, che fu l’ultima modifica apportata alla splendida residenza dei Pandolfini.

Come era il progetto originale di Raffaello ? Purtroppo è difficile dirsi; probabilmente, come impostazione generale, doveva somigliare a Palazzo Vidoni Caffarelli, con un impianto sviluppato orizzontalmente, articolato su due piani, scanditi ritmicamente da con alterne finestre a timpano triangolare e curvo (quelle al piano superiore a balcone e fiancheggiate da semicolonne).

A differenza del Vidoni Caffarelli, in Palazzo Pandolfini il bugnato in pietra serena e pietra bigia evidenzia gli spigoli, mentre la facciata principale, su via San Gallo, è intonacata color ocra, con i dettagli architettonici che vi “emergono” sottolineati dall’uso della pietra bigia: di fatto, Raffaello e i Sangallo utilizzano un approccio pittorico, basato sul contrasto delle superfici murarie, che scultoreo, incentrato sul rapporto tra volumi e ombre, come a Roma.

Peculiare è il cornicione, sotto il quale spicca l’iscrizione a lettere cubitali che si svolge lungo tutto il perimetro dell’edificio:

Iannoctius Pandolfinius. Eps. Troianus Leonis X et Clementis VII Pont. Max. Beneficiis Auctus a Fundamentis Erexit An. Sal. M.D.XX. Alexius Pandolfinius restauravit An. Sal. MDCCCLXXV

La sfida dell’ICT

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Il modello OSI (acronimo di Open Systems Interconnection, conosciuto anche come modello ISO/OSI), in telecomunicazioni e informatica, è uno standard per le funzioni di comunicazione delle telecomunicazioni o di sistemi informatici stabilito nel 1984 dall’International Organization for Standardization (ISO), il principale ente di standardizzazione internazionale.

Questo nasce da un’esigenza alquanto banale: alla fine degli anni ’70 i leader del settore del networking si ritrovarono di fronte al problema che ognuno aveva realizzato architetture proprietarie e indipendenti, magari estremamente efficienti nel coltivare il loro orticello, ma che non dialogavano tra loro.

Nessun produttore aveva pensato di costruire componenti hardware o software compatibili con le specifiche tecniche di altri fornitori, il che rendeva complicatissimo mettere in piedi reti più evolute e complessi di quella telefonica.

Per uscire da questa babele di dialetti tecnici, serviva definire una sorta di lingua franca comune: per questo l’ISO definito modello standard di riferimento a formato aperto per l’interconnessione di sistemi di computer. Il documento che illustra tale attività è il Basic Reference Model di OSI, noto come standard ISO 7498.

Nel concreto, l’ISO non è mai stato concretamente implementato: al suo posto si affermato la suite IP/TCP e UDP, che pur essendo nata in maniera indipendente, ne condivide la stessa logica di fondo, ossia la suddivisione in layer, i quali insieme eseguono tutte le funzionalità della rete, seguendo un modello gerarchico.

Però, l’ISO è un ottimo modello ideale per comprendere come vanno le cose: semplificando in maniera bieca, i beneamati professori Roveri e Listanti mi sputerebbero giustamente in faccia, la stratificazione, dal basso verso l’alto, va dal cavo, al trasporto dei pacchetti dati, all’intelligenza di rete finalizzata allo smistamento dei flussi di traffico, alle applicazione, in soldoni i software che utilizzano la rete per dialogare tra loro.

In ogni caso, l’ISO ha avuto un importante effetto psicologico su tre o quattro generazioni di ingegneri: gli ha inculcato in testa l’idea, assai sensata, che Telco e Informatica non fossero due mondi distinti, ma che dovessero andare a braccetto.

Idea, che dal 2000 in poi, ha avuto uno spinta concreta per realizzarsi: da una parte, le revenue delle reti di telecomunicazioni sono progressivamente diminuite, per la guerra dei prezzi e la riduzione del valore percepito dagli utenti, che ha costretto le Telco a inventarsi nuove fonti di reddito, dall’altra, la loro progressiva softwarizzazione, ossia, in breve, il grande maestro Tiziano Tofoni mi prenderebbe a schiaffoni a due a due fino a che non diventano dispari, nel leggere tale definizione, le funzioni che in passato venivano implementati da complessi e costosi apparati hardware, sono progressivamente migrati su programmi software che girano su normali e più economici server di mercato.

Questo ha portato alla progressiva realizzazione di Data Center, prima per fornire servizi all’interno, poi per cominciare a rivenderli all’esterno, per mettere tutto a reddito. Processo non certo semplice, perché le società Telco e le società IT, con tutta l’evoluzione dalla colocation al private cloud e al public cloud, sono basate su due diverse visioni del business.

Le Telco presentano tutte le caratteristiche delle società di infrastrutture: hanno una intensità di capitale elevata, operano su mercati locali, servono una clientela che attribuisce il massimo valore all’affidabilità e disponibilità del servizio. Per questo i costi di qualsiasi errore sono molto alti e l’innovazione procede con tempi piuttosto lenti. Il tasso di natalità e mortalità delle aziende è molto basso. Il business model delle Telco è quello caratteristico delle società di infrastrutture: le società continuano ad alimentare costantemente un modello di investimenti indissolubilmente connesso al modello di ricavi: al rallentare dell’intensità degli investimenti, rallentano i ricavi. La creazione del valore deriva dal flusso di cassa che la società è in grado di assicurare nel medio periodo.

Al contrario, le Società IT partono da un criterio completamente differente: sviluppano l’idea di un servizio su cui costruire in modo rapido un’applicazione per attrarre il maggior numero di utenti e raggiungere un elevato livello di adozione. Il valore per il cliente risiede nella capacità di fornire servizi utili prestando molta attenzione all’interfaccia utente (le Telco di fatto non considerano la necessità di focalizzarsi sulle interfacce e, quando lo fanno, non vanno molto oltre la proposta di protocolli ingegneristici di utilizzo dei servizi). Il loro obiettivo è quindi catturare più clienti possibile, con politica di prezzi aggressiva, che garantisce un basso pricing unitario.

Due modelli che cozzano e che spesso e volentieri ha creato, per l’operatore e per il cliente una serie di problemi e di incomprensioni: a questo poi si è aggiunta la concorrenza sempre più spietata degli OTT. Per cui, le Telco si stanno trovando a un bivio: o trasformarsi completamente in società ITC, con forti partnership strategiche con gli OTT, come sta facendo TIM con Google, oppure dismettere i suoi Data Center, per fare cassa e ridurre il personale.

Strada che sta percorrendo Wind Tre con IBM: da quanto so io, perché onestamente non ho mai avuto a che fare con loro come avversari o partner nelle gare che seguo, Wind Tre ha almeno due Data Center, uno per il mercato a Tor Cervara, che tanto male non dovrebbe essere, dato che viene citata la partnership con Supernap, che il suo mestiere lo sa fare bene, e uno a Molfetta, a uso interno, costruito con costruito da pochissimi anni con finanziamenti della Regione Puglia.

Data Center che per IBM, che sta puntando molto sul Public Cloud, ma che ha il suo campus di Milano strapieno, sarebbero buoni come il pane…

Chi ha ragioni tra le due Telco… Non mi pronuncio, perché, ovviamente, sarei di parte…

 

 

Archaeological evidence suggests that Minoan Astronomy had been quite advanced during the 2nd millennium B.C.

Novo Scriptorium

Of the three great cultures of the ancient eastern Mediterranean — the Babylonian, Egyptian, and Minoan — we have considerable knowledge of the astronomy of the first two through their documents. Very little written material, however, has survived from Minoan Crete, but the evidence of other impressive archaeological discoveries implies that the inhabitants were on a par with their neighbors and had made similar advances in astronomy.

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Raffaello Architetto (Parte IV)

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Tornando a parlare di Raffaello architetto, accenno a un’opera controversa, Palazzo Vidoni Caffarelli. Fu costruito tra il 1515 ed il 1536 per Bernardino Caffarelli, esponente della famiglia che ha dato nome al grande parco sull’Appia, nato in orgine come una loro tenuta, inglobando edifici preesistenti appartenenti a una vasta proprietà della famiglia nel rione Sant’Eustachio. La facciata dell’edificio originario corrisponde oggi a una porzione di quella su via del Sudario. La sopraelevazione dell’ultimo piano e i vasti ampliamenti dell’edificio appartengono infatti a fasi di costruzione più tarde.

Intorno alla meta del ‘700,per difficoltà economiche, il Palazzo fu alienato al cavaliere Giovanni Antonio Coltrolini, la cui vedova, signora Vittoria Toppi, ne cedette, poco più di vent’anni dopo, la proprietà al cardinale Giovanni Francesco Stoppani.

Il conte Alessandro Schinchinelli, suo erede, lo vendette poi al cardinale Pietro Vidoni, al quale si deve il nome del Palazzo, che ospitò personaggi illustri, tra cui la regina di Spagna, Cristina di Borbone, e i cardinali Gioacchino Pecci, in seguito papa Leone XIII, e Giuseppe Sarto, il futuro papa Pio X, ricordati negli stemmi pontifici nel cortile.

Successivamente il Palazzo fu acquistato dal duca Carlo Giustiniani Bandini, per cambiare di proprietà più volte nel corso di pochi anni: dapprima, agli inizi del 1900, fu della famiglia Vitali; poi del marchese Guglielmi; nel 1924 fu alienato allo Stato italiano e ceduto, a parziale indennizzo dell’espropriazione del Palazzo Caffarelli sito sul Campidoglio, alla Germania, che ne fece la propria ambasciata.

Fu, poi, la sede amministrativa del partito nazionale fascista, che lo rinominò Palazzo del littorio; nelle sue sale, il 2 ottobre 1925, agli albori della dittatura, fu firmato l’accordo tra Confindustria e Confederazione delle corporazioni fasciste che di fatto eliminò il sindacato libero. Alla fine della Seconda guerra mondiale fu requisito dagli alleati per insediarvi il comando francese; in ultimo, nel 1947, fu restituito allo Stato italiano, che lo destinò a uffici ministeriali.

Chi è l’architetto autore di tale palazzo ? Secondo il Vasari, il progetto sarebbe stato commissionato a Lorenzo Lotti, detto “il Lorenzetto”, discepolo di Raffaello Sanzio,in seguito si ritenne che il grande maestro fosse l’autore del Palazzo.

Tale ipotesi, che pure ebbe sostenitori come Stendhal, Giuseppe Tomassetti e Renato Bonelli è stata, però, avversata dall’architetto Arnaldo Schiavo per mancanza di prove certe; tuttavia, nel cortile del Palazzo, in una lapide apposta dal cardinale Pietro Vidoni a ricordo della visita ricevuta dall’imperatore Carlo V d’Asburgo, si può leggere l’attribuzione della paternità della costruzione del Palazzo all’artista di Urbino.

In realtà, la questione è più nominalistica, che di sostanza: la realtà di inizio Cinquecento è ben diversa dall’idea romantica dell’arte, con l’archetipo del grande artista unico e indiscusso creatore delle proprie opere. In realtà, la bottega di Raffaello era una sorta di manifattura, dove l’Urbinate, per stare dietro a tutte le richieste, per le commissioni che riteneva meno prestigiose, si limitava a buttare giù il grosso, per poi lasciare il lavoro di fino ai collaboratori.

Se questo valeva sia per i quadri, sia per gli edifici: nulla vieta che Raffaello abbia buttato giù il progetto di massima di Palazzo Caffarelli, per poi lasciarne quella di dettaglio a Lotti.

Di fatto, l’opera è in perfetta continuità con quanto elaborato da Bramante per Palazzo Caprini e da Raffaello per i suoi primi palazzetti. Di fatto, l’architetto, chiunque sia stato, ha dovuto affrontare due problemi: regolarizzare un insieme di edifici diversi tra loro, integrando le loro piante interne e omologarli con una facciata unica, che estende in orizzontale la facciata del Palazzetto Jacopo da Brescia.

La facciata presentava sette campate con il piano terreno trattato come un basamento bugnato a fasce orizzontali in tufo di colore scuro, che accentuava la fuga prospettiva lungo via del Sudario, in cui si alternavano finestre a timpano triangolare e porte di rimessa; effetto che veniva accentuato dalla scansione ritmica delle semicolonne doriche del piano superiore, alternate con finestre rettangolari architravate.

Dovendo accentuare la dimensione orizzontale rispetto a quella verticale, l’architetto rinunciò fregio con metope, ponendo sopra alle colonne direttamente la trabeazione; nel Settecento, però questa impostazione lineare fu parzialmente alterato dalle sovraelevazioni.

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Evoluzioni future ?

Ulster

Nel 1914, se non fosse avvenuta la Prima Guerra Mondiale, la Gran Bretagna avrebbe dovuto affrontare il problema della possibile guerra civile in Irlanda.

A fine Novecento, l’opposizione nazionalista irlandese si era aggregata attorno all’Irish Parliamentary Party, un partito di centrodestra di ispirazione autonomista. Quattro anni prima, alle elezioni generali del Regno Unito, i Liberali di Lord Asquith avevano perso la maggioranza assoluta, e solo l’appoggio dei parlamentari dell’IPP consentì loro di tornare al governo.

In cambio, l’IPP ottenne l’Home Rule, lo statuto di autonomia per l’Irlanda al ripristino del Parlamento di Dublino. Uno dei primi atti del nuovo governo, pertanto, fu l’abolizione del diritto di veto per la Camera dei Lords, che alla fine dell’Ottocento aveva bocciato un provvedimento affine. Una volta rimosso il veto dei Lords, per la Home Rule la strada era ormai spianata, e il provvedimento fu approvato senza particolari ostacoli.

Questo che sembrava un onesto compromesso, naufragò dinanzi all’opposizione di due opposti estremismi: i nazionalisti irlandesi, che non volevano l’autonomia, ma l’indipendenza, e quello dei protestanti dell’Ulster, che guardavano l’autonomia con il fumo negli occhi.

Questo sia per motivi etnici e religiosi, sia economici: l’economia dell’Ulster era fortemente integrata con quella inglese e scozzese e le industrie di Belfast si tenevano in piedi grazie alle commesse di Londra. Tagliare questo legame e integrarsi con un paese agricolo e ben lontano dall’industrializzazione, avrebbe portato al collasso economico di tutta la borghesia nord irlandese.

Nel 1912, nella più settentrionale delle Quattro Province, quasi cinquecentomila persone firmarono l’Ulster Covenant in opposizione all’autogoverno, e l’anno dopo fu fondato l’Ulster Volunteer Force (UVF), un’organizzazione paramilitare finalizzata alla resistenza armata a ogni proposito di autogoverno. Insomma, sarebbe bastata una scintilla per fare saltare il tutto, ma l’attentato di Sarajevo sembrava avere congelato tutto, almeno sino alla Pasqua di Sangue del 1916, quando membri dei Volontari irlandesi, guidati dal poeta, insegnante e avvocato Pádraig Pearse, si unirono alla più piccola Irish Citizen Army di James Connolly, occuparono punti chiave e simbolici di Dublino e proclamarono la Repubblica irlandese indipendente dalla Gran Bretagna dal General Post Office.

Rivolta soffocata con la violenza, che costituì un punto di non ritorno: alle elezioni generali del dicembre 1918, infatti, i moderati dell’IPP furono soppiantati dai radicali di Sinn Féin, che rifiutarono di assumere i seggi ottenuti a Westminster e si riunirono nel primo Dáil (Parlamento) a Dublino. Il sogno di personalità quali Lord Edward Carson, l’avvocato dublinese noto per il processo a Oscar Wilde che da qualche anno si era posto alla guida degli Unionisti dell’Ulster, di mantenere l’Irlanda unita sotto la corona era destinato a non avverarsi. D’altro canto, la campagna contro lo Home Rule degli Unionisti dell’Ulster aveva avuto grande risonanza nell’opinione pubblica inglese, che non voleva abbandonare i confratelli protestanti nella mani dei papisti.

Per cui, si cominciò a pensare seriamente a una separazione dell’Irlanda, ma secondo quale confini ? Alcuni chiedevano che l’intero Ulster fosse escluso dallo Home Rule; altri, timorosi che la presenza di un eccessivo numero di Cattolici nell’Ulster britannico avrebbe potuto rivelarsi destabilizzante, chiedevano un’applicazione dell’esenzione a un territorio più circoscritto, come quello delle quattro contee dell’Ulster a maggioranza protestante (Antrim, Armagh, Down, Derry/Londonderry). Sulla stessa linea si ponevano anche alcuni nazionalisti irlandesi, ostili alla partizione, che in questo modo puntavano ad avere un Ulster economicamente instabile e che quindi, a loro avviso, sarebbe stato a un certo punto costretto ad accettare la riunificazione. Alla fine, con il Government of Ireland Act del 1920, si optò per una via media: l’Ulster, che avrebbe avuto un parlamento autonomo, ma distinto da quello dell’Eire, sarebbe stato composto dalle quattro contee a maggioranza protestante più quelle di Tyrone e Fermanagh, dove i Protestanti erano una minoranza superiore al 40%.

Il Trattato Anglo-Irlandese del 1921, che pose fine a una breve guerra tra il Regno Unito e i ribelli irlandesi, confermò tali termini, e nel 1925 una proposta di revisione della linea di confine si concluse in un nulla di fatto, soprattutto per via della forte opposizione del neonato governo nord irlandese.

Ora, se tale soluzione, anche per la fuga in massa dei protestanti dall’Eire, a Dublino non ebbe particolari strascichi, in Ulster divenne presto drammatica: il nuovo governo nord irlandese, dominato dal Partito Unionista dell’Ulster (UUP), invece di dedicarsi alla pacificazione nazionale, fece partire una campagna di discriminazione economica e sociale ai danni dei cattolici: discriminazioni sistemiche nel lavoro, nelle abitazioni e ovviamente in politica, ad esempio mediante la sostituzione del sistema proporzionale con l’uninominale secco per l’assegnazione dei seggi a Stormont e la manipolazione dei collegi elettorali a vantaggio dello UUP (il cosiddetto gerrymandering). I cattolici, a loro volta, boicottarono in masse le rare occasioni di pacificazione.

Gerrymandering che colpiva anche le altre forze di opposizione, come i laburisti, che pure essendo favorevoli all’unione con la Gran Bretagna, contestavano fortemente la politica di apartheid del governo Nord Irlandese.

Nel 1963, le cose sembrarono cambiare: Terence O’Neill, leader dell’ala più riformista dello UUP, fu eletto segretario del Partito e Primo Ministro dell’Ulster. Sin dall’inizio, O’Neill cercò di rilanciare una politica di riconciliazione nazionale, con gesti simbolici, visite a istituzioni cattoliche o l’invito a visitare il Parlamento Nord irlandese al Taoseach Seán Lemass, Primo Ministro dell’Eire, ex membro dell’IRA e protagonista della Pasqua di Sangue, e alla mitigazione delle misure discriminatorie.

Come risultato, parte della comunità cattolica cominciò a schierarsi con il governo e il Sinn Féin accettò di essere integrato, come legittima opposizione nell’architettura istituzionale dell’Ulster. Il problema di O’Neill però, non erano i cattolici, ma i suoi compagni di partito, che lo considerarono un traditore e fecero di tutto per tagliargli le gambe.

La situazione precipitò alla fine degli anni Sessanta con la nascita del Movimento dei Diritti Civili, che reclamava la fine delle discriminazioni e una riforma del sistema elettorale. Inizialmente pacifiche, le proteste degenerarono ben presto in violenti scontri settari, e la non meno violenta repressione operata della polizia nord irlandese non fu certo d’aiuto.

Sotto pressione dall’allora Primo Ministro britannico Harold Wilson, O’Neill accolse alcune delle domande del movimento. Ciò inizialmente sembrò funzionare, portando a una relativa stasi delle proteste, ma nel giro di qualche mese O’Neill si trovò tra l’incudine e il martello. Per gli unionisti radicali, che cercavano di far passare il movimento come legato all’IRA, che aveva ricominciato a operare nell’Ulster nel 1955, O’Neill era ormai un traditore; d’altro canto, nel Movimento dei Diritti Civili, non pochi ritenevano le concessioni insufficienti, e le proteste ripresero con maggior vigore, accompagnate ancora una volta da un crescente corollario di scontri settari.

Nelle elezioni generali del febbraio del 1969, proclamate dallo stesso O’Neill, lo UUP ottenne nuovamente la maggioranza, ma una parte del partito ormai non seguiva più il suo leader, che di lì a poco diede le dimissioni. La situazione stava ormai precipitando: il 12 agosto del 1969, nei quartieri occidentali di Derry, una marcia di protesta della locale popolazione cattolica degenerò in rivolta, con l’intervento dell’esercito – inizialmente solo come forza di interposizione – e la proclamazione dell’area autogestita di Free Derry nei quartieri coinvolti nella rivolta.

La reazione violenta delle truppe inglesi, invece che soffocare la rivolta, diede forza all’IRA, che dichiarò di nuovo guerra alla Gran Bretagna dopo l’uccisione di 13 civili a Derry da parte dei soldati inglese il 30 gennaio 1972 (Bloody Sunday). Il terrorismo irlandese arrivò a colpire anche in territorio britannico, uccidendo anche vittime innocenti. L’apice fu raggiunto quando nel 1981 un gruppo di repubblicani detenuti nelle carceri dell’Irlanda del Nord iniziò lo sciopero della fame ad oltranza per rivendicare il proprio status di detenuti politici. Il primo a lasciarsi morire dopo 66 giorni di digiuno fu Bobby Sands, aveva 27 anni. Una nazione civile come la Gran Bretagna aveva permesso che un suo prigioniero, per di più membro del parlamento, morisse di inedia. Seguì la morte di altri detenuti: sette giorni dopo, il 12 maggio morì Francis Hughes, il 21 maggio morirono Raymond McCreesh e Patsy O’Hara. A loro si sostituirono altri detenuti e l’8 luglio morì Joe McDonnel, poi il 13 luglio Martin Hurson, il 1° agosto Kevin Lynch, il giorno dopo Kieran Doherty, l’8 agosto Thomas McElwee, il 20 agosto Mickey Devine.

Fu un successo politico dell’IRA, che screditò l’avversario a cui si aggiunse un’altra consapevolezza, legata alla demografia: nel censimento del 1961, il 35% degli abitanti erano cattolici. La quota è aumentata al 44% nel 2001 e al 45% nel 2011. Nel frattempo i protestanti sono scesi dal 53% del 2001 al 48% del 2011.

Alla lunga, i protestanti si sarebbero trasformati in una minoranza e la situazione sarebbe stata insostenibile: bisognava quindi andare oltre l’approccio muro contro muro della Thatcher e trovare una soluzione politica, per congelare a tempo indefinito il tutto.

Il coraggio di fare questo lo ebbe Blair, che, a sua volta, ebbe sia la fortuna di incrociare la strada di Gerry Adams, convinto che il tempo lavorasse per la causa nazionalista, sia dal fatto che i partiti non settari dei cattolici e protestanti avessero cominciato a dialogare tra loro.

Tra questi, spiccavano i cattolici socialdemocratici del SDLP, per cui l’obiettivo principale non doveva essere l’Unione dell’Eire, ma l’eliminazioni delle discriminazioni sociali ed economiche, e Alliance, gli unionisti liberali, che riprendevano la politica di riconciliazione nazionale di O’Neill.

Dialogo che portò agli accordi del Venerdì Santo, che prevedevano il coinvolgimento della minoranza cattolica nel governo dell’Ulster, in una sorta di manuale Cencelli in salsa celtica, l’abbandono della violenza come forma di lotta politica, il disarmo dei gruppi paramilitari, l’amnistia per quelli detenuti in relazione a crimini relativi alla lotta di liberazione e la creazione di un Consiglio d’Irlanda con la partecipazione tanto dell’Irlanda del Nord quanto della Repubblica. A tutto ciò, però, si aggiungevano altri punti, come il riconoscimento tanto dell’identità britannica quanto di quella irlandese, con diritto alla doppia cittadinanza e al doppio passaporto per i residenti nell’Ulster, e una chiara road map per un eventuale riunificazione (primo referendum nell’Ulster, trattative per la riunificazione e secondo referendum in tutta l’Irlanda sui termini della stessa).

Il DUP, rappresentando l’ala dura e pura degli Unionisti, capendo che l’accordo poteva aprire un’autostrada per l’unificazione irlandese, pur entrando nel successivo governo di unità nazionale, lo rifiutò; lo stesso fecero le ali estremiste del nazionalismo cattolico, convinte che Gerry Adams avesse allontanato a tempo indefinito un successo che poteva essere a portata di mano.

I fatti, però diedero ragione a Blair: il boom economico e una maggiore condivisione del potere, congelò le dispute a tempo indefinito e cominciò a cambiare lo scenario politico, facendo nascere una sorta di voto di opinione. SDPL e Alliance aumentarono lievemente il loro consenso, trasformando il bacino elettorale, rendendolo trans-confessionale; il primo divenne il partito dei poveri e operai, mentre il secondo dei borghesi ricchi. Poi, si sono diffusi partiti che non hanno nulla a che vedere con la questione irlandese, come i Verdi e i trozkisti di People Before Profit.

Il processo avrebbe, in tempi lunghi, normalizzato la politica dell’Ulster, se non ci fosse messa in mezzo la Brexit. In Ulster, il referendum divenne DUP, convinto che l’UE fosse un cavallo di Troia a favore dell’unità irlandese, contro il resto dei partiti, sia cattolici, sia protestanti, che invece erano consapevoli del ruolo avuto da questa nella crescita economica; ovviamente, il DUP ebbe una batosta colossale.

Invece di rivedere le sue posizioni, il Partito Unionista, fece di tutto per ostacolare qualsiasi compromesso sull’integrazione tra economia europea e Ulster, tanto da complicare la posizione negoziale di Londra.

Boris Johnson, per uscire da questo vicolo cieco, ha proposto un compromesso, o meglio un accrocco abominevole, basato su tre punti

Primo: l’Irlanda del Nord rimarrà nel territorio doganale britannico – cioè applicherà gli stessi dazi validi nel resto del paese per i prodotti importati dall’estero – ma al contempo sarà allineata all’unione doganale europea, che stabilisce dazi uguali in tutta l’UE. La conseguenza di questa ambiguità è che ci saranno dei controlli, presumibilmente nel mare di Irlanda: i dazi britannici saranno applicati a tutti i prodotti che non «corrono il rischio di essere commerciati nell’UE», che cioè resteranno nell’Irlanda del Nord, mentre per tutti gli altri prodotti verranno applicati i dazi europei.

Secondo: Il DUP non avrà più il diritto di respingere le condizioni dell’accordo per l’Irlanda del Nord, come prevedeva la prima proposta di Boris Johnson. Questa opzione è stata sostituita da un voto che l’intero Parlamento nordirlandese terrà dopo quattro anni dell’entrata in vigore dell’accordo.

Terzo: si parlerà in un non chiaro futuro del regime dell’IVA in Irlanda del Nord, se allineato a quello europeo o a quello britannico.

L’elettore medio dell’Ulster, dinanzi a questo bislacca proposta, ha reagito spernacchiando: nelle ultime elezioni, si è verificato un risultato storico: i partiti favorevoli alla riunificazione con l’Eire hanno avuto la maggioranza dei seggi.

  • Il DDP ne ha avuto otto
  • Il Sinn Féin sette
  • SDPL due
  • Alliance, che ha recentemente ha dichiarato di non pregiudiziali sulla questione Eire, uno

Che succederà quindi ? Abbiamo due possibili scenari. Il primo che Boris Johnson ammorbidisca ulteriormente il compromesso, rendendo l’Ulster una sorta di area a statuto speciale, integrata nell’UE, sempre che questa accetti il compromesso, a rischio di complicare ulteriormente il rapporto con i nazionalisti scozzesi, che biecamente potrebbero chiedere

Perché a Belfast sì e ad Edimburgo no ?

Il secondo è che, magari partendo dalla proposta di Alliance, che prevede una di federazione tra Ulster e Eire, statuto speciale per le quattro contee protestanti e ritorno dell’Irlanda unita nel Commonwealth, si possa avviare il processo previsto dagli accordi di Venerdì Santo; allo stato attuale, è assai probabile una vittoria nazionalista… Il problema è Dublino rischierebbe poi in futuro di confrontarsi con un terrorismo di matrice unionista…