San Domenico a Palermo (Parte IV)

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La visita alla Chiesa di San Domenico a Palermo sarebbe gravemente incompleta se non ammirassero anche le sue pertinenze, relative al suo antico convento, a cominciare dal Chiostro, che risale con ogni probabilità all’ultimo scorcio del secolo XIII, nello stesso periodo veniva costruito quello del convento dei Cappuccini a Baida, di cui probabilmente condivide le maestranze, sia come muratori, sia come lapicidi.

In entrambi i casi, fu concepita una struttura ispirata ai grandi chiostri normanni di Cefalù e soprattutto di Monreale: quattro corsie, scandite da eleganti colonnine binate tortili e lisce, ricavate da elementi di spoglio, che reggono pulvini decorati, sui quali s’impostano gli acuti archi della ghiera.

Il vigore fitomorfo della decorazione, sebbene creato attraverso una stilizzazione alquanto grossolana, si ritrova in altri elementi decorativi del Trecento palermitano, come alcune finestre dello Steri. Alla costruzione del chiostro contribuirono importanti famiglie del tempo, come i Chiaramonte, il cui stemma è inserito nel fogliame di due capitelli della corsia nord.

Per una proposta cronologica del chiostro e della sua decorazione scultorea appare interessante quanto suppone il Marchese di Villabianca nel ‘700, che attribuisce la costruzione del chiostro a Manfredi Chiaramonte il Vecchio, con una datazione quindi entro il secondo decennio del Trecento.

Nei secoli a venire, contestualmente con le evoluzioni e gli ampliamenti della Chiesa, il chiostro subì notevoli rimaneggiamenti. Nel 1526 le pareti furono affrescate dal pittore domenicano Nicolò Spalletta da Caccamo con scene dell’Apocalisse e vita di alcuni Santi domenicani, poi picconati, raschiati e ricoperti di intonaco intorno al sec. XIX.

A partire dal 1640 furono iniziati i lavori per l’ampliamento della nuova ed attuale chiesa. Secondo il progetto iniziale, il chiostro monumentale non doveva essere intaccato, invece durante lo scavo di fondazione del nuovo impianto, a causa della scarsa qualità del terreno, la struttura venne letteralmente traslata verso il Chiostro, andando a sacrificare l’originale corsia meridionale e la geometria quadrata del chiostro.

Attualmente il chiostro presenta una pianta rettangolare ed è disposto a ridosso del lato nord della chiesa. Le tre corsie originarie sono coperte da una volta a botte (realizzata nel XVI secolo al posto di un probabile tetto a falda con struttura lignea) la cui lunette si interrompo proprio sulla parte di corsia seicentesca modificata.

Il giardino interno, in origine semplice orto medievale, ha assunto dal secolo scorso l’attuale aspetto esotico con palme e banani.

A seguito della soppressione degli Ordini Religiosi del 1860 anche il Chiostro del Complesso di San Domenico è stato acquisito dallo Stato Italiano. Ad oggi, in una parte della struttura edilizia un tempo facente parte del complesso domenicano, ha sede la Società di Storia Patria qui trasferitasi a partire dal 1890 mentre lungo la corsia settentrionale vi è l’ingresso al Museo del Risorgimento.

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Sul chiostro insiste la cappella di Santa Barbara, probabilmente l’antico capitolo del convento, dove i frati si riunivano per pianificare la loro vita e la loro missioni. Data la caratteristiche della copertura e le sue dimensioni, è ipotizzabile come inizialmente la cappella fosse ricoperta da una volta a crociera in stile gotico catalano, per cui la sua prima fase costruttiva dovrebbe risalire a fine Quattrocento, probabilmente su disegno di Juan de Casada.

Da un documento dell’epoca sappiamo nel maggio 1574, il famoso medico Giovanni Filippo Ingrassia ottenne dai Padri Domenicani la concessione di tale cappella, con la possibilità di realizzare sia nuove aperture verso il chiostro, sia una nuova decorazione.

Per cui, dopo avere commissionato a Giuseppe Gagini il proprio monumento sepolcrale, Ingrassia chiamò un artista di formazione romana, di cui ignoriamo il nome, per ristrutturare la volta della cappella, in modo che rispondesse al nuovo stile manierista: furono così eliminati i costoloni e la superficie muraria fu ricoperta da una decorazione in gesso, probabilmente policroma.

Nel 1687, l’architetto barocco 1687 Giacomo Amato ricevette l’incarico realizzare la nuova abside della cappella. Nella soluzione proposta la struttura, dalla sezione circolare anziché rettangolare come la precedente, era anticipata da due pilastri collegati da arcate a sesto ribassato.

Giacomo aveva inoltre previsto due passaggi laterali (oggi murati), che collegavano la nuova abside ai locali del convento. In questo spazio ulteriori pilastri, ravvicinati ed emergenti dalle pareti curvilinee, posti in continuità con le nervature (tre per lato) della semicalotta ribassata e culminanti al centro con un ovale, disegnavano lo scheletro dell’organismo architettonico.

La percezione finale era pertanto quella di un ambiente profondo, dotato di una forte componente plastica e chiaroscurale, ulteriormente articolato dal contrasto generato dalla differente giacitura dei pilastri, degli archi e delle nervature, rispettivamente del vano di ingresso e del catino absidale.

Risulta immediato collegare questo progetto al patrimonio di conoscenze accumulato da Giacomo Amato durante il periodo di formazione compiuto a Roma, riconoscendo in questa occasione un’applicazione semplificata di un lessico assimilabile ad alcune soluzioni di Borromini.

La cappella nel XVI secolo fu sede dell’Accademia degli Accesi, circolo di cultura che radunava gli intellettuali dell’epoca, fondato dal viceré Francesco Ferdinando D’Avalos, da cui, dopo una serie di complesse e avventurose vicende, nacque l’Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Palermo.

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Merita una visita anche la maestosa sagrestia i cui lavori di realizzazione iniziarono nel 1721 ad opera dell’architetto domenicano padre Ondars, per terminare due anni dopo.

Questa ha la forma di un’ampia cappella con in fondo un altare incorniciato da un grande arco sulla cui parete fondale campeggia un Crocifisso ligneo quattrocentesco di scuola pisana. Tutto l’arredo ligneo fu sovvenzionato da monsignor Vincenzo di Francisco, vescovo di Lipari, ed eseguita su disegno di padre Lorenzo Olivier.

La raffinata scaffalatura in noce riveste l’intero spazio e sui quattro sopraporta, campeggiano le quattro statue di Pontefici domenicani: Innocenzo V, Benedetto XI, Pio V e Benedetto XIII. Da quest’ambiente si accede alla piccola cappella detta dell’Ecce Homo nella quale domina un esuberante lavabo marmoreo settecentesco.

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Infine, nel convento di San Domenico è presente la curiosa sala del Calendario, utilizzato un tempo come vano di passaggio e di accesso al successivo salone detto del Cinquecento e ora adibito a piccola biblioteca dei confrati. In questa sala si conserva ancor oggi il magnifico affresco a parete di un calendario liturgico realizzato nel 1723 dal Padre domenicano Benedetto Maria Castrone, contraddistinto dal motto “IANI PORTA” ovvero Porta del Tempo. L’affresco si ricollega ad uno studio cartaceo già illustrato nella pubblicazione Horographia Universalis dello stesso Castrone, poi diventato per suo espresso desiderio anche raffigurazione muraria.

Il calendario perpetuo rappresentato, copre un arco temporale che va dal 1700 fino al 2192 e permette di stabilire attraverso calcoli matematici misti a fondamenti astronomici, le date delle più importanti festività mobili tra cui la Pasqua e altre legate ricorrenze legate all’anno liturgico. Nel contempo, introduce a concetti di astronomia e geofisica, che sono anche strettamente legati ai principi generali di agronomia.

2 pensieri su “San Domenico a Palermo (Parte IV)

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