San Domenico a Palermo (Parte II)

Chiesa_di_San_Domenico_Palermo

Come accennato nella puntata precedente, in parallelo alla ristrutturazione del convento, per dotarlo di nuovi spazi funzionali, i domenicani, per accogliere numero sempre più crescente di fratelli e di fedeli e per rispondere alla richiesta di costruire nuove cappelle gentilizie patrocinate dalla nobiltà palermitana che, come è noto, garantiva in cambio ingenti donazioni al convento ogni anno e per lungo tempo, negli anni Trenta del Seicento si decisero per una ricostruzione radicale della chiesa dedicata al loro fondatore.

Ciò comportò, da parte dell’ordine religioso, da una parte l’intraprendere una una consistente campagna di acquisti e di demolizioni nell’area circostante al loro convento, dall’altra la scelta di un architetto adeguato all’impresa.

Dopo lunghe riflessioni, i domenicani decisero si adottare una soluzione “casalinga”: nel gennaio del 1640 l’incarico di «Deputato Assistente e Soprastante della Fabbrica», ossia di progettista e responsabile di cantiere, fu affidato al padre Lettore Andrea Cirrincione, che all’epoca aveva appena superato i trent’anni e da qualche tempo studiava matematica e architettura, pur non essendo ancora in possesso di alcuna laurea o autorizzazione a esercitare la professione.

In più, non aveva nessuna esperienza nel campo edilizio: una scelta azzardata, ma che dimostra come i superiori dell’ordine domenicano sapessero riconoscere il talento. Andrea, infatti, avrà una lunga e fortunata carriera come architetto nella Palermo barocca; lavorerà a Santa Cita e a Santa Maria della Pietà, giungendo poi all’apice del successo professionale nel campo dell’edilizia privata, con i progetti per la villa Resuttano ai Colli, per la villa San Marco a Santa Flavia su incarico del conte Vincenzo Giuseppe Filangeri e, infine, per il restauro della facciata di palazzo Terranova a Palermo.

Purtroppo, abbiamo un’idea vaga di cosa avesse in mente Andrea per la chiesa di San Domenico: sappiamo che doveva estendersi verso sud, inglobando un’antica strada pubblica e le case e botteghe che su di essa prospettavano, fino al cortile di Sant’Andrea degli Amalfitani. Si trattava pertanto di una fabbrica dalle proporzioni considerevoli, in cui probabilmente veniva amplificato il precedente impianto basilicale su colonne, un sistema abbondantemente collaudato nell’ambito della tradizione costruttiva palermitana, ma anche una scelta obbligata per la realizzazione, in quegli anni, di un impianto chiesastico prestigioso.

Però, per certo, sappiamo come il nuovo progetto prevedesse un ribaltamento di 180° dell’orientamento della costruzione quattro-cinquecentesca, aprendo la nuova facciata a est, sulla via dei Bambinai, verso il mare, e, pertanto, volgendo la tribuna a ovest, verso il centro città. Le ragioni di questa preferenza sono da rintracciare nel desiderio di ripristinare, a quanto sembra, l’orientamento della prima chiesa edificata nel XIII secolo, ma forse appare altrettanto verosimile immaginare che si stesse seguendo il percorso già avviato, sin dalla seconda metà del XVI secolo, dalle vicine fabbriche religiose – San Giorgio dei Genovesi, Santa Cita, Santa Maria in Valverde – che avevano stabilito di aprire il fronte principale sulla via Bambinai-Squarcialupo, asse viario incluso nel circuito delle maggiori processioni religiose palermitane.

Inoltre la facciata sarebbe stata inquadrata, al di là della strada verso il piano dell’Argenteria, dal palazzo del principe di Pantelleria e avrebbe goduto di due importanti sfondi prospettici al di là dell’attuale piazza Giovanni Meli: le chiese di Santa Maria La Nova e di San Sebastiano che precedevano le mura della Cala, l’antico porto della città.

La solenne cerimonia della posa della prima pietra fu celebrata il 2 febbraio 1640, con il collocamento della tradizionale cassa contenente l’epitaffio che fu commissionata alla bottega del noto marmoraro lombardo Giangiacomo Ceresola. Oltre alla popolazione e agli aristocratici palermitani, erano presenti il cardinale Giannettino Doria, il Procuratore Generale Nicolò Ridolfi, il pretore Nicolò Valdina, marchese della Rocca, e il Senato cittadino.

Nel marzo 1640 era stato poi commissionato a Messina anche un modello ligneo della nuova chiesa, da eseguire, pertanto, sulla base di elaborati di progetto già predisposti. Il plastico arrivò a Palermo per via mare il 20 luglio successivo. A settembre dello stesso anno problemi di natura statica sorti durante il tracciamento delle fondazioni insistenti su un terreno a quanto pare inadatto (fangoso a profondità incerta) a supportare l’eccessivo peso della nuova struttura, comportarono una battuta d’arresto del cantiere con un conseguente stravolgimento del progetto di partenza e, pertanto, del modello appena arrivato. Come conseguenza, Andrea fu cacciato a pedate dai suoi superiori domenicani e mandato in convento a pregare, fare penitenza e ripassare i fondamenti della statica… Fu quindi necessario trovare in fretta e furia un nuovo architetto.

La bambolina toccò al povero Vincenzo Tedeschi «Ingegnere in questo regno di Sicilia e di altri maestri di detta professione» esperto nel mettere una pezza a casi disperati: anni prima aveva risolto il casino colossale che Pietro Novelli, grande pittore, che che capiva di architettura quanto io di poesia indonesiana, aveva combinato nel cantiere di Porta Felice.

Ancora poco chiare appaiono le origini e la formazione di Vincenzo: da qualche accenno, sappiamo come avesse studiato architettura a Roma. Intorno al 1620, si era trasferito a Messina al seguito del pittore Simone Gullì e presto come cominciò a collezionare incarichi, prima prima come scultore e poi come architetto e ingegnere del Senato locale, intervenendo soprattutto come direttore dei lavori

Nel 1637 ottenne la stessa carica, meglio pagata, a Palermo, dove si era trasferito l’anno precedente, che fu confermata il 27 gennaio 1640. Le commissioni fino a quel momento ricevute attestavano un’elevata perizia nella gestione di architetture monumentali e in questioni ingegneristico-strutturali, dimostrate nei cantieri del nuovo molo, delle fortificazioni e dei bastioni della città. Insomma, i domenicani sicuri che la chiesa, con Vincenzo, magari non sarebbe stata bella, ma almeno si sarebbe retta in piedi.

Vincenzo rispettò in pieno tale aspettativa: per prima cosa, decise ribaltare l’orientamento della chiesa previsto nel progetto di Andrea Cirrincione e di traslarla verso sinistra, alla ricerca di un terreno roccioso in grado di supportare la grande mole della struttura, come avevano ben capito gli architetti del Quattrocento.

Decisione che però impattava sulla struttura del convento: dovette essere demolita l’intera ala meridionale del chiostro trecentesco, detta “dell’Apocalisse”, – con le sue quattordici arcate su colonnine binate – e una o più campate delle corsie est e ovest ad essa contigue, comprese le cappelle annesse e le due scale escubertas alla catalana, databili al tardo Quattrocento e realizzate in pietra di Termini con intagli a dente di sega nel parapetto.

Le modifiche al progetto di base non si limitarono al solo cambiamento di orientamento della chiesa, ma questa dovette subire anche importanti ripensamenti, relativi alla zona presbiteriale e alla facciata. Questa, affiancata da due campanili, doveva presentare, probabilmente in corrispondenza del secondo registro, quattro sostegni (paraste) aventi capitelli di ordine corinzio, mentre erano previste, nel presbiterio, due cappelle cupolate con lanternino finale, così come risulta del resto nella fabbrica costruita.

Visti i sospiri di sollievo da parte dei committenti, che si aspettavano ben di peggio, nei mesi successivi Vincenzo decise di ripensare anche l’interno di San Domenico, per adeguarle alle nuove tendenze dell’architettura ecclesiastica palermitana, influenzata dalla competizione innescata dai tre vicini e monumentali complessi conventuali – rispettivamente dei Gesuiti, degli Oratoriani e dei Teatini – in costruzione dalla seconda metà del Cinquecento e i cui nuovi impianti chiesastici costituivano certamente un modello da emulare e superare in termini di proporzioni e di spazialità architettonica.

Ad aprire la sfida, furono gli Oratoriani, con la chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella (dal 1598), che portarono a palermo una nuova tipologia di basilica con sostegni colonnari monolitici e capitelli di ordine dorico. Sebbene fosse stata confermata la tradizione siciliana di memoria normanna, che negli impianti su colonne aveva fondato uno dei più importanti e duraturi archetipi dell’architettura isolana, il rinnovamento tipologico attuato attraverso l’introduzione del sistema modulare, di possenti sostegni monolitici, delle volte, della crociera cupolata e del transetto garantiva il superamento degli impianti medievali secondo le tendenze moderne.

La chiesa di Sant’Ignazio determinò pertanto l’evolversi a Palermo di una catena tipologica che fu reiterata nelle chiese di Sant’Anna della Misericordia (Francescani, dal 1606), di San Giuseppe dei Teatini (dal 1619), del Carmine Maggiore (dal 1627), di San Matteo (congregazione dei Miseremini, dal 1633) e, infine, di San Domenico (1640). Queste fabbriche conquistarono una spazialità imponente garantita dall’elevata altezza dei sostegni colonnari monolitici.

Questa nuova tendenza alla monumentalità fu fortemente agevolata a Palermo dalla scoperta, nella seconda metà del XVI secolo, e dalla successiva sperimentazione, di un nuovo materiale con cui realizzare colonne monolitiche, estremamente resistenti ed esteticamente assimilabili al marmo una volta lucidate. Fu la risposta locale, risultata su più fronti vincente, per comportamento statico, per proporzioni raggiunte grazie ai potenti banchi estratti, per il contrasto generato dalla compresenza, in un unico blocco, di svariati colori e, soprattutto per questioni economiche, ai marmi di importazione e in particolare al bianco di Carrara con i quali, nel corso del Cinquecento, erano stati realizzati costosi  sostegni colonnari, monocromatici e dalle dimensioni contenute.

Si trattava della pietra grigia di Billiemi, cavata dalle montagne a ovest di Palermo che nell’anno 1600 fu utilizzata per realizzare le sedici colonne della scomparsa chiesa a pianta centrica di Santa Lucia al Borgo e poi, a partire dal 1611, le otto colonne monolitiche di Sant’Ignazio all’Olivella raggiungendo, come è noto, la massima altezza (10m ca. quelle della crociera) nei sostegni di San Giuseppe dei Teatini.

Un ruolo ruolo fondamentale, nella diffusione della pietra grigia di Billiemi ebbero pure i maestri marmorari, taluni di origine lombarda, addetti alla fornitura delle colonne. È certo, infatti, che furono proprio queste maestranze a testare sulle nuove fabbriche monumentali palermitane, sia civili che religiose, le potenzialità di questo prezioso materiale la cui estrazione, trasporto e sollevamento in cantiere di certo richiedevano perizie tecniche di altissimo livello.

Partendo da queste esperienze, Vincenzo concepì una chiesa d’avanguardia, rispetto ai modelli precedenti, amplificando la monumentalità del presbiterio, che nelle chiese concorrenti era considerato poco più che l’estensione e la conclusione delle navate.

In San Domenico, invece, questo assume una propria identità e autonomia: tra l’area riservata alle tre profonde absidi e l’ampio transetto con i piloni destinati a sorreggere una cupola che, per mancanza di fondi, non fu mai compiuta, è inserito un ulteriore corpo, una sorta di antititolo, con quattro cellule minori in successione, rispettivamente due coperte da cupolette ovali e le altre due a pianta quadrata, aventi esclusivamente funzione di passaggio, di illuminazione e di dilatazione spaziali.

Tale scelta nasceva per rispondere a due esigenze pratiche: la prima aprire un secondo ingresso su un fianco del presbiterio munito di un’ampia scala verso piazza Meli, in modo da surrogare l’affaccio previsto dal progetto iniziale di Andrea Cirrincione.

La seconda di fornire un passaggio necessario attraversato dal corteo religioso durante le solenni processioni (del Rosario, del Corpus Domini, del festino di Santa Rosalia) e cioè dal convento (precisamente dalla sacrestia) verso l’esterno e viceversa, fiancheggiando ma senza percorrere le absidi, il coro, e tanto meno le lunghe navate destinate ad accogliere l’assemblea popolare.

Partendo da questi requisiti dei domenicani, Vincenzo concepì una sorta di impianto a quincunx, privo tuttavia di quella simmetria biassiale che caratterizza questa particolare pianta centralizzante; all’equilibrio rinascimentale, in cui osservando una della parti, si poteva ricostruire il tutto, sostituì una tensione accentuale, che accentuando il cono prospettico e la tensione tra luce e ombra, rendeva, in piena ottica barocca, il presbiterio una sorta di macchina teatrale e quinta scenica per le sacre rappresentazioni.

Così, grazie a Vincenzo, la chiesa di San Domenico, con la sua articolata tribuna e i molteplici spazi accessori e di servizio al culto, con le sue sedici colonne di Billiemi, alte ognuna ventotto palmi (7m ca.), a supporto di un’imponente volta a botte lunettata della nave maggiore e di crociere lungo quelle minori, fu l’ultimo cantiere religioso ad essere realizzato a Palermo nel Seicento ma fu anche, come detto, il più grande dopo la cattedrale.

Cantiere che nel Settecento fu degnamente completata dalla facciata concepita da Tommaso Maria Napoli e da Giovanni Biagio Amico, di cui ho parlato, raccontando le vicende della colonna dell’Immacolata

2 pensieri su “San Domenico a Palermo (Parte II)

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