Il convento dei Teatini a Palermo

Come accennato in passato, la chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo era parte di un complesso assai più ampio: il tutto per merito di Padre Tommaso Guevara, primo preposto della Casa sulla “strada nuova”, non solo aveva stipulato l’accordo con la Confraternita dei Falegnami per l’uso della Casa e della Chiesa di San Giuseppe (ex Chiesa di S. Elia a Porta Giudaica, ubicata da Mongitore “nel luogo sopra cui è il corridore e libreria de’ Padri”), ma era riuscito a convincere il Senato cittadino a fornire all’ordine religioso la concessione di quella, che in teoria, sarebbe dovuta essere una pubblica strada, l’attuale via G. D’Alessi.

Da quel momento in poi, grazie alla donazioni dei nobili palermitani, i Teatini cominciarono a comprare tutte le case della zona, le fonti citano quelle di Don Mariano, di Don Paolo Di Bologna e di altri– delle quali rimane un muro medievale ed una bifora trecentesca – e collegandole con due passaggi in quota sulla via (presenti nelle piante di Palermo del 1702, 1726 e del 1760) i Teatini cominciarono ad allargare il loro convento, cosa che provocò le ire dei gesuiti, che non volevano concorrenti nei pressi della loro Casa Professa.

Così, i seguaci di Sant’Ignazio, per moderare la propensione alla speculazione edilizia dei vicini, provarono a far loro causa, in pratica una delle case comprate era per una quota parte dei gesuiti e i teatini, consapevolmente o no, avevano dimenticato di pagarli.

Così, se già il 25 agosto 1603 con una solenne processione i Teatini avevano trasportato dalla Chiesa della Catena il SS. Sacramento dell’Eucaristia nella Chiesa di S. Elia dei Falegnami, che in base all’impegno assunto dai Teatini avrebbe dovuto essere ristrutturata in Oratorio intitolato a S. Giuseppe, in uso al tempo stesso della Confraternita, fu solo dopo la conclusione della vicenda giudiziaria, vinta dai gesuiti, che il progetto dei Teatini della sistemazione del Convento nell’area potè realizzarsi.

A partire dal 1612 erano però iniziati altri lavori relativi ad una nuova possente struttura, la Chiesa di S. Giuseppe ai Quattro Canti, che avrebbe dovuto essere unita al Convento dai due archi in via G. D’Alessi. Nella descrizione del Mongitore della prima metà del Settecento il Chiostro quadrato appariva sostenuto da colonne di marmo bigio con archi. Nel mezzo era stato realizzato un giardinetto con alberi, fontanella al centro e nei muri sotto gli archi figuravano i ritratti dei Padri

“…in santità, dottrina e dignità usciti da questa casa… Nella parte superiore verso il mezzo si ha la Libraria, così vasta e copiosa di vari libri, che non cede a qualsivoglia altra di questa città”.

Il progetto del convento fu affidato al solito Giacomo Besio, impegnato anche nella vicina chiesa, che affidò la direzione dei lavori a Giovanni Macolino; così dal 1619 al 1640, si lavorò al livellamento del piano del Chiostro ponendo in opera colonne, capitelli “dalla perriera di Bellieme” e pilastri “dalla perriera di Montepellegrino”.

Tutto sarebbe proseguito tranquillo, se a Palermo non vi si fosse verificata una vicenda alquanto bislacca, legata alla nascita della sua Università. Infatti già cinque secoli prima, nel 1312, la Universitas civium di Palermo, ossia l’amministrazione civile, aveva “umilmente supplicato” il sovrano del tempo, Federico III d’Aragona, di fondare nella città per grazia speciale uno studio per l’insegnamento del Diritto, della Medicina e delle altre scienze e arti liberali, per porre fine alle “trasferte” dei palermitani costretti a raggiungere le lontane università della penisola per potere conseguire le lauree necessarie all’esercizio delle professioni più prestigiose. Il sovrano, temendo di accentuare sia litigiosità, sia le tendenze separatiste della nobiltà locale.

Nel Quattrocento, però, esistevano a Palermo lo Studio francescano dove si insegnavano Teologia, Sacra Scrittura, Diritto canonico e Filosofia, e quello domenicano che nel 1456 fu elevato a Studio generale: i suoi corsi, frequentati anche dai laici e riconosciuti validi ai fini del conseguimento della laurea all’Università di Catania, nel Cinquecento furono potenziati: a insegnare Filosofia c’era Tommaso Fazello, storico siciliano, che ne fu pure rettore, a insegnare Medicina fu chiamato il celebre Gianfilippo Ingrassia, grande anatomista dell’epoca, con lo stipendio di cento onze l’anno.

Soldi, detto fra noi, ben spesi: grazie ai suoi consigli, la peste del 1576, fu circoscritte ed ebbe un numero relativamente ridotto di vittime. Tra l’altro nella relazione sull’epidemia, Ingrassia fu tra i primi a intuire come il contagio della peste fosse dovuto a qualche essere vivente di infima dimensione, invisibile agli occhi, che non conoscendo il nome di batterio, definì pricipia seminalia.

Ma le due realtà esistenti dei francescani e dei domenicani dovettero fare i conti con i successi del collegio gesuitico che inaugurò il suo primo anno accademico nel 1550, offrendo insegnamenti gratuiti di Grammatica latina, Dialettica, Fisica, Metafisica, Filosofia e Teologia. Ottenuta nel 1552 dall’imperatore Carlo V la badia di Santa Maria La Grotta (attuale Casa Professa), i gesuiti realizzarono in tempi rapidissimi una nuova sede per lo Studio, l’imponente Collegio Massimo, attuale sede della Biblioteca regionale, che alla fine del Cinquecento, quando fu completato, risultò secondo soltanto a quello di Monaco di Baviera. Allo Studio dei gesuiti il Papa concesse di rilasciare la laurea in Filosofia e Teologia.

Nel corso del 1600, l’istituzione di uno Studio generale a Palermo fu più volte vicinissimo, ma questo progetto fu ostacolato dalla netta opposizione delle Università di Messina e Catania, ora da vicende interne. Soppressa subito dopo la rivolta del 1674-1678 l’Università di Messina, Palermo non riuscì a sostituirla come secondo ateneo siciliano: anzi i privilegi dell’Università di Catania furono rafforzati, con l’obbligo di seguire nella città etnea i corsi per il conseguimento della laurea in Medicina. A Palermo, quindi, a parte le materie insegnate nel Collegio gesuitico per il conseguimento delle lauree in Teologia e Filosofia, l’insegnamento universitario continuò a praticarsi in forme alternative a livello privato.

Una nuova pagina si aprì il primo dicembre 1767, quando la Compagnia di Gesù fu espulsa dai regni borbonici di Napoli e di Sicilia e tutti i suoi beni, compresi le biblioteche e le raccolte antiquarie, incamerati. Il 31 luglio 1778, infatti, il re creò una “Deputazione de’ Regi studi di Sicilia”, alla quale affidò il compito di riorganizzare in Palermo l’Accademia degli studi, il convitto dei nobili e la libreria già istituiti dai Gesuiti nell’ex Collegio Massimo. I membri più rappresentativi erano il filogiansenista Salvatore Ventimiglia, arcivescovo di Nicodemia; il massone Alfonso Airoldi, arcivescovo di Eraclea; l’archeologo e numismatico Gabriele Lancellotto Castelli, principe di Torremuzza. Il 14 maggio 1779 il re approvò l’ordinamento dell’Accademia degli studi, articolato su venti cattedre. L’ordinamento si caratterizzò per il fatto che si introdussero accanto agli insegnamenti “di parole”, gli insegnamenti “di cose” quali la geometria, l’economia, l’agricoltura e il commercio. L’Accademia era, in embrione, la futura Università. Il 5 aprile 1781 l’Accademia di Palermo fu autorizzata a rilasciare lauree in Filosofia e Teologia, mentre per quelle in Diritto civile, Canonico e Medicina, gli studenti dovevano recarsi a sostenere l’esame all’Università di Catania.

Il 22 agosto 1805 il re Ferdinando III approvò la proposta della Deputazione degli studi di Sicilia di trasformare l’Accademia in Università. Il 3 settembre 1805 un dispaccio reale comunicò che la regia Maestà si era “degnata di erigere ad Università di Studi” l’Accademia palermitana. Nella decisione del re avrà pesato, probabilmente, l’ospitalità concessagli dalla città di Palermo pochi anni prima, nel 1799, quando tutta la Corte era fuggita da Napoli in rivolta e si era insediata a Palazzo dei Normanni (allora sede del Tribunale), costringendo il Tribunale a trasferirsi nelle ex prigioni dell’Inquisizione abolita pochi anni prima, nel complesso monumentale dello Steri. Il 12 gennaio 1806 Ferdinando firmò la cedola reale (decreto) che conteneva il provvedimento di istituzione dell’Università di Palermo.

Intanto, però, nel 1804 i gesuiti erano ritornati in Sicilia, ottenendo la restituzione del Collegio Massimo: per cui, la nuova e tanto sudata Università aveva bisogno di una nuova e adeguata sede: l’unico spazio altrettanto grande del Collegio Massimo era il convento dei Teatini, che furono così sfrattati e riportati al vecchio convento di Santa Maria della Catena, ora sede dell’Archivio di Stato.

Ovviamente, questo cambio di destinazione d’uso portò a una serie di lavori di ristrutturazione. Agli inizi dell’Ottocento, all’antico ingresso da via Università, forse corrispondente ad una porta e ad una torre delle antiche fortificazioni, era stato sostituito un accesso al centro dell’ampio cortile con colonne ed archi su tutti e quattro i lati. A destra, nei due vani attualmente occupati dalla Segreteria didattica – un tempo Istituto di Diritto Romano – vi erano le stanze dei prefetti che assicuravano l’ordine nell’edificio e, in un primo tempo, del Rettore. A sinistra dell’ingresso centrale nel portico, la prima stanza – originaria sede dell’Istituto di Diritto Romano ed attuale Biblioteca Ottavio Ziino – era quella del Rettore; subito dopo si presentava l’antica portineria con l’originaria scala utilizzata dai religiosi per salire agli appartamenti superiori. Al piano terra erano “numero cinque scuole (aule) dalla parte della Rua delli Formaggi” (oggi via dell’Università).

Nei locali dell’attuale biblioteca della Facoltà e del Circolo Sampolo, venne ubicata la Scuola del Nudo con ingresso autonomo dalla Rua Formaggi, ritrovato in occasione del restauro della pavimentazione del Circolo Giuridico. Al piano superiore, si trovava una stanza di quadri che costituiva il vestibolo del Museo delle statue, delle monete e di altri oggetti di antichità, l’attuale Aula Magna, che, avendo il soffitto ribassato, presentava al piano superiore la Galleria dei Quadri e delle Antichità.

Al primo piano a sinistra, nell’attuale sito del Dipartimento di Storia del Diritto, dovevano trovarsi celle, cucina e refettorio, poi vi fu ubicata la Reale Stamperia, che constava di una stanza per il Direttore, di un vestibolo, di un ripostiglio e di dieci vani. Nel 1816, in seguito al trasferimento della Reale Stamperia, tali ambienti, come quelli del piano superiore, tornarono ad essere occupati dai Teatini fino al 1834. Il corridoio dal lato opposto, l’attuale Dipartimento di Diritto privato fu a lungo deposito di modelli in gesso, disegni e stampe.

Al primo piano a destra fu quindi trasferito dal piano terreno l’appartamento del Rettore (attuale sede della Presidenza della Facoltà di Giurisprudenza), prima di un ulteriore e temporaneo trasloco al piano superiore, nell’attuale corridoio e stanze d’ingresso del Dipartimento di Diritto Pubblico.

Al secondo piano, oltre alla Libreria dei Padri con volta ornata di pitture, era dunque ubicata la Quadreria “ove erano disposti e quadri, e rami lasciati a questa Università dal benemerito Don Giuseppe Ventimiglia, principe di Belmonte”, che veniva utilizzata la domenica come Oratorio per la gioventù e sala delle gran funzioni. In questo stesso piano era ubicato il Gabinetto anatomico in cera, il Museo di storia naturale, che conservava anche reperti archeologici ed epigrafici, la sala degli esperimenti ed il laboratorio chimico, il Gabinetto delle macchine di Fisica sperimentale, fatte venire espressamente dall’Inghilterra nell’Ottocento. Un “macchinista inglese” aveva addirittura abitazione ed officina nel secondo cortile, un tempo orto dei Padri con alberi d’arancio, prima delle modifiche per la costruzione dello scalone d’accesso e della definitiva ristrutturazione dell’Aula Magna, iniziata nel 1824 e completata nel 1934 con una loggia a tre arcate su richiesta del Senato Accademico “a maggior decoro” dell’Aula ad opera di Ottavio Zanca, che probabilmente riprendeva un progetto di Venanzio Marvuglia interrotto nel 1811 per la vicenda dell’“arco scemo” e le polemiche conseguenti.

Dagli anni ’50 rettorato e diverse facoltà si trasferirono e il palazzo restò solo sede della facoltà di Giurisprudenza e scienze politiche. Nel 1997, furono effettuati i lavori di restauro del prospetto centrale dell’Università, che hanno portato al recupero dell’antica monumentalità dell’ex convento.

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