Mastarna, i Vibenna e i Tarquini

TombeFrancoisRuspi

Questa estate, mi pare, parlando del mio nuovo romanzo, con protagonista Claudio, accennai al discorso pronunciato da quell’imperatore a favore dell’annessione nell’ordine senatorio dei maggiorenti della Gallia Comata e alla sua trascrizione in una tavola di bronzo, ritrovata a Lione nel 1528, lievemente diversa da quella riportata dal buon Tacito negli Annales.

In particolare, per convincere quelle teste dure dei senatori romani, l’imperatore, da sommo erudito che era, accennò a diversi episodi della storia passata dell’Urbe. In particolare, in un brano, parlò di alcune vicende su cui avevano sorvolato diversi annalisti e storici latini

Un tempo i re ressero questa città, e tuttavia non capitò mai che la trasmettessero ad un successore appartenente alla stessa casata. Sopraggiunsero estranei ed alcuni perfino stranieri. Di modo che a Romolo successe Numa che veniva dalla Sabina, un vicino, mi direte: certamente, ma all’epoca uno straniero; e così ad Anco Marcio successe Prisco Tarquinio.

Questi era ostacolato dal suo sangue impuro, poiché era nato da un padre proveniente da Corinto, Demarato, e da una madre di Tarquinia, sì, ed anche di nobili natali, ma ridotta in povertà al punto da avere la necessità di soggiacere a un tale marito: perciò in patria era tenuto lontano da qualsiasi carica pubblica; ma quando emigrò a Roma, ottenne il regno.

Fra lui ed il figlio o il nipote – infatti su questo punto v’è divergenza fra gli storici – si inserì Servio Tullio. Questi,se seguiamo i nostri autori sarebbe nato da una prigioniera di guerra, Ocresia, se seguiamo quelli etruschi sarebbe stato un tempo sodale fedelissimo di Celio Vivenna, e compagno d’ogni sua avventura. Egli, dopo aver incontrato varia fortuna ed essere uscito dall’Etruria coi resti dell’esercito di Celio, occupò il monte Celio, che dal suo comandante chiamò Celio, e mutato il proprio  nome – infatti in etrusco il suo nome era Mastarna – ottenne il regno con grande utilità dello Stato.

Il primo dato che emerge e di come la successione regale, nei primi due secoli della storia di Roma, non passasse da padre in figlio, ma seguisse vie alquanto più complicati. Alcuni studiosi hanno ipotizzato come la regalità fosse ereditata in via femminile, passando dal suocero al genero e che quindi la necessità di segregare le figlie minori, evitando la moltiplicazione dei pretendenti, avesse portato a segregarle in un ordine sacerdotale, dando origine alle vestali.

In maniera più cinica, sospetto che la successione regale si decidesse a mazzate tra le varie gentes dei pagi, sia latine, sia sabine e si affermasse il capopopolo, il magister, con più sodales, clienti armati sino ai denti al suo seguito. A riprova di tale approccio alquanto brutale alla politica potrebbe essere nel ricordo annalistico delle brutte fini avute dai primi re, quasi tutti finiscono squartati dai senatori e gli strani riti del regifugio, in cui il rex sacrorum, il magistrato che svolgeva il ruolo di re, tabù compresi, nelle cerimonie sacre, scappava dalla curia inseguito dai senatori e del poplifugio, con l’uscita in massa l’uscita in massa (fuga) del popolo dalle porte della città.

Il secondo dato, invece conferma un sospetto che hanno parecchi storici, ossia che gli annalisti latini, nei loro racconti, si siano persi almeno un re della dinastia del Tarquini.

Il terzo, che non era mai stato approfondito dagli altri storici, era la questione dell’origine di Servio Tullio, magister populi, comandante militare, al servizio dei fratelli Aulo e Celio Vibenna. Questi due erano considerati personaggi semi leggendari, dato che gli annalisti raccontavano come avessero combattuto al fianco di Romolo contro il re Sabino Tito Tazio. Sempre per il solito Varrone, i due fratelli avrebbe posto sul mons Querquetulanus il proprio accampamento militare, dandone così nome al Celio. Arnobio fa poi riferimento a Fabio Pittore, il quale accenna all’omicidio di Aulo (la cui testa fu trovata sul Campidoglio, la cui etimologia sarebbe caput Oli, dove Oil sta per Aul), da parte di uno “schiavo di suo fratello”.

Gli eruditi, preso atto della citazione di Claudio, se ne fregarono altamente, finché nel 1857, nella necropoli etrusca di Vulci, venne alla luce, per citare lo scopritore, Alessandro François

un grande ipogeo che si comprese da subito doveva essere della massima importanza, né bisognava lasciare inosservata nessuna parte di esso

Alessandro, esplorandolo, lo scoprì

ricoperto di esimie pitture munite ciascuna figura di ben chiara iscrizione etrusca, senza della quale circostanza si sarebbe creduto che questo sepolcro avesse appartenuto ad altra epoca, tanta è la bellezza delle medesime pitture da far rammentare i bei tempi del Botticelli e del Perugino.

E scartabellando le pitture, saltarono fuori i nomi di Caile Vipinas, Celio Vibenna, Avle Vipinas, Aulo Vibenna e Macstrna, Mastarna, il che provava una tradizione annalistica etrusca, parallela a quella romana, a cui si era ispirato Claudio, autore di Tirrenikà, una storia del popolo dei Lucumoni. Tradizione confermata in seguito dal ritrovamento di uno specchio etrusco da Bolsena e quattro urne da Chiusi, rappresentanti sempre i fratelli Vibenna.

Però, il fatto che esistessero presso gli etruschi delle storie relativo ai Vibenna e Mastarna, non vuol dire però che questi personaggi fossero vissuti veramente… Ma nel 1939, negli scavi del santuario di Portanaccio di Veio, fu ritrovata la base di un calice di bucchero, risalente al VI secolo a.C. che che reca l’iscrizione

mini muluva[an]ece avile vipiienas

ovvero

donatomi da Aulo Vibenna

Un altro vaso più recente, sempre di fattura etrusca a figure rosse, oggi conservato presso il Musée Rodin di Parigi, probabilmente scoperto a Vulci, risalente al V secolo a.C., contiene l’iscrizione etrusca “coppa di Aulo Vibenna”, in memoria di questo personaggio, un secolo dopo.

Per cui, i fratello Vibenna erano esistiti, non avevano nulla a che vedere con Romolo, ma si inserivano a forza nelle complessi e poco chiare vicende della Roma dei Tarquini… E come probabilmente avesse ragione il buon Claudio.

Ossia che il figlio di Tarquinio Prisco, lo Gneo Tarquinio rappresentato nella tomba François, fosse stato defenestrato dai Vibenna, l’equivalente dell’epoca dei nostri capitani di ventura, a sua volta fatti fuori dal loro braccio destro, Servio Tullio, che per legittimarsi e mantenersi saldo sul trono, dovette concedere delle riforme, che associavano nella gestione del potere i capi delle varie gens e i ceti economici emergenti.

A sua volta, Servio Tullio fu eliminato da una congiura capeggiata da Lucio Tarquinio, Livio ci racconta che Tarquinio un giorno si presentò in Senato e si sedette sul trono del suocero rivendicandolo per sé e per citare lo storico patavini

Servio, avvertito da un trafelato messo, sopraggiunse durante il discorso, e improvvisamente dal vestibolo della Curia gridò a gran voce: “Che vuol dire cotesto, o Tarquinio? E con quale audacia osasti, me vivo, adunare i Padri e sederti sul mio seggio?

Ne nacque un’accesa discussione tra i due, che presto degenerò in scontri tra le opposte fazioni; alla fine il più giovane Tarquinio, dopo averlo spintonato fuori dalla Curia, scagliò il re giù dalle scale. Servio, ferito ma non ancora morto, fu finito dalla figlia Tullia Minore che ne fece scempio travolgendolo con il cocchio che guidava.Il luogo del misfatto ricevette in seguito l’appropriato nome di Vicus Sceleratus.

Dopo il ritorno al potere dei Tarquini, la dinastia regnante fu sconquassata da faide familiari: Giuno Bruto, Lucio Tarquinio e Tarquinio Collatino, cosa sorvolata nei libri di scuola, era tra loro cugini. Di questo, ne approfittò Porsenna, il lucumone di Chiusi, che conquistò Roma. I Tarquini, per riprendere il loro dominio, chiesero aiuto ad Aristodemo, tiranno greco di Cuma, il quale si mise a capo di una coalizione di città latine, che sconfisse Porsenna nella battaglia della Selva Aricia…

Se Lucio Tarquinio rimase a Cuma, i Tarquini cadetti presero il potere da Roma, per essere poi cacciati da un altro capitano di ventura e avventuriero, Valerio Publicola…

3 pensieri su “Mastarna, i Vibenna e i Tarquini

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