La Cascina Pozzobenelli

A due passi dalla stazione di Milano centrale, attraversata piazza Luigi di Savoia, dove una volta si fermavano i bus per Orio al Serio, non so se le cose siano cambiate, in più di un decennio, a Viale Andrea Doria, tra l’Hotel Bristol e lo Starhotels Anderson, vi è, abbandonata a se stessa, una delle meno note opere milanesi di Bramante, la cosiddetta Cascina Pozzobenelli, l’equivalente meneghino della Casina Bessarione, una villa suburbana dedicata al riposo, alle feste e alla meditazione, commissionata dal nobile Gian Giacomo Pozzobenelli, marchese di Arluno, uomo di fiducia e tesoriere di Ludovico il Moro.

Come le villa romana, la Cascina Pozzobenelli, posta al centro di un’immensa tenuta che si estendeva tra Melchiorre Gioia e Settembrini, nasceva dalla ristrutturazione di un ex convento, che fu acquistato dal padre di Gian Giacomo assieme ai terreni che si trovavano nei pressi della Roggia Gerenzana al confine col Comune di Greco, intorno al 1460.

Gian Giacomo, a differenza del nobile milanese medio dell’epoca, poco convinto delle novità rinascimentali e ancore legato al gotico internazionale, per i suoi interessi commerciali con la Toscana e la Romagna, era affascinato dall’architettura di Brunelleschi, dell’Alberti e di Francesco di Giorgio Martini e desiderava costruire un palazzo simile a quello del Banco Mediceo, che Cosimo il Vecchio aveva commissionato un paio di generazioni prima a Michelozzo e Filarete e, nonostante gli anni passati, in Lombardia sembrava ancora un’opera d’avanguardia.

Però, la sua ambizione continuava a essere frustrata dalla mancanza di architetti esperti nella “maniera toscana”. Le cose cambiarono nel 1478, quando Bramante, dopo avere affrescato la facciata del Palazzo del Podestà di Bergamo con finte architetture e figure di filosofi, fu spedito a Milano da da Federico da Montefeltro per seguire i lavori nel suo palazzo a Porta Ticinese.

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In quell’occasione, Gian Giacomo conobbe Bramante e ne divenne uno dei principali committenti e sponsor alla corte sforzesca. All’architetto commissionò per prima cosa il palazzo milanese, nella nostra via Piatti, danneggiato dai bombardamenti del 1943; della fase rinascimentale non rimane che lo straordinario cortile centrale, costituito da un portico di tre arcate per lato, sorretto da colonne con capitelli compositi, a loro volta sormontati singolari mensole rovesciate.

Al piano superiore le lineari cornici delle finestre poggiano su un davanzale continuo. Completano la decorazione una serie di medaglioni in pietra con profili di imperatori romani, collocati fra gli archi. Di fatto, in tale cortile, Bramante sperimentò le soluzioni che avrebbe replicato in grande nei chiostri di Sant’Ambrogio, che ora ospitano l’Università Cattolica.

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Poi Bramante fu incaricato della ristrutturazione Castello di Vermezzo: pur mantenendo le bifore gotiche incastonate da eleganti cornici in cotto di una paio di generazioni prima, Donato, ispirato dalla tradizione fiorentina, alleggerì la massa muraria con un straordinario loggiato, sormontato da una fascia di fregi e decorazioni. In più, si dedicò a decorare con affreschi le stanze del castello, concependo invenzioni prospettive simili a quelle che aveva realizzato nella casa del poeta Gaspare Ambrogio Visconti, con monumentali figure scorciate e inquadrate in una finta architettura classica.

Infine, nel 1498, fu il turno della villa suburbana, che, in origine, consisteva in un palazzo a pianta rettangolare con due ampi cortili, l’uno con colonne doriche, l’altro con ioniche, e vasti saloni. Dato che fonti dell’epoca, parlando dei suddetti cortili, paragonano gli ingressi ad archi onorari romani, ricchi di statue e bassorilievi, viene il sospetto che, oltre a citare la descrizione vitruviana dei fori romani, Bramante abbia voluto rileggere, in chiave laica, anche quanto stava realizzando a Sant’Ambrogio. Infine, dal corpo centrale della cascina si dipartiva un portico a dieci arcate, terminante con una cappella ottagonale.

Il declino della proprietà cominciò con la morte del cardinale Giuseppe Pozzobonelli, arcivescovo di Milano, famoso per la sua pazienza nel mediare le dispute tra Santa Sede e Impero austriaco, avvenuta nel 1783, un anno dopo la nascita del comune dei Corpi Santi di Milano, che includeva cascine e borghi agricoli in prossimità della città e di cui la Cascina Pozzobonelli faceva parte.

Dopo che Corpi Santi, nel 1873, fu aggregato a Milano, si parlò, su istigazione degli equivalenti della nostra Roma fa Schifo, in ottica di espansione e rinnovo urbanistico della città, della demolizione di tale palazzo: il proposito cominciò a realizzarsi a partire dal 1898, con l’apertura del Viale Caiazzo, poi Andrea Doria, ed il 1907, anno di inizio della costruzione dell’attuale Stazione Centrale.

Infatti già nel 1906, in occasione dell’inaugurazione dell’esposizione universale, il Re Vittorio Emanuele III pose la prima pietra della nuova stazione, prevista dove si trovava il trotter, a pochi metri dalla cascina. Stazione che comunque verrà inaugurata solo nel 1931.

Nel 1943 durante i bombardamenti bellici della Seconda Guerra Mondiale fecero crollare la prima campata del portico verso la cappella che venne, per fortuna, prontamente messa in sicurezza e restaurata al termine del conflitto mondiale. Da quel momento in poi, sulla Cascina Pozzobonelli cadde l’oblio.

Cosa è rimasto degli splendori rinascimentali ? Il portico, che presenta colonne in pietra con capitelli a motivi vegetali che sorreggono arcate a tutto sesto in cotto e soprattutto la cappella, in cui Bramante sperimenta per la prima volta due idee architettoniche, che ritroveremo in dimensioni colossali nel suo progetto di San Pietro.

Da una parte, ispirato dall’architettura paleocristiana lombarda, concepisce una pianta centrale a quiconce, con tre absidi a simulare la croce greca, che a Santa Maria presso San Satiro aveva dovuto solo simulare con un’illusione ottica. Dall’altra, partendo sempre dalle riflessioni sulla sagrestia ottagonale di Santa Maria presso San Satiro e ispirato dalla chiesa paleocristiana meneghina di San Lorenzo, coprì la cappella con una cupola sorretta da un ottagono irregolare, lo stessa soluzione che ipotizzò per la su versione della cupola vaticana.

Nella cappella e nel portico sono poi presenti affreschi a monocromo, assai rovinati. Alcuni di questi raffiguravano proprio il Castello Sforzesco nella sua configurazione originale, quindi dotato anche della Torre del Filarete, torre che fu edificata inizialmente nel 1452 circa da Filarete (architetto toscano) e che crollò a seguito di un’esplosione nel 1521. Ad essi si ispirò appunto Luca Beltrami per la ricostruzione del castello e soprattutto per la ricostruzione della Torre del Filarete che venne inaugurata nel 1905.

Insomma un gioiello che dovrebbe essere più valorizzato e che meriterebbe assai più rispetto, come la memoria dei Pozzobonelli, a cui era dedicata una piazza, ora scomparsa dalla toponomastica milanese, ubicata alla congiunzione dell’asse formato dalle vie Galvani e Pola, all’intersezione con il viale Francesco Restelli, dove una volta vi era l’eliporto…

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