San Cesareo de Appia

Altro luogo poco conosciuto di Roma è la chiesa di San Cesareo de Appia, che, come spesso avviene nell’area tra le terme di Caracalla e Porta San Sebastiano, sorge su un precedente edificio romano. Tra il 1636 e il 1666 nei terreni intorno alla chiesa furono avviate numerose campagne di scavo: vennero rinvenute numerose sepolture, olle cinerarie, busti e statue, oltre ai resti di un impianto termale di grandi dimensioni, suddiviso in navate con ambienti voltati a crociera. In uno di questi, scoperto durante alcuni lavori eseguiti nel 1936, è presente resti di un pavimento musivo in bianco e nero, risalente II secolo d.C. in cui sono rappresentati tritoni ed animali marini.

Gli eruditi del Seicento, li avevano interpretati come i resti dei presunti Bagni di Torquato e Vespasiano: negli ultimi anni, invece, sta ipotizzando come questi appartengano alle cosiddette Terme Commodiane, ritenute perdute, fatte costruire nel 183 d.C. da Marco Aurelio Cleandro, favorito di Commodo.

E proprio questo legame con un imperatore senza dubbio un poco eccentrico, ma che per la sua politica anti aristocratica e filopopolare, era visto come fumo negli occhi dalla classe senatoria, ha demonizzato anche la figura di Cleandro.

Secondo i pettegoli dell’Historia Augusta, Cleandro era un cubiculario, un liberto addetto alla persona dell’imperatore in specie al “cubiculum” cioè la stanza da letto. Ora, i genitori di Cleandro erano schiavi di origine greca, che svolsero il ruolo di baby sitter del giovane Commodo: per cui, lui e l’imperatore crebbero assieme. Di conseguenza, appena salito al trono, il figlio di Marco Aurelio affrancò Cleandro e tutta la sua famiglia, affidando all’amico il delicato ruolo di maggiordomo personale.

Nel 185 d.C. il prefetto del pretorio Tigidio Perenne organizzò una congiura contro Commodo: Cleandro la denunciò, ottenendo come premio la carica di Tigidio. Secondo l’Historia Augusta, Cleandro abusò del suo ruolo, assumendo e licenziando quotidianamente altri prefetti; quando si scoppiò una rivolta causata dalla carestia, per domarla, diede ordine alla Guardia Pretoriana di massacrare i civili, provocando un violento scontro con le coorti urbane. Cosa che provocò la sua fine, dato che Commodo, che non volendo apparire come nemico della plebe, lo condannò a morte.

Essendo le terme all’estrema periferia della Roma Medievale, non furono riutilizzate sino all’VIII secolo, quando vi fu costruita una prima chiesa, chiamata San Cesareo in Turrim, dato che il campanile fungeva anche da torre d’avvistamento e da difesa.

Chiesa che era assai più piccola dell’attuale, un’unica ampia sala con due absidiole, che apparteneva alla diocesi di S. Sisto Vecchio, ma in cui non vi si officiava alcuna messa. Questo primo nucleo della chiesa fu successivamente ampliato, il pavimento sopraelevato e le mura perimetrali, impostate su quelle di età romana, rinforzate. Nel 1302 papa Bonifacio VIII affidò la chiesa, in precarie condizioni, ai Crociferi affinché vi costruissero un ospedale per dare asilo ai pellegrini che entravano dalla vicina Porta San Sebastiano.

Ai Crociferi subentrarono le suore dell’ordine di S.Benedetto che vi rimasero fino al 1439, allorché papa Eugenio IV riunì di nuovo il settore amministrativo della chiesa a quello di San Sisto. Nel 1517 papa Leone X la elevò la Chiesa a “Titolo cardinalizio” con l’appellativo “in Palatio” per ricordare il primo luogo di deposizione delle reliquie di San Cesareo, l’oratorio che sorgeva nel palazzo imperiale del Palatino.

Un successivo radicale intervento di restauro fu apportato alla chiesa durante il pontificato di papa Clemente VIII ad opera del Cavalier d’Arpino, soprattutto per volontà del cardinale Cesare Baronio, titolare della vicina chiesa di San Nereo e Achilleo, nell’ottica di recupero della antichità paleocristiane e medievali. La chiesa fu consolidata e dotata di una serie continua di arcate cieche a tutto sesto, poste lungo le pareti dell’unica navata, la quale venne inoltre sopraelevata e coperta da un ricco soffitto a cassettoni,questo presenta, nel riquadro cruciforme al centro, lo stemma pontificio di Clemente VIII fra teste di cherubini alate, mentre gli altri riquadri raffigurano un fitto motivo di stelle. Nel 1603, a restauro ultimato, San Cesareo venne affidato ai padri somaschi del Collegio Clementino: in questa occasione vi furono trasferiti alcuni mosaici del XIII secolo e altri arredi architettonici che si trovavano nel transetto della Basilica di San Giovanni in Laterano, al tempo in fase di ristrutturazione per opera di Borromini.

Collegio e chiesa potevano allora contare sulla cosiddetta “Vigna di San Cesareo“, l’insieme delle proprietà e dei benefici che erano collegati alla chiesa di San Cesareo e che consentiva l’autosufficienza per ogni spesa. Questi terreni consistevano di tutto quanto il lato destro della Via di Porta San Sebastiano fino alle Mura Aureliane.

Beni che furono incamerato dallo Stato italiano a seguito della Presa di Roma: alla fine del XIX sec., in concomitanza con i lavori di sistemazione della Via Appia messi in atto dal Ministro Guido Baccelli , la chiesa subì un radicale intervento di restauro e manutenzione, durante il quale il sagrato d’ingresso venne pavimentato, la facciata principale restaurata e privata delle immagini sacre originariamente inserite nelle cornici.

Nel 1925 i terreni retrostanti la Chiesa di San Cesareo furono espropriati e concessi dal Demanio dello Stato al Governatorato, che vi istituì il Parco di S. Sebastiano; nel frattempo, la chiesa stava crollando e solo nel 1936 una ricca e anonima donazione permise di iniziare un lungo restauro, che tra complesse vicende, si concluse nel 1955 quando il cardinale Clemente Micara poté riconsacrare il luogo sacro.

Nel dicembre 1958 il cardinale Francesco Bracci volle assumerne il titolo cardinalizio con l’intento di ripristinare la bellezza dell’antico tempio. I Padri Silvestrini, interessati a gestire la chiesa, dovettero desistere per l’impossibilità a costruirvi accanto una comunità religiosa e fu allora il segretario del cardinale Bracci, monsignor Giacomo Orlandi, ad assumersi l’impegno di gestire la chiesa di cui divenne rettore.

Il 25 aprile del 1960, nella chiesa di San Cesareo, l’attrice Virna Lisi sposò l’architetto romano Franco Pesci. Questa chiesa piaceva molto all’attrice, tra l’altro allora era chiusa; gli sposi fecero richiesta di averla e fu aperta appositamente per il loro matrimonio.

Il 2 aprile 1963 la chiesa di San Cesareo venne riaperta al culto con la celebrazione della Stazione Quaresimale presieduta dal cardinale Bracci: per un decennio San Cesareo ospitò la Stazione Quaresimale al posto di Santo Stefano Rotondo chiuso per restauri. La chiese fu anche titolo cardinalizio del cardinale Karol Wojtyla che ne prese possesso il 18 febbraio 1968.

La chiesa ha una facciata molto sobria: il portale di accesso presenta un protiro con colonne di granito sostenenti un timpano, mentre ai lati vi sono due finestre quadrangolari murate. L’ordine superiore, separato da quello sottostante da una fascia marcapiano, presenta una grande finestra centrale, incorniciata e chiusa da una vetrata, ai lati della quale quattro paraste con capitelli ionici scandiscono quattro riquadri inscritti in cornici sottili.

L’attuale struttura della Basilica si compone di una navata unica scandita, lungo le superfici laterali, da sei arcate incorniciate da sobrie paraste e sormontate da un cleristorio, tra le cui finestre trovano posto alcuni preziosi mosaici attributi al Cavalier d’Arpino e raffiguranti scene della vita di San Cesareo. L’elegante opera musiva del catino absidale raffigura invece una classica scena di Dio Padre fra gli angeli.

Come accennato, diversi arredi liturgici provengono dalla basilica di San Giovanni in Laterano: l’altare maggiore, costruito con una porzione di un sontuoso paliotto cosmatesco, databile alla seconda metà del XIII secolo; l’ambone, composto da una decina di elementi eterogenei, databili al XIII secolo, tranne la nicchia quattrocentesca a conchiglia della fronte; le transenne del presbiterio, frutto dell’assemblaggio di pezzi di diversa origine, tra i quali due grandi plutei con lastre di porfido, due fasce musive e due colonne tortili.

Per cui, sotto molti aspetti, la chiesa può essere considerata una sorta di museo dell’arte cosmatesca medievale…

2 pensieri su “San Cesareo de Appia

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