Uno sguardo sul Libano

Protests in Beirut

Come scritto altre volte, la partita di Trump per portare l’Iran al tavolo delle trattive, si gioca su diversi campi: uno di questi, purtroppo per i suoi abitanti, mi verrebbe da dire, è il Libano.

Per capire cosa sta succendo, torniamo indietro al 2006, all’epoca dell’ultima guerra tra Israele ed Hezbollah. Con il senno di poi, dal punto di vista militare, nonostante la propaganda, per il movimento sciita fu un disastro colossale: perse più di 1000 combattenti, un sesto del totale nei combattimenti contro l’IDF, le sue principali infrastrutture militari furono distrutte e rinunciare a parte del territorio sotto il suo diretto controllo, presidiato alle forze di intermediazione ONU.

Dal punto di vista politico è stato un win-win. Israele ha ottenuto il suo vero obiettivo, che non era liberare i due soldati rapiti, quello era solo un pretesto, ma di bloccare la guerra a bassa intensità che il movimento sciita combatteva contro di lui al suo confine nord.

Hezbollah, grazie a una sapiente gestione dei media, ha ottenuto un successo mediatico, che il suo leader Nasrallah ha sfruttato con intelligenza nella politica interna di Beirut, mettendo sotto la sua tutela il Libano.

Insomma, un risultato che, entrambe le controparti, avrebbero potuto ottenere lo stesso con una trattativa efficace, piuttosto che con una guerra: purtroppo, in Medio Oriente il buonsenso è troppo spesso subordinato ad altri fattori.

A seguito della guerra, Nasrallah ha dovuto però affrontare una serie di problemi di non semplice soluzione: riparare i grossi danni subiti dalle sue infrastrutture, conservare il consenso degli sciiti, mettendo in piedi una sorta di welfare parallelo a quello statale, mantenere un potere di deterrenza credibile nei confronti di Israele, nel tentativo di evitare un’altra guerra rovinosa.

Per fare questo, ha dovuto rafforzare la sua alleanza con l’Iran, che ha riempito di soldi Hezbollah: a differenza di quanto avviene nelle cleptocrazie palestinesi, i fondi di Teheran non sono finiti in fondi esteri di prestanome di Nasrallah, ma sono stati effettivamente impiegati sia in opere pubbliche, per realizzare ospedali,scuole, abitazioni popolari e creare posti di lavoro.

In parallelo, Hezbollah si è armato sino ai denti: a quanto pare, il movimento sciita mantiene un esercito di 40-45mila miliziani equamente divisi tra arruolati e riservisti, dispone di circa 120.000 razzi e missili terra-terra forniti da Teheran e possiede droni.

Tuttavia, la politica di Nasrallah è andata progressivamente in crisi per tre fattori. Il primo è biecamente tecnologico. Di fronte alla minaccia dei missili, Israele ha cominciato una corsa a sviluppare adeguate contromisure, sviluppando un sistema di difesa articolato a tre livelli: il sistema Hetz (“Freccia”), che può intercettare missili a lungo raggio come i missili Scud provenienti dalla Siria o i missili Shihab provenienti dall’Iran; il sistema Kippat barzel (“Cupola di ferro”), che intercetta razzi a corto raggio come Qassam e Katyusha; e il sistema Kala David (“Fionda di David”), progettato per intercettare armi balistiche a medio raggio, soprattutto missili ad alta precisione e grandi razzi come l’M-600 di Hezbollah.

Inoltre, nel nord del paese sono stati costruiti altri rifugi e in caso di attacco dall’aria il Rambam Medical Center di Haifa dispone oggi di 2.000 posti letto nel sotterraneo. Di conseguenza, il potere di deterrenza militare di Hezbollah si è progressivamente offuscato.

Il secondo è economico: la crescita esponenziale dei finanziamenti di Teheran ha progressivamente diminuito i margini di autonomia politica di Nasrallah. Di conseguenza, contro voglia, le milizie di Hezbollah sono dovute intervenire nella guerra civile siriana, perdendo quasi 2000 combattenti e subìto circa 5.500 feriti, mettendo in grande tensione la comunità sciita del Libano meridionale dove recluta il grosso delle sue forze e riducendo il consenso di cui gode il movimento

Terzo è politico: la “normalizzazione” di Hezbollah – il partito controlla un terzo del parlamento di Beirut – lo ha reso assai più responsabile, ma molto più vulnerabile dinanzi alle proteste di massa.

A peggiorare il tutto ci si è aggiunta la crisi economica e la politica di Trump: il Libano vanta una disoccupazione al 37% tra gli under-35 anni e il terzo debito pubblico più vasto al mondo, pari a 150% del Pil. Di conseguenza, il libanese medio è alquanto irritato nei confronti del suo sistema politico, di cui Hezbollah è visto come parte integrante.

Inoltre, le sanzioni di Trump hanno ridotto drasticamente i fondo in arrivo da Teheran, mettendo in crisi i meccanismi di consenso costruiti da Nasrallah. Inoltre, con l’eliminazione di Soleimani, Hezbollah ha perso il principale padrino politico.

Nasrallah sta reagendo alla crisi arroccandosi in difesa: con le dimissioni di Hariri e la nascita del governo di Hassan Diab è crollato miseramente l’accordo siglato un anno fa tra il fronte filo-iraniano, incarnato dall’alleanza tra gli Hezbollah e il presidente della Repubblica cristiano Michel Aoun, e l’asse filo-occidentale, rappresentato dallo stesso Hariri e dai partiti cristiani delle Forze libanesi e delle Falangi e dal partito druso di Walid Jumblat.

Di fatto, la politica libanese si è polarizzata di nuovo ed Hezbollah si trova nella scomoda condizione non di chi contesta, ma di chi è contestato, con le proteste di piazza che non sembrano prossime a terminare.

Per cui o Diab trova una soluzione alla crisi, il che implica adottare una serie di riforme che metterebbe in crisi le basi del potere del movimento sciita, oppure la situazione a Beirut rischia di trasformarsi in una bomba a orologeria politica per Nasrallah e suoi protettori iraniani. In ogni caso, Trump avrebbe segnato il suo punto, nel gioco strategico che si svolge sulla pelle dei libanesi…

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