San Giuseppe dei Teatini

La storia di San Giuseppe dei Teatini, chiesa maestosa ed opulenta, ma a mio avviso non valorizzata abbastanza dall’illuminazione attuale, è senza dubbio complessa, come parecchi altri luoghi palermitani.

Cominciò nel 1398, quando, nella stessa area, era documentata la chiesa di Sant’Elia a «Porta Giudaica», dal nome dell’ingresso del quartiere ebraico della Meschita. Nel 1563, furono intrapresi, dal governo spagnolo grossi lavori di ristrutturazione e ampliamento del monastero di Santa Maria delle Grazie di Montevergini, situato nel quartiere di Seralcadio, il nostro Capo, la cui chiesa ha avuto anche lei una storia affascinante, diventando nel tempo aula di tribunale, sede del processo a Gaspare Pisciotta e Salvatore Giuliano e teatro: l’ampliamento però, inglobò la chiesa di Sant’Elia dei Latini, sede della confraternita e associazione di categoria dei falegnami palermitani, che furono così sfrattati.

Tanto protestarono per tale decisione, che il viceré Juan de la Cerda y de Silva, dato che in Sant’Elia in fondo vale l’altro, gli affidò la chiesa di Sant’Elia a «Porta Giudaica», con l’obbligo di non mutare il titolo; ovviamente, cambiato il viceré, il patto fu ignorato e così la chiesa fu intitolata a San Giuseppe dei Falegnami.

Nel frattempo, l’Ordine dei teatini, fondato da San Gaetano Thiene e da Gian Pietro Carafa (all’epoca Episcopus Theatinus, cioè vescovo di Chieti, donde l’appellativo di teatini) nel 1524, che avevano all’epoca sede a Napoli, stabilendosi nel convento adiacente la chiesa di Santa Maria della Catena, ora sede dell’Archivo di Stato, nei pressi dell’antico porto della Cala, concesso loro come dimora provvisoria dal senato della città.

Nel 1601 l’Ordine prese possesso della chiesa di Santa Maria della Catena, di cui parlerò in futuro,assieme alla ragguardevole somma di 3000 scudi, elargita dal senato per edificare la loro casa. Ma ben presto si resero conto che il sito era inadeguato per le loro necessità, e inoltre, non offriva alcuna possibilità di ampliamento, a causa di serie di vincoli edilizi imposti dal Senato palermitano. Infatti, la comunità dei padri teatini si era alquanto accresciuta e necessitava di una nuova sede e di locali più ampi. In più, i religiosi non godevano neppure dei privilegi e delle rendite ad essa assegnati.

Nel 1602, il priore Padre Tommaso Guevara, primo “Preposito” della Casa dei Teatini, dopo una serrata trattativa ottenne la cessione da parte della confraternita dei Falegnami della chiesa di San Giuseppe, in cambio dell’impegno a costruire una cappella nella nuova chiesa, l’Oratorio di San Giuseppe dei Falegnami e festeggiare le ricorrenze annuali di San Giuseppe e di Sant’Elia, santi protettori titolari del luogo di culto.

Di conseguenza, i Teatini si insediarono a San Giuseppe, avviando in parallelo due iniziative: comprare tutti gli edifici adiacenti e cominciare a elaborare tutti i progetti per la nuova chiesa, ne furono presentati almeno tre. In entrambi i casi furono facilitati sia dalla donazione dei nobili palermitani, sia dal grande progetto urbanistico, voluto dal viceré Bernardino de Cárdenas y Portugal, che portò alla nascita della nostra via Maqueda.

Il 1612 si avvivarono finalmente i lavori della nuova chiesa (la prima pietra fu posata il 6 di gennaio, presente don Pedro Giron duca d’Ossuna vicere di Sicilia e l’arcivescovo Giannettino Doria, l’inventore del culto di Santa Rosalia) su progetto di Pietro Caracciolo, che concepì impianto basilicale a tre navate, ispirato alle chiese manieristiche napoletane, dove su quelle laterali vi è una sequenza di cappelle decorate in marmo e ricoperte in stucco che danno l’impressione che vi siano dei baldacchini. Ma ciò che dà una dimensione epica alla fabbrica sono le 34 colonne, in particolar modo le 4 che reggono la cupola alte ben 11 metri, che superano le dimensioni standard grazie all’impiego del Billiemi, materiale lapideo di produzione locale.

Al suo fianco, vi fu il savonese Giacomo Besio, come direttore dei lavori, lo scultore che aveva decorato la chiesa genovese di San Siro, dove fu battezzato Mazzini, che progettò il convento adiacente, ora sede della facoltà di giurisprudenza, e la sacrestia della chiesa

Nel 1632, avvenne l’inaugurazione presenti l’arcivescovo Giannettino Doria e il Viceré Fernando Afán de Ribera y Enríquez, duca d’Alcalà e nel 1645, su progetto sempre del teatino Giuseppe Mariani da Pistoia, fu costruita la cupola, mentre, finalmente, nel 1677, Consacrazione solenne da parte del vescovo Giuseppe Cicala.

Nel frattempo, la chiesa fu oggetto di una vicenda alquanto peculiare: nel 1609, il teatino Salvatore Ferrari fondò una confraternita intitolata ai servi o schiavi di Maria detta della Sciabica. Il nome peculiare, la sciabica è un tipo di rete, che riesce a catturare ogni tipo di pesce, derivava dal fato che la confraternita accettasse come membri qualsiasi tipo di persona, senza distinzione di grado sociale, cosa assai rara nella Sicilia dell’epoca, dove la devozione si aggregava a seconda delle attività professionali.

La confraternita, nonostante fosse dedicata alla Vergine,non possedeva in origine alcuna immagine della Madonna ed allora si rivolsero al frate napoletano Vincenzo Scarpato che possedeva un quadro che raffigurava la Madonna dell’Arco. Si racconta che il frate cercò di farsela riprodurre da molti pittori madonnari palermitani ma nessuno riusciva a farla uguale all’originale.

Un giorno il frate rientrando verso casa, trovò dinanzi a sè un vecchietto sconosciuto che, con molta cordialità, gli porse un involucro che sembrava contenere qualcosa di pregiato, e gli disse:

“Tieni, fratello Vincenzo: un quadro che ti piacerà di sicuro, conservalo, custodiscilo con rispetto e venerazione, farà tante grazie; e molti verranno a fargli visita, anche da lontano”.

Tutto preso da quel dono, una tela che riproduceva esattamente l’immagine desiderata, non ebbe il tempo di ringraziare il vecchietto, che scomparve rapidamente. Ottenuta finalmente il desiderato quadro, la confraternita non si pose troppe domande sulla provenienza: in più, per la sua natura interclassista, le sue iscrizioni ebbero una crescita enorme, tanto che locali in cui erano ospitati si erano resi insufficienti, aveva ottenuto dai Padri Teatini, in un locale nella cripta della chiesa, appositamente trasformato, sotto le otto colonne della cupola, nel 1645.

Morì intanto, in odore di santità, lo Scarpato, che solo al trapasso rivelò che il vecchietto che gli aveva donato il quadro altri non era che San Giuseppe, che gli si era rivelato poi in frequenti apparizioni. Il che accrebbe la fama miracolosa del quadro e fu senza dubbio un’ottima pubblicità alla nuova chiesa, tanto che il padre preposto del convento, nel 1647, concesse licenza ai confrati di esporre il quadro al pubblico tutti i mercoledì dell’anno.

Per di più, nel 1668 il Padre Francesco Maggio, palermitano, rinveniva sotto l’altare una fonte d’acqua, che venne benedetta dalla Comunità dei padri teatini il 15 gennaio dello stesso anno, e fu ritenuta miracolosa. Alla solenne Consacrazione prese parte anche il giovane chierico Giuseppe Maria Tomasi, destinato a divenire Cardinale e Santo. In quell’occasione si stabilì che, da quel momento, quello era il giorno solenne per il trionfo di Maria.

Si sparse rapidamente la voce che anche l’acqua, oltre al quadro, fosse miracolosa, tanto che fu istituita, la celebrazione dei tradizionali sette mercoledì, che precedeva la festa della Madonna, iniziò nel 1685. In quel periodo era stata introdotta pure l’usanza di benedire delle nocciole offerte alla Vergine, e in seguito girate ai devoti.

A fine Ottocento, un viaggiatore inglese, racconta che, visitando il santuario, acquistò un biglietto che gli dava diritto a ricevere delle nocciole benedette avvolte in una carta sulla quale erano stampate le istruzioni per usare saggiamente e devotamente il sacro alimento.

Sempre nel 1685 il Senato palermitano eleggeva la Madonna della Provvidenza a patrona della città, il che mi fa sospettare che non vi sia al mondo città con tanti protettori quanto Palermo. Le effigi della Madonna e del Bambino, con un capitolo vaticano, detto di San Pietro, nel 1734 ottennero le corone d’oro che furono poste sul capo di entrambi.

Con l’accrescimento del fervore di quest’immagine, la cripta era divenuta un vero oratorio e nello stesso tempo un santuario Mariano. Nel 1760 fu sostituito l’altare di marmo con un altro interamente d’argento. In particolare è interessante il paliotto che venne cesellato dagli argentieri palermitani Giuseppe Ruvolo e Pasquale Cipolla. La congregazione, nel 1845, fece un tentativo per avere concesso l’ampliamento del sotterraneo finché, nel 1873, usurpò abusivamente l’uso di tutta la cripta consacrandola a chiesa.

Gaspare Palermo nella sua “Guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni” del 1812 ci dice che:

“I marinai, la sera della vigilia bruciavano una barca davanti detta chiesa.”

Nel 1943, la chiesa fu danneggiata dai bombardamenti anglo americani e San Giuseppe dei Teatini fu oggetto di un restauro ricostruttivo tra il 1950 e il 1954.

Cosa ammirare della chiesa ? Cominciamo dalla facciata sul Cassaro, semplice e di severo aspetto, è improntato a uno stile neoclassico. Due lesene con capitelli corinzi ai lati incorniciano la facciata, mentre il plastico portale è delimitato ai lati da una coppia di colonne binate su alti plinti che sorreggono la trabeazione con il timpano mistilineo. Sopra il portale, dentro una nicchia, è la settecentesca statua di San Giuseppe opera di Baldassare Pampillonia. Ai piedi della nicchia è posto l’emblema della congregazione dei falegnami che raffigura l’ascia incoronata.

La facciata si conclude in alto con l’architrave sormontato da un sontuoso timpano marmoreo triangolare. L’altro prospetto che si affaccia su via Maqueda, dove si apre il portale laterale con timpano spezzato, è ripartito verticalmente dalla presenza di altissime lesene corinzie che si estendono per tutta l’altezza del prospetto che separano delle grandi finestre. La facciata si conclude, al di sopra del cornicione, con una lunga balaustra a colonnine contraddistinta da scenografici lanternini che danno luce alle navate laterali della chiesa. In questa facciata svetta elegante la grandiosa cupola barocca rivestita da piastrelle maiolicate gialle e blu che domina lo spazio della piazza Pretoria, una delle più belle della città, opera dell’architetto della Real Corte il pistoiese Giuseppe Mariani. Chiude questo lato uno scenografico campanile, rimasto incompiuto nel secondo ordine, disegnato da Paolo Amato.

L’interno, a cui si accede percorrendo una rampa di scala marmorea è un vero scrigno di tesori, riccamente adornato da un ininterrotto manto di decorazione a intarsi marmorei policromi che creano un effetto di particolare fasto ed eleganza, presenta incredibile numero di opere d’arte di notevole valore artistico, realizzati tra il XVII e il XVIII secolo. La ricca e sfarzosa decorazione interna, concepita in diversi momenti cronologici, è una strabiliante sfilata di arte barocca realizzata da una schiera di rinomati artisti che lavorarono alla realizzazione di questo capolavoro decorativo. Fra questi gli scultori Andrea Palma, Giuseppe Musso, Paolo Corso, Salvatore Valenti, Giacomo Pennino, Lorenzo e Ignazio Marabitti e Procopio Serpotta e i pittori Filippo Tancredi, Guglielmo Borremans, Giuseppe Velasco, Olivio Sozzi, Antonio e Vincenzo Manno.

Nella parete di controfacciata, rinveniamo la cantoria lignea in noce intagliata da artisti locali sormontata da un monumentale organo. Degni di nota, ai lati dell’ingresso, sono due acquasantiere sorrette da Angeli in ardite posizioni, opere di Ignazio Marabitti e del suo allievo Filippo Siracusa. Su un piedistallo, addossata alla parete d’ingresso, a sinistra per chi entra, un’altro interessante pezzo d’arte siciliana, la quattrocentesca “Madonna dell’Oreto”, delicatissima scultura gaginesca.

La spettacolare volta della navata centrale, ornata di grandi stucchi dorati realizzati da Paolo Corso e Giuseppe Musso su modelli e disegni di Paolo Amato, incorniciano la sfolgorante decorazione pittorica di Filippo Tancredi rappresentante “L’apoteosi di San Gaetano Thiene” e il ciclo di episodi della vita del santo fondatore dell’Ordine. Nei pennacchi delle dodici arcate della navata centrale sono presenti affreschi di Giuseppe Velasco e Vincenzo Manno che raffigurano i dodici Apostoli.

Del monrealese Pietro Novelli è il seicentesco “San Gaetano assunto al cielo”, quadro che si trova sul grandioso altare a tarsie marmoree realizzato da Gaspare Guercio con la collaborazione di Ottavio Bonomo, Geronimo Mira e Giovan Battista Firrera nella cappella del transetto di sinistra, un tempo sotto il patrocinio delle famiglie Ventimiglia e Corvino. L’altare del transetto di destra, un tempo appartenuto ai principi di Resuttano, ospita una magnifica opera di Sebastiano Conca che raffigura il Santo teatino Andrea Avellino.

Nel presbiterio possono ammirarsi magnifici stucchi che incorniciano affreschi di Filippo Tancredi. Nell’abside vi si trovano affreschi, che le fonti concordemente assegnano ai pittori Andrea Carreca e Giacinto Calandrucci, contornati da rivestimenti decorativi a stucco eseguiti dal maestro Domenico Castelli.

La volta dell’abside è interamente ricoperta da una fitta trama di affreschi e stucchi: particolare menzione merita l’affresco che raffigura “Il trionfo dei Santi e dei Beati dell’Ordine Teatino” che campeggia al centro. Il patrocinio dell’abside apparteneva, un tempo, alle famiglie Gaetani e Mastrantonio.

Lungo le navi laterali, caratterizzate da decoratissime cupolette con lanterna, si aprono delle cappelle, il cui patronato apparteneva alle maggiori famiglie nobiliari cittadine, ciascuna delle quali è un autentico capolavoro: riccamente decorate da dipinti e ornate da statue, eleganti figurazioni scultoree e artistici marmi policromi, sono vere e proprie opere d’arte.

2 pensieri su “San Giuseppe dei Teatini

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