La San Pietro di Fra Giocondo

Giovanni_Giocondo

La commissione guidata da Giuliano da Sangallo fu alquanto rapida e drastica, nel decidere il destino della San Pietro costantiniana: le vecchie pareti erano irrecuperabili e il progetto di Rossellino che, in mancanza di alternative, a spizzichi e bocconi continuava a essere messo in pratica, nel 1505 le fondazioni e le murature del coro absidale erano alzate fino a un’altezza di 1,75 m circa, avrebbe forse peggiorato la situazione, scaricando sulle strutture del IV secolo il peso di un imponente massa muraria.

Per cui, per risolvere il problema alla radice, bisognava buttare tutto giù e ricostruire una nuova San Pietro. Giulio II, vedendo in questo la possibilità di soddisfare la sua smisurata ambizione, accettò la proposta e contattò per avere un primo progetto, un suo vecchio amico, Fra Giocondo, nome che a molti dice ben poco, ma che all’epoca era considerato un luminare dell’architettura.

Francescano, nato a Verona nel 1433, all’inizio della sua carriera, a tutto si dedicava, tranne che all’edilizia: era infatti un docente di lettere classiche, anche molto quotato, a sentire il suo allievo più famoso Giulio Cesare Scaligero, soldato di ventura, poeta, medico e naturalista, che a suo modo, sintetizzò nella vita tutte le contraddizioni del Rinascimento.

In quel periodo, Fra Giocondo si dedicò a due passatempi, che di fatto condizionarono il suo futuro. Il primo, fu la ricerca delle epigrafi latine, che lo portò progressivamente a interessarsi agli edifici che decoravano. Il secondo, la traduzione del De architectura di Vitruvio, cosa che lo rese grande conoscitore dell’architettura latina.

Attività che lo fece apprezzare dal cardinale Raffaele Riario, il quale, lo infilò nella commissione di espertoni a supporto di Andrea Bregno, assieme a Bramante. La sua conoscenza del De architectura e degli aspetti costruttivi degli edifici antichi doveva essere considerata preziosa per l’edificazione di un palazzo in cui si voleva dichiaratamente ricreare la più ammirata opera muraria romana, l’opus isodomum descritta da Vitruvio. In più, come epigrafista attivo da un ventennio, Fra Giocondo doveva avere già quelle capacità, nate con l’osservazione acuta di molte particolarità delle iscrizioni antiche e della loro collocazione nelle architetture.

Questo lo rendeva particolarmente qualificato nel progettare l’iscrizione con grandi caratteri che nel Palazzo della Cancelleria attraversa da un cantone all’altro tutta la facciata al di sopra del piano nobile.

In più, assai probabilmente, data la sua conoscenza di Vitruvio, suggerì l’introduzione degli ordini sovrapposti di paraste corinzie (M.Vitruvius per Iocundum…, c. 4v), dei colonnati dei portici sempre conclusi da pilastri angolari e soprattutto, delle finestre del piano nobile, le prime nell’architettura rinascimentale che riproducano un tipo antico pertinente, in quanto sono desunte dalle “finestre” dell’ordine superiore di porta Borsari a Verona, che solo un locale poteva conoscere.

Dal 1489 al 1493 fu a Napoli, al servizio di Alfonso Duca di Calabria e di Ferrante d’Aragona, come progettista di fortificazioni, in particolare quelle di Mola e a Gaeta, e in tale veste fu in contatto con Francesco di Giorgio Martini, per il quale eseguì i centoventi disegni che illustrano il suo trattato di architettura.

In più, doveva catalogare la collezione di statue antiche del Duca e improvvisarsi urbanista, concependo un grandioso piano di espansione e di riassetto di Napoli ispirato dagli ideali albertiani della città come luogo di elevata vita civile degli individui e della comunità che avrebbe rappresentato una prima applicazione pratica delle loro ricerche su Vitruvio.

Arrivato Carlo VIII, per non essere usato come bersaglio per le bombarde, Giocondo entrò al servizio del re francese. Per la sua fama di teorico dell’architettura, la Comunità di Parigi gli aveva assegnato una “provisione” di 160 lire annue per la sua collaborazione alla ricostruzione del ponte di Notre-Dame.

Il precedente ponte di legno era andato distrutto il 25 novembre 1499; e il 28 maggio 1500 si era posta la prima pietra di quello nuovo, che si era deciso di ricostruire di pietra. Esperti chiamati a consulto dalla Comunità di Parigi si riunivano, talvolta con frequenza settimanale, per discutere man mano, in assenza di un progetto definitivo e particolareggiato, le decisioni da prendere sul numero dei piloni e degli archi, sulle dimensioni e le forme di questi, degli speroni e delle rampe.

Fra Giocondo partecipò per la prima volta a una riunione il 6 luglio 1500 per decidere le dimensioni dei piloni e il profilo a tutto sesto degli archi, e fino al 6 novembre di quell’anno intervenne a diverse riunioni importanti, tra le tra le quali alcune sulle fondazioni dei piloni e una sull’altezza degli archi. Ricomparve il 25 novembre 1502, dopo due anni nei quali nulla era stato deliberato. Dopo un altro anno di assenza, nella riunione del 9 marzo 1504 presentò una relazione in latino esaminata il 28 dello stesso mese. Si decise allora di tendere funi al di sopra dei piloni per verificare le quote previste per i piani carrabili. Il 7 aprile dell’anno seguente si stipulò il contratto per la costruzione delle arcate, completate nel luglio 1507.

Nel frattempo, Fra Giocondo progettò un acquedotto munito di un doppio sifone costruito per fornire l’acqua, prelevata da uno stagno a quota inferiore, ai giardini del castello di Blois, posti in posizione elevata.

L’intensa attività non impedì a Fra Giocondo anche durante il soggiorno francese di dedicare parte del tempo agli studi, alla ricerca di iscrizioni e codici e ai dialoghi con altri letterati, tanto che scoprì alcune lettere mancanti dell’epistolario di Plinio il giovane a Traiano e il De prodigiis di Giulio Ossequente.

Negli ultimi mesi trascorsi in Francia, Fra Giocondo elaborò due progetti per architetture italiane: il veneziano Fondaco dei Tedeschi e la consulenza per San Pietro richiesta da Giulio II.

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Per il Fondaco dei Tedeschi, che poi fu affrescato da Giorgione e da Tiziano, Fra Giocondo, ispirato dall’antico, concepì un cortile quadrato al modo di un vitruviano foro greco cinto da un quadruplice ordine di arcate su pilastri di altezza decrescente. Nell’impianto e nella struttura di portici e logge traspare una razionalità pari a quella dell’architettura gotica di cui Fra Giocondo, vivendo per un decennio al di là delle Alpi, doveva aver colto a pieno e apprezzato lo spirito. I pilastri a pianta quadrata ricordano invece molte architetture di Francesco di Giorgio, con cui il francescano aveva stretto una profonda amicizia.

Le basi dei pilastri, semplificate man mano che si sale da un ordine all’altro, appaiono affini a quelle ridotte al minimo, un plinto o una modanatura a quarto di cerchio, di alcune immagini del dorico presenti nella sua traduzione del De architectura.

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Per San Pietro, Fra Giocondo, che aveva conosciuto Giulio II ai tempi di Palazzo della Cancelleria, concepì un progetto alla basilica veneziana di San Marco, o meglio al suo archetipo, i Santi Apostoli, la basilica dove erano custodite le tombe dei basileus, rielaborando il motivo suo motivo spaziale fondamentale, ossia una cupola contornata da volte a botte di profondità ridotta, replicata cinque volte sull’asse longitudinale e tre su quello trasversale.

Il motivo di tale scelta era anche politico: a Roma dimoravano gli ultimi Paleologhi e un’architettura di questo era anche un richiamo alla necessità di scacciare i turchi da Bisanzio, aspirazione che era nata a Fra Giocondo dalla frequentazione del circolo del cardinal Bessarione.

Questo tema bizantino si combina con un altro motivo veneto, quello del coro con deambulatorio e cappelle radiali ad esempio presente nella basilica di Sant’Antonio da Padova. Questo elemento architettonico era assai noto a Fra Giocondo per varie ragioni: come francescano ne aveva apprezzato l’uso nelle chiese del suo Ordine nell’Italia settentrionale (le chiese di San Francesco a Bologna e a Piacenza), di certo aveva ritrovato questa soluzione a Napoli in chiese angioine come San Lorenzo Maggiore, e naturalmente ne aveva visto e apprezzato gli innumerevoli esempi francesi, a partire da Notre-Dame.

Nella proposta per San Pietro, la mentalità di ingegnere di Fra Giocondo si concentra per incrementare gli aspetti distributivi e funzionali della basilica, in modo da facilitare al massimo l’esecuzione delle cerimonie religiose; mentre l’esperienza del gotico traspare nella logica concatenazione delle strutture e nella proiezione sui fianchi e sulla fronte dell’articolazione dell’interno.

Tuttavia, Giulio II ne fu poco impressionato, per tre motivi: il primo, perché diciamola tutta, a differenza dei suoi predecessori, a tutto pensava, tranne che alla liberazione di Costantinopoli. Il secondo riguardava l’oggettiva difficoltà di riutilizzare quanto eretto, seguendo il progetto originale del Rossellino, mantenendo al contempo in piedi parte delle mura costantiniane, prossime al crollo. Infine, con il deambulatorio, per il Papa era difficile posizionare da qualche parte la nuova splendida ossessione, il suo mausoleo monumentale.

Nonostante questa mediocre accoglienza, il progetto di Fra Giocondo influenzò anche quelli successivi. Di certo influì sull’introduzione del deambulatorio in successive piante di Bramante; Antonio da Sangallo riprese un paio di volte l’alternanza di cupole e volte a botte sulla navata principale e questo motivo ispirò anche l’architettura dipinta da Raffaello nella Cacciata di Eliodoro.

Cacciata_di_eliodoro_dal_tempio_01

4 pensieri su “La San Pietro di Fra Giocondo

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