San Pietro tra Rossellino e Bramante

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Dopo la morte di Niccolò V, i lavori per l’ammodernamento di San Pietro proseguirono a spizzichi e bocconi, continuando a realizzare, a dire il vero con poco impegno e ancora minore convinzione, il progetto di Rossellino.

Una fiammata, a quanto pare, avvenne sotto Paolo II, che, secondo alcuni, affidò la direzione dei lavori a Giuliano da Sangallo: a dire il vero, qualche problema di cronologia, per tale ipotesi, esiste, anche per la poca chiarezza dei documenti dell’epoca.

Attualmente, le bieche ricevute contabili ci danno indicazioni che i lavori del cantiere di San Pietro ripresero da maggio del 1470 al dicembre 1471; al contempo, è quasi appurato che il soggiorno romano di Sangallo si svolgesse tra il 1465 e il marzo 1469, periodo in cui l’architetto, poco più che ventenne, era impegnato nello studio e nel rilievo delle antichità romane.

Per cui, è abbastanza difficile, anche ipotizzando un soggiorno più lungo nell’Urbe, ipotizzare che gli fosse affidata una commissione così importante: anche perché, tornato a Firenze nel 1470, Giuliano si dedicò non all’edilizia, ma alla tradizionale attività di famiglia, l’ebanisteria, per poi andare a bottega da Francione, che non è il mio simpatico commerciale, ma uno dei più quotati ingegneri militari della sua epoca.

In ogni caso, o durante il suo soggiorno romano o negli anni successivi, Giuliano un’idea su come risolvere la questione San Pietro dovette farsela. Purtroppo, non ebbe l’occasione di metterle in pratica. Sisto IV, nonostante la sua passione per l’urbanistica, preferì dedicarsi ad altre opere architettoniche, tra cui la ricostruzione della cappella palatina del Palazzo Architettonico, che rimettere mano alla vecchia basilica.

Innocenzo VIII, che nonostante tutte le sue umane debolezze, chissà perchè, poi, non gode della stessa cattiva fama di Alessandro VI, non riesce a starmi antipatico, era ovviamente in tutt’altre faccende affaccendato.

Papa Borgia, più che a godersi la vita come il predecessore, investì le risorse nell’architettura militare, chiamando al suo servizio Antonio da Sangallo il vecchio, che aveva ereditato la bottega di ingegneria militare di Francione.

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Poi, come un fulmine a ciel sereno, nell’estate 1499, in fuga dal crollo della Milano di Ludovico il Moro, arrivò a Roma il cinquantacinquenne Donato Bramante, già famoso sia come come pittore e “prospettivo” che come architetto. Città che probabilmente non gli era sconosciuta: vi aveva probabilmente soggiornato tra il 1493 e il 1494, quando, con la scusa di partecipare al matrimonio dell’amico Perugino con la figlia di Luca Fancelli, ne aveva approfittato per trascorrervi una lunga vacanza e, secondo alcuni studiosi, lavorare alla Cappella Carafa a Santa Maria sopra Minerva. Soggiorno che si prolungò così tanto, che il Moro dovette organizzare una spedizione di recupero, per farlo tornare, più con le cattive che con le buone, a Milano.

Il prestigio di cui Bramante godeva nell’Urbe è del resto testimoniato dal fatto che, appena arrivato a Roma, fu subito impegnato in importanti commissioni artistiche in vista dell’Anno Santo 1500, in grande parte su incarico di Alessandro VI Borgia o di membri della sua cerchia più stretta: l’affresco con lo stemma papale sulla Porta Santa a San Giovanni in Laterano (fine 1499) e, poco dopo, la realizzazione della fontana di Santa Maria in Trastevere, opere che lo portarono alla nomina a sottoarchitetto papale, secondo nella gerarchia ad Antonio di Sangallo, soprattutto perché Donato, di fortezze e di artiglierie, ne capiva ben poco.

Oltre a questi incarichi, la fama di Bramante è testimoniata dall’essere impiegato come consulente per cantieri di grande rilevanza,come ci testimonia Giorgio Vasari: “trovossi a consiglio dello accrescimento” della chiesa spagnola di San Giacomo a piazza Navona (1499-1500) e “parimente alla deliberazione” sulla chiesa tedesca di Santa Maria dell’Anima (1500), e “trovossi ancora, essendo cresciuto in reputazione, con altri eccellenti architettori alla resoluzione di gran parte” del magnifico e imponente palazzo del cardinale Raffaele Riario, oggi della Cancelleria, collaborando con Andrea Bregno, grande sculture, le cui intuizioni come architetto non erano supportate da un’adeguata competenza tecnica

Non è improbabile poi che lo stesso Riario avesse chiesto la consulenza di Bramante anche per i lavori dell’apertura della via Alessandrina in Borgo, dei quali il cardinale era responsabile. Nei primissimi mesi romani però, finché non arrivarono le committenze più importanti, Bramante si dedicò relativamente poco all’attività artistica e progettuale e molto allo studio degli edifici antichi, cosa che lo portò alla redazione del celebre opuscolo conservato nella Biblioteca Casanatense di Roma intitolato Antiquarie prospetiche romane: un poemetto in terzine dedicato alle antichità collezionate e conservate a Roma e alle vestigia dei grandi monumenti classici, in cui si celò dietro lo pseudonimo di “Prospettivo Milanese Dipintore.”

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A questa prima fase, in cui Donato si adeguò al linguaggio architettonico locale, strinse rapporti con i potenziali committenti e con i rappresentanti delle associazioni sindacali dei marmorari e muratori locali, altrettanto intrattabili dei loro analoghi meneghini, seguirono le grandi commissioni: alcune famose come il chiostro di Santa Maria della Pace o il tempietto di San Pietro in Montorio, nell’ipotesi che non valga la datazione tarda, ma di questo ne parlerò in un altro post, altre meno note, come palazzo Castellesi, un intrigante cardinale, specializzato nel raccogliere le decime in Inghilterra e che in vecchiaia organizzò una congiura contro Leone X.

Sembra che Castellesi fosse convinto da una profezia che prevedeva che alla morte di papa Leone sarebbe stato eletto un vecchio cardinale di nome Adriano (c’erano solo lui e Adrien Gouffier come cardinali con questo nome; due mesi dopo sarà fatto cardinale Adriaan Boeyens, di due anni più vecchio di lui, che difatti diverrà papa Adriano VI).

Nominato cardinale da Alessandro VI nel maggio del 1500, Castellesi colse probabilmente questa occasione per commissionare a Bramante una residenza degna del suo nuovo rango, affacciata sull’appena aperta via Alexandrina all’altezza della piazza Scossacavalli.

Il progetto per il palazzo, se richiama all’esterno il consolidato modello tardoquattrocentesco della Cancelleria, nell’impianto sceglie una strada innovativa, che Bramante introduce tra i primi a Roma stabilendo un modello da quel momento in poi fondamentale: costruire una residenza ispirata alla “casa degli antichi”, così come descritta da Vitruvio e Plinio il Giovane.

Il palazzo del cardinale Castellesi è un edificio che si distingue per la sua eleganza e per la novità del suo linguaggio, ornato insigni opere marmorum et lapidum tiburtinorum così come i monumenti antichi, ed organizzato nei suoi spazi interpretando la descrizione della casa antica descritta nel VI libro del De Architectura, con la sequenza di ambienti disposti lungo l’asse principale d’ingresso (atrium, cavum, aedium e peristilium).

Con l’elezione di Giulio II, Bramante, come tutti gli artisti della cerchia dei Borgia, passò un pessimo quarto d’ora, temendo un’epurazione in grande stile, anche perché Giuliano da Sangallo, che aveva progettato il palazzo dei Della Rovere a Savona, era tornato a Roma, era stato accolto con tutti gli onori…

Per fortuna di Donato, Giulio II credeva nella meritocrazia: nel 1503 nominò Bramante sovrintendente generale delle fabbriche papali, affidandogli innanzitutto il collegamento tra il palazzo Apostolico e la residenza estiva del Belvedere, che l’architetto interpretò con due ali laterali che creavano un vasto cortile a terrazze, con scalinate scenografiche e una grande esedra al culmine, di chiara ispirazione antica (il santuario di Palestrina). Inoltre, sotto la sua supervisione, venne stabilito un nuovo assetto viario in città, con l’apertura di via Giulia e con la sistemazione della via della Lungara, che dai Borghi portava alla porta Settimiana e che nei progetti avrebbe dovuto innestarsi sulla via Portuense.

Al contempo, Giuliano fu incaricato di presiedere una sorta di commissione, per capire che diavolo fare di San Pietro..

 

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