Il piccolo Aventino

Piscina

Il buon Tito Livio racconta come nel 215 a.C. i due pretori urbani trasferissero i loro tribunali nei pressi del luogo dove il Senato si incontrava con i generali per discutere gli sviluppi della seconda guerra punica: Piscina Pubblica, che come è facile intuire dal nome, era un bacino artificiale, alimentato da una delle numerose sorgenti presenti nelle immediate vicinanze o tramite l’aqua Appia, il primo acquedotto fatto edificare da Appio Claudio Cieco.

Lo scopo della Piscina Publica non era solo ludico, dare la possibilità agli antichi romani di imparare a nuotare, ma anche industriale, dato che riforniva d’acqua le numerose manifatture tessili del piccolo Aventino, la cui esistenza è testimoniata dal Campus Lanatarium, la piazza sede del mercato dei panni e delle lane, gemello

Un riferimento di Festo indica che già nel II secolo d.C. la Piscina Publica non esistesse più, tuttavia, il luogo rimase a lungo nell’immaginario dell’Urbe.

Diede il nome al Vicus Piscinae Publicae era una strada dell’antica Roma che collegava l’angolo sudorientale del Circo Massimo alla Porta Raudusculana delle Mura Serviane, nell’avvallamento tra piccolo e grande Aventino.

Insomma, per capirci era l’equivalente antico del tratto iniziale del nostro viale Aventino, dato che la porta Raduscolana, oggi scomparsa, si ergeva all’altezza dell’incrocio con via San Saba. Porta, quella Raduscolana, il cui nome deriva dal latino arcaico raudus,rame o bronzo a dare retta a Varrone, che in De Lingua Latina scrissi

Deinde Rauduscula, quod aerata fuit. Aes raudus dictum; ex eo veteribus in mancipiis scriptum: Raudusculo libram ferito

Secondo Valerio Massimo, tale nome deriva un episodio leggendario che riporta alla gens Genucia, una delle più importanti e illustri famiglie plebee dell’Aventino, un ramo dei quali aveva anche il “cognomen” Aventiniensis, i cui rappresentanti hanno anche ricoperto, nel tempo, cariche pubbliche di un certo rilievo, almeno fino all’epoca delle guerre puniche, dopo le quali sembra non ci sia più alcuna traccia negli annali.

Livio cita dei Genucii tribuni nel 476 a.C., nel 474 a.C. e nel 473 a.C., un tribunus militum consulari protestate nel 399 a.C., dei consoli nel 365 a.C., 363 a.C. e 362 a.C. (il primo console plebeo fu eletto nel 366 a.C.) e un àugure nel 300 a.C.

Tornando al mito, Valerio Massimo racconto come che ad un certo Genucio Cipo, pretore, appena varcata la porta per uscire dalla città, capitasse uno di quei prodigi di cui si narra con una certa frequenza negli avvenimenti antichi: gli spuntarono un paio di corna sulla fronte. L’àugure prontamente intervenuto vaticinò che, non appena fosse rientrato in città, ne sarebbe divenuto re, e così fu che Genucio, convinto sostenitore dei principi repubblicani, preferì autoesiliarsi per il resto della vita, piuttosto che contravvenire alle sue convinzioni. Per questa fermezza e serietà nei confronti dello Stato gli fu tributato, tra l’altro, l’onore di un’effigie bronzea sulla porta, che assunse quindi quell’appellativo.

Meno romanzesca è la versione fornita da Varrone, che si limita a citare la presenza di una porta bronzea. Se devo dire la mia, è probabile come, ai tempi della ricostruzione delle mura Serviane in epoca repubblicana, che secondo il solito Livio furono costruite nel 378 a.C. dai censori Spurio Servilio Prisco e Quinto Clelio Siculo, utilizzando maestranze, o almeno gli architetti, provenienti in buona parte dall’alleata Siracusa di Dionisio il Vecchio, un esponente della gens Genucia probabilmente fu responsabile della direzione dei lavori in quella porzione dell’agger e magari pagò di tasca propria la porta bronzea. Il Senato per ringraziarlo, gli concesse l’onore di decorare il tutto con suo ritratto e con il tempo, questo fatto abbastanza banale fu assai romanzato.

Ora il Vicus Piscinae Publicae diede il noma alla dodicesima delle regioni amministrative con cui Augusto suddivise Roma. Dai Cataloghi Regionari del IV secolo, una sorta di Tuttocittà dell’epoca di Costantino, sappiamo come l’ampiezza della Regio Piscina Publica avesse un’ampiezza di 12.000 piedi romani, pari a circa 3.550 metri e di come vi fossero presenti 17 vici (l’equivalente), 17 aediculae (edicole), 2.487 insulae (definiamole condomini), 113 domus (case patrizie), 27 horrea (magazzini), 63 balnea (bagni), 81 laci (fontane)e 20 pistrina (panetterie).

L’area, sorvegliata da 2 curatores e da 48 vicomagistri, ebbe prima un carattere popolare, poi – a seguito dell’allontanamento del porto, trasferito ai nuovi impianti imperiali oltre Ostia – e servito da un ramo dell’acquedotto, fu ricercato per residenze di lusso.

Vi abitarono infatti il poeta Ennio, Cassio Longino, uno dei promotori della congiura contro Giulio Cesare, Cornificia, sorella dell’imperatore Marco Aurelio, lo storico Asinio Pollone, Celonia Fabia, sorella di Lucio Vero e Adriano.

Nella regio, oltre alle terme di Caracalla, spiccavano come monumenti le sette case dei Parti, un padiglione fatto costruire sempre da Caracalla, per mostrare al romano medio i trofei conquistati nelle campagne in Mesopotamia, il tempio di Bona Dea, la Grande Madre dei Latini, moglie e sorella del loro dio tribale Fauno, il santuario di Fortuna Mammosa, la dispensatrice di abbondanza, e quello di Iside Athenodoria, presso la chiesa dei SS. Nereo e Achilleo, tra le Terme di Caracalla ed il primo tratto dell’Appia. L’epiteto “Athenodoria” è un riferimento alla statua di culto, scolpita da Athenorodos di Rodi, l’autore del Laocoonte.

Statua, che a titolo di curiosità, fa capolino anche nel mio romanzo “Io, Druso”, un omaggio/seguito a De Bello Alieno di Davide del Popolo Riolo, che spero si di prossima pubblicazione.

Completamente abbandonata nel Medioevo, la regio XII divenne l’estrema periferia dell’Urbe, coltivata a vigne, dove erano presenti soltanto i conventi di Santa Balbina e di San Saba, del quale parlerò in un prossimo post.

sansaba

Ancora all’inizio del Novecento la chiesa e il monastero di San Saba erano ancora in aperta campagna, ma con il primo piano regolatore approvato dalla giunta Nathan nel 1909 la zona divenne una sorta di quartiere operaio satellite di Testaccio e vi venne edificata, tra il 1907 e il 1914, una città – giardino.

Il progetto era di Quadrio Pirani, architetto di Jesi poco noto ai più, che contribuì alla pianificazione Monte Sacro e concepì la Piccola Londra al Quartiere Flaminio , fautore di quei villini che Roma fa Schifo vorrebbe demolire e fare sostituire con casermoni di cemento, tanto amati dai palazzinari romani…

Il progetto del quartiere, poi Rione, denominato San Saba in onore di quel monastero, prevedeva la realizzazione su dieci lotti di villini bifamiliari con e palazzine alte quattro piani. Quadrio scelse di coprire le facciate esterne dei villini e delle palazzine con piccoli mattoni rossi per poter armonizzare le nuove architetture con quelle delle antiche chiese e delle Mura Aureliane, espressione nel concreto di una visione dell’architettura, che in vecchiaia, sintetizzò nella seguente frase

Ho sempre avuto a cuore i problemi sociali; e ho voluto costruire per il popolo, partendo però da basi solide. Ho edificato case economiche inquadrando questo aggettivo nel suo giusto significato; economia non significa risparmio sulla qualità. Economia significa rendimento, durata

2 pensieri su “Il piccolo Aventino

  1. Un costruttore così è una rarità. Anche nell’antichità hanno sempre avuto – quelle personcine così a modo che costruiscono pure sulla tomba della madre – il bernoccolo della speculazione. Devo visitare quell’angolo di SanSaba, non ne conoscevo proprio l’esistenza.

    Cos’è che hai scritto tu, in attesa di pubblicazione?

  2. Pingback: San Saba | ilcantooscuro

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