Il Commercio Miceneo nel Mediterraneo (Parte IV)

Principali-rotte-di-navigazioni-dal-mar-Egeo-verso-la-penisola

Tornando a parlare del commercio miceneo nel Mediterraneo, lo sviluppo dell’economia palaziale in Grecia, impattò notevolmente sulle rotte commerciali per l’Italia.

Nel TE-II, queste puntavano al Tirreno, per il commercio del rame sardo, dello stagno estratto dalle Colline Metallifere toscane e del vino del Lazio e della Campania, esportato in Egitto e in Siria; nel TE-III, invece, queste si dirigono verso l’Adriatico.

Mutamento che deriva da numerosi fattori: il primo, è lo sviluppo della via terrestre dello stagno, che dalla Cornovaglia arrivava alla Pianura Padana, che, nonostante il più elevato numero di intermediari, che probabilmente rendeva lo scambio più oneroso per i micenei, era assai più abbondante di quello estratto in Toscana.

Al contempo, il rame sardo nell’Ellade è sostituito da quello cipriota, assai più accessibile. Il vino, come bene di lusso da esportare, è sostituito dall’ambra, i cui terminal commerciali, che coincidono con quelli dello stagno, si trovano in Veneto. Infine, data la crescita della produzione tessile micenea, esportata in Anatolia e Siria, la lana diviene uno dei principali beni di scambio con le popolazioni italiche.

Tale cambiamento, ha impatti drammatici nell’Italia della tarda età del Bronzo italiana. I popoli nuragici cominciano a commerciare direttamente con i mercanti ciprioti e levantini e a loro volta, cominciano a sviluppare una sorta di talassocrazia tirrenica, che permette l’interscambio commerciale tra le coste italiane, provenzali e spagnoli.

Gli hub micenei delle coste campane entrano in crisi irreversibile e le popolazioni italiche che commerciavano con loro, cominciano a prodursi da sé le ceramiche di lusso e gli oggetti in bronzo che prima importavano, provocando la crescita delle pseudo manifatture locali.

Al contempo, si sviluppano gli hub commerciali in Puglia e nella costa ionica della Calabria, dove si confrontano le élite locali di provenienza appenninica, più o meno ellenizzate, mercanti stagionali, provenienti dalla Grecia, al servizio dei wanax e un variegato gruppo di immigrati micenei, provenienti dalle categorie marginali nel complesso mondo dell’economia palaziale, come ad esempio i ceramisti.

Uno di questi è lo Scoglio del Tonno, posto all’imboccatura del Mar Piccolo di Taranto che offriva ottime possibilità di attracco, che svolgeva un ruolo fondamentale di collettore mercantili. Da una parte vi giungevano le navi del Peloponneso, dall’altra vi terminavano i tratturi della transumanza della cultura appenninica, che oltre a permettere la fornitura di lana ai micenei, fungevano da rotta commerciale terrestre con il Nord Italia, come testimoniano i numerosi reperti importati dagli stanziamenti terramaricoli dell’area padana.

Commercio che cambia notevolmente la natura di questo stanziamento: in un meno di un secolo, da un modello di popolamento sparso e incentrato su capanne circolari dalle piccole dimensioni, associabili a a famiglie mononucleari di pastori, si passa a quelle dalla forma allungata e absidata e, all’estremità opposta, un piccolo porticato, riconducibili a famiglie allargate impegnate in attività artigianali

Una di queste, lunga a venti metri, con la copertura sorretta da tre file di pali, divise in più ambienti, con una larga banchina tutto intorno e con due focolari, uno in fondo alla casa e l’altro vicino all’uscita, è stata tradizionalmente interpretata come la dimora di un capo: recentemente, è stata avanzata l’ipotesi che si potesse trattare invece di spazio pubblico, dedicato alle transazioni commerciali, una sorta di borsa valori dell’epoca.

Ovviamente, questa prosperità poteva provocare le attenzioni dei malintenzionati: per questo, ispirandosi a modelli egeo-anatolici, lo stanziamento protourbano di Scoglio del Tonno, fu protetto un argine e da un fossato cui seguiva una scarpata. L’argine era poi rafforzato in diversi punti da grossi sassi calcarei

Altro centro importante risulta Roca Vecchia, un abitato fortificato che ha restituito importazioni micenee di fabbrica minoica e continentale (dal TE-II B al TE-III C). Tale hub, probabilmente perché, oltre agli scambi commerciali, si svolgevano complesse attività artigianali come la lavorazione di rame, oro ed avorio, era protetto da un’imponente opera di fortificazione, attualmente conservata per una lunghezza residua di circa 200 m ed uno spessore alla base compreso fra i 6 ed i 25m, ma si può ritenere possibile uno sviluppo maggiore del sistema difensivo, tenendo conto dei crolli delle falesie della costa e delle opere di escavazione tardo-medievale del fossato.

Le fortificazioni, varie volte ampliate e ristrutturate, erano articolate in un varco principale, la Porta Monumentale, con un camminamento interno di 3 m ed in almeno cinque postierle o passaggi minori di larghezza non superiore a 1,5 m. Tali passaggi erano costituiti da conci pseudo-isodomi di calcarenite locale, con l’impiego di una fitta serie di pali di legno per sopperire alla scarsa resistenza meccanica della struttura. La complessità dei lavori avrà probabilmente richiesto un largo impiego di manodopera specializzata quale una comunità di origine egea o una comunità locale educata agli stessi usi e costumi, anche religiosi.

Nella media Età del Bronzo (primi decenni del XIV sec. a. C.) varie distruzioni e incendi lungo le coste pugliesi causarono in una delle postierle [Postierla C] l’ostruzione dell’uscita per il crollo delle strutture soprastanti e la morte di sette individui rimasero insepolti e ritrovati sul piano di calpestio assieme a vario materiale di vita quotidiana quali anfore e bacini monoansati.

Tra le macerie della Porta Monumentale è stato scoperto lo scheletro semicombusto di un giovane di 18/20 anni morto verosimilmente a causa del colpo di un’arma da taglio menato dal basso verso l’alto. A poca distanza sono stati trovati due oggetti, quali la lama di un pugnale di bronzo e una piccola scultura in avorio di ippopotamo di chiara origine egeo-orientale, che confermerebbero l’origine dell’individuo. La lama appartiene ad un tipo egeo diffuso tra la fine del Medio Elladico e l’età protomicenea (sec.xxxxx), mentre la scultura, che raffigura parte di un’anatra, probabilmente è parte di una cosiddetta duck pyxis, per il confronto con prodotti simili rinvenuti nell’Egeo.

Nel periodo del Bronzo Recente (metà XIV – XIII sec. a.C.) la ricostruzione delle fortificazioni avviene con una sensibile riduzione del legname ed un maggior impiego di blocchi squadrati di calcare locale. La mano d’opera risulterebbe particolarmente numerosa per l’abbondante ritrovamento di reperti quali vasellame in parte importato tipo skyphos, coppe aperte per bere, o di prodotti locali ispirati a prototipi egei.

Nella fase del Bronzo Finale (XII – inizi X sec. a. C.) dopo le necessarie ed imponenti opere difensive, si registra a valle delle fortificazioni la creazione di un insediamento proto-urbano del sito realizzando una maglia di percorsi stradali per un agevole accesso ad imponenti edifici lignei di varie funzioni comunitarie.

Tra questi, spicca un complesso cultuale, in cui sono state ritrovate figurine fittili antropomorfe, imitazioni del tipo miceneo a Psi, che farebbe pensare come vi si praticasse un culto “importato” dedicato a una delle tante ipostasi della Potnia Theron. Tra l’altro, nell’adiacente pozzetto chiamato dagli archeologi ripostiglio degli ori assieme a spilloni, fibule, pendagli, monili di vari tipo, lingotti e armi in bronzo, una sorta di tesoro del Santuario, è stata rinvenuta in particolare una coppia di dischi solari in lamina d’oro, ritenuti possibili arredi di culto per il motivo stilizzato del ciclo solare, a testimonianza di un sincretismo tra religione micenea e tradizione locale.

Scendendo lungo la costa, altra area di grande interesse è quella del fiume Crati ove si annovera un sito come Broglio di Trebisacce, la cui posizione, che domina da Settentrione tutta la piana di Sibari ed un largo tratto di mare prospiciente, risponde alla necessità di controllare i traffici terrestri che seguivano la via costiera, più agevole delle vie interne, e la navigazione lungo la costa.

Al contempo, permetteva di utilizzare nel modo migliore le possibilità economiche specifiche dell’ambiente circostante: è possibile ipotizzare come larga parte del terreno fosse adibita a scopi agricoli e forse anche a recinti per animali domestici, mentre il territorio circostante anche solo entro i 10-15 km. poteva essere stato sfruttato come pascolo e zona di caccia.

Da una parte gli scavi archeologici hanno permesso di evidenziare lo sviluppo di un’élite politico militare, che considerava le armi di provenienza micenea come una sorta di status symbol, dall’altra la coesistenza tra ceramica di importazione elladica e di imitazione locale, anche in questo caso forse prodotte da maestranze micenee emigrate.

In particolare, queste maestranze producevano due tipologie specifiche di vasi, in contrapposizione alle ceramiche di impasto non depurato, non tornito, non dipinte e cotte con procedimenti poco sofisticati, usate nella normale attività quotidiana.

La prima tipologia erano grandi contenitori con decorazione a cordoni plastici per la conservazione dell’olio e del vino, materie prime probabilmente destinate all’esportazione. La seconda consisteva nei sets per la consumazione di liquidi, a testimonianza della diffusione di una consuetudine già diffusa in ambienti egei, quella dei simposi e delle libagioni rituali.

Si potrebbe trattare di un’imitazione di modelli micenei, praticata dalle élites locali politico militari, le stesse che compravano le armi in bronzo, a scopo simbolico di differenziazione sociale. Insomma, i capi tribali calabresi di quell’epoca, per legittimare il loro potere, imitavano consapevolmente gli attributi e i riti del wanax, interpretato come modello di regalità.

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