I Lupercalia

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Lupercalium enim mos a Romulo et Remo inchoatus est tunc, cum laetitia exultantes, quod his avus Numitor rex Albanorum eo loco, ubi educati erant, urbem condere permiserat sub monte Palatino, hortatu Faustoli educatoris suis, quem Evander Arcas consecraverat, facto sacrificio caesisque capris epularum hilaritate ac vino largiore provecti, divisa pastorali turba, cincti obvios pellibus immolatarum hostiarum iocantes petiverunt. Cuius hilaritatis memoria annuo circuitu feriarum repetitur.

Ossia in Italiano

Infatti la festa sacra dei Lupercali ebbe inizio per opera di Romolo e Remo, quando, esultanti per il permesso avuto dal loro avo Numitore, re degli Albani, di edificare una città nel luogo in cui erano nati, sotto il colle Palatino, già reso sacro dall’arcade Evandro, fecero per esortazione del loro maestro Faustolo un sacrificio e, uccisi dei capri, si lasciarono andare, resi allegri dal banchetto e dal vino bevuto in abbondanza. Allora, divisosi in due gruppi, cinti delle pelli delle vittime immolate, andarono stuzzicando per gioco quanti incontravano. Il ricordo di questo giocoso rincorrersi intorno si ripete da allora ogni anno

Con queste parole Valerio Massimo descrive i Lupercalia, che si celebravano a metà febbraio, sulla cui natura si discute da secoli. Cosa sappiamo di questa festa ?

Per prima abbiamo chiaro il luogo da cui partivano le celebrazioni, ossia il Lupercale, posto

“a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo”

come ci narra Dionigi di Alicarnasso, in quello che era Cermalus, uno dei monti ricordato da Varrone nella lista di quelli costituenti il Septimontium, centro sul sito di Roma precedente la fondazione della città.

Sempre Dionigi di Alicarnasso descrive il luogo di culto come una grotta, circondata da un bosco sacro, all’interno della quale era una sorgente:

“E per prima cosa costruirono un tempio a Pan Liceo – per gli Arcadi è il più antico e il più onorato degli dei – quando trovarono il posto adatto. Questo posto i Romani lo chiamano il Lupercale, ma noi potremmo chiamarlo Lykaion o Lycaeum. Ora, è vero, da quando il quartiere dell’area sacra si è unito alla città, è divenuto difficile comprendere l’antica natura del luogo.

Tuttavia, al principio, ci è stato detto, c’era una grande grotta sotto il colle, coperta a volta, accanto a un folto bosco; una profonda sorgente sgorgava attraverso le rocce, e la valletta adiacente allo strapiombo era ombreggiata da alberi alti e fitti.

In questo luogo costruirono un altare al dio e fecero il loro tradizionale sacrificio, che i Romani hanno continuato a offrire in questo giorno del mese di Febbraio, dopo il solstizio di inverno, senza alterare nulla nei riti allora stabiliti”.

Dallo stesso autore è evidenziato il collegamento topografico con l’aedes Victoriae:

“Sulla sommità della collina edificarono il tempio di Vittoria e istituirono sacrifici anche per lei…”.

L’area ospitava anche un recinto sacro con un simulacro della lupa e un altare a Pan (da identificare con Fauno, uno degli antenati mitici latini), come sempre Dionigi di Alicarnasso ci informa:

“C’era non lontano un sacro luogo, coperto da un folto bosco, e una roccia cava dalla quale sgorgava una sorgente; si diceva che il bosco fosse consacrato a Pan, e ci fosse un altare dedicato al dio. In questo luogo, quindi, giunse la lupa e si nascose. Il bosco non esiste più, ma si vede ancora la grotta nella quale sgorga la sorgente, costruita a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo, e vicino c’è un recinto nel quale è una statua che ricorda la leggenda: rappresenta una lupa che allatta due neonati, le figure sono in bronzo e di antica fattura. Si dice che in quest’area ci sia stato un santuario degli Arcadi che, in passato, giunsero qui con Evandro”.

Sappiamo poi, come la modalità del rito prevedesse una completa dedizione sia da parte dei diretti partecipanti che dalla popolazione dell’Urbe, pertanto, la festa veniva celebrata in ambito dei dies nefasti, i giorni del completo distacco dalle attività giudiziarie e più in generale lavorative – i dies fasti ne sono la naturale controparte.

La festa, poi, era celebrata da giovani sacerdoti chiamati Luperci, seminudi con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia; soltanto intorno alle anche portavano una pelle di capra ricavata dalle vittime sacrificate nel Lupercale.

I Luperci, diretti da un unico magister, erano divisi in due schiere di dodici membri ciascuna chiamate Luperci Fabiani (“dei Fabii”) e Luperci Quinziali (Quinctiales, “dei Quinctii”), ai quali per un breve periodo Gaio Giulio Cesare aggiunse una terza schiera chiamata Luperci Iulii, in onore di se stesso, per un motivo che poi porrò in evidenza.

Plutarco riferisce nella vita di Romolo che il giorno dei Lupercalia, venivano iniziati due nuovi luperci (uno per i Luperci Fabiani e uno per i Luperci Quinziali) nella grotta del Lupercale; dopo il sacrificio di capre e, pare, di un cane i due nuovi adepti venivano segnati sulla fronte intingendo il coltello sacrificale nel sangue delle capre appena sacrificate. Il sangue veniva quindi asciugato con lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano ridere.

Venivano poi fatte loro indossare le pelli delle capre sacrificate, dalle quali venivano tagliate delle strisce, le februa o amiculum Iunonis, da usare come fruste. Dopo un pasto abbondante, tutti i luperci, compresi i due nuovi iniziati, dovevano poi correre intorno al colle, secondo un percorso ancora non chiaro, saltando e colpendo con queste fruste sia il suolo per favorirne la fertilità sia chiunque incontrassero, ed in particolare le donne, le quali per ottenere la fecondità in origine offrivano volontariamente il ventre, ma al tempo di Giovenale, ai colpi di frusta tendevano semplicemente i palmi delle mani.

Cosa possiamo dire, di questa accozzaglia di stranezze ? Che questa festa, probabilmente, era costituito da almeno tre stratificazioni culturali. La più antica, come saltava immediatamente agli occhi anche agli storici latini e greci, risaliva alla tarda età del Bronzo: i riferimenti agli arcadi che fanno Livio, Polibio, Valerio Massimo non sono un ricordo distorto di un’influenza micenea, che non si può però escludere a priori, ma l’indicazione di come il mondo spirituale elladico e quello della civiltà appenninica condividessero un analogo universo spirituale, incentrato sullo sciamanesimo.

Come in tante altre culture, i riti di passaggio per i membri delle élite di queste due civiltà simboleggiavano la morte del Vecchio Io, chiuso in se stesso e auto referente, e la nascita del Nuovo, in cui si andava oltre la propria individualità e si costruiva una realtà comune, entrando in comunione con gli spiriti degli Antenati e diventando una manifestazione dell’antenato totemico, che, nel caso specifico di un paio di clan dei Prisci Latini che abitavano tra il Palatino e le rive del Tevere, poteva essere o il lupo o il capro.

Una testimonianza di tale universo spirituale della civiltà appenninica è testimoniato anche dal culto di Soranus, conosciuto come Sur o Śur, il nero, venerato dalle popolazione osco-sabelliche. Il centro del suo culto era il Monte Soratte, monte sacro collocato a nord di Roma che si distingue per il fatto di ergersi isolato nel mezzo della campagna, in una zona caratterizzata da profonde cavità carsiche e da fenomeni di vulcanismo secondario. I sacerdoti di Soranus erano chiamati Hirpi Sorani (“Lupi di Soranus”, dalla lingua Osca-Sannita-Sabina hirpus = “lupo”). Essi nel corso delle cerimonie, camminavano sui carboni ardenti, reggendo le interiora delle capre sacrificate.

La seconda stratificazione avviene subito dopo il sinecismo che porta alla nascita di Roma, come testimoniano numerosi indizi, come la vicinanza del Lupercale con la Casa Romuli e il fatto che la cerimonia avvenga di Febbraio, mese introdotto nella cosiddetta riforma calendariale di Numa Pompilio, che sostituì il vecchio calendario sacrale dei Prisci Latini, con un uno un poco più pratico, basato sull’anno lunare.

Il rex dell’epoca trasformò il rito di passaggio in una celebrazione della sua regalità: da una parte, rese il rito trasversale ai vari clan, accomunandone le diverse simbologie, dall’altra, lo trasformò in una celebrazione della sua regalità. Ciò avveniva sia rievocando la sua trasformazione in un dio, sia rinnovando annualmente il suo matrimonio con la Madre Terra.

Questo simbolismo ci permette di comprendere il perché Cesare abbia fondato i Luperci Iulii e di rileggere con altri occhi un famoso brano di Plutarco

A costoro [Bruto e Cassio] chi fornì il pretesto più onorevole [per uccidere Cesare], senza volerlo, fu Antonio. I Romani celebravano la festa dei Licei, che chiamano Lupercali, e Cesare, seduto sulla tribuna del Foro adorno della veste trionfale, guardava quelli che correvano. Molti giovani della nobiltà e magistrati corrono unti d’olio, battendo per scherzo con scudisci coperti di pelo i passanti. Fra essi correva Antonio, che mettendo da parte le tradizioni degli avi, avvolse un serto d’alloro intorno a un diadema, corse alla tribuna e, facendosi sollevare dai compagni, lo pose sul capo di Cesare, come se gli spettasse essere re. Cesare fece lo sdegnoso e si scansò; il popolo, lieto, applaudì forte. Di nuovo Antonio protese il diadema, e di nuovo Cesare lo respinse. Molto tempo durò la schermaglia, mentre pochi degli amici applaudivano Antonio che insisteva e tutto il popolo applaudiva con boati Cesare che rifiutava. Era davvero sorprendente che coloro i quali nella pratica tolleravano le condizioni dei sudditi di un re, rifuggivano dal nome di re quasi fosse la distruzione della libertà. Alla fine Cesare si alzò contrariato dalla tribuna e scostando la toga dal collo gridò che offriva la gola a chiunque lo volesse.

Consapevolmente, per abituare il popolo romano alla sua ascesa alla regalità, Cesare recuperò in collaborazione con Antonio il significato arcaico del rito.

La terza stratificazione risale al tempo dei re etruschi, quando cambia la concezione della regalità e i Lupercalia diventano una cerimonia di purificazione della città, in cui si cancellavano le offese ai Numi dell’anno vecchio e si invocava la protezione per quello nuovo.

Questo insieme di suggestioni, tra loro anche contraddittorie, colpirono a fondo l’immaginario del popolo romano, diventando parte del suo folclore. I Lupercalia furono una delle ultime feste romane ad essere abolite dai cristiani. In una lettera di papa Gelasio I si riferisce che a Roma durante il suo pontificato (quindi negli anni fra il 492 e il 496) si tenevano ancora i Lupercali, sebbene ormai la popolazione fosse da tempo, almeno nominalmente, cristiana. Nel 495 Gelasio scrisse questa lettera (in realtà un vero e proprio trattato confutatorio) ad Andromaco, l’allora princeps Senatus, rimproverandolo della partecipazione dei cristiani alla festa.

Così, dopo qualche anno, fu progressivamente abolita…

2 pensieri su “I Lupercalia

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