La basilica di Santa Balbina

Pochi romani hanno la fortuna di conoscere la basilica di Santa Balbina, sul piccolo Aventino, sia per la sua posizione, alquanto nascosta, sia perché, diciamola tutta, è assai difficile trovarla aperta.

Ed è un peccato, perché, nonostante la sua storia tormentata, la basilica merita di essere ammirata. Ma chi era Balbina ? Una martire, la cui vita, assai romanzata, è narrata da due tarde agiografie: la ‘’passio Alexandri’’ (VI secolo), che confonde papa Alessandro I con l’omonimo martire della via Nomentana, il che è tutto dire sull’attendibilità dell’autore, e la ‘’passio ss. Balbinae et Hermetis’’, che della prima è un’appendice.

La leggenda narra che la figlia di Quirino, un tribuno nell’esercito romano, al quale era stato ordinato di tenere in prigione a causa della loro fede cristiana papa Alessandro I e un uomo di nome Hermes. Poi convertitosi, Quirino chiese al Papa di guarire sua figlia Balbina che aveva una grande gozzo. Papa Alessandro gli chiese di portargli la figlia al suo cospetto, così Quirino rapidamente tornò a casa e portò la figlia al carcere dove era rinchiuso il papa; entrambi si inginocchiarono davanti a lui in segno di riverenza. Poiché Balbina baciava gli anelli delle catene con le quali il Papa era legato, quello le disse:

“Non baciare queste catene, ma vai a trovare quelle di san Pietro e, una volta che le hai trovate, baciale con devozione e presto guarirai”.

Quirino sapeva dove Pietro era stato detenuto prima del suo martirio e immediatamente prese Balbina con sé, la portò lì e la fanciulla subito guarì. Quirino rilasciò papa Alessandro e Hermes liberi. Insieme con la moglie e la figlia fu battezzato dal papa. Papa Alessandro stabilì che il miracolo delle catene doveva essere celebrato da quel giorno in avanti e fece costruire la chiesa dedicata all’apostolo Pietro, nel cosiddetto titulus apostolorum, presso le Terme di Tito all’Esquilino, ristrutturato e ampliato nel 442 da Licinia Eudossia, figlia di Teodosio II e moglie di Valentiniano III, che lo trasformò nell’odierna San Pietro in Vincoli.

Quirino fu poi arrestato come cristiano e martirizzato con la decapitazione il 30 marzo 116. Fu sepolto nella Catacombe di Pretestato sulla Via Appia. La sua tomba fu poi considerata con grande venerazione ed è indicato nelle antiche guide per i pellegrini delle catacombe romane. Non è noto cosa è successo a Balbina dopo la morte di suo padre: secondo una versione fu arrestata insieme a suo padre nel 116 e decapitata dopo lunghe torture; ma secondo altri racconti visse come un suora vergine fino alla sua morte: venne chiesta più volte in sposa ma rimase sempre fedele al suo voto di verginità. Poi nel 130 fu riconosciuta colpevole di essere cristiana e condannata a morte dall’imperatore Adriano. Venne annegata o sepolta viva a seconda della fantasia dell’agiografo.

La basilica che le è stata dedicata sorge in un luogo che è antico quanto Roma: era posta infatti lungo il Clivius Delphini, la strada in salita che conduceva dalle Terme di Caracalla all’Aventino, unendo l’Appia all’Ardeatina e alla “via Nova”, la via che permetteva l’accesso alle terme, ornata di portici e larga circa trenta metri.

Secondo la tradizione annalistica, il suo sito coincide con l’arx dell’Aventino su cui si posizionò Remo, in gara col fratello Romolo: chi avesse avvistato più uccelli avrebbe avuto il privilegio di fondare la città.

In età tardo repubblicana, vi fu costruita un’imponente domus, che probabilmente, divenne la casa privata di Adriano prima del suo principato, il quale, salito al trono, la donò al demanio imperiale. Ai tempi di Marco Aurelio, nel parco della villa fu costruita la Mutatorium Caesaris, la stazione dei cavalli e dei cocchi imperiali addetti ai viaggi extra urbani, allo stesso modo che l’area Carruces serviva per i viaggi privati.

La domus fu poi donata da Settimio Severo al suo amico Lucio Fabio Cilone, che era stato due volte console, prefetto di Roma, e tutore di Caracalla. E’ stato ritrovato nel 1859 nelle vicinanze della chiesa un tubo di piombo dell’acqua che riporta il nome di Lucio Fabio Cilone.

Ai tempi di Costantino, il salone di rappresentanza della domus fu trasformato in una chiesa, il titulus Tigridae, che nella seconda metà del VI secolo, a seguito del trasferimento delle reliquie di Balbina, fu dedicato alla martire. La prima citazione della nuova titolatura appare infatti in occasione del sinodo celebrato nel 595 da papa Gregorio Magno.

Ora, con la progressiva diminuzione della popolazione romana, la basilica si ritrovò all’estrema periferia della Roma Medievale e di fatto, fu abbandonata a se stessa. Dall’VIII secolo, i pontefici Gregorio III (731 – 741) e Leone III (795 – 816) disposero i primi restauri al tetto; Gregorio IV (827 – 844) e Benedetto III (855 – 858) sostennero con notevoli donazioni la chiesa e per migliorare la manutenzione della chiesa, costruirono si resti della domus e della Mutatorium Caesaris un cenobio, destinato ai monaci greci in fuga da Costantinopoli per le diatribe relative all’iconoclastia.

Monaci che si impegnarono a fortificare l’edificio con torri e merlature per difendersi da eventuali saccheggi; della fortificazione approntata è oggi ancora visibile, nel giardino della chiesa, un mutila torre in laterizi. Fu tutto inutile: nel XII secolo il catino absidale crollò e il mosaico paleocristiano che lo decorava andò perduto.

Tra il XV ed il XVI secolo, dato lo stato di semi-abbandono in cui versava il complesso resero necessari ulteriori restauri, come quello commissionato nel 1489 dal cardinale Marco Barbo, nipote di Paolo II, che fece ricostruire interamente il tetto, lasciandone memoria in un’iscrizione posta sulla capriata centrale

Marcus Barbus, Venetus, episcopus Praene[stinus], card[inalis] S[ancti] Marci, Patriarcha Aquile[iensis], an[no] D[omini] MCCCCLXXXIX

Ulteriori restauri furono effettuati durante i pontificati di Sisto V (1585 – 1590) e di Clemente VIII (1592 – 1605) che comportarono la sostituzione delle colonne del portico con pilastri e la decorazione ad affresco del catino absidale. In particolare, le colonne furono fatte togliere dal cardinale Pompeio Arrigoni che le riutilizzò nella Villa Muti, la sua villa di Grottaferrata.

La basilica nuovamente abbandonata ai primi del XVII secolo a causa della malaria che imperversava nella zona, fu oggetto di numerosi saccheggi che la privarono di tutti i suoi arredi medioevali, finché nel 1698 venne di nuovo aperta al culto. La chiesa venne affidata alla congregazione dei Pii Operai che la ressero fino al 1798, quando fu messa all’asta. Acquistata dalla confraternita dei Fratelli Poveri, il convento e gli orti furono affidati al Pontificio Istituto Agrario per fanciulli abbandonati, mentre la chiesa restò al Capitolo Vaticano.

Nel 1854, il convento divenne sede di un istituto di correzione per minorenni, diretto dai Fratelli della Misericordia e poi, nel 1885, dedicato a santa Margherita da Cortona, divenne sede di un ospizio per ex-prostitute convertite, gestito dalle Suore Francescane dei Sacri Cuori, che ancora oggi lo curano come casa di riposo per anziani.

La facciata di Santa Balbina, sopraelevata su una modesta gradinata, è in laterizio e presenta nella parte inferiore un portico coperto da un tetto, al quale si accede tramite tre arcate a tutto sesto poggianti su pilastri, tra i quali vi è posta una cancellata in ferro che impedisce l’accesso al portico stesso, dove vi sono raccolti numerosi frammenti antichi tra cui una tabula lusoria, il gioco da tavolo degli antichi romani, antenato del nostro backgammon, epigrafi, anfore ed alcuni elementi appartenenti alla decorazione precedente alla chiesa, come parte dei plutei della “schola cantorum” ed un capitello con lo stemma di papa Sisto V. La parte superiore presenta tre grandi finestre ad arco ed è chiusa da un tetto a doppio spiovente. Sulla parete d’ingresso vi è lo stemma policromo di Innocenzo VIII Cybo, che era stato cardinale presbitero della Basilica di S.Balbina.

L’interno, a navata unica, è illuminato da 19 finestre ad arco che si aprono lungo la parte superiore delle pareti; al centro della navata vi è la ricostruita “schola cantorum” in marmo bianco. Il catino absidale appare oggi decorato con il Redentore in gloria tra i Santi Balbina, Felicissimo e Quirino e con un papa, ed è stata affrescata da Anastasio Fontebuoni nel 1599.

Ben più importanti, però, sono i resti degli affreschi medievali presenti nelle cappelle, che vanno dal IX secolo all’età di Pietro Cavallini, che danno una panoramica dell’evoluzione della pittura romana dell’epoca e alcune sculture provenienti dall’antica San Pietro.

Queste consistono nella cattedra episcopale (XIII secolo), in marmo e mosaico, di ambito cosmatesco, nel rilievo in marmo con Crocifissione tra la Vergine e S.Giovanni del Monumento funebre di Paolo II realizzato nel 1460 da Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata, proveniente dall’altare di S.Marco del transetto costantiniano, e la Tomba del prelato Stefano de Surdis, domine pape capellanus (cappellano papale), nipote del cardinale Riccardo Annibaldi, morto nel 1303, scolpita da Giovanni figlio di Cosma.

A questa chiesa è legata una bellissima storia che i “Mirabilia” narrano così:

“Nei tempi antichi, avanti la chiesa sorgeva un prodigioso candelabro asbestos, d’una pietra ardente e inestinguibile. L’intero candelabro fiammava senza rimaner consunto dall’arcano fuoco: l’aria ne alimentava il vigore e lì presso si ergeva una statua di arciere fieramente proteso a scoccare un dardo. Ma una scritta minacciosa in lettere etrusche diceva: “se qualcuno mi tocca io ferirò”. Quanti secoli passarono così mentre il candelabro ardeva non si sa ma un giorno un insensato toccò la freccia fatale, la freccia scoccò né più il fuoco si riaccese”.

 

2 pensieri su “La basilica di Santa Balbina

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